Le "ciucche" e la storia umana

Bicchieri vuotiNon c'è nulla di disfattista nel dirsi la verità: l'ubriachezza fa parte del mondo alpino, Valle d'Aosta compresa. Lo dimostrano, nel nostro caso, i dati statistici, compresi quelli più tristi dell'incidenza del fenomeno dell'alcolismo. Chi vive qui sa che esistono tenaci abitudini ai consumi e vere e proprie tradizioni iniziatiche in cui ci siamo passati tutti.
Ciò detto, aggiungerei che ogni caricatura del "montanaro sbronzo" - come esempio di eccesso - dovrebbe fare i conti con un fenomeno che è vasto e diffuso dovunque e a tutti i livelli ed è bene distinguere usi giudiziosi da eccessi.
Per questo ho letto Mark Forsyth, che è scrittore e linguista, con il suo "Breve storia dell'ubriachezza" (Il Saggiatore, 2018) prova a raccontare dal principio tutti, che con garbo, ironia e senza predicozzi, i modi in cui l'umanità si è ubriacata sin dalla notte dei tempi. Ed è una costante culturale che fa impressione e dimostra le molteplici modalità con cui l'uomo si è approcciato agli alcolici con riti, usi e costumi che, avvolti da molte motivazioni, portano alla "ciucca", sia solitaria che per lo più sociale.
Il libro ricorda che il reperto più antico che mostra una persona bere da quella che sembra una cornucopia è la cosiddetta "Venere di Laussel", un bassorilievo calcareo risalente a 25mila anni fa. Spiega l'autore, partendo dalla preistoria, come una delle varie ipotesi - non scherza! - per spiegare la discesa dagli alberi degli esseri umani è che lo abbiano fatto per procurarsi i frutti caduti in macerazione, quindi alcolici. La storia passa poi per l'edificio più antico del mondo, il "Göbekli Tepe", in Turchia, dove ci sono delle grandi vasche in cui sono state trovate tracce di orzo e acqua: un miscuglio ideale per fare la birra, sostanza dunque dalla lunga storia (ma molte pagine sono dedicate al diffondersi della vigna).
Poi vengono descritti i bar dei Sumeri, dove veniva prodotta della birra che al tempo somigliava più a una zuppa di cereali alcolica che alla bevanda fresca e limpida che conosciamo oggi. Dopo aver raggiunto un certo livello alcolico, i Sumeri sfoggiavano un repertorio di canzoni e barzellette degno degli ubriachi odierni, anche se - a dir la verità - non fanno granché ridere.
Nell'antico Egitto, per spiluccare qua e là dei passaggi, si beveva per vomitare (sono anche state trovati geroglifici rappresentanti l'evento piuttosto espliciti) e l'alcolico, come in altre civiltà, finiva nelle tombe per l'ultimo "viaggio".
Il simposio greco, invece, era presieduto da un simposiarca che organizzava le bevute (nello specifico di vino, che veniva bevuto diluito in tre quarti d'acqua) e che, in base al suo umore, poteva deciderne il ritmo. Ritmo che, abitualmente, era piuttosto "caldo".
Forsyth fa così una divertente carrellata attraverso diverse civiltà, dagli antichi Greci alla Cina degli imperatori, ai riferimenti all'ubriachezza nella "Bibbia" per passare poi al convivio romano; e non omette il Medio Oriente dove, a quanto pare, si è sempre bevuto: secondo Forsyth, nonostante gli insegnamenti del "Corano", qualche scappatoia per bere gli arabi l'hanno sempre trovata. Per i vichinghi, invece, bere era obbligatorio: per loro il dio beone era il capo degli dèi, e, chi osava non bere ai loro banchetti se la vedeva brutta.
Il viaggio alcolico continua poi attraverso le birrerie medievali, il Messico degli Atzechi, l'Inghilterra (dove il "gin" ha davvero segnato la storia sino a rigide normative), il Nord America - compresi i "saloon" del Vecchio West, ben diversi dagli stereotipi - e poi la Russia, che ha oscillato per secoli tra la messa al bando e l'incoraggiamento del consumo di "vodka". Ultima tappa, l'era del proibizionismo negli Stati Uniti, esempio fallito di bloccare l'alcool con esiti disastrosi e malavita plaudente. E pensare che Benjamin Franklin (l'inventore del parafulmine nonché uno dei padri fondatori degli Stati Uniti) sosteneva che il vino sia «la prova che dio ci ama, e che ama vederci felici» e che «il diluvio di Noè avesse lo scopo di punire l'umanità per aver bevuto acqua».
Il sovietico Beppe Stalin, invece, era noto per le sue famigerate cene con il Politburo in cui si susseguivano brindisi e bevute annesse con cattiva sorte per chi fingesse di bere, finendo nella lista nera con conseguenze nefaste.
Non aggiungo altro se non due citazioni simpatiche dal libro.
La prima tratta dall'inizio: «Nonostante il principio attivo, l'etanolo, sia identico, le persone altereranno la loro condotta in base alle origini e alle associazioni culturali del cicchetto in questione. E' molto probabile che gli inglesi diventino rissosi dopo qualche pinta di lager, ma date loro del vino - che è associato all'eleganza ed alla Francia - e si faranno pacati, sofisticati e, nei casi più seri, si faranno spuntare un basco. C'è un motivo se esistono i "lager-louts" (i teppisti da birra) ma non i vandali del vermouth o i contestatori del "Campari"».
La seconda dalla fine: «La "Nasa" ha recentemente pubblicato un rapporto interno in cui si ammette che, durante almeno due lanci, tutti gli astronauti erano conclatamente e completamente sbronzi, con tanto di allegri singhiozzi. Non dovrebbe sorprenderci. Le persone lavorano ubriache da millenni; e, a essere sincero, se stessero per spararmi verso il vuoto senza fine a una velocità che supera di diverse volte quella del suono, vorrei buttar giù un bicchierino della roba migliore che c'è. Questo è il nostro passato ed è anche, ne sono certo, il nostro futuro. Un giorno molto lontano, quando gli scimpanzé avranno conquistato i birrifici, quando gli elefanti avranno occupato le distillerie e tutti i pub saranno pieni di moscerini della frutta disperati, dovremo, come specie, inghiottire il nostro ultimo bicchierino terrestre, barcollare a bordo della nostra astronave e lasciarci alle spalle questo piccolo ammasso di sassi. Sarà un grande viaggio. Mentre penetreremo l'atmosfera abbandonando la cara vecchia Terra, gli dèi saranno lì ad accoglierci: Ninkasi, Hathor, Dioniso, Bacco, Thor, il Centzon Totochtin, Madam Geneva. La Venere di Laussel soffierà nel suo corno girandolo per una volta dalla parte giusta. E sfrecceremo come ubriachi verso l'infinito».
Ci si trasferirà in un pianeta con l'acqua, ma poi un goccetto di qualcosa di più forte spunterà.

Pensa che ti passa

I vice presidenti del Consiglio dei Ministri, Luigi Di Maio e Matteo SalviniPer chi abbia ancora voglia di avere un pur residuo interesse per la Politica, val sempre la pena - a meno di scegliere l'eremitaggio - di seguire le vicende italiane con l'evidente apprensione di non capire bene dove si stia andando e con la sgradevole sensazione che si vaghi nel vuoto, ma riempiendolo con una comunicazione ossessiva e martellante nella speranza che i cittadini risultino sempre più come degli utili idioti. Chi lo dice, naturalmente, è - mi autodenuncio - un "radical chic" e perciò posso scriverne liberamente. In contemporanea mi arrendo e spero che il campo di rieducazione digitale sia confortevole.
Ha indubbiamente ragione chi segnala che la deriva populista - quella dell'"uomo del Destino", che in Italia porta male ai cittadini e anche a chi crede di esserlo - non è frutto improvviso del crescente (nei sondaggi) Matteo Salvini e del suo declinante partner (nei sondaggi, ed è un bel paradosso) Luigi Di Maio, ma ha radici profonde nel sistema politico italiano.

Seduto nel "Pronto Soccorso"

L'ingresso del 'Pronto Soccorso' dell'ospedale di AostaSeduto nel "Pronto Soccorso", aspettando gli esiti laboriosi di una frattura di mia madre (nel frattempo già operata al femore con grande efficacia), guardavo a questo mondo dolente, cui non so come facciano - meritoriamente, beninteso - i medici e gli infermieri ad abituarsi. Mai avrei potuto fare una professione sanitaria, specie laddove regna il dolore e quella attesa sospesa di sapere gli esiti diagnostici dei propri problemi di salute.
C'è di tutto in attesa, compresi molti sciatori stranieri vittime di incidenti sciistici, ognuno viene catalogato con i codici che scandiscono la gravità della malattia. Ogni tanto si avverte come l'arrivo di un'ambulanza scuota questa logica scadenzata in cui ognuno segue la disciplina imposta.

Rocco Schiavone e il Casinò

Rocco Schiavone (interpretato da Marco Giallini) al teatro Romano di AostaLa prima volta che mi trovai per le mani un suo libro era il 2013. Si trattava di "Pista nera", ambientato sulle piste nella mia amata Champoluc. Sapevo poco dell'autore, Antonio Manzini, attore, scrittore e sceneggiatore nato a Roma nel 1964. Mi incuriosiva la scelta - che pensavo fosse temporanea ma non lo è stata - di un'ambientazione valdostana.
Nel frattempo Manzini è diventato un giallista sempre più famoso e la sua consacrazione è stata sancita dalla trasposizione televisiva del suo personaggio in una serie televisiva "Rai" di grande successo, dedicata appunto al suo personaggio, Rocco Schiavone. Personalmente ho continuato a leggere i libri per la capacità di creare trame avvincenti e per i disegni sempre meglio definiti dello stesso personaggio principale, che hanno definito una logica crescente di serialità.

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