Resistenza e Liberazione: punti fermi

Emil Cioran ha scritto: “La storia, a voler essere esatti, non si ripete, ma, poichè le illusioni di cui l'uomo è capace sono limitate di numero, esse ritornano sempre sotto un diverso travestimento, dando così a una porcheria ultradecrepita un'aria di novità e una vernice tragica”.
Per me questo è il 25 aprile, giorno della Liberazione. Non entro neanche più nelle logiche amico/nemico che avvelenano sempre più le dispute sulla Resistenza in una forbice fra revisionismo storico - sempre giusto a condizione che siano studiosi seri a sciogliere dubbi e non a giocare coi fatti - e l’orrore senza appello del negazionismo, che comincia con l’Olocausto per contaminare e sporcare tutto sempre in una logica di riscrittura per riabilitazioni impossibili.
Eppure ormai certi veleni ci sono in circolo: da “quello che di buono ha fatto il fascismo” a “è stata una guerra civile”, da “partigiani e repubblichini sono morti uguali” a “se Mussolini non avesse fatto la guerra”. Per non dire dell’antisemitismo risorgente ed è ovvia conseguenza di neofascismo e neonazismo in buona salute e certe nostalgie spaventano non solo perché intrise di un passato ignobile ma perché all’operazione del mascheramento del passato si somma la voglia di riproporre nel presente nuove forme di dittatura intrise di violenza. Certo - con buona pace dei cretini in camicia nera e altri orpelli, compreso il fascismo “sociale” come bandiera - le vesti saranno nuove, ma metodi e pensieri nel solco di quanto già visto con le conseguenze che solo buchi di memoria possono negare nella vastità di tragedie documentate.
Per questo oggi bisogna parlarne e non accettare strumentalizzazioni e silenzi e mai accettare la logica che vuole essere assolutoria di chi dice che il passato è passato, quando si sa bene che è nel vuoto della cultura e della coscienza che riappaiono certi fantasmi, purtroppo in carne ed osa.
Certo che il passato non torna uguale, ma resta ridicolo e tragico chi appunto usa idee e simboli già giudicati e sconfitti. Per cui rievocare ideologie e mostri è solo sintomo di pericolosa ignoranza e di voler tornare indietro, spesso nel benaltrismo di chi dice “già, ma il comunismo...”, quando - parlo per me - chi crede nel federalismo odia senza distinzioni ogni logica totalitaria sotto qualunque veste.
Non sempre la Storia è progresso e so bene che i peggiori nemici della verità sono il reducismo e la retorica. Anche la Resistenza oggi ha dei cantori stonati, quando anch’essi si rifanno al passato per battaglie violente, come fanno i Centri sociali. Sbaglia chi posiziona solo a Sinistra un mondo partigiano che ebbe diverse anime e questa fu la forza del movimento di Liberazione con l’apporto decisivo degli Alleati. È nel torto chi nega che dopo l’adesione al fascismo c’è chi - e furono tanti - celebrò il 25 aprile, quel giorno e successivamente, solo per schierarsi con i vincitori con lo stesso conformismo. Il “vento del Nord” e la sua modellistica di cambiamento si fermò a Roma, come sanno i valdostani che si trovarono un’Autonomia ridotta rispetto alle promesse e alle speranze.
Scriveva speranzoso Piero Calamandrei: “Quel miracoloso soprassalto dello spirito che si è prodotto, quando ogni speranza pareva perduta, in tutti i popoli europei agonizzanti sotto il giogo della tirannia interna ed esterna, ha ormai ed avrà nella storia del mondo un nome: «resistenza». Sotto la morsa del dolore o sotto lo scudiscio della vergogna, gli immemori, gli indifferenti, i rassegnati hanno ritrovata dentro di sé, insospettata, una lucida chiaroveggenza: si sono accorti della coscienza, si sono ricordati della libertà. Prima che schifo della fazione interna, prima che insurrezione armata contro lo straniero, questo improvviso sussulto morale è stato la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all'intelligenza, al senso di responsabilità. La resistenza è stata, nei migliori, riacquisto della fede nell'uomo e in quei valori razionali e morali coi quali l'uomo si è reso capace, nei millenni, di dominare la stolta crudeltà della belva che sta in agguato dentro di lui.Si è scoperto così che il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell'interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell'infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest'ultimo ventennio tutte le sciagure d'Europa, merita di avere anch'esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: "Desistenza". Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto: e la Resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito”.
Oggi Calamandrei guarderebbe con preoccupazioni a certi rigurgiti.

A tutta birra!

Il punto di partenza è un brano tratto dal libro spassoso “Breve storia dell'ubriachezza” di Mark Forsyth: “Sembra che la birra esistesse ancor prima che esistessero i templi o l’agricoltura. Il che ci porta a una grande teoria sulla storia umana: non abbiamo cominciato a coltivare perché volevamo del cibo–in giro se ne trovava parecchio. Abbiamo cominciato a coltivare perché volevamo qualcosa da bere."
Aggiunge con un grande humour: “È molto più plausibile di quel che si potrebbe pensare, per sei motivi. Uno, la birra è più facile da preparare del pane, visto che non servono forni roventi. Due, la birra contiene la vitamina B, necessaria agli esseri umani per mantenersi forti e in salute. I cacciatori ricavano la vitamina B mangiando altri animali. In una dieta a base di pane–senza birra–, i coltivatori di cereali si sarebbero trasformati dal primo all’ultimo in mollaccioni anemici e sarebbero stati uccisi dai cacciatori più robusti e sani. Ma è la fermentazione del grano e dell’orzo a produrre la vitamina B. Tre, la birra–molto semplicemente–è un alimento migliore rispetto al pane. È più nutriente perché il lievito si è già occupato per te di una parte della digestione. Quattro, la birra può essere immagazzinata e consumata più tardi. Cinque, l’alcol contenuto nella birra purifica l’acqua utilizzata per ottenerlo, uccidendo tutti i microbi infidi. Il grande problema del diventare stanziali è che devi andare a fare la cacca da qualche parte e, di conseguenza, i pezzettini di quella cacca trovano il modo di filtrare nell’acqua e, successivamente, finiscono dritti nella tua bocca. Un problema inesistente per i nomadi. La sesta e più solida motivazione, però, è che per cambiare davvero comportamento è necessaria una spinta culturale. Se valeva la pena viaggiare per la birra e se la birra era una bevanda legata alla religione, allora persino i cacciatori più zelanti potevano probabilmente farsi convincere a stabilirsi e coltivare un po’ di sano orzo per prepararla”.
Ne scrivo - con una birra sotto mano - da Monaco di Baviera, dove sono in viaggio per diletto e non posso che evocare una straordinaria occasione di festa con la Jeunesse Valdôtaine all’Oktoberfest di tanti anni fa. Serata con epilogo alcolico per essere franco, perché credo che un astemio nel padiglione basculante per canto e movimenti a ritmo di musica non potrebbe sopravvivere. La birra è sempre la birra.
Ho poi fra le mie esperienze - proprio in tema di birra - visitato in Cechia lo stabilimento del produttore "Budejovicky Budvar" in lotta in tutto il mondo con il gruppo americano Anheuser-Busch. E' da un secolo che i due produttori - americano e ceco - si fanno la guerra in numerosi Paesi riguardo ai diritti di utilizzo del nome "Budweiser" per le loro birre.
Anche l’esperienza, a cavallo per il Parlamento europeo fra Bruxelles e Strasburgo, è stata la scoperta di come il rito di una buona birra abbia un suo perché e lo scoprii da ragazzo già con i boccali a forma di stivali, bevuti sotto gli ippocastani della “birreria Broglio” a Borgofranco, a due passi dal vecchio stabilimento di birra, ormai cadente, a fianco ai meravigliosi balmetti, cantine nella roccia delle montagne.
Sono contento che nascano in Valle birrerie artigianali e ciò significa autoproduzione di qualità.
Molto meno tecnico e più marketing è stata la visita, multimediale e piena di sorprese, alla vecchia fabbrica della Heineken ad Amsterdam.
Ricordo che la Valle ospita il anche il grande stabilimento "Heineken"di Pollein, ma non vengono più usati da tempo quei marchi ereditati nelle acquisizioni che ricorderebbero - se viventi - un passato prestigioso dei birrifici valdostani, come "Zimmermann" (ricordo da "Gervasone" a Verrès la bottiglietta con un'etichetta verde) ed "Aosta".
Si trova nella storia di questi marchi, come in quello "Menabrea" di Biella con la famiglia Thedy (oggi della "Forst"), tutta la forza imprenditoriale nel settore della birra dei nostri walser, protagonisti anche in Baviera - con un ramo dei Beck-Peccoz - con la birra "Kuhbacher" che proprio all’Oktoberfest esibisce i suoi prodotti e la birra nobile la Bierfest di Gressoney-Saint-Jean.
D'altra parte, i walser sono stati e resteranno - se riusciranno a salvare la loro cultura - un "ponte" con il mondo germanofono, di cui la birra è componente identitaria importante.
Accanto al gigantismo delle multinazionali, che si sono mangiate i più piccoli concentrando le produzioni in stabilimenti enormi, oggi ci sono tutti gli spazi per produzioni locali.
Che i nuovi birrifici artigianali, che stanno crescendo, ricordino la storia della birra in Valle!
Chiudo con un aneddoto. Mio papà nella primavera del 1945, in fuga dal campo di concentramento dove lo avevano rinchiuso i nazisti assieme ad un gruppo di giovani valdostani, si trovò con alcuni compagni d’avventura in un paesino del Tirolo. Si avvicinò ad una donna fuori dalla sua casa per chiedere di essere rifocillati e scopri che era la zia di un suo compagno del ginnasio, che mi pare si chiamasse Otto Zingl, figlio di un maestro birraio austriaco della birra Aosta e fu, per loro emaciati e stanchi, una festa, naturalmente anche con un boccale di birra!

La strana storia di "Bella ciao"

Le star francesi che cantano 'Bella ciao', Slimane, Dadju, Naestro, Vitaa e Maître GimsQuando si parla di notizie false, che finiscono per diventare patrimonio comune, c'è una storia istruttiva per chi, come me, conosce dai tempi della scuola una famosa canzone, vendutami come «canzone partigiana» e per questo ne parlo con l'approssimarsi della data che per me è davvero una Festa di Liberazione, vale a dire il 25 aprile. Si tratta di "Bella ciao", ripresa ancora di recente da molti gruppi e assurta nella classifica dei brani più venduti, prima in Spagna come colonna sonora di una serie di "Netfix", "La Carta di carta", e poi in Francia, sempre nelle hit, grazie ad una riproposizione del brano con Naestro, Maitre Gims, Slimane, Vitaa e Dadju, delle star Oltralpe. Ma "Bella Ciao" è stata cantata in diverse occasione da folle in protesta, come dagli indipendentisti catalani a Barcellona.
Ma una bella inchiesta dell'estate scorsa di Luigi Morrone sul "Corriere della Sera" raffredda gli animi sull'origine del brano e della celebre musica: «Gianpaolo Pansa: "Bella ciao. E' una canzone che non è mai stata dei partigiani, come molti credono, però molto popolare". Giorgio Bocca: "Bella ciao... canzone della Resistenza e Giovinezza... canzone del ventennio fascista... Né l'una né l'altra nate dai partigiani o dai fascisti, l'una presa in prestito da un canto dalmata, l'altra dalla goliardia toscana e negli anni diventate gli inni ufficiali o di fatto dell'Italia antifascista e di quella del regime mussoliniano... Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare "Bella ciao", è stata un'invenzione del "Festival di Spoleto".
La voce "ufficiale" e quella "revisionista" della storiografia divulgativa sulla Resistenza si trovano concordi nel riconoscere che "Bella ciao" non fu mai cantata dai partigiani. Ma qual è la verità? "Bella ciao" fu cantata durante la guerra civile? E' un prodotto della letteratura della Resistenza o sulla Resistenza, secondo la distinzione a suo tempo operata da Mario Saccenti?
In "Tre uomini in una barca: (per tacer del cane)" di Jerome K. Jerome c'è un gustoso episodio: durante una gita in barca, tre amici si fermano ad un bar, alle cui parete era appesa una teca con una bella trota che pareva imbalsamata. Ogni avventore che entra, racconta ai tre forestieri di aver pescato lui la trota, condendo con mille particolari il racconto della pesca. Alla fine dell'episodio, la teca cade e la trota va in mille pezzi. Era di gesso.
Situazione più o meno simile leggendo le varie ricostruzioni della storia di quello che viene presentato come l'inno dei partigiani. Ogni "testimone oculare" ne racconta una diversa. Lo cantavano i partigiani della Val d'Ossola, anzi no, quelli delle Langhe, oppure no, quelli dell'Emilia, oppure no, quelli della Brigata Maiella. Fu presentata nel 1947 a Praga in occasione della rassegna "Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace". E così via.
Ed anche sulla storia dell'inno se ne presenta ogni volta una versione diversa.
Negli anni 60 del secolo scorso, fu avvalorata l'ipotesi che si trattasse di un canto delle mondine di inizio ventesimo secolo, a cui "I partigiani" avrebbero cambiato le parole. In effetti, una versione "mondina" di "Bella ciao" esiste, ma quella versione, come vedremo, fa parte dei racconti dei pescatori presunti della trota di Jerome.
Andiamo con ordine. Già sulla melodia, se ne sentono di tutti i colori. E' una melodia genovese, no, anzi, una villanella del 500, anzi no, una nenia veneta, anzi no, una canzone popolare dalmata... Tanto che Carlo Pestelli sostiene: "Bella ciao è una canzone gomitolo in cui si intrecciano molti fili di vario colore"»
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Trovo suggestiva e utile questa definizione, che mostra come la tradizione si abbeveri di diverse fonti.
Ma ecco come l'articolo entra nel vivo: «Sul punto, l'unica certezza è che la traccia più antica di una incisione della melodia in questione è del 1919, in un "78 giri" del fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff, intitolato "Klezmer-Yiddish swing music". Il "Kezmer" è un genere musicale Yiddish in cui confluiscono vari elementi, tra cui la musica popolare slava, perciò l'ipotesi più probabile sull'origine della melodia sia proprio quella della canzone popolare dalmata, come pensa Bocca.
Vediamo, invece, il testo "partigiano". Quando comparve la prima volta?
Qui s'innestano i racconti "orali" che richiamano alla mente la trota di Jerome. Ognuno la racconta a modo suo. La voce "Bella ciao" su "Wikipedia" contiene una lunga interlocuzione in cui si racconta di una "scoperta" documentale nell'archivio storico del "Canzoniere della Lame" che proverebbe la circolazione della canzone tra i partigiani fra l'Appennino Bolognese e l'Appennino Modenese, ma i supervisori dell'enciclopedia online sono stati costretti a sottolineare il passo perché privo di fonte. Non è privo di fonte, è semplicemente falso: nell'archivio citato da "Wikipedia" non vi è alcuna traccia documentale di "Bella ciao" quale canto partigiano.
Al fine di colmare la lacuna dell'assenza di prove documentali, per retrodatare l'apparizione della canzone partigiana, molti richiamano la "tradizione orale", che - però - specie se di anni posteriore ai fatti, è la più fallace che possa esistere. Se si va sul Loch Ness, c'è ancora qualcuno che giura di aver visto il "mostro" passeggiare sul lago... Viceversa, non vi è alcuna fonte documentale che attesti che "Bella ciao" sia stata mai cantata dai partigiani durante la guerra. Anzi, vi sono indizi gravi, precisi e concordanti che portano ad escludere tale ipotesi»
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Segue una minuziosa ricostruzione delle diverse e possibili fonti documentali che potrebbero attestare il contrario e invece confermano l'idea che si tratti - come dire? - di un mito aggiunto nel dopoguerra.
Insomma, la conclusione è chiara: «Come si è detto, sul piano documentale, non si ha "traccia" di "Bella ciao" prima del 1953, momento in cui risulta comunque piuttosto diffusa, visto che da un servizio di Riccardo Longone apparso nella terza pagina dell'Unità del 29 aprile 1953, apprendiamo che all'epoca la canzone è conosciuta in Cina ed in Corea. La incide anche Yves Montand, ma la fortuna arriderà più tardi a questa canzone oggi conosciuta come inno partigiano per antonomasia.
Come dice Bocca, sarà il "Festival di Spoleto" a consacrarla. Nel 1964, il "Nuovo Canzoniere Italiano" la presenta al "Festival dei Due Mondi" come canto partigiano all'interno dello spettacolo omonimo e presenta Giovanna Daffini, una musicista ex mondina, che canta una versione di "Bella ciao" che descrive una giornata di lavoro delle mondine, sostenendo che è quella la versione "originale" del canto, cui durante la resistenza sarebbero state cambiate le parole adattandole alla lotta partigiana. Le due versioni del canto aprono e chiudono lo spettacolo.
La Daffini aveva presentato la versione "mondina" di "Bella ciao" nel 1962 a Gianni Bosio e Roberto Leydi, dichiarando di averla sentita dalle mondine emiliane che andavano a lavorare nel vercellese, ed il "Nuovo Canzoniere Italiano" aveva dato credito a questa versione dei fatti.
Sennonché, nel maggio 1965, un tale Vasco Scansiani scrive una lettera all'Unità in cui rivendica la paternità delle parole cantate dalla Daffini, sostenendo di avere scritto lui la versione "mondina" del canto e di averlo consegnato alla Daffini (sua concittadina di Gualtieri) nel 1951. L'Unità, pressata da Gianni Bosio, non pubblica quella lettera, ma si hanno notizie di un "confronto" tra la Daffini e Scansiani in cui la ex mondina avrebbe ammesso di aver ricevuto i versi dal concittadino. Da questo intreccio, parrebbe che la versione "partigiana" avrebbe preceduto quella "mondina".
Nel 1974, salta fuori un altro presunto autore del canto, un ex carabiniere toscano, Rinaldo Salvatori, che in una lettera alle "Edizioni del Gallo", racconta di averla scritta per una mondina negli anni 30, ma di non averla potuta depositare alla "Siae" perché diffidato dalla censura fascista.
La contraddittorietà delle testimonianze, l'assenza di fonti documentali prima del 1953, rendono davvero improbabile che il canto fosse intonato durante la guerra civile. Cesare Bermani sostiene che il canto fosse "poco diffuso" durante la Resistenza, onde, rifacendosi ad Eric Hobsbawm, assume che nell'immaginario collettivo "Bella ciao" sia diventata l'inno della Resistenza mediante l'invenzione di una tradizione.
Sta di fatto che lo stesso Bermani, oltre ad avvalorare l'inattendibile ipotesi che fosse l'inno della Brigata Maiella, da un lato, riconosce che, prima del successo dello spettacolo al Festival di Spoleto "si riteneva, non avendo avuto questo canto una particolare diffusione al Nord durante la Resistenza, che fosse sorto nell'immediato dopoguerra", dall'altro, però, raccoglie svariate testimonianze che attesterebbero una sua larga diffusione durante la guerra civile, smentendo di fatto sé stesso»
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Salto qualche passaggio e vado dritto alle conclusioni inoppugnabili: «Ritornando al punto di partenza, come sostengono Bocca e Panza, "Bella ciao" non fu mai cantata dai partigiani. Ma il mito di "Bella ciao" come "canto partigiano" è così radicato, da far accompagnare il funerale di Giorgio Bocca proprio con quel canto che egli stesso diceva di non aver mai cantato né sentito cantare durante la lotta partigiana.
Perché "Bella ciao", nonostante tutto, è diventata il simbolo della Resistenza, superando sin da subito i confini nazionali? Perché ha attecchito questa "invenzione della tradizione"? Qualcuno ha sostenuto che il successo di "Bella ciao" deriverebbe dal fatto che non è "targata", come potrebbe essere "Fischia il vento", il cui rosso "Sol dell'Avvenir" rende il canto di chiara marca comunista. "Bella ciao", invece, abbraccerebbe tutte le "facce" della Resistenza (Guerra patriottica di liberazione dall'esercito tedesco invasore; guerra civile contro la dittatura fascista; guerra di classe per l'emancipazione sociale), come individuate da Claudio Pavone.
Ma, probabilmente, ha ragione Gianpaolo Pansa: "("Bella ciao") viene esibita di continuo ogni 25 aprile. Anche a me piace, con quel motivo musicale agile e allegro, che invita a cantarla". Il successo di "Bella ciao" come "inno" di una guerra durante la quale non fu mai cantata, plausibilmente, deriva dalla orecchiabilità del motivo, dalla facilità di memorizzazione del testo, dalla "trovata" del "Nuovo Canzoniere" di introdurre il battimani. Insomma, dalla sua immediata fruibilità»
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Mi sembra una giusta osservazione e vale dunque la pena di dire che "Bella ciao" la canto ancora volentieri, pur sapendo che la sua origine non ha nulla a che fare con la lotta partigiana, ma ne incarna in qualche modo lo spirito.

Siamo quello che mangiamo

Paul ArièsIn queste ore da "grande bouffe" pasquale e da scampagnata di Pasquetta scrivere di cibo può apparire scontato. Le feste comandate sono occasioni che iniziano e finiscono a tavola e questo è quanto è capitato anche a me in queste ore, e devo ammettere con soddisfazione e successivo sforzo digestivo.
«Siamo quello che mangiamo»: così diceva a inizio Ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, sostenendo che un popolo può migliorare con l'opportuna alimentazione. Era la sua una visione più filosofica che scientifica, mentre oggi vediamo quella frase nel solco dell'educazione alimentare. Non ci vuole molto a constatare che tutti facciamo più attenzione, compresi coloro che - e siamo la larga maggioranza - restano onnivori.

Buona Pasqua!

Le uova di cioccolato del piccolo AlexisIEccoci a Pasqua! Anzitutto tanti auguri a tutti i miei lettori, sperando per loro tante cose belle.
Confesso quest'oggi la mia totale pigrizia e l'attesa, certo infantile, di un rito del tutto inventato per la mattina di Pasqua. Si mettono assieme le uova ricevute e si fa colazione con una salutare - essendo una tantum… - mangiata di cioccolato di vario gusto ed ormai i chocolatier si sono scatenati in varianti infinite e gustose.
Perché le uova? La "Treccani" per ragazzi ricorda la profondità di questo simbolo: "Per Pasqua era tradizione avere sulla tavola uova dipinte, oggi, quasi sempre, sostituite da uova di cioccolata. In molte religioni l'uovo è il segno della rinascita, della fecondità e della rigenerazione. Gli Egiziani mettevano delle uova dentro le loro tombe, i Romani usavano dire: "Tutte le cose viventi provengono da un uovo". Esistono anche antiche tradizioni pagane che festeggiavano l'arrivo della primavera con lo scambio di uova".

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