Gatti “maomettani”

Amo gli animali di un amore sincero. Naturalmente facendo dei distinguo sul mondo animale nel suo complesso, visto che conta - secondo i calcoli assai diversi fra loro - dai 3 ai 100 milioni di specie. Aggiungo che sarei falso a dire che, in questa Immaginaria Arca di Noè di cui non riesco neppure a concepire la stazza, mi piacciano tutte queste specie in modo indiscriminato. Arranco tra l’altro di avere contezza di a che cosa corrispondano in concreto numeri così da capogiro, sarei un ipocrita.
In più esiste un principio abbastanza assodato: a noi interessano di più, come simpatia e empatia, gli animali con un muso più simile al nostro e che hanno accettato la domesticazione. Chi dice - che so! - di amare ragni, coccodrilli, zanzare, lombrichi ha dei seri problemi.
Preciso ancora che l’amore non sfocia nell’animalismo estremo, che mi repelle come una zecca o una pulce, girando attorno a teorie di una zoofilia antiumana che fa venire in brividi nella foga che diventa poi azioni violente e autolesionismo verso la specie umana, che ha enormi doveri sulla Natura, ma resta l’unica con un cervello dimensionato per pensare a livelli irraggiungibili già per i primati a noi più simili. Che poi la razza umana sia capacità di nefandezze terribili lo sappiamo bene, ma non cambia il dato.
Questo penchant pro animali non significa che io non abbia, ad esempio, un rapporto sin da piccolissimo assolutamente particolare con i gatti (a pari livello coi cani, ma quella è altra storia). Questo felino portatile è una meraviglia e ha un legame con noi umani che mai gli ha fatto mancare quello spirito di libertà che ha trasformato altri animali domestici in nostre appendici. Il gatto resta il gatto e ci osserva con quell’aria un po’ così di chi, in fondo, pensa che ad essere stati addomesticati siamo noi e non viceversa.
Oggi non ho gatti, perché per un crudele contrappasso mia moglie è allergica al loro pelo. Pare che non diano problemi il gatto Norvegese, che però ha una stazza improponibile e anche il famoso gatto Canadian Sphynx, del tutto glabro, ma questa sua nudità senza pelliccia mi fa troppa impressione.
Visto che ogni tanto si scoprono cose nuove al mio patrimonio di gattofilia si è aggiunta divertente rivelazione, avvenuta in queste ore in Turchia e di cui non avevo mai avuto consapevolezza in Paesi dove la fede islamica è ben più solida di quanto sia ancora oggi il Paese della mezzaluna grazie all’iniezione di laicità, ormai quasi anni cento anni fa, dal grande traghettatore verso la modernità che fu Mustafa Kemal Atatürk. Oggi Erdogan immagina un destino da Califfo del tutto in controtendenza con questi sforzi. Altra storia, meno amena mei mici.
Ma torno ai gatti, grandi amici della mia vita e allo stupore di vedere anzitutto ad Istanbul gatti randagi sui generis dappertutto, compresi i luoghi turistici più noti. Sui generis perché sono amati, rispettati e accuditi della popolazione. Nella religione islamica l’animale è considerato puro e immacolato, ma il rispetto deriva anche dall’affezione dimostrata dal profeta dell’Islam, Maometto. Una leggenda narra che avesse avuto una gatta di nome Muezza alla quale era particolarmente legato. Trascorreva molto tempo con lei. Un giorno, Muezza stava riposando su un lembo del mantello del profeta. E chiunque conosca i gatti sa che quando dormono sono catalettici e disturbarli è un delitto. Mentre il Profeta e la gatta erano in pieno relax, una campana suonò per avvisare che era arrivata l’ora della preghiera. Maometto non voleva certo mancare ai suoi doveri, ma non se la sentiva di interrompere il sonno di Muezza. Dopo averci pensato un po’ decise di tagliare il pezzo di mantello sul quale la gatta si era accoccolata. Recise il lembo e si recò alla preghiera. Quando la preghiera terminò, Maometto tornò da Muezza, che nel frattempo si era svegliata. Lei si produsse in un inchino prolungato per ringraziarlo di averla lasciata riposare. Allora lui, colpito da tanta gratitudine, offrì una serie di doni alla sua gatta e a tutti i gatti che sarebbero arrivati dopo di lei. Li dotò - così dice la storia - della capacità di sopravvivere alle cadute, anche da altezze significative, diede loro nove vite e riservò per loro un posto in Paradiso. In più, donando a Muezza un pezzo del suo mantello, intriso della magia del Profeta, egli conferì alla gatta e a tutti i suoi simili poteri straordinari. Da figlio di veterinario posso testimoniare certe insperate risorse fisiche dei gatti!
Di questa “protezione” maomettana ora ne usufruiscono i gatti multicolori che a Istanbul si aggirano fra i caffè e le moschee, dentro musei e giardini con fare indolente, come se fossero espressione della bellezza e del carattere che li circonda. A loro, in particolare a sette di loro scelti nel mazzo, è stato dedicato «Kedi. La città dei gatti», il docu film che la regista turca Ceyda Torun ha realizzato seguendoli per lungo tempo fra i vicoli dell’enorme città distesa fra Asia e Europa. Film - consigliatomi dalla guida turistica - perché dimostra in modo magistrale questo rapporto particolare con il felino.
Ma anche ad Antalya, la città sul Mediterraneo del turismo costiero, culla di civiltà antiche che si sono succedute a governarne i porti, ho visto gatti come piccoli califfi. Nei pressi del centro esiste un villaggio dei gatti con casettine come abitazione per grandi e cuccioli, che riportano sopra la porticina il nome di chi - mecenate dei felini - l’ha offerta in dono.
È una piccola storia che racconta di come aspetto sociali e culturali si intreccino fra passato e presente.

Notizie vicine e lontane

I Carabinieri che, a Reggio Calabria, portano via gli arrestatiAnche da distante, come sono in questi giorni, seguo la cronaca valdostana, pur ripromettendomi di scrivere da qui - per necessità di decompressione - più di cose varie piuttosto che di storie della Valle con cui troppo spesso durante l'anno riempio questo mio spazio quotidiano. In molti casi si tratta di fatti attinenti la politica e le sue molte sfaccettature in un periodo nel quale c'è poco da stare allegri e covo sempre di più e direi ormai pugnacemente la determinazione che non si può assistere senza fare nulla a certo sfacelo.
Un tempo la distanza impediva di stare in contatto e certe vacanze aveva un sano effetto di straniamento dalla quotidianità del tran tran della propria vita. Ricordo in fondo con ingenua nostalgia quando capitava davvero, neppure dovendo essere dall'altra parte del mondo, di ritrovarsi senza notizie di questioni domestiche.
La prima volta che mi capitò di fare un viaggio da solo avevo quindici anni e fu con amici il giro in moto della Camargue. Telefonare a casa era un'impresa ed il patto stipulato con i miei genitori fu «nessuna notizia, buona notizia», vale a dire che se mi fosse capita qualcosa lo avrebbero saputo di certo e dunque bastavano ed avanzavano rare telefonate di circostanza quando trovavo una cabina telefonica.
Poi, crescendo e viaggiando, ho visto spesso il cambiamento epocale, quando mi trovai in un'isola tropicale e riuscivo a collegarmi agli esordi di Internet dal computer del villaggio con quel rumore inconfondibile di inizio del contatto e fu la fine di quel distacco da vacanza remota che permetteva di staccare davvero la spina. Oggi con il telefonino appresso, anche se lo lasci in camera, è come potersi trovare in ogni momento nel cortile di casa. Naturalmente senza avere quell'insieme di contatti ed informazioni che possono rendere più vivida e concreta ogni notizia, stando sul posto.
Così mi sono figurato, leggendo di questa ultima operazione di 'ndrangheta sull'asse Calabria -Valle d'Aosta, che cosa possa pensare un lettore medio di fuori Valle delle continue e reiterate notizie di cronaca giudiziaria, che ormai costellano la società valdostana ed anche il suo mondo politico. Il pendolo oscilla sempre fra il fragore delle prime rivelazioni con fatti e personaggi e le risultanze processuali, spesso a distanza di molti anni per non parlare di certe prescrizioni o riabilitazioni del passato che consentirono verginità e rientro in politica a chi in un Paese normale avrebbe dovuto lasciare cariche pubbliche. Ma in Italia si pensa ancora oggi che un bel successo elettorale sia una specie di lavatrice e ci si appella spesso al voto popolare più che a ragioni morali, che altrove hanno il loro peso per chi si impegni in politica.
Queste notizie periodiche di inchieste pesanti per la reputazione di una comunità intera, di attesa di processi che si protraggono con tempi biblici sino in Cassazione, di commenti fra innocentisti e colpevolisti senza toga e spesso per partito preso creano una situazione terribile nell'immaginario non solo di noi valdostani ma anche di chi non ci conosce e nel tempo ha dovuto cambiare giocoforza il suo giudizio per la cascata continua di vicende torbide.
Ecco perché nel caso delle infiltrazioni della mafia calabrese - per fare un esempio concreto dello stillicidio nocivo - non si può avere ormai un atteggiamento attendista. Ma bisogna, senza colpevolizzare l'intera migrazione calabrese, avere dei punti fermi che uniscano e che non dividano per ragioni elettoralistiche o di posizionamento politico.
E' infatti intollerabile che la maggioranza degli onesti debba subire una trasformazione radicale dell'immagine positiva e fattiva della comunità valdostana e dunque, fatta ammenda di troppi silenzi, complicità e sottovalutazioni, bisogna uscire dalla logica difensiva e talvolta piagnona e fare pulizia senza sconti.
Esiste infatti il serio rischio che a cavalcare la situazione possano essere i molti che da sempre aspettano il momento buono per buttare via l'acqua sporca con il bambino, cioè l'Autonomia speciale, per sopraggiunta indegnità di tutto - chiamiamolo con triste linguaggio da inchiesta mafiosa - il "terzo livello", quello politico, che ha finito per svilire diritti e doveri.
Sarebbe bene su questo chiedere gli opportuni distinguo e battere un colpo, evitando atteggiamenti millenaristici alla Savonarola con «tutti al rogo», ma distinguendo il grano dalla pula sia a difesa di chi ha agito correttamente sia di chi vuole impegnarsi in politica senza pensare che questo significhi insozzare la propria credibilità.

"Coca-Cola": i retroscena del successo

L'evoluzione della bottiglietta della 'Coca-Cola'Non ho precisa idea di quando abbia bevuto la mia prima "Coca-Cola". Quand'ero ragazzino ricordo altre bevande, tipo la "spuma" quando giocavo a pallone o la "gazzosa" al bar coi genitori, per poi evolversi in cose tipo "acqua tonica" o aranciata.
Ma dalla discoteca e dalle feste varie in poi la "Coca-Cola" l'ho bevuta sola o con qualche alcolico dentro (il rum, per dire). Poi l'ho bevuta dappertutto nel mondo dove sono stato e la bevo oggi in versione "Zero" o "Light".
Mi hanno sempre divertito le leggende metropolitane su questa bevanda, tipo che con l'aspirina sballasse, che fungesse da contraccettivo, che fosse un potente solvente. Immagino che ce ne siano molte altre.
Ora trovo un lungo articolo di Yann Contegat su "Daily geek show" che racconta una storia mai letta, neppure su di un libro che lessi anni fa sull'avventura della bibita stelle e strisce.

Narciso, un fiore per cambiare

Fabrice Midal«Sei un Narciso!». Non ve lo siete mai sentiti dire? Eppure questo famoso narcisismo (tipo eccessiva ammirazione di sé) mi era noto nelle sue fonti classiche, ma - visto che non si finisce d'imparare - ho letto con vivo interesse il libro, frutto di trasmissioni radiofoniche, di "Narcisse n'est pas égoïste" (French Edition) di Fabrice Midal, filosofo e scrittore francese. Una sorta di inchiesta molto colta e che attraversa i millenni, partendo dal mondo antico attraverso scrittori, poeti, pittori, filosofici, psicanalisti. Un viaggio che mira a sdoganare Narciso.
Un breve riassunto del racconto in una delle varie versione, la più nota è di Ovidio: Narciso è figlio di Cefiso, una divinità fluviale, e di Liriope, una ninfa. La madre si dimostrò subito molto preoccupata per la straordinaria bellezza del bambino. L'oracolo Tiresia le consigliò di non fargli mai conoscere se stesso. Da adolescente in molti si innamorarono per questo aspetto così bello. Narciso, però, respingeva tutti.

1969: l'uomo sulla Luna

Buzz Aldrin nel 'Mare della Tranquillità', sulla LunaSi gonfia come un clamoroso fenomeno mondiale la rievocazione di quel 20 luglio del 1969, quando l'uomo arrivò sulla Luna e nacque il verbo "allunaggio". Trovo che ci sia in questa scelta rievocativa di quell'impresa qualcosa in più di una celebrazione di una grande storia nel cammino dell'umanità, ma che sia una scelta pregna di un desiderio di riscatto in un momento assai complesso per il genere umano. E' infatti necessario ora più che mai concentrarci sul destino nel nostro pianeta, che proprio le esplorazioni spaziali ci hanno consentito di vedere dall'esterno con quelle immagini che ne illustrano la straordinaria bellezza. E proprio i misteri del cosmo hanno definito la sua terribile fragilità, ed oggi abbiamo la consapevolezza delle nostre pesanti responsabilità nello sfruttamento della Terra, che si aggiungono alle altre mille incognite che possono cancellare la presenza umana come avvenne con la bizzarra civiltà dei dinosauri.

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