Contro l’Odio

Ogni tanto mi chiedo se l’odio debba far parte della Politica e ne sia davvero una componente essenziale, come un combustibile che alimenti l’atavico meccanismo amico-nemico, che sembra essere una delle trazioni su cui si basano i rapporti umani in tutte le loro espressioni.
Quel che è certo è che l’odiatore - un tempo figura considerata abietta tanto da costringerlo spesso a rifugiarsi nell’ombra delle lettere anonime - oggi agisce con sfrontatezza sui Social e mi fa persino a volto scoperto, perché la sua figura è stata sdoganata da certa Politica urlata che fomenta i peggiori sentimenti e comportamenti (fake news comprese) per la semplice ragione che fa audience e permette ottimi risultati sul mercato elettorale. Chi già prima lo faceva - perché di nuovo sotto il sole c’è sempre poco - o in democrazia non lo ostentava troppo per non essere troppo visibile o dava all’odio coperture ideologiche che gli consentiva un comportamento insano ma almeno motivato. Oggi siamo al “liberi tutti” degli odiatori, che diventano anche ad alti livelli un esempio da seguire e c’è un mondo di ignoranti che non vedeva l’ora che si desse la stura a certe operazioni di spurgo.
Personalmente su questo terreno mi sento pregiudizialmente perdente, perché ritengo che Odio sia una brutta parola, che designa un sentimento che macera e ti torna indietro come un boomerang. Forse aveva ragione Antonio Gramsci - ed è l’unica eccezione che concepisco - a dire che bisogna odiare gli indifferenti, categoria che lascia il posto a chi dell’odio diventa cantore e pifferaio magico per chi si accoda.
Da Treccani Odio suona così e sembra persino meglio di quanto di sangue e intestini invece olezzi nelle sue estremizzazioni che riempiono le notizie di cronaca: ”Sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui; o, più genericamente, sentimento di profonda ostilità e antipatia”.
Se si ricorre ai sinonimi l’elenco è lungo: ”astio, avversione, disdegno, disprezzo, esecrazione, livore, risentimento, antipatia, inimicizia, ostilità, avversione, disdegno, intolleranza, disgusto, ripugnanza, contrarietà”. Mi fermo qui nella considerazione che si ritrovano, nella scala che assurge all’Odio, tappe intermedie o definizioni persino di comodo per celare il peggio.
La violenza verbale (talvolta persino fisica) nasconde una mancanza di politica, fatta di un vuoto di idee e progetti, di una mancanza di identità, di visione del futuro e l’inciviltà sembra prevalere sulla civiltà.
L’ultimo rapporto Censis aveva definito il fenomeno come l’Italia del rancore. Con questi scenari: “L'84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. L'onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici”. "
Scrive il Censis: “Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L'astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.
Il “caso valdostano” non fa eccezione, alimentato anche da un turbinio di vicende giudiziarie di cui urge un esito processuale che chiarisca chi uscirà dall’agone politico, e stemperare il clima è necessario perché in una piccola comunità tutto si esacerba e le divisioni eccessive e l’aggressività latente creano barriere che possono diventare invalicabili con esiti distruttivi nel tempo (tenendo conto degli indifferenti citati all’inizio). In più avviene la sostituzione del fare - che richiede coesione sui punti essenziale, evitando inutili blablablà - con lo sterile conflitto perenne che spinge verso il baratro.

Fenomenologia della spiaggia

L'ingresso alla spiaggiaQuando si avvicina la fine della vacanza, fra il pensiero di un anno in più che se ne va ed il piacere della carica di riposo accumulata, restano i pensieri in libertà. Anche i più banali fra di loro ti portano indietro nel tempo a ricordi sepolti sotto la sabbia con il senso che quella sabbia, come quella di una clessidra, tende ad accelerare più se ne è consumata, misurando il tempo che fugge.
Mi viene da dire, scherzando, di come la fotografia plurima del giornalista Beppe Severgnini ci prenda in pieno: «La spiaggia italiana non è solo l'anticamera del mare. La spiaggia è una passerella, una galleria, una palestra, una pista, un ristorante, un mercato, un laboratorio, una sauna, una sala di lettura, un luogo di meditazione, un nido d'amore».
Per uno che si sente montanaro, ma ama i mari, la spiaggia è stata anzitutto un luogo in cui sono cresciuto in un bipolarismo che mi ha formato. Per la semplice ragione che - direi che per più di una ventina di anni - sono stato per i mesi estivi un "tipo da spiaggia", prima al traino dei miei genitori e poi in proprio, partendo dai quattordici anni con il motorino spedito al mare sul treno, che mi aveva finalmente dato la piena libertà di movimento.
Così ho potuto vivere due realtà in parallelo su questa storia della spiaggia e della sua fenomenologia. La prima legata all'età e la seconda agli orari e pure ai mesi. Partirei da queste ultime che si sposano: la spiaggia di giugno non è quella di luglio e agosto per clima, affollamento e tipologia di persone presenti. Sublime è sempre stato (sono al 1977, la scuola iniziava il 1° ottobre!) settembre spesso con il mare piatto e quel languore di un'estate declinante, ormai simile a quando un frutto molto maturo e molto zuccherino già quasi passato. Gli orari poi si somigliano abbastanza per l'intera stagione: nelle prime ore in spiaggia ci sono i veri intenditori, poi arrivano le famiglie, sopravvengono in tardissima mattinata quelli più nottambuli delle compagnie, mentre mamme e bimbi piccoli se ne vanno, il pomeriggio è vario e più si avanza verso la chiusura e più è da intenditori. La notte ormai è vietata nelle spiagge attrezzate, mentre un tempo erano consentite sia chiacchiere fra ragazzi con "bagni di Mezzanotte" che amori al buio fra gli ombrelloni, di cui serbo ricordi fra il romantico e il comico.
La tipologia di persone è varia: dai bagnini (ricordo alla "Spiaggia d'Oro" Giacomo, mugugnone ligure dell'entroterra, e Carmelo, meridionale emigrato dai muscoli in bella mostra) ai vecchietti igienisti (a fare bagni all'alba e ginnastica sulla riva), dalle compagnie rivali a seconda dei Bagni, alle mammine occhieggianti quando i mariti erano in città e quando i mariti c'erano erano loro semmai ad allungare gli occhi, specie quando il topless fu una moda. Del tutto cult è sempre stato il bar della spiaggia e gli annunci vari agli altoparlanti. Nessuna spiaggia tropicale, dove pure sono stato, può restituire l'odore dei krapfen caldi, della pizza appena sfornata, così come delle grida dei "coccobello".
Naturalmente lo sguardo d'insieme muta a seconda dell'età che si ha quando si osserva e gli stessi posti, le medesime circostanze e le persone sulla stessa scena si vedono con occhio diverso, perché questo è il bello della vita, specie per chi non si nasconde la diversità delle stagioni della propria esistenza e le si interpreta come tali.
"Spiaggia" è un termine la cui origine veniva raccontata un'annetto fa su "L'Espresso" e perché non riportarlo? "Spiaggia: è la regina delle vacanze, ed in genere è considerata un luogo ameno ma decisamente inadatto a pesanti sforzi culturali. Eppure spiaggia è una parola con una storia di tutto rispetto. Viene dal latino "plaga", forse intersecatasi con il greco "plaghia" che significava "costa, pendenza, fianco". Nel medioevo era meglio conosciuta come "piaggia", ma esistevano anche le varianti "plaia" al femminile e persino un "plaiu" al maschile. Il termine "piaggia" è usato spesso da Dante, la "s" iniziale odierna è invece un rafforzativo. Un derivato è il verbo "spiaggiare/spiaggiarsi", che dovrebbe indicare le balene arenate, ma spesso è utilissimo per indicare alcuni umani distesi come enormi cetacei sulla sabbia, in caccia di abbronzatura».
C'è anche questo in quel formato in scala, in parte oggetto di specchi deformanti, di piccola società in miniatura che forse un antropologo dovrebbe studiare, piazzandosi in spiaggia con il rischio di passare per un guardone.

"Divide et impera" sulla Valle d'Aosta

Paolo Villaggio nella famosa scena della 'La corazzata Potëmkin'Ci si chiede ogni tanto come fare per il futuro della piccola Valle d'Aosta. Trovo che, quando si è distanti geograficamente ed avulsi per qualche giorno dalla quotidianità, come avviene anche con una breve vacanza, si ottiene quella possibilità di ragionarci più a freddo. Forse questo è il senso profondo che porta a considerare quanto sia importante staccare ogni tanto la spina e guardare le cose con quella distanza che spesso è impossibile ottenere per il coinvolgimento emotivo che fa di noi esseri non solo raziocinanti, ma coinvolti in un intrico di sentimenti e di stati d'animo. Ma la freddezza di guardarci, come da spettatori esterni, serve a toglierci di torno elementi di disturbo nella riflessione.

Piante, venti e rimpianti

La vela gonfiata dal ventoTi capita di pensare a che cosa non sai fare e pensi in quale modo potresti occupartene, in una logica di apprendimento ragionevole. L'elenco di insufficienze può essere lungo: non lo dico per umiltà ma per realismo. Poi, nell'autocritica, sono aiutato dal posto dove mi trovo per limitare l'elenco al recente vissuto. Ciò avviene specie in viaggio, quando si rompe la routine del perimetro delle nostra cultura e pensi a che cosa saresti stato altrove e in altre circostanze.
E' un esercizio interessante, anche se inutile, ma certi elementi di straniamento e di astrazione finiscono in fondo per autocentrarti rispetto a quello che sei davvero, come un realismo di ritorno. Poi, se uno sa giocare con la fantasia, è libero di immaginarsi chissà che cosa.

Il vuoto della nullafacenza

Smartphone e mareIl cambio dei costumi colpisce sempre e non mi riferisco qui al vergognoso rito che ci colpiva da bambini, quando la mamma ci toglieva il costumino bagnato avvolti nell'asciugamano creandoci vergogna e imbarazzo, ma a questioni sociologiche di cui prendere atto e che forse meriterebbero saggi pensosi e non il rischio - come dire? - di figurare in queste mie modeste considerazioni che, per via della stagione, si possono configurare come semplice "cazzeggio", che è più comprensibile della vecchia espressione "parlare a vanvera".
Ci sono cose che non riesci a spiegarti, almeno sino a quando non ci rifletti nel vuoto pneumatico di certe mattinate marine "au bord de la mer". Varrebbe anche per il pomeriggio, se non fosse che arriva salvifico il sonno postprandiale, che è fenomeno naturale accentuato dal caldo e dal senso di vuoto della nullafacenza.

La conchigliologia

Conchiglie varieBisognerebbe avere sette vite come i gatti per potere vivere più cose di quelle che in realtà riusciamo a fare e pensiamo a quanto si potrebbero conoscere in maggior misura anche solo guardandosi attorno con maggior curiosità. Che sia chiaro che nessuno meglio dei poeti traduce da altre lingue altri poeti per una naturale affinità.
Così Alceo, poeta greco antico (la letteratura greca antica ha poesie che lasciano stupefatti), tradotto da Salvatore Quasimodo:
"O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli"
.

Il fatto più affascinate, piccolo inganno a beneficio dell'infanzia, tramandato poi a figli e nipoti, è la storia del poggiare l'orecchio sul foro d'ingresso delle conchiglie più grandi, avvertendo il rumore del mare.

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