Consumatori di oggetti

Che cosa sia un consumatore credo che tutti lo sappiano (“chi consuma, chi acquista e usa un bene a fini personali”) per la semplice ragione che ciascuno di noi lo è e di questi giorni particolarmente impegnativo per via dei regali...
E questa nostra attività è diventata talmente importante da prevedere dei diritti del consumatore, molti sviluppati nelle normative europee, e far nascere un sacco di associazione che dovrebbero tutelarci. Se ci pensiamo un attimo una buona parte della nostra vita è assorbita da questa nostra identità di consumatore. Compresa quella deriva che conosciamo come consumismo, che può assumere aspetti patologici e già citato Natale invita sempre ad un serio esame di coscienza, la cui immagine plastica è - anime candide - l’eccesso di giocattoli riversati sui nostri bambini, che finiscono per non apprezzare più il gesto del dono, pieno di simbologie e di affetto. Per capire la profondità della questione basta una frase dell’economista e filosofo Serge Latouche: “Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità”.
Ma cambiamo scenario. Ogni tanto, nella casa di famiglia dove sono cresciuto e diventato adulto, trovo qualche traccia della mia vita. Che so una vecchia agenda, un libro dell’infanzia, un regalo che ricevetti, una frase scritta a matita su di un libro.
Invecchiando i miei genitori accentuavano un fenomeno comune che già era insito in chi apparteneva alla loro generazione (1923 papà, 1930 mamma): la tendenza ad accumulare le cose e a buttare via davvero lo stretto indispensabile. Retaggio di epoche in cui tutto tornava utile e lo si vedeva anche per il cibo e il suo riuso.
Per cui - esemplare in mia madre - le pareti della casa e i soprammobili ovunque sono diventati una sorta di museo, che ha affiancato scelte consapevoli all’atto della costruzione e dell’arredamento della casa una sessantina di anni fa all’accumulazione - per usare scherzosamente un’espressione poetica di Eugenio Montale di “inutili macerie”. Per capirci basti pensare a certi mercatini dell’usato (in Francia i marchés aux puces hanno una loro storia), dove eredi scaricano oggetti che sono pezzi ormai slegati da circostanze di vite passate che li avevano scelti in chissà quali circostanze e ora sono lì a reclamare un futuro che non sia - come fanno le generazioni attuali, compresa la mia - la logica finale della discarica. Purtroppo gli oggetti non parlano e mi capita talvolta, prendendoli in mano nei citati mercatini, di chiedermi chi ne fosse stato il legittimo proprietario, quali passaggi abbia in vissuto e infine quali sarà il destino di quella bambola, di quella scatola di latta, di quella natura morta, di quel sacchetto di biglie.
Il tempo di vita di un oggetto si è fatto più breve per l’incalzare delle tecnologie. Scherzava ma non troppo Gesualdo Bufalino: “Come invecchiano presto oggi gli oggetti. Una Balilla è già come una colonna dorica”.
Due esempi. Pensiamo ad attrezzi agricoli per la campagna: rastrelli, zappe, secchi zangole che campeggiano in musei etnografici dove i bambini vanno per capire bene cosa fossero o li trovi su eBay per collezionisti e ce sono amanti di ogni genere. Sono oggetti millenari travolti in pochi anni in processo di accelerazione che fa trionfare l’uso e getta. Secondo esempio: i vecchi telefonini che spuntano da qualche cassetto e benché recenti sembrano vecchi come il cucco per via dell’incalzante rivoluzione tecnologica che sforna modelli nuovi con funzioni di cui ci pare davvero di non poter fare a meno.
Inutile fare moralismi o rimpiangere i tempi che furono: questa è la realtà e bisogna forse sforzarsi, con una buona dose di difficile autocritica con esame di coscienza e senza farne un dramma, abituarci di più a pazientare nella foga di acquisti e lanciare qualche segnale di sobrietà da far raccogliere ai nostri figli. Talvolta, nel mio caso, già più saggi di me in certi consumi.

La Politica usa e getta

Il ministro Angelino Alfano, che non si ricandiderà alle prossime elezioni politicheI fatti sono noti: si è diffusa in questi anni la "caccia al politico di professione", come preda da esporre al pubblico ludibrio. Ne posso scrivere con serenità, essendo fuori da ogni ruolo elettivo da quasi cinque anni e prima ancora sono tornato al mio lavoro - dopo ventidue di aspettativa per mandato politico - ormai dal 2009.
Per cui l'argomento è interessante per l'esperienza che ho accumulato, conoscendo negli anni politici di tutte le età, dalla diversa collocazione sullo scacchiere politico, con background e caratteri molto differenti. Sul disvalore del mestiere politico, che personalmente ho sempre considerato pro tempore, trattandosi di un servizio che può finire ad ogni elezione ma che presuppone una professionalità come dappertutto, le questioni sono note: i farabutti e gli inetti ci sono e trascinano tutti a fondo.
Di questi tempi si sono inventate non a caso formule ammiccanti, come la famosa "rottamazione" di Matteo Renzi che oggi per non perdere tutto - lo osservava ieri Enrico Mentana - si coalizzerà con i suoi rottamati. Viene da ricordare - pur significando l'esatto contrario - il famoso hashtag #staisereno, altro cavallo di battaglia di Renzi che si sta rivoltando contro di lui.
Il notista politico del "Corriere della Sera", Francesco Verderami, osservando la politica ed i suoi avvenimenti sempre più complicati, affronta un tema ormai tabù, quello dell'esperienza (oggi si può dire anche del "curriculum" in politica). Osserva l'autore: «Nelle professioni e nei mestieri l'esperienza, insieme all'innovazione, è considerata una risorsa da custodire e valorizzare per vincere le sfide del mercato. In politica invece è passata da anni l'idea che il cambio sistematico delle schiere parlamentari sia l'antidoto al professionismo di Palazzo, lo strumento più valido per rigenerare il sistema. E' un falso mito con cui si tendono a coprire vuoti progettuali ed a perpetuare leadership in crisi. Ma è un meccanismo che, applicato in modo radicale, finisce per danneggiare i cittadini. A furia di rinnovare, infatti, si rischia di non avere personale adeguato a svolgere i compiti istituzionali".
Condivido anche se capisco che si potrebbe ironizzare su una difesa del sottoscritto Cicero pro domo sua. Mica c'è da vergognarsi a ritenersi un politico esperto, almeno spero.
Prosegue Verderami: «Già la legislatura che sta per finire ha rappresentato una novità storica, visto che - per ragioni diverse - i leader delle maggiori forze non sedevano tra gli scranni di Camera e Senato. In più si assiste ora a una fuga dal Parlamento. A prescindere dal giudizio soggettivo, è innegabile che persone come Alfano, Di Battista e Pisapia avrebbero potuto dare un maggior contributo rispetto a un neoeletto che avrà bisogno di tempo per formarsi. Ma i partiti non sembrano curarsi di questo problema: applicano lo spoil-system come un maquillage per tentare di conquistare consensi, e lo gestiscono arbitrariamente, sfruttando i modelli elettorali, senza lasciare l'ultima parola alle urne.
L'inesperienza però non paga, specie ora che le scelte nazionali influenzano e sono influenzate dalle scelte sovranazionali»
.
Il lavoro politico, se fatto con serietà e impegno, prevede studio e applicazione, sapendo che le macchine amministrative e l'attività legislativa, come quella negli Esecutivi, sono storie complicate e piene di rischi personali.
Aggiunge Verderami: «Ed era inevitabile che l'assenza di apprendistato in Parlamento si riverberasse nel tempo sulla qualità dei governi. Non sono mancati casi di ministri in balia della burocrazia italiana e della tecnocrazia europea, rette - quelle sì - da strutture longeve ed esperte, capaci di muoversi nel labirinto delle regole e di influenzare se non addirittura orientare le decisioni sui dossier. Di qui le periodiche polemiche sull'"assenza della politica" nella formulazione delle leggi e delle direttive comunitarie. Ma il danno è (anche) conseguenza di quel raggiro culturale, perché la mancanza di peso e di autorevolezza a un tavolo di trattative sconta (anche) la mancanza della conoscenza».
Così aggiunge l'articolo: «Fin dal sorgere della Seconda Repubblica l'opzione nuovista è stata la risposta alle incrostazioni di potere del vecchio sistema e alle sue degenerazioni. Purtroppo si è finito per gettare il bambino insieme all'acqua sporca: non solo il problema si è riproposto, ma in molti casi i partiti hanno spacciato come ricambio generazionale il meccanismo della cooptazione. Così il rinnovamento dei gruppi dirigenti - che è fondamentale in politica - si è inceppato. E' vero, ci sono delle eccezioni, che non a caso rimandano agli unici partiti i cui vertici sono rimasti "scalabili": il Partito Democratico e la Lega. Ma la legge elettorale appena varata, e che porta di fatto dei "nominati" in Parlamento, alimenta il sospetto che i rispettivi leader abbiano voluto riprodurre un modello di controllo simile a quello di Forza Italia e del "Movimento cinque stelle". La politica italiana appare così un mondo alla rovescia. Evoca la trasfusione della "società civile" nelle liste per garantirsi un'altra legislatura di immortalità. Propone agli elettori il cambiamento per scongiurare il rinnovamento».
Il rischio è evidente e dimostra quanta ipocrisia ci sia in certi slogan che hanno grande successo e che spacciano operazioni al ribasso come grandi cambiamenti. Conclude Verderami: «E intanto a ogni tornata elettorale si abbassa il rating dei rappresentanti, che magari avrebbero delle potenzialità se gli venisse concesso del tempo, se il loro tempo non fosse contingentato, se in un breve volgere anche loro non diventassero il vecchio da sostituire, sacrificati sull'altare di una falsa credenza. Nelle altre democrazie occidentali l'apprendistato nelle istituzioni è considerato invece un investimento sul futuro dei partiti e quindi anche del Paese, garantisce la crescita di nuove generazioni che vengono addestrate all'esercizio della responsabilità. Non esistono "sinedri", non ci sono "ras" e non si bada nemmeno alla data di nascita, che è un altro falso mito: i leader perdenti si dimettono e le forze sconfitte si attrezzano alla successiva sfida con un rinnovato gruppo dirigente e un altro programma. Cambiano i vertici non le basi parlamentari, il cui destino è affidato al giudizio dei cittadini. E' la selezione elettorale, la via darwiniana alla politica che consente alla lunga di avere politici esperti, non parlamentari usa e getta».
Storia quella dell'usa e getta che in parte si è vista e si vedrà anche in Valle d'Aosta con certi periodici cambi di "cavalli" nel solco più della fedeltà che della competenza.

L’ondata nera che preoccupa

Gli adepti di 'Forza nuova' sotto la redazione romana de 'La Repubblica'E' un singolare riflesso che conosco ormai da ragazzo: quando si deve discutere dei rigurgiti neofascisti e neonazisti che ormai sono evidenti e allarmanti si leva qualcuno, in una sorta di benaltrismo intellettuale, e lancia il sasso. L'indignato di turno, con un riflesso pavloviano, ribatte: «e i comunisti?».
Per cui vorrei premettere, nel commentare l'assalto indegno del gruppuscolo di fascisti di "Forza Nuova" con i volti coperti sotto la sede di "Repubblica", che ogni incitamento alla violenza - da sinistra a destra - vede in me lo stesso moto di ribrezzo. Lo dicevo quando ero giovanissimo e nelle assemblee studentesche o nelle riunioni politiche, quando assalivo verbalmente chi parlava della Sinistra terrorista come «compagni che sbagliano».

Autostrade VdA e i pedaggi d'oro

Consueti rallentamenti e lavori sull'autostradaCi sono problemi che tornano e sarà bene ogni volta apprezzarne la complessità. Da qui al 2032 avremo tutto il tempo possibile per lamentarci con scientifica ripetitività degli aumenti autostradali sulle tratte valdostane che, con il trend di questi anni, obbligheranno gli utenti - valdostani o no - a firmare cambiali all'uscita dei caselli. Ormai siano di fronte ad una sorta di ingorda slot machine che mai restituisce gettoni... ma tutto, beninteso, in un quadro di assoluta legalità.
Ricordo il contesto in cui è maturata questa follia solo come memoria, perché è bene non distrarsi sugli elementi di base, altrimenti si protesta come cani che ululano alla luna, che resta lì immutabile con la sterile soddisfazione di lamentarsi.

Accendiamo gli alberi di Natale

Un albero di Natale minimaleEsiste lo spirito del Natale così tanto evocato in quest'ultimo tratto di strada che ci porterà in un battibaleno al 25 dicembre? La mia risposta è certamente positiva e poco importa se la retorica dell'anti-retorica osserva, alla fine, che siamo angustiati dagli aspetti più commerciali, che fanno del Natale un oggetto nuovo e cangiante rispetto al passato. Sarà che il Web è ormai tutta una pubblicità, per cui è ancora più evidente questa aggressività, che tra l'altro nuoce gravemente alle aziende che esagerano con gli spot, diventando talmente ossessivi da generare una forma di rifiuto per il prodotto propagandato.
Eppure - sarà perché sono nato a Natale - ma penso ci sono scelte collettive che avrebbero un loro perché. Anche se non sempre ci vado d'accordo, la mia vecchia mamma - Brunilde, come un'eroina dei Nibelunghi - ad 87 anni, pur vivendo sola, addobba l'esterno della casa con delle luminarie.

Walser: immateriale o materiale Unesco, purché si faccia

L'ecomuseo walser a Gressoney-La-TrinitéHo una certa affezione nei confronti della popolazione walser e non solo perché la mia bisnonna paterna era una De La Pierre Zumstein: mi è sempre piaciuto pensare come questa popolazione di ceppo germanico - installata anche in Valle d'Aosta - sia in fondo una storia straordinaria da raccontare. Partiti dal Canton Vallese - parte germanofona - come dei pionieri del Far West in versione alpina, si sono sparsi in diverse località delle Alpi sin dal Medioevo, quando le frontiere erano ancora flou, prima cioè di vedere nascere gli Stati nazionali veri e propri, pur mantenendo sino ad oggi contatti fra comunità assai distanti anche con un festoso e grande raduno (Walsertreffen) a rotazione triennale fra Italia, Svizzera, Austria, Germania, Liechtenstein e quel che resta di loro in Francia. Aggiungo che ho avuto nelle località walser della Valle del Lys dei giorni memorabili della mia giovinezza, scoprendo la profondità della loro cultura e della loro singolare personalità, oltreché una grande accoglienza per chi diventi loro amico.

Condividi contenuti

Copyright © 2008-2017 Luciano Caveri