Sui migranti la politica arranca

Un piccolo prologo in riferimento ai terribili avvenimenti di Londra, svoltisi davanti ad un Parlamento antico e simbolico per lo Stato di Diritto e la sua nascita, che mostrano come la linea dura contro gli islamisti - negatori di nostri valori fondanti - dev'essere la regola e non l'eccezione.
Oggi volevo parlare dei migranti, tema assai scottante per la sua incidenza politica, che bisogna affrontare con realismo, senza mai dimenticare i lati tragici e certe commoventi vicende personali. Certo le celebrazioni del Trattato di Roma, già venate da mille problemi che rendono sempre più instabile il processo di integrazione europea (la Brexit del Regno Unito, in lutto per quanto scrivevo in premessa, è stato un clamoroso passo indietro), dovranno fare i conti con questo grosso problema ben presente. La famosa redistribuzione fra i Paesi dell'Unione dei migranti appare infatti come uno dei fiaschi più evidenti nella logica generale, ma cinica, che quelli che si trovano i migranti sul proprio territorio devono cavarsela più da soli che in compagnia. E l'Italia, terra di sbarchi per eccellenza, ne fa le spese e i contrasti violenti con la Turchia liberticida di Erdogan aumenteranno di certo gli sbarchi sulle coste italiane e tra l’altro si sta andando verso la bella stagione che favorisce il flusso, che comporta anche - questo è un legame con le minacce del terrorismo - quei rischi di infiltrazione di estremisti islamici che ormai si sa essere non una fantasia ma un dato di fatto.
In Valle d’Aosta, tanto per fare una breve premessa, il numero ufficiale è di poco più di 300 migranti. Se ho ben capito molti vengono assegnati qui e poi se ne vanno uccel di bosco, mentre, se è vero quanto mi è stato raccontato, in certi casi altre persone – che finiscono l’iter dei ricorsi e non ottengono lo status di rifugiato – vivacchiano comunque in zona non funzionando il teorico meccanismo di espulsione per mancanza degli accordi bilaterali necessari per farlo.
Vero è che su questa storia dei migranti c’è chi ci marcia, costruendo carriere e scenari politici fatti apposta per eccitare gli animi. E tuttavia vale anche l’esatto contrario e cioè chi gioca troppo al pompiere sembra non cogliere fino in fondo l’inquietudine della popolazione, fatta di tante cose. Prima di qualunque fenomeno di xenofobia, che comunque da studi precisi scatta quando una percentuale supera un certa soglia rispetto alla popolazione residente, esistono elementi psicologici di vario genere che influenzano le preoccupazioni. Poi, naturalmente, esiste una legittima curiosità attorno ai meccanismi di finanziamento, visto che alcune inchieste in Italia hanno dimostrato che dove ci sono soldi stanziati per l’accoglienza sulla loro pista si mettono anche personaggi dubbi, che ammorbano il mondo della cooperazione sociale.
I dati comunque degli arrivi in Europa sono sempre quelli che fanno testo e sono chiari, attenendoci all’ufficialità: 22mila nel 2012, 60mila nel 2013, 216mila nel 2014, 1 milione (sì, un milione!) nel 2015 361mila. Per capirci in Italia sono arrivati 153mila persone nel 2015, 181405 nel 2016 (con un incremento del 18%) e oggi si viaggia verso il dato eclatante dei 250mila entro fine anno, se si viaggia con il numero attuale.
La provenienza, per chi sbarca in Italia, è soprattutto Africa: Nigeria (21%), Eritrea (12%), Guinea, Gambia, Costa d’Avorio (7%), Senegal, Sudan, Mali (6%). Partono tutti da quel disastro della Libia, dove a gestire il traffico – ormai confidando sul fatto di lasciare barconi e altri mezzi a chi si occupa dei soccorsi – sono forme di malavita organizzata, che prospera con questo traffico, degno della tratta degli schiavi. La maggior parte sono uomini (71%) e sono cresciuti i minori non accompagnati (16%). Questi dati eclatanti dimostrano la difficoltà di integrazione, ben diversa laddove ci siano delle famiglie. Da notare – e questo fa impressione – che uno solo su venti ottiene il diritto d’asilo per le diverse ragioni previste per legge e si crea dunque una massa di persone che teoricamente non avrebbero diritto di restare, ma - come dicevo – la politica delle espulsioni è di fatto inesistente e questo spinge ovviamente a venire comunque in Italia, perché tanto per riffa o per raffa si resta qui. Anche se, ultimo elemento, l’appeal dell’Italia è minimo e dunque la pressione sulle frontiere verso altri Paesi esiste perché molti vogliono fare fortuna altrove o vogliono ricongiungersi con parenti già istallati in Europa o nel mondo. Ovvio che per chi spera di andare verso gli Stati Uniti ormai è la partita persa, ma anche nell'Unione ci sono - ad esempio in Paesi scandinavi un tempo accoglienti - restrizioni con regole ferree.
La politica arranca senza una strategia: di certo a livello internazionale, di sicuro in Europa, di certo in Italia, dove alla fine esiste un dirigismo statale piuttosto goffo e la democrazia locale conta poco nelle decisioni vere, che poi in realtà ricadono e ricadranno sempre di più su Comuni e Regioni, visti poteri e competenze che perimetrano le necessità dei migranti.
Questo senso generale di impotenza, condito dalla retorica di chi accoglierebbe tutti senza limiti e confini e di chi, invece, chiede i catenacci alle frontiere e muri di contenimento, creerà prima o poi una sorta di black-out con conseguenze gravi. Davvero non si capisce il senso di questa emergenza epocale?

Se trionfa il grand-guignol

Un'istantanea della trasmissione 'Parliamone sabato', chiusa dopo le polemicheE' divertente per clamore e assieme triste per la realtà come, di tanto in tanto, si scopra che la Televisione (ma anche media tradizionali come la Radio o nuovi come quelli nella galassia Web) assume sempre più forme di spettacolarizzazione fuori dalle righe e dal buonsenso comune. Ultimo caso la scelta giusta dei vertici "Rai" di chiudere una trasmissione di intrattenimento, che si era infilata in definizioni delle donne provenienti dall'Est Europa intrise di luoghi comuni offensivi e sessisti, degni di un incidente diplomatico.
Mi sfugge dell'insieme di tutto questo fenomeno di degrado una definizione esatta: mi verrebbe da dire - per provare una sintesi, che però è forse incompleta - "gusto dell'orrido". Mi riferisco al piacere di contemplare spettacoli intrisi di volgarità, cafonaggine, scurrilità, trivialità. O più semplicemente assistere a trasmissioni quasi grottesche nella loro intrinseca violenza e persino con deformazioni della realtà per renderle più appetibili fra urla, insulti, scorrettezze e - peggio ancora - rappresentazione errata dei fatti per piacere di più in epoca di populismi alimentati da storie inverosimili, intrise di menzogne e leggende metropolitane per eccitare gli animi. Nulla di nuovo, si potrebbe dire, pensando al "panem et circenses" dell'antica Roma con i gladiatori, le bestie feroci, battaglie navali, esecuzioni pubbliche. Si aggiunge al repertorio odierno il clamoroso pompaggio della cronaca nera più greve e terribile, che riflette l'immagine di una società sordida e brutale, da processare con tanto di esperti della materia in studio, che sembrano già dalla loro fattezze personaggi da commedia dell'arte.
Scriveva anni fa - era il 2012 - su "La Stampa" Massimiliano Panarari, politologo ed esperto di comunicazione, commentando un "Festival di Sanremo" con parolaccia incorporata: «Segno dei tempi, dirà qualcuno, in un Paese che ha sdoganato la trivialità in ogni dove, a partire dalla discussione politica (anche se qui, a parte alcuni recidivi, l'aria parrebbe cambiata) e dalla "maschia" o spiccia antipolitica. E modalità intergenerazionale e interclassista di comunicare. Come dire, un "vaffa" non si nega nessuno, e una tonnellata di "caz.." al giorno leva lo psicanalista di torno.

 Così fan (più o meno) tutti e così andrebbe la società italiana. Ma, a questo punto, sorge un dubbio - e, magari, pure un sospetto di schizofrenia. Se l'ambizione è riunire nel salotto davanti al piccolo schermo (moderna rivisitazione del foyer domestico) tutti quanti in nome di un "sano divertimento familiare", allora lo spettacolo a suon di turpiloquio non va bene. Per niente».
Più avanti osservava e condivido: «Da qualche decennio, l'Italia fattasi via via sempre più liquida e postmoderna, si è rimodellata, nei comportamenti e nei gusti, intorno a quella che Umberto Eco ha chiamato la neo-tv e, più recentemente, alla sua ulteriore involuzione, ribattezzata dal sociologo Vanni Codeluppi "trans televisione". La vecchia categoria del nazionalpopolare ha ceduto così il passo a una sottocultura dilagante (in alcuni ambiti persino egemonica), la cui irresistibile ascesa si spiega anche con l'avere legittimato i nostri (assai poco commendevoli) basic istinct, turpiloquio compreso».
Questa circostanza non è un fungo nato in una notte, ma fenomeno assestato e non lo scrivo per moralismo becero. Basti pensare che il programma radio più ascoltato in Italia è "lo Zoo" di "Radio 105" che in fascia pomeridiana ormai raccoglie il peggio della volgarità od a Giuseppe Cruciani che con "La Zanzara" su "Radio24" pesta sempre di più - con grande successo di ascolti - sul tasto dell'eccesso verbale.
Quindi non è solo un problema di conduttori e contenuti, ma anche di pubblico che segue troppo il grand-guignol. Situazione che somiglia a coloro che si lamentano ex post di certi politici, purtroppo per loro dopo averli votati.

Non spegnere il federalismo

Matteo Renzi quando era a Palazzo ChigiIl federalismo è stato per molto tempo una marca del dibattito politico valdostano dal secolo scorso a quello attuale e ciò è avvenuto per una serie di elementi particolari che hanno fatto da lievito. In soldoni la vicinanza con la Svizzera, l'impronta culturale dell'ambiente federalista torinese, la capacità locale di contatti con esponenti del federalismo personalista. Tutto per rispondere ad una speranza di autogoverno.
Io stesso ne ho spesso scritto nel solco di questa impronta che aveva caratteristiche singolari, che ho riportato - quando necessario - laddove mi capitava di dover intervenire, comprese le Assemblee parlamentari di cui ho fatto parte, che sono poi state cinque: Camera dei deputati, Parlamento europeo, Consiglio d'Europa, Consiglio Valle e "Comitato delle Regioni".

La primavera, alle 11.29

Una suggestiva immagine dell'equinozio di primaveraOggi ho messo sul mio telefono una suoneria di allerta adatta per segnalare l'attimo, scelta appositamente perché chiassosa e piena di allegria. Voglio pensare di poter cogliere così - scuserete la palese ingenuità - il momento fugace in cui arriverà l'equinozio di primavera 2017, calcolato da noi esattamente per le 11.29 del mattino, in un giorno in cui le ore di luce e di buio dovrebbero essere perfettamente identiche.
Mi piacciono questi ritmi impalpabili, se non per esperti che sappiano dei calcoli astronomici, di cui cogliamo dunque solo un vago senso di un pianeta che torna da sempre sui suoi passi e si sa bene come questa prima stagione abbia finito per essere - e non a caso - qualcosa di più. "Primavera" è parola che viene usata anche in politica, quando si voglia definire il momento iniziale della storia di uno Stato o di una comunità, caratterizzato da forte entusiasmo e tensione ideale: una sorta di momento nascente pieno di energie.

Dal Trattato di Roma alla crisi valdostana

La bandiera europea fuori da Palazzo regionale, durante il Consiglio VallePur con tutte le palesi contraddizioni e le gravi difficoltà di un'Unione europea in profonda crisi a causa di un modello che è risultato deludente rispetto alle speranze di una politica forte e autorevole, il 25 marzo 2017 ricorreranno i sessant'anni della firma dei "Trattati di Roma", considerati come uno dei momenti storici più significativi del processo di integrazione europea. Potrebbe essere - e questo si augura un federalista come me - che sia un'occasione per nulla stucchevole per ripartire e di certo non un passaggio verso un mesto e pericoloso de profundis. Per altro mi vengono i brividi a pensare - come una cupa immagine del tempi attuali - che sabato prossimo nella Capitale ci saranno da una parte la manifestazione pacifica per ricordare l'anniversario e dall'altra una contromanifestazione di anti-europeisti, compresa quella galassia antagonista che profitterà dell'occasione per mettere a ferro e fuoco la città. Facciamo gli scongiuri, sperando che il giorno di festa non si trasformi in tragedia.

La francophonie? Un vaste pays, sans frontières

I documenti in francese del Sous-Préfet Paul CaveriNon cadrò mai nel solito giochino riguardante il francese, che spesso si sente sull'argomento. Quando talvolta in Valle d’Aosta si dice «Francese!», qualcuno obietta in automatico benaltrismo «Meglio l’inglese!». Oppure, altro scenario, «Ma non lo parla più nessuno» e dunque si segnala in sostanza - come se fosse fruttuosa - una visione dell'evoluzione storica in Valle d'Aosta che ha avuto una ricaduta linguistica.
Di recente ho ritrovato due manifesti, ovviamente in lingua francese, firmati - siamo poco dopo l'Unità d'Italia - dal mio bisnonno Paolo "Paul" Caveri, allora Sous-Préfet di Aosta. Ancora in quell'epoca il bilinguismo valdostano ruotava attorno al francoprovenzale, con i suoi diversi patois rimasti tali in assenza di un progetto di normalizzazione linguistica, cioè un accordo su di una lingua standard e naturalmente c'era il francese come lingua solidamente instaurata nei rapporti ufficiali di livello istituzionale ed anche nella Chiesa locale.

Condividi contenuti

Copyright © 2008-2017 Luciano Caveri