Pensieri su New York

Non può essere un soggiorno in chiave turistica a far giudicare una città sulla quale per altro esistono testimonianze approfondite e autorevoli, per cui risulta di conseguenza inutile ogni mio tentativo di comparazione o scimmiottamento. Ma è vero che, dedicando qualche giorno in più del consueto, si può riflettere seriamente su che cosa si possa ricavare da una città come New York, che fa parte – per la messe di storie accumulate, specie per via della TV – di un immaginario collettivo. Quella sorta di memoria accumulata che ti dà ovviamente un senso di déjà vu, che si accompagna alla vasta letteratura accumulata giocoforza nella propria vita, compartecipando anch’essa alla formazione delle proprie convinzioni e alimentando il mito di qualche cosa di unico e come tale prezioso.
Ha ragione – e mi sono adeguato – chi dice che la città va vissuta consumando la suola delle scarpe e senza l’ambizione di vedere tutto. Così come ha ragione chi dice come l’aspetto multiculturale finisca per essere un tema dominante, nella evidente contraddizione fra l’identità americana (marcata dal motto federalista “E pluribus unum” , in italiano “Dai molti uno”) e la discussa filosofia del melting pot a stelle e strisce, vale a dire quella miscellanea eterogenea di gruppi, individui e religioni, molto diversificati tra loro per ceto, condizione, appartenenza etnica, che convivono entro la stessa area territoriale geografica e politica. Riferita inizialmente proprio alla società americana, l’espressione («crogiolo») è usata per indicare anche in Europa un particolare modello o ideale di società multietnica in cui dopo un certo tempo, segnato dal succedersi delle generazioni, le culture e le identità specifiche degli immigrati sarebbero destinate a fondersi con quelle dei Paesi di accoglienza. Tema vasto e di grande attualità ed è chiaro che il modello newyorkese, pur pieno di contraddizioni come in altre zone dei vastissimi Stati Uniti, resta da studiare e chi valuti l’impatto delle migrazioni che hanno fondato la città ha la possibilità di accesso ad una vasta documentazione per rifletterci sopra. Ho avuto la fortuna di studiare diversi aspetti della storia americana, per cui non mitizzo affatto il percorso e non nascondo le contraddizioni, ma certo si evidenzia alla fine almeno il tentativo di conciliare una cittadinanza americana con l’appartenenza, che certo sfuma nel tempo, da una delle tante culture d’importazione che hanno fatto proprio di New York – e lo è ancora – uno dei poli d’attrazione, tenendo conto di tutti i problemi di governance di una megalopoli.
Eppure l’impressione che questa vecchia città, che ha questa almeno apparente capacità di una continua rinascita, come potrebbe essere negli aggiornamenti periodici dei nostri apparati digitali, viva questa dimensione plastica è ben visibile nella sky line, dove ardite costruzioni contemporanee convivono con vecchi grattacieli. Una dimensione dinamica che spezza quella logica rinunciataria che ammorba spesso il Vecchio Continente e l’impressione è che certi valori di fondo, comunitari, come dovrebbero essere, attraversino gli Stati Uniti, di nuovo “E pluribus unum”, attraverso quel ruolo della Costituzione come elemento aggregante, che discende davvero ad un livello popolare.
Un cenno ancora alla sicurezza: grande tema che colpisce come un KO fulminante la politica europea. Oggi Donald Trump, che ha attraversato il cielo della politica come un fuoco d’artificio colorato, ha fatto sua la vulgata populista, rappresentata in maniera statica dall’idea di costruzione del muro con il Messico. Ma la verità è che l’impressione di uno sforzo sulla sicurezza si evidenzia non solo nelle muscolose procedure per l’ingresso e dalla banale ma concreta presenza della polizia, ma dall’attenzione sempre presente per la legalità come caposaldo del “chi sbaglia paga” in una logica non solo puritana ma di civile convivenza. Questo non esclude errori e orrori, che mi sono ben presenti perché il mito americano nasconde rughe e faglie, ma il senso di sicurezza non c’è così in altre grandi città europee e l’Italia è fanalino di coda.
Capisco cosa vive un americano che finisca alla stazione Termini a Roma che sembra un suk mediorientale, che arrivi a Fiumicino e venga assalito da taxisti abusivi, che vada al Colosseo assaltato da venditori ambulanti abusivi, che verifichi ad ogni angolo del centro forme di accattonaggio da sfruttamento.
Quella stessa incertezza che fa sì che molti cittadini senta l’impulso di sposare la pancia e non il cervello, di cavalcare l’odio come base della vita, di vivere in fibrillazione per le condizioni mai chiari della vita collettiva. Insomma, si gira il mondo per tornare al proprio campanile, per capire se e come le cose possano andare meglio e naturalmente per evitare che possano andare anche peggio, coltivando la segreta speranza che le cose migliori servano per migliorare noi stessi e le nostre condizioni di vita.

Cesare Battisti e la "dottrina Mitterand"

Cesare Battisti tornato, suo malgrado, in ItaliaNon ci sono storie, battute, distinguo che tengano nella vicenda dell'arresto, avvenuto in Bolivia, del terrorista Cesare Battisti, sprezzante protagonista di vicende legate al quel terrorismo di estrema sinistra, esempio tangibile di come - quando la violenza ci mette lo zampino - si generano dei mostri, che pensano di essere dei rivoluzionari. Anche per questo la spettacolarizzazione mediatica di questo arresto e del suo ritorno in Italia con meritevole velocità finiscono per infastidirmi, non perché si tratti di un epilogo giusto e da tempo atteso, ma semmai perché esiste sempre un confine fra rimarcare la bontà di un evento e la sua celebrazione e trasformarlo in un momento di eccesso propagandistico.
Comunque sia, non entrerò nel giochino fascismo-comunismo, che fa godere i benaltristi ef i garantisti secondo la loro convenienza: sono stato testimone perché ho vissuto in una generazione in cui gli opposti estremismi - oltre alla misteriosa "strategia della tensione" dello Stato - hanno insanguinato l'Italia e personalmente, avendo avuto anche amici che persero la strada nel grigiore fra militanza politica e gruppi violenti, non ho mai e poi mai pensato che ci fosse un peggio o un meglio ai lati opposti dello schieramento.
Anzi, ho sempre trovato che ogni forma di visione politica acritica, fideistica, oltranzista si nascondono germi che creano pericoli e dolore. In questo ho sempre seguito da ragazzo con vivo interesse quel pacifismo e la "non violenza" dei radicali con le loro battaglie per i diritti civili, che sono le reali forme rivoluzionarie di un sistema. Questo modo di pensare, moltiplicato per quanto necessario, è quanto ha sconfitto davvero il terrorismo, infliggendo ai protagonisti di quella stagione non solo un marchio di ignominia ma anche una condanna della Storia ancora prima che da parte dei Tribunali.
Ha scritto in un suo contributo Monica Lanzoni, nel ricordare la chiusura francese per certe estradizioni, le ragioni di fondo di questo comportamento: «Si on voulait fixer une date, un acte de naissance de ce qui a été appelé au fil du temps et non sans approximation, la "Doctrine Mitterrand", ce serait celle-ci: une matinée du juin 1981, un mois seulement après l'élection du premier président socialiste de la cinquième République. Les mots suivants, prononcés par le Premier Ministre Pierre Mauroy à la suite de la réunion du Conseil des Ministres, étaient adressés à Louis Joinet, magistrat et conseiller pour la justice et les droits de l'homme dans le cabinet du premier ministre: "Le président a décidé de ne pas extrader les Italiens, à la double condition qu'ils renoncent à la violence politique et à la clandestinité; propose-moi une stratégie". Cette première formulation décrit son caractère: il s'agit fondamentalement d'une initiative présidentielle, à caractère éminemment politique comme l'a souligné Jean Musitelli, alors conseiller diplomatique de Mitterrand et son porte-parole, et prévoyant de protéger des extraditions les militants italiens qui s'étaient réfugiés en France à la fin des années 1970.
Les conditions établies par le plus haut responsable français pour l'octroi de cette protection, qui ont soulevé avec le temps des critiques et des malentendus infinis entre les deux pays, sont, selon Pierre Mauroy, essentiellement au nom de deux: la renonciation à la violence politique pour l'avenir et la sortie de la clandestinité. C'est lors de ses déclarations publiques que Mitterrand y ajoutera la volonté d'exclure de cet arrangement ceux pour lesquels des responsabilités évidentes et prouvées dans des crimes de sang étaient avérées.
À partir de 1980, la France donna ainsi sa parole de ne pas livrer à l'Italie les exilés menacés d'extradition: cette "parole donnée" a ensuite trouvé sa traduction dans la presse sous le nom de "Doctrine Mitterrand", mais dans les faits elle n'a jamais constitué une doctrine. Aucun acte public ni aucune loi n'en a jamais fixé les règles, ce qui rend la condition des exilés concernés encore plusvague et indéfinie, car l'asile était susceptible de s'arrêter à tout moment. Plus que d'une loi ou d'une doctrine, il faudrait parler d'un "modus vivendi", d'une attitude particulière et d'une politique d'attention de la part du gouvernement français envers les ressortissants italiens»
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Ne hanno goduto sino a pochi anni fa ed esiste ancora una coda sia terroristi di destra che di sinistra, ma anche e purtroppo fra loro - contraddicendo un fondamento della "dottrina Mitterand" - ci sono anche persone che si erano macchiate di delitti certificati in regolari processi, come nel caso degli ergastoli di Cesare Battisti, per altro dimostratosi sempre reticente nell'ammettere le proprie colpe, evitando forme di sostanziale pentimento. Dopo gli intellettuali francesi che lo consideravano un giallista di nome e dunque imbevuto di logica maudit che facilitava perdono o smemoratezza, si misero politici (compresi quelli che definivano Battisti un «compagno»), intellettuali della solita fatta e pure giudici brasiliani - Paese dove Battisti fuggì dopo Parigi - ad operare micragnosi distinguo sullo status di Battisti.
Fino al cambio di passo recente, pure per scarsamente nobili ragioni di politica interna, che hanno costretto Battisti alla fuga con tali e tante ingenuità da farlo arrestare, dimostrando il suo ruolo di killer di basso profilo più che di rivoluzionario di chissà quale spessore.

Stiamo cambiando anche i gatti

Un gatto al guinzaglioCapita di porsi degli interrogativi spesso banali e di non avere le risposte giuste. Mi interessa molto l'evoluzione del rapporto fra gli esseri umani e gli animali domestici, quelli che non ci mangiamo e dunque un tempo si chiamavano "animali da compagnia". Categoria vagamente espansa, perché una volta i coniglietti finivano in pentola.
Ho scritto più volte del cane e devo dire che al "Central Park" di New York di recente ho visto un sunto della lenta trasformazione di molti cani in bambini persino con le scarpe per riparare le zampe dal freddo, cappottini invernali di tutte le taglie e coiffures le più vezzose sopra i musi. Nulla di sconvolgente: basta entrare in un negozio per i "pet" (in inglese, dal verbo "coccolare", si designano così gli "animali da compagnia") per vedere come il fenomeno della loro antropomorfizzazione sia sempre più un realtà su cui riflettere sia per noi umani che per loro trasformati - con operazione a tavolino - a nostra immagine e somiglianza. Spesso non sono più "amici" ma molto di più e lo testimoniano amici veterinari, spesso attoniti.

Anche Leonardo divide Italia e Francia

Leonardo Da Vinci, interpretato da Paolo Bonacelli, con Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni), in 'Non ci resta che piangere'Strana storia che, comunque vada, prefigura un disastro culturale, che si aggiunge ai già difficili rapporti fra Italia e Francia su temi politici (i "gilets jaunes" cavalcati dai "Cinque Stelle" e l'asse fra Lega e Marine Le Pen) ed economici (tunnel della linea "Torino - Lione" in attesa ed acquisto da parte della "Fincantieri" dei cantieri di Saint-Nazaire).
Mi riferisco al venir meno - per mano italiana - dell'accordo tra Italia e Francia per un interessante e utile scambio di opere d'arte. Il museo del "Louvre" di Parigi (otto milioni e mezzo di visitatori nel 2017!) si era impegnato con il governo Gentiloni a prestare opere e dipinti di Raffaello per una mostra prevista in Italia per il 2020, per celebrare i cinquecento anni dalla sua morte. In cambio, l'Italia avrebbe prestato a sua volta dei quadri e disegni di Leonardo ai vicini d'Oltralpe, per l'allestimento di una mostra nel 2019 al "Louvre" che intendeva celebrare Leonardo Da Vinci e la sua febbrile attività artistica e scientifica anche in questo caso per i cinquecento anni dalla morte, visto che i due artisti vissero nella stessa epoca.

«Posto, ergo sum!»

Una volta si scriveva così...Visto che non ci sono preclusioni a scherzare sui filosofi, vorrei prendere a prestito la celebre formula di Cartesio «Cogito, ergo sum» («Penso, dunque sono»), che esprime la certezza e l'evidenza immediata, intuitiva, con cui il soggetto pensante coglie la propria esistenza.
Oggi, usando l'italiano e non il latino, perché a cavallo fra Cinquecento e Seicento, epoca in cui visse René Descartes, Internet non c'era e dunque manca il verbo in latino, si potrebbe dire che per molti nostri consimili vale il «Posto, dunque sono», dal verbo ricopiatura dall'inglese "postare", cioè pubblicare uno scritto, una foto, un video su di uno dei "social" sul Web.
Attività sempre più corrente e sono in tanti - me compreso - a usare qualcuno di questi mezzi. Io posto da anni questi post sul mio Blog, ma in parallelo cinguetto su "Twitter". All'epoca di Descartes gli unici uccelli che si occupavano di comunicazione erano i piccioni viaggiatori.

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