La vita e la vecchiaia

Un anziano in ospedaleSiamo in fondo come delle "matrioske": esiste un noi piccolo come la bambolina centrale, che mano a mano affronta le età della vita che sono le bamboline che in scala sempre più grande attorniano quel nucleo sino a quell'ultima, che non sappiamo poi - perché la nostra vita non è noto quanto duri - quando si fermi, cristallizzando il nostro ricordo per chi ci ha voluto bene.
Quando cominci ad avere sessant'anni inizi a guardare il futuro - ringraziando, intanto, di esserci - con un occhio diverso dalle età precedenti ed in particolare guardi all'invecchiamento più di quanto facessi prima. Penso che sia un processo naturale, perché a qualunque età si guarda all'orizzonte, raggiunto il quale se ne presenta un altro, sino a quando a presentarsi di fronte alla fine c'è l'incognita misteriosa dell'infinito.
Sarà poi che ho una mamma del 1930, per cui seguo quei percorsi che molti figli vivono, di questa età ormai così avanzata, che richiede aiuti e accortezze per chi ci arriva. Ti trovi, infatti, fra badanti, operazioni, riabilitazione, visite e tutto quanto ruota attorno alla persona anziana. Nelle sale d'aspetto degli ambulatori ed in ospedale ti confronti con pazienti, figli e nipoti e scopri un mondo da esplorare e che un giorno - se ci arriverai - sarà il tuo e rifletti su come esista, con la vecchiaia che ha raggiunto una media di età molto elevata, un problema per il sistema sanitario ed assistenziale, che si troverà gravato da una mole di incombenze notevole, che presuppone personale, strutture, protocolli e naturalmente tante risorse economiche.
Poi, a capire come la vicenda assuma coloriture particolari, spunta un articolo del quotidiano belga "Le Soir", che mette angoscia: "C'est une nouvelle stupéfiante: selon plusieurs études, menées au "Centre fédéral d'expertise des soins de santé - KCE", à la "Fondation Roi Baudouin" et au cœur de l'Inami (dans un rapport secret), 40 pour cent des Belges (et davantage de Flamands que de Wallons) songent sérieusement à conserver l'équilibre de la "Sécu" «en n'administrant plus de traitements coûteux qui prolongent la vie des plus de 85 ans». On devine la suite: on aurait rapidement une médecine à deux vitesses, entre les patients qui doivent se contenter de la "Sécu" et ceux qui ont les moyens de se payer les médicaments non remboursés ou les opérations auxquelles ils n'auraient plus accès. Aux Pays-Bas, on ne place déjà plus de stimulateur cardiaque aux plus de 75 ans... l'appareil dépassant de loin le patient en espérance de fonctionnement".
Ma esiste un ulteriore pezzo che colpisce: "Par comparaison, seuls 17 pour cent se prononcent pour ne plus rembourser les frais de maladie ou d'accident qui sont la conséquence d'un comportement personnel (tabac, obésité), une solution contre laquelle 46 pour cent des Belges s'élèvent. Bien davantage que les 35 pour cent qui s'opposent à ce qu'on arrête les soins vitaux pour les plus âgés.
Au demeurant, la solidarité du groupe est fortement dépendante des perspectives du patient. Ainsi, si 69 pour cent des Belges estiment légitime de dépenser 50mille euros pour un traitement vital, ils ne sont que 28 pour cent à conserver cette opinion si le patient a plus de 85 ans. S'il s'agit d'un appareil cardiaque, les deux groupes s'équilibrent (50 - 40 pour cent). Et si la personne est dans le coma et que le traitement n'apporte qu'un an de vie, trois Belges sur dix sont d'accord, sauf chez les plus de 85 ans, la moitié des Belges estimant que «cela ne doit jamais être possible, quel que soit l'âge». Les néerlandophones sont beaucoup plus enclins à exclure les personnes âgées de plus de 85 ans des soins plus onéreux. «Ces pourcentages en faveur de l'exclusion sont choquants», note le professeur Elchardus, qui a mené l'enquête pour l'Inami"
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I francofoni sono meno intransigenti...
Qui non si discute del tema delicato che va - come spazio - dal testamento biologico sino all'eutanasia, ma della questione etica di come porsi rispetto ai grandi anziani ed alle loro prospettive di vita, che impegnano denaro pubblico e spesso già in vicende umane assai delicate, pensando a chi ormai - mi riferisco come esempio alla demenza senile - si trova ormai smarrito in una "terra di nessuno".
Si tratta di lavorarci sempre più con occhio alle storie personali ed all'insieme degli anziani interessati, sapendo come ogni vicenda ha un suo pregresso ed un suo svolgimento, ma sullo sfondo si tratta di consentire serenità a chi si trova in quegli anni in cui, come non mai, si ha bisogno di poter contare sulla comunità cui si appartiene con affetto e cura.
Poi, se le circostanze lo permettono, e lo dico avendo conosciuto straordinari grandi vecchi (e vecchie), vale quanto ha scritto Henri Amiel: «Saper invecchiare è il capolavoro della sapienza, e uno dei più difficili capitoli della grande arte di vivere».

Pensieri sul Forte di Bard

Il Forte di BardSono tornato volentieri a parlare al Forte di Bard del percorso che portò alla rinascita dell'antica fortezza, trasformandola da macchina da guerra ad officina culturale. Per anni ciò non era avvenuto perché avevo l'impressione di essere finito in una specie di blacklist di indesiderati. Ricordo la smemoratezza su di me in occasione del decennale dell'apertura al pubblico, per quanto fossi stato il presidente che l'aveva inaugurato ed aveva presieduto successivamente l'Associazione che ancora gestisce la struttura. Oppure - cito solo un altro caso - quando ci fu un convegno suoi walser e mi venne spiegato dall'allora "dominus del dominus" che non era prevista nessuna mia presenza, pur essendo il sottoscritto chi aveva previsto la loro tutela in Valle con modifica dello Statuto d'Autonomia, allargata ai walser delle vallate piemontesi con la legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche.

Senza dibattito, aspettando Godot

Una panchina vuota ad AostaOrmai il dibattito pubblico valdostano vola basso e spiace che sia così in un periodo in cui, come in una mesta "Catena di Sant'Antonio", assistiamo alla periodica caduta di qualche ulteriore certezza sulla solidità della nostra piccola Valle, con un effetto depressivo e con una perdita di solidi punti di riferimento.
L'altro giorno dalle montagne che dominano Chamois, dando le spalle al Cervino, pensavo a quanto siamo fortunati a vivere qui in questo luogo alpino straordinario. Al momento aulico, sceso in un bar, è seguito quello prosaico, parlando con persone - come mi capita sempre più spesso - che, pur diverse fra loro, convengono infine su di un sentimento di affaticamento e di rifiuto verso un mondo della politica locale che gira in tondo. Si segnala una mancata comprensione di questo senso di ripulsa, che dovrebbe allarmare chi si occupa della "cosa pubblica", perché una comunità non è un'entità astratta, ma è fatta di cervelli, cuori e viscere.

Il futuro degli impianti a fune

La cabinovia per PilaSeguo con interesse e sulla base di una certa competenza accumulata nel tempo il dibattito sul futuro degli impianti a fune in Valle, sorridendo - perché conosco l'ambiente - quando si parla di «lobby degli impiantisti» da parte di chi favoleggia la fine dello sci. L'unica vera lobby è sul lato costruttivo con un duopolio mondiale, che condiziona i prezzi di costruzione a causa di una concorrenza assai dubbia.
Bisogna farla questa riflessione, guardando bene a cosa si sta facendo attraverso tutte le Alpi, perché il problema è comune in tutte le sue sfaccettature nel legame fra impiantistica e turismo.
La verità è semplice: lo sci resta una colonna portante del turismo invernale, ma bisogna mettere ordine con scelte definitive ad un settore che ha bisogno di certezze almeno per due ragioni.

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