La democrazia avvelenata

Mi fa molto piacere quando qualcuno mi dice che legge spesso o anche solo talvolta questi miei pensieri quotidiani. Io stesso ho delle letture saltabeccanti, come oggi ti consente un semplice smartphone, ma con degli appuntamenti fissi che sono diventati una piacevole routine.
Fra questi ultimi il lucidissimo Mattia Feltri su La Stampa, campione di questo genere di riassunto di pensieri che ormai molti giornali propongono con cadenza giornaliera e non sono assimilabili ai vecchi editoriali. Mi sono affezionato a questa lettura intelligente con considerazioni che fanno riflettere o sull’attualità o su di una notizia scovata scavando nel flusso impressionante delle notizie che ci martellano.
Ieri, in un articolo che vale più di un saggio ponderoso, ha ripreso una notizia choc con questo incipit: Il quarantotto per cento degli italiani, dice l'ultimo rapporto del Censis, vorrebbe al potere un uomo forte che non debba curarsi di impicci come le elezioni e il Parlamento. Traduzione: metà di noi s'è stufata della democrazia. Non della casta, non ce l'abbiamo coi papaveri in auto blu, quella è roba superata: ci siamo stufati del sistema di governo del mondo liberale occidentale, come la terza generazione che, dopo la prima che ha fondato l'azienda e la seconda che l'ha ingrandita, per noia sperpera le fortune ignorando la fatica di accumularle. E' sempre più facile buttare giù qualcosa che tirarla su, e noi oggi ci apprestiamo a buttare giù la democrazia perché non sappiamo che comporti l'uomo forte divincolato dagli impicci delle elezioni e del Parlamento, cioè la dittatura. Tutto dimenticato, non abbiamo più padri e spesso nemmeno nonni che la dittatura l'abbiano incisa sulla pelle e ce lo raccontino, è sbiadito tutto quanto è stato scritto, tutto è perduto in un tempo di noncuranza senza passato né futuro. La storia non ci insegna nulla, è stato detto con senno. La democrazia non ci ha reso felici, stop. La democrazia è un cumulo di difetti, stop. La democrazia non ci ha issati sui piedistalli, stop. La democrazia non ha detto abracadabra”.
Già, guardiamoci attorno da valdostani. L’Autonomia speciale un tempo vanto oggi viene scarsamente considerata e anzi se domani sparisse in piazza ci sarebbero quattro gatti. Da fuori una volta ci guardavano ammirati e persino invidiosi e oggi vale l’inverso. Il Consiglio Valle si trascina in sedute fiume e legifera raramente e mancano grandi dibattiti sui temi cardine. Ci sono consiglieri che pensano che la politica sia cattiveria e furberia. C’è che è arrivato lì con scarsa cultura e fallimenti personali alle spalle, ma pontifica neanche fosse un Papa, stando a galla con il solo scopo di fare male, altro che costruire! I Governi si susseguono stancamente con maggioranze ballerine e logiche cospiratrici sempre in agguato e con incapacità di guardare al di là del contingente e le cose peggiorano. A questa crisi l’estrema Sinistra (sic!) indica, avendo i voti che reggono la baracca, l’Uomo forte, buttando a mare tutto il resto.
Prosegue Feltri: “La democrazia liberale, e i segnali c'erano da anni, ha preso l'aspetto di un meccanismo infernale e indecifrabile strutturalmente inadeguato a mettere mano a uno solo dei problemi della comunità e buono giusto per imbandire le tavole e infarcire le tasche di un pugno di blasonati. La democrazia non è stato altro che il sistema per trasferire la promessa di felicità dall'aldilà all'aldiquà: è nata in rifiuto di un Principe investito da Dio del potere di decidere per noi, che dovevamo curarci di guadagnare i titoli per la vita eterna. Così in Inghilterra e in Francia abbiamo tagliato la testa al Re. Ma coi secoli questa promessa di felicità terrena l'abbiamo presa troppo sul serio. Abbiamo scordato che la felicità della democrazia è il diritto di voto, una testa un voto perché siamo uguali, ugualmente dignitosi, inviolabili, innocenti fino a prova contraria, tutti nel diritto di impostare la vita senza i limiti arbitrari e violenti posti dalle dittature. Ecco che cosa è la democrazia, nelle sue prospettive mai pienamente realizzabili: il diritto di andare da qui a lì senza che nessuno ce lo impedisca. Ecco qual è l'inestimabile fortuna offerta, e sperperata da chi non ne ha cura. E il guaio, serio, è che a non averne cura non è solamente il popolo - parola tronfia, inutile - ma gli uomini stessi della democrazia, da anni immersi nell'opera di smantellamento di quanto fu conseguito col sangue, non unicamente durante la Resistenza, ma prima, per secoli. Quanto fu edificato, corretto, cesellato, studiato punto a punto: la sacralità della rappresentanza, la divisione dei poteri, la tutela delle minoranze, i contrappesi che intralciano la decisione ma limitano il sopruso, la presunzione d'innocenza, una delle più grandi conquiste dell'umanità che questa umanità confusa scansa con ribrezzo suicida. Si pensa ad aggravare le pene, a controllare il mondo con videosorveglianze e software inoculati nei telefonini, si riducono i parlamentari con intenti autopunitivi, la fine della prescrizione consegna gli uomini ai loro inquisitori per l'eternità, si tradisce l'esito delle elezioni sull'incipit di un'inchiesta penale, ogni conseguenza ideale del diritto di voto è immolata dalla democrazia, contro di sé, nel nome mistico dell'onestà e della sicurezza e nel tripudio rabbioso delle folle. Serve un uomo forte su cui scaricare l'insostenibile peso della libertà”.
Queste parole in una Valle con povertà di pensiero, in cui si aspettano sentenze che spazzeranno via molti e i giudici scavano su altre storie deflagranti, si rischia la resa della democrazia con godimento dei troppi mediocri e disinteresse di quei meritevoli che stanno alla finestra, rinunciando a intervenire per evitare il peggio per mille tentennamenti che diventano una colpa. In questo clima kafkiano, si lascia spazio a camarille e querelles, ad affaristi e arruffoni, a cinici e arrivisti e la commedia diventa sempre più tragedia, se non si suona - fra chi ci crede - una fine dell’indegno spettacolo che avvelena la democrazia.

Pensieri alla "Nutella"

Nutella...Sono un curioso frequentatore di negozi, dal piccolo esercizio di paese (i pochi che resistono) al grande ipermercato da dimensioni spaziali. Quando vado in giro per il mondo - con preferenza per i prodotti alimentari - giro i chioschetti ed i mercatini di quartiere, così come sono curioso di frutti bislacchi o verdure mai viste sino a spingermi a vedere coltivazioni varie. Trovo che, anche osservando commercianti, avventori, agricoltori si entri in sintonia con usi e costumi e si trovino gusti e prelibatezze mai sentiti prima. Naturalmente come non cedere al provare a tavola i prodotti trasformati?
In questo mi considero un onnivoro cittadino del mondo. Pur osservando un pendolo in azione nei consumi. Da una parte esiste il "chilometro zero" (se si evitano eccessi e paradossi) che mi piace molto ed ammiro chi è in grado di fare evolvere i prodotti tradizionali con nuovi apporti di tipicità attraverso materie prime diversamente utilizzate, dall'altra, invece, una standardizzazione che fa sì che prodotti globalizzati appaiano anche nelle lande più desolate a conferma di un mondo che, in barba ai dazi, segue mode comuni su cui è inutile piangere.
Mi innervosisce vagamente l'eccesso di sovranismo alimentare che fa spiccare sulle confezioni, quando non si tratta di specchietti per le allodole, quel marchio "prodotto italiano", che puzza talvolta di autarchia e contraddice la mia naturale propensione gustativa e mentale a trovare cose nuove. Nervosismo - lo dico incidentalmente - che mi monta anche quando leggo "senza olio di palma" o "senza parabeni", che sono il manifesto che prima certe cose te le ammannivano.
E' di queste ore una polemica, tempesta in un bicchiere d'acqua, rispetto alla "Nutella", prodotto top del "Gruppo Ferrero" che ha sede legale, fiscale, amministrativa dal 1973 in Lussemburgo, ma basta andare ad Alba per capire che le radici sono lì e gli stabilimenti italiani con i suoi occupati hanno un peso importante nell'economia italiana. Non sono un grande consumatore della crema spalmabile, anche se ogni tanto qualche buona crêpe me la mangio, ma ammiravo Matteo Salvini che si mangiava copiose porzioni della "Nutella" per fare vedere - via "social" - quanto fosse popular, seguendo l'abile strategia comunicativa del suo cospicuo staff.
Durante un comizio a Ravenna, poche ore fa, il leader della Lega ha cambiato strategia, tipo lo strappo di mesi fa con i pentastellati. Ad una donna che lo apostrofava dalla piazza ha detto: «No signora, non ho freddo... sto bene. Poi mangio pane e salame e due sardine e sto ancora meglio...». E poi, in risposta ad uno spiritoso, fra il pubblico che ha aggiunto: «E la "Nutella"?», si è lasciato andare ad uno sfogo: «La "Nutella"? Ma lo sa signora che ho cambiato? Ho scoperto che per la "Nutella" usa nocciole turche, e io preferisco aiutare le aziende che usano prodotti italiani, preferisco mangiare italiano, aiutare gli agricoltori italiani».
Osserva il "Corriere della Sera": "Per Salvini si tratta di una novità: in passato aveva condiviso la sua passione per la "Nutella" in molte occasioni. Lo scorso anno, il 26 dicembre, aveva ad esempio postato su "Facebook" una sua foto, commentandola così: «Il mio Santo Stefano comincia con pane e "Nutella", il vostro???».
Prima del ripudio di giovedì sera, la "Nutella" vantava una schiera di fan in grado di coprire l'intero arco costituzionale: famosissima - più delle foto del leader della Lega - la scena di un simbolo della sinistra, Nanni Moretti, nel film «Bianca»"
.
Resta la questione nodale delle nocciole. In visita nelle zone delle Langhe con i miei coscritti mi era stato spiegato come in effetti la "Ferrero" comperasse gran parte delle nocciole disponibili in Piemonte, ma non bastasse a coprire l'enorme quantitativo di barattoli di "Nutella" richiesti dal mercato. Per cui bisognava comperare il prodotto altrove.
Si chiede dunque il "Corriere", facendo eco all'abiura salviniana: "Ma la "Nutella" usa davvero nocciole turche? "Ferrero" è il più grande utilizzatore di nocciole italiane, e in particolare piemontesi, in Italia. La quantità di nocciole prodotte in Italia non può però soddisfare il fabbisogno per la produzione di "Nutella" nel mondo. Secondo una inchiesta della "Bbc", «all'incirca i tre quarti delle nocciole mondiali arrivano dalla Turchia, e il più grande acquirente al mondo è "Ferrero"». La "Bbc", nel suo lungo servizio, non puntava i riflettori sulla provenienza delle nocciole, ma sulla manodopera utilizzata per la raccolta: «A farlo sono soprattutto migranti, anche bambini, che lavorano molte ore per una paga misera». Lo stipendio base per questo tipo di attività, secondo l'emittente britannica, è di quindici euro al giorno.
Ferrero - che è impegnata in un'ampia serie di programmi di sviluppo delle tecniche di coltivazione messe in atto in Turchia - ha risposto a tutte le domande della "Bbc": «Se siamo certi che un prodotto è frutto di pratiche non etiche, non lo tocchiamo», ha dichiarato Bamsi Akin, general manager di "Ferrero Hazelnut Company" in Turchia. «Stiamo cercando di fare il massimo sforzo per migliorare le pratiche con lo sviluppo di programmi di educazione e formazione»"
.
Aggiunge un articolo del "Sole - 24 Ore": "Ferrero Hazelnut Company, il ramo del Gruppo che si occupa della coltivazione e della raccolta di nocciole, ha sottoscritto il progetto "Nocciola Italia" a sostegno della filiera italiana della nocciola che prevede, tra le altre cose, l'impegno al riacquisto della materia prima su lungo periodo, e il sostegno alle filiere agricole grazie a tracciabilità e sostenibilità delle produzioni".
Vedremo ora se i Ferrero, noti per la loro riservatezza piemontese vecchio stile, risponderanno e ad esempio sulle baggianate sull'olio di palma nella "Nutella" avevano già risposto per le rime a certo ambientalismo salottiero. Dovrebbe farlo in questo caso il capo del clan, Giovanni Ferrero, l'italiano più ricco del mondo con il 37esimo posto in classifica.
Dubito lo farà, perché sanno che i politici passano, ma la "Nutella" resta ed il recente successo del nuovo biscotto alla crema di nocciola, sparito dal mercato per il boom di vendite e subito contrastato da un prodotto "Barilla" nella linea "Pan di Stelle", è una garanzia.

La sindrome del lieto fine

Ebenezer ScroogeEsiste la sindrome del lieto fine? Penso proprio di sì, tant'è che quando leggo un libro o guardo un film le cui storie finiscono male mi resta un retrogusto amaro. Talvolta mi è capitato di pensare che gli autori lo abbiano fatto apposta per sparigliare le carte o eccedere in originalità.
Molto deriva dallo stereotipo fiabesco del "Vissero felici e contenti", che poi si ritrova nella logica "happy end" (che poi sarebbe happy ending) soprattutto filmica. Questo vale, in termini di profondità storica, per la "fiaba", che deriva dal latino "fabula", cioè "racconto", derivato a sua volta dal verbo latino "fari", ovvero "parlare".
Si tratta di una narrazione in prosa non troppo lunga e di origine popolare, che ha per protagonisti personaggi fantastici (fate, gnomi, orchi, fate ed il resto del campionario) e sono in genere puro intrattenimento con rari storie a... cattivo fine.

Caro Babbo Natale, datti una regolata...

Ad Aosta si invita a scrivere a Babbo NataleCaro Babbo Natale,
è indubbio come questo sia il periodo giusto per scriverti la letterina per i regali natalizi. Lo faccio anch'io quest'anno, anche se ne approfitterò per dirti che non tutto per te si preannuncia "rose e fiori" ed è bene che qualcuno - a costo di non ricevere niente a Natale - ti metta in guardia, lassù in Lapponia.
Noto anzitutto come tu sia stato oggettivamente un precursore: questa storia di ordinare per corrispondenza i regali è una primogenitura di cui ti va dato atto. Di questi tempi una larga parte di umanità adulta spinge i propri bambini a scriverti la letterina e gli stessi si affannano a ordinare sempre per scritto i regali su servizi vari, cominciando da "Amazon". In fondo il signor Jeffrey Preston Bezos, fondatore, presidente e amministratore delegato di "Amazon", ti ha smaccatamente ricopiato e dovrebbe pagarti dei diritti, pensando a quanto si è arricchito.

Condividi contenuti

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2019 Luciano Caveri