Un Santo,un Papa e un Comune con la faccia di bronzo

Sono davvero dispiaciuto di non poter essere ai primi di Settembre in Val Formazza per un convegno scientifico su San Bernardo di Aosta, una personalità straordinaria, ancora molto da studiare. Ricordo che è il santo delle Alpi, patrono anche degli alpinisti e dei viaggiatori. A deciderlo fu nel 1923 Papa Ratti. C'è un bel libro "Pio XI Achille Ratti: il prete alpinista che divenne Papa", scritto da Domenico Flavio Ronzoni, che racconta la sua vita e anche dell'eccellente curriculum alpinistico di Papa Ratti, quando era ancora Don Achille, con un’attività che si svolse tra il 1885 e il 1913. Due sono molto importanti: la prima ascensione italiana alla Punta Dufour (m 4634) raggiunta dall’himalayana parete Est del Monte Rosa, e l’apertura di una nuova via - percorsa in discesa - sul versante italiano del Monte Bianco, che diverrà la Via Normale italiana, poi chiamata “Ratti-Grasselli” o “Via del Papa”.
Scriveva il futuro Papa: ”.… l’alpinismo vero non è già cosa da scavezzacolli, ma al contrario tutto è solo questione di prudenza e di un poco di coraggio, di forza e di costanza, di sentimento della natura e delle sue più riposte bellezze, talora tremende, allora appunto più sublimi e più feconde per lo spirito che le contempla”.
Fu dunque tutt'altro che un caso la sua Lettera Apostolica con cui proclamò San Bernardo patrono degli alpinisti, invitando a Roma le sue amiche guide di Courmayeur. Leggiamo cosa scrive Domenico Agasso su santiebeati con tono militante: "Grazie a uomini come lui, l’Europa ha rialzato la testa mille anni fa, dopo aver preso schiaffi per secoli un po’ da tutti: Arabi, Normanni, Slavi, Ungari... Alcuni lo dicono nativo di Mentone. Da documenti vicini al suo tempo risulta di famiglia valdostana: e ad Aosta egli diventa arcidiacono della cattedrale, noto anche come predicatore. Di lui è più ricordata tuttavia l’opera di rianimatore della vitalità europea in uno dei suoi punti più colpiti: il passo di Monte Giove (detto poi in suo onore Gran San Bernardo). E’ l’importantissimo valico che consente il viaggio lineare da Londra alla Puglia, per merci, persone, idee. Dice una preghiera in suo onore: "Il miracolo di Monte Giove, o Bernardo, mostrò la tua santità. Qui tu hai distrutto un inferno e costruito un paradiso".
Alla fine del IX secolo, forze arabe partite dalla loro base di La Garde-Freinet (Costa Azzurra) hanno occupato con altri valichi quello di Monte Giove e i villaggi dei due versanti. Qui si sono poi dedicati a rapimenti, sequestri, uccisioni, incendi di monasteri, chiese, paesetti. Ci sono poi signorotti locali, cristiani, che li assoldano volentieri per le loro contese; e non manca chi si spinge fino a imitarli nelle estorsioni. Questo è l’“inferno”. E finisce dopo che nel 973 Guglielmo di Provenza distrugge la base araba di La Garde-Freinet, provocando il ritiro delle bande dai monti. Per l’alto valico (a 2.473 metri) riprendono i passaggi, con gravi disagi per ciò che è stato distrutto o bruciato.
E qui arriva Bernardo. Che non porta subito il “paradiso”. Anzi: il suo lavoro inizia nella prima metà dell’XI secolo con molte difficoltà e pochi mezzi. Ma con un’idea innovatrice: tagliare a metà la consueta tappa Saint-Rhémy (Val d’Aosta) Bourg-Saint-Pierre (Vallese) e stabilire una tappa intermedia proprio sul valico. Intorno all’idea, per opera sua e dei continuatori, si sviluppa l’organizzazione. Invece di un semplice rifugio, i viaggiatori, i cavalli, le merci, troveranno accoglienza organizzata, servizio efficiente, sotto la direzione di una comunità monastica impiantata da lui, e cresciuta dopo di lui, con lo sviluppo di edifici e servizi dalle due parti del valico. A Bernardo si attribuisce anche la fondazione dell’ospizio sull’Alpe Graia (Piccolo San Bernardo), ma la cosa non è certa".
Invece, oggi possiamo dire oggi che è così, perché ci sono documenti che lo dimostrano.
Torniamo al testo: "E poi c’è l’altro Bernardo: il predicatore, non solo nella Vallée; anche nella zona di Pavia, ad esempio. E nel Novarese: in sintonia con la riforma della Chiesa, Bernardo si batte contro l’ignoranza e i cattivi costumi del clero, l’abbandono dei fedeli, il commercio delle cose spirituali. E’ la parte meno nota della sua vita, ma è anche quella che impegna tutte le sue forze. Anzi: Bernardo muore appunto facendo questo lavoro, mentre si trova a Novara, la cui cattedrale custodirà poi le sue spoglie".
E proprio da Novara sono partite le prime iniziative per ricordare San Bernardo, visto che nacque probabilmente tra il 1016 e il 1020 (ad Aosta!) e morì a Novara nel 1081 o nel 1086. Dunque si è deciso che le manifestazioni si svolgeranno in questi anni, culminando i 1000 anni dalla nascita nel 2020! Occasione enorme per ribadire che San Bernardo non è di Mentone. Quella definizione è frutto di un falso storico, oggi si direbbe di una “fake news”: una nobile famiglia francese di Menthon in Alta Savoia, volendo attribuirsi la paternità di un santo nato nel loro castello, si era rivolta nel XV secolo a tale Richard de Valdisère commissionandogli un manoscritto su la “Vita di San Bernardo da Mentone”. Balla spaziale che ancora sopravvive alla realtà storica di un Santo valdostano con la faccia di bronzo del Comune francese autoproclamatosi, senza neppure il senso del ridicolo, Menthon-Saint-Bernard. Poveri noi: consola l'idea che del tarocco Pio XI sapesse bene.

Davvero lo stereotipo del montanaro?

Il nonno di Mariano Allocco e Mauro CoronaCi scriviamo spesso con il mio amico occitano, Mariano Allocco, grazie a quelle tecnologie che hanno accorciato i tempi altrimenti impossibili della posta ordinaria e annullate le distanze fra le rispettive vallate alpine. Basta un clic e scambiamo pensieri o sinteticissimi o attraverso quello che ognuno di noi scrive, in modo più diffuso, sui "social".
Commentavamo, tempo fa, certe "sparate" del modello televisivo del montanaro, il prolifico scrittore Mauro Corona, che conobbi tanti anni fa, quando era artigiano del legno, senza ancora questa passione per la scrittura, che lo ha reso personaggio famoso e montanaro da apparizione televisiva o sui giornali a tutto campo.
Scrive Mariano: «Ma chi decide chi è l'intruso? A chi è funzionale lo stereotipo del montanaro incolto, rozzo e maleducato? Perché è sempre di moda questa rappresentazione?
Guardo le vecchie fotografie di famiglia, tutto trasmettono meno che quell'immagine. Persone fiere, sia negli abiti della festa che in quelli da lavoro. C'è della sostanza, della storia, del vissuto, del pensato, c'è un mondo in quelle fotografie di montanari, un mondo che ho visto e vissuto. In esse, in trasparenza, si legge la storia antica di genti che con orgoglio hanno popolato, vissuto e rese stupende le vallate alpine. Non c'è folclore né posa, c'è libertà, fierezza, cultura, lavoro , voglia di vivere e determinazione. C'è il bagaglio di un vissuto di coloro che sul Monte "vivevano a luogo, fuoco e catena e vi facevano la Pasqua" e del Monte hanno fatto un giardino stupendo.
Questo fino al grande esodo del dopoguerra che ha concluso il prosciugamento delle Alpi, quando migliaia di aziende alpine sono state volutamente lasciate fallire per alimentare l'industrializzazione della pianura padana, il bilancio economico e sociale di questo esodo rimane da fare. A tutto questo era funzionale lo stereotipo del montanaro incolto e primitivo che dal neolitico scendeva verso la civiltà.
Questa storia è finita però, pochi hanno capito che l'anello debole è la città, l'inurbamento durato due secoli ora è al capolinea. Per qualcuno però bisogna ancora grattare il fondo del barile e allora questo mito non deve finire, allora conviene fare in modo che questa farsa continui, allora bisogna continuare a riproporre miti e ritualità.
Allora servono sacerdoti officianti che sappiano recitare la parte in commedia, facile trovarli, il modo è semplice. In questa sceneggiatura ritrovo evidenti tracce di un rapporto coloniale nei confronti del monte. Se si pone la centralità sull'ambiente serve qualcuno che dica "Vogliamo capire o no che siamo noi gli intrusi?".
Se la centralità è sull'uomo che l’ambiente vive è più difficile trovare modi e potenza per affermarlo. Interesse di tutti un confronto tra le due parti, non ci sono alternative. L'immagine di Mauro Corona, eletto a moderno maître à penser, al confronto di quella di un montanaro, mio nonno, classe 1886, boscaiolo e bottaio, credo rendano l'idea di quanto siano lontani due mondi che stanno perdendosi di vista. Meglio sicuramente queste due foto che non tante parole e scritti»
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Aggiungo il mio personale imbarazzo: nessuno discute l'artista e lo scrittore - ci mancherebbe - ma per fare l'opinionista ci vuole altro e talvolta la forma - cioè evitare di dare l'idea che per essere montanari bisogna fare il "buon selvaggio" - è anche sostanza. Così per andare in televisione il nonno di Allocco si sarebbe fatto un bel bagno, pettinato e vestito civilmente, ma certo sarebbe stato meno "personaggio"...

Liguria fra ricordi e realtà

Uno scorcio da ImperiaHo passato da quando avevo sei mesi per una ventina d'anni tutte le estati in Liguria. Non erano vacanze, era una villeggiatura nei luoghi natali di mia mamma ad Imperia, Riviera di Ponente, non avendo più - parte paterna - legami con Moneglia, dall'altra parte della Liguria, di cui sono originari i Caveri, valdostani ormai da 150 anni...
Per questo ho amato tante poesie rievocative di Eugenio Montale, come "Riviere", i cui primi versi sono:
«Riviere, / bastano pochi stocchi d'erbaspada / penduli da un ciglione / sul delirio del mare; / o due camelie pallide / nei giardini deserti, / e un eucalipto biondo che si tuffi / tra sfrusci e pazzi voli / nella luce; / ed ecco che in un attimo / invisibili fili a me si asserpano, / farfalla in una ragna / di fremiti d'olivi, di sguardi di di girasoli».

Eccoci a Ferragosto!

La spiaggia a FerragostoLe "feste comandate" - in origine quelle imposte dalla Chiesa, cui si sono aggiunte festività civili - sono come boe nel mare degli anni della nostra vita. Mutano significato, ma sono sempre lì in agguato e naturalmente le festeggio, anche se cerco di non essere proprio pecorone su che cosa fare. Oggi, ad esempio, non sarò stanziale, come da regole di Ferragosto, ma "on the road" per riportare mia madre dal mare.
La parola "Ferragosto" - lo ricordo a me stesso, riuscendo a dimenticarlo di anno in anno - deriva dal latino, "Feriæ Augusti", la festa pagana, introdotta in onore dell'imperatore romano Augusto (proprio lui il fondatore della "nostra" Augusta Prætoria), con cui, dal primo giorno del mese di agosto si celebrava la raccolta dei cereali.

Maniaci delle previsioni meteo

Un temporale in arrivo ad AostaOrmai viviamo tutti con una certa fissazione da previsioni meteo, che siano da leggere per sapere che tempo farà dove abitiamo o sia per capire che cielo troveremo dove andiamo. Ciò avviene molto più di quanto ci interessasse in passato e questa attenzione così forte influenza la nostra vita quotidiana e determina i nostri movimenti.
Penso di essermi abbastanza specializzato a cercarne di buone e, per esempio, se devo andare all'estero meglio affidarsi ai sistemi meteo di quei Paesi piuttosto che alle ricopiature su sistemi internazionali o ai cloni su quelli italiani. Conta l'accuratezza.
In Valle d'Aosta il tema non è di poco conto, visto che gli arrivi dei turisti, ma anche la durata dei soggiorni, possono essere influenzati dalla bontà o meno delle previsioni e ci sono centinaia di esempi disastrosi derivanti in questi da previsioni "che non ci hanno preso".

L'uomo è ciò che mangia

Le antiche 'targhe alimentari' che si trovavano fuori dai negoziNon mi infilo nella spiegazione del perché il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, ottocentesco, abbia inventato un modo di dire poi diffusosi: «L'uomo è ciò che mangia». Si sappia, però, che in lingua tedesca ("der Mensch ist was er isst") è un singolare gioco di parole, data la somiglianza tra "ist" (terza persona singolare del verbo "essere") e "isst" (terza persona singolare del verbo "mangiare"), che ovviamente in italiano rende meno.
Nella sostanza, mai come di questi tempi, siamo diventati attenti a che cosa mangiamo rispetto al passato, consci di come il passaggio tra cibo ed organismo incida moltissimo, nel bene come nel male.

Séverin Caveri e il suo pensiero

La targa della piazza di Aosta dedicata allo zio SéverinMio zio Séverin Caveri morì quarant'anni fa. Da allora ad oggi molte cose sono cambiate per la Valle d'Aosta per mutamenti endogeni ed anche esogeni per il contesto in cui ci troviamo in Italia, in Europa e nel mondo, ma credo che la sua eredità politica e morale resti intatta e riguardi anzitutto - per lui che fu fra i fondatori e poi leader per decenni dell'Union Valdôtaine - l'impegno per costruire il futuro. Da parte sua, lo fece sin dalla "Jeune Vallée d'Aoste" in cui entrò giovanissimo e fu Emile Chanoux - di cui fu poi testimone di nozze e custode delle sue idee dopo l'assassinio - a chiedere a suo papà, mio nonno René, l'autorizzazione per farlo partecipare alle attività di quell'associazione autonomista, che fu fra le poche fiammelle di libertà rimaste con l'affermarsi del Fascismo.

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