Nos adieux à Paul Guichonnet

Paul GuichonnetCi sono persone che, quando muoiono, non solo lasciano un grande rimpianto, ma si tratta di una perdita culturale irreparabile, per quanto abbiano lasciato molti scritti ed anche - nel caso in esame - alcune belle interviste televisive, espressione delle proprie conoscenze e delle proprie idee. Chissà se un giorno scopriremo come riversare dai neuroni di grandi studiosi quel loro patrimonio enorme, racchiuso nel cervello, di cui perdiamo pezzi significativi, quando ci lasciano.
Ci pensavo, riflettendo sulla scomparsa - avvenuta pochi giorni fa - di una grande personalità, che avevo conosciuto in diverse occasioni, cementando un rapporto di simpatia che mi ha sempre accompagnato come qualcosa di cui essere fiero. Si trattava di uomo simpatico e gentile, si direbbe - certo per via dell'anagrafe ma anche per il tratto distinto - "d'altri tempi", che aveva però dietro la squisita cortesia una tempra d'acciaio nella difesa del particolarismo dei popoli alpini.
Ha scritto "Le Messager": «Porte-étendard de l'histoire et de la géographie savoyarde, le professeur Paul Guichonnet est décédé jeudi 13 septembre à l'âge de 98 ans. Né à Megève le 9 juin 1920, Paul Guichonnet était diplômé de l'Institut de géographie alpine de Grenoble, avant de publier une thèse sur le mont Blanc en 1962 qui fait référence. Il a ensuite mené une carrière universitaire à l'université de Genève.
Auteur de plusieurs livres, notamment sur l'histoire de l'Italie et sur la réunion de la Savoie à la France, il s'est ensuite intéressé à l'ensemble de l'arc alpin. Paul Guichonnet a également été chroniqueur dans "Le Messager" avec "L'Histoire savoyarde" au tournant des années 2000.
Parmi ses nombreuses distinctions, citons la "Légion d'Honneur" au grade d'Officier et "Commandeur des Palmes académiques". Il est membre de l'Institut de France, de l'Académie florimontane et de celle du Faucigny. Entre 1953 et 1989, il a été élu à Bonneville, en tant que conseiller municipal et adjoint au maire»
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Una vita in poche righe, che non dà conto della rigogliosa capacità di seminatore di Guichonnet. Ha scritto Enrico Camanni in un articolo sulle Alpi: «Nel campo della storia delle Alpi c'è un prima e un dopo Guichonnet. Il prima risale a opere pionieristiche come "Le Alpi nella natura e nella Storia" di William Augustus Brevoort Coolidge, oppure a trattati di geografia come "Les Alpes Occidentales" di Raul Blanchard (1938-56) e "Le Alpi" di Giotto Dainelli (1963). L'opera collettiva "Storia e civiltà delle Alpi" a cura di Paul Guichonnet (Università di Ginevra, 1980) apre le porte a una lettura corale e multidisciplinare del divenire storico, fisico, geografico, etnografico e antropologico. Dopo tanti studi settoriali, finalmente l'universo alpino trae vantaggio da una visione complessa, che di lì a poco potrà definirsi "europea"».
Già è stato lui il grande cantore, prima del nostro spazio geografico attorno al Monte Bianco di cui conosceva ogni angolo e aspetto, per poi allargarsi alle Alpi intere con un'intuizione che ne fa un autentico protagonista, cui ci dobbiamo inchinare e stupiscono molti silenzi dopo la sua morte, frutto della fregatura della sua longevità e della molta ignoranza di chi non ne conosce i meriti.
Una civiltà - quella alpina - che, come scriveva proprio Guichonnet nell'appena citata opera "Storia e civiltà delle Alpi", «è fondata sulla libera determinazione delle collettività locali, autonome e responsabili». Così l'arco alpino (le "Alpi-aperte") - concludeva il grande studioso - «non sarà più uno spazio alienato, colonizzato, assistito, né una merce: montagna, neve e parchi naturali, la cui promozione avviene sul mercato del consumismo turistico. Le Alpi, terra di grandezza e di fatica, riunendo fra loro tradizione e rinnovamento, saranno anche la terra di una libertà riconquistata, nella fiducia in un destino originale».
Aggiungeva il grande geografo - passo al francese perché ho letto in entrambe le lingue - e questo passaggio è appunto nella sua lingua materna: «Les Alpes sont, certainement, les montagnes les plus singulières et attachantes de la Terre. Au cœur du continent européen, berceau de la civilisation industrielle développée, elles séparent et unissent, tout à la fois, le monde méditerranéen et les façades nordiques et océaniques du continent, dont elles constituent l'ossature majeure».
Le sue conclusioni sono espresse con grande efficacia in una breve frase: «la recomposition d'un espace alpin, moins subordonné et asservi, ne pourra se faire que dans le cadre de l'intégration européenne».
Lentissimamente il dibattito sul tema ha preso quota, fallito quell'accordo internazionale risalente all'inizio degli anni Novanta, noto come "Convenzione Alpina", che ha avuto il pregio di dare dignità giuridica all'idea, ma il grave limite di essere "imposto" alle popolazioni alpine. Da allora si è aggiunto il fondo strutturale, con perimetrazione più ampia (sino all'Alsazia e con lingua di lavoro l'inglese...), conosciuto come "Spazio Alpino", che ha caratteristiche più tecniche che politiche.
Ma la spinta nuova è stata quella di avere, nel quadro dell'Unione europea, una strategia macroregionale delle Alpi in analogia a quelle già in sviluppo attorno al Mar Baltico ed al fiume Danubio. Il tema è appassionante e finalmente "Eusalp" è nata davvero, sotto l'egida delle tanto vituperate autorità europee. E se a un progetto vanno trovate dei padri ed un fondo culturale su cui si erge questa realizzazione, certo i valdostani possono vantare una primogenitura.
Scriveva l'Abbé Joseph Bréan, riprendendo un tema caro ad Émile Chanoux, in "Civilisation alpestre": «Le moment est peut-être venu où cet immense réservoir de valeurs humaines, constitué par les Pays des Alpes, doit ouvrir ses écluses, pour répandre tout autour les flots d'une civilisation capable de sauver et de rénover le vieux continent, ce noble et malheureux continent qui se débat dans un désarroi angoissant, cherchant une voie de salut».
Parole riferite agli orrori della Seconda Guerra mondiale e che suonano come un sinistro ammonimento per il futuro.
Guichonnet, con la sua opera omnia e un mare di scritti, è stato uno degli intellettuali (direi un savant per la sua cultura enciclopedica) che ha inciso una traccia indelebile, che dimostra come solo l'integrazione europea può dare più libertà ai popoli alpini ed al dialogo fra di loro senza le gabbie dei nazionalismi statali.
Oggi la sua anima riposa di certo in cima al suo caro Monte Bianco.

Quando muore un ragazzino

L'epigrafe, a Quart, del piccolo MatteoI drammi del mondo non possono pesare troppo sulla nostra quotidianità e non per egoismo o disinteresse. Nel senso che, se davvero fosse così e se dovessimo riempire la nostra testa di tragedie che paiono infinite, non muoveremmo più un passo, come schiacciati da un peso di dolore che scorre a fiumi. Invece, com'è normale che sia, ci concentriamo - pur non vivendo in una bolla d'aria - sulle cose da fare. Quando impariamo a volerci bene, ci attacchiamo agli affetti più veri, meno traditori.
Capita di pensare a questo quando, invece, un fatto di cronaca - apparentemente circoscritto proprio rispetto alle vicende di grande dimensione - appare come un lampo e ti immedesimi, mettendoti appunto nei panni di chi ci si ritrova.
Leggo di questo ragazzino di tredici anni, Matteo, morto in bicicletta, scendendo da una strada che porta al castello di Quart contro una vettura (le dinamiche sono in via di accertamento).

Le case della mia vita

Una piccola parte degli scatoloni del traslocoSpesso i pensieri sono alimentati dalla quotidianità e - partendo anche da un piccolo spunto - ci si allontana mano a mano sino a ritrovarsi distanti dal punto di partenza su di un terreno diverso dal semplice aspetto fattuale.
«La vostra casa è il vostro corpo più grande. Essa cresce nel sole e dorme nella quiete della notte, e non è priva di sogni. Non sogna forse la vostra casa?».
Così ha scritto Kahlil Gibran, dando quel senso di familiarità e di vita che le case possono o forse dovrebbero avere. Non che le case pensino o ci siano davvero fantasmi o spiriti che le animano, ma è vero che le case finiscono per avere una loro personalità, riflesso di noi stessi, di chi le ha costruite e abitate.
Ci penso in queste ore, impegnato in un trasloco, lasciando la casa dove abito da qualche anno.

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