Siepi di roccia, siepi digitali
“Sempre caro mi fu quest'ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Quando Leopardi scrive L'infinito, nel 1819, ha davanti un ostacolo: una siepe che gli impedisce di vedere lontano. Eppure la chiama cara. Il limite, invece di chiudere, apre.
Il paradosso è tutto qui. Proprio perché non può vedere l'orizzonte, il poeta è costretto a immaginarlo. «Interminati spazi», «sovrumani silenzi», «profondissima quiete»: ciò che lo sguardo non raggiunge, il pensiero lo costruisce. Poi arriva il vento tra le piante, un suono reale e vicino, e il confronto...
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