Per favore, silenzio!

Il silenzio è una dimensione dalle molte sfaccettature, anche se può apparire un paradosso scriverlo. Se penso alla mia vita ho in mente e nelle orecchie tanti silenzi.
Il primo che mi viene in mente sono certi silenzi dell’alta montagna d’estate, quando steso in un prato assapori quei momenti rilassanti in cui ti chiudi per un attimo in te stesso. Poi penso al silenzio ovattato quando nevica e tutto diventa felpato, quasi irreali in una dimensione onirica.
Mi viene in mente il silenzio irreali di quando da bambino mi infilavo sotto un canotto rovesciato, chiuso fra la plastica e il mare. Oppure quel silenzio dello studio radiofonico in legno, insonorizzato perfettamente, della vecchia sede Rai di Aosta in cui tu stesso ti sentivi attutito.
Esistono silenzi ostili e di dolore, quando dentro di te ci sono moti di rabbia, di tristezza e purtroppo di lutto, o silenzi - al contrario - pieni d’amore e sentimento, quando guardi negli occhi una persona cara e ti senti sospeso in una dimensione irreale.
Esistono silenzi buoni, come far piano per non svegliare un bambino, vegliare un malato con rispetto, tacere di fronte a chi ha ragione, ma ci sono silenzi fatti di odio o di risentimento che vogliono ferire e chiudono il dialogo con ostinazione.
Il poeta Edgard Lee Masters ha scritto in un passaggio di una sua poesia:
“C’è il silenzio di un grande odio
e il silenzio di un grande amore
e il silenzio di una profonda pace dell’anima
c’è il silenzio degli dei che si capiscono senza linguaggio
c’è il silenzio della sconfitta
e il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti
e il silenzio del morente la cui mano stringe subitamente la vostra
c’è il silenzio che interviene tra il marito e la moglie
c’è il silenzio dei falliti
il vasto silenzio che copre le nazioni disfatte e i condottieri vinti”
Bisogna stare zitti per ascoltare gli altri e viceversa, bisogna tacere per godere certe bellezze della Natura o dell’Arte, il silenzio accompagna la lettura e lo studio/
Ma ormai, in questi tempi di retorica vecchia e nuova, di strepiti e urla, di improperi e insulti, di annunci e blablabla mi sono convinto che ci vorrebbe una Convenzione del Buonsenso e una cappa di silenzio pensoso dovrebbe calare sulla Politica, perché il troppo stroppia e rende l’eccesso di parole un fenomeno osceno.
Sarò snob ma non se ne può più di azione e reazione, detto e ridetto, insulto contro insulto, urlare alla luna, comiziare con volgarità, aggredire verbalmente, stupire con iperboli, inseguire il desiderio delle folle e via con molte altre esagerazioni che urtano udito e intelligenza. Amplificatori mostruosi sono i Social e ancor di più le TV che straparlano di politica con personaggi da Circo Barnum: più fanno orrore e più diventano fenomeni da baraccone che devono stupire.
Il buonsenso è anche trovare il Silenzio, quando è d’oro.
Bisognerebbe contare sino a dodici, come in una poesia di Pablo Neruda:
“Ora conteremo fino a dodici
e tutti resteremo fermi.
Una volta tanto sulla faccia della terra,
non parliamo in nessuna lingua;
fermiamoci un istante,
e non gesticoliamo tanto.
Che strano momento sarebbe
senza trambusto, senza motori;
tutti ci troveremmo assieme
in un improvvisa stravaganza.
Nel mare freddo il pescatore
non attenterebbe alle balene
e l’uomo che raccoglie il sale
non guarderebbe le sue mani offese.
Coloro che preparano nuove guerre,
guerre coi gas, guerre col fuoco,
vittorie senza sopravvissuti,
indosserebbero vesti pulite
per camminare coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.
Ciò che desidero non va confuso
con una totale inattività.
È della vita che si tratta…
Sul Se non fossimo così votati
a tenere la nostra vita in moto
e per una volta tanto non facessimo nulla,
forse un immenso silenzio interromperebbe la tristezza
di non riuscire mai a capirci
e di minacciarci con la morte.
Forse la terra ci può insegnare,
come quando tutto d’inverno sembra morto
e dopo si dimostra vivo.
Ora conterò fino a dodici
e voi starete zitti e io andrò via”.

La Maturità che ritorna nei sogni

Credo che la fortuna dell'espressione "Gli esami non finiscono mai", titolo dell'ultima commedia scritta da Eduardo De Filippo, sia significativa di un idem sentire, che nella vita si evidenzia a qualunque età. Ogni giorno può capitare, per le circostanze più disparate, di essere sotto esame, perché posti in quella condizione o, peggior giudice possibile, capita di fare i conti con sé stessi, il temibile esame di coscienza. Ma vale, come ha scritto il romanziere Niccolò Ammaniti, un elemento sempre consolatorio come per me il bagno nel Lago Sirio subito dopo il mio orale alla Maturità: «Nella vita le cose passano sempre, come in un fiume. Anche le più difficili che ti sembra impossibile superare le superi, e in un attimo te le trovi dietro alle spalle e devi andare avanti. Ti aspettano cose nuove». Come fu il tuffo liberatorio...
Ci pensavo oggi che i ragazzi affrontano l'esame di Maturità (925 in Valle), oltretutto in una versione nuova e temo contraddittoria, nella mania - anch'essa proverbiale con Tomasi di Lampedusa nel "Gattopardo" - del «tutto cambia perché nulla cambi». Capita con i miei compagni del Liceo Classico di Ivrea di evocare quei giorni, che iniziavano allora il 1° luglio, con la stessa ansia di oggi per capire quali sarebbero stati i temi di italiano scritto, come sarebbe stata la versione (nel mio caso di greco) e se - come avvenne per me - ci avessero o meno cambiato materia all'orale. Sono stupefatto della circostanza che alcuni di questi miei amici ricordino particolari esatti dei loro scritti o della loro prova orale, mentre io francamente non ricordo molto, se non quell'estate unica e straordinaria per la sua lunghezza e per la voglia di vivere.
Resta l'aspetto - come dire? - psicoanalitico che nella logica freudiana dell'interpretazione dei sogni ci pone di fronte all'incubo notturno di "rivivere", spesso con esiti bizzarri, quella nostra Maturità.
Spiegava ieri a Ilaria Venturi su "La Repubblica" Stefano Bolognini, primo psicoanalista italiano a guidare per sette anni, sino al 2017, la "Società psicoanalitica internazionale", fondata da Sigmund Freud, che ha detto: «Normale che sia così». E aggiunge sulle caratteristiche di questo esame che fa ancora tremare i polsi: «Credo di sì, è ancora un passaggio non inutile che espone all'essere giudicati, premiati o puniti: c'è la classifica e questo lo si sente. Confrontarsi con la realtà esterna, in questo caso fuori dalla propria classe, è sempre un banco di prova».
Quel che è interessante è la difesa che Bolognini fa di questo babau degli studenti, che ogni tanto si pensa di sopprimere: «Si toglierebbe una componente della natura umana che è l'Ideale dell'Io, cioè quando il soggetto si propone un passo in più nella sua vita. Certo, se l'ostacolo da superare è troppo alto si espone al fallimento, ma se non c'è nemmeno un ostacolo non cresce e si abbruttisce. La miscela giusta è proporre all'Io una meta ideale, ma raggiungibile. Così è per i ragazzi: li faremmo degradare se lasciati pascolare senza un incentivo come può essere l'esame. Ma attenzione: se si pone loro un ideale troppo alto li si espone a una frustrazione non produttiva. L'esame di Stato deve essere una meta ragionevole che li mette in grado di esprimere quello che possono, beninteso con impegno e lavoro. Non rinuncerei, se così, a questa Maturità, al di là di come viene tecnicamente proposta ogni anno».
E poi, più avanti, torna sul sogno-incubo: «Succede perché questo esame, così come la laurea, è l'ufficializzazione del fatto di venire dichiarati più o meno cresciuti, e siccome dentro in realtà non siamo mai del tutto cresciuti diventa lo scenario onirico (anche nella veglia!...) nel quale veniamo smascherati. E' come se ognuno di noi dicesse: "Dannazione! Mi hanno scoperto, non sono la donna o l'uomo tutto adulto e maturo che credevo e credevano!" In realtà, questa è la normalità: rivisitiamo nei sogni delle regressioni a quando non eravamo sufficientemente maturi e integrati, ma ci confrontiamo anche con l'inevitabile incompletezza del nostro essere adulti rispetto alla "asticella alta" del nostro segreto Ideale dell'Io. La Maturità è quel rito lì, e per questo diventa una scena emblematica nel teatro del sogno».
Interessante, anche se lo sarà meno per i giovani che oggi si accingono alla prima prova, che tra l'altro - per ragioni che restano per me un mistero - ha visto sparire la traccia di Storia. In un epoca di inquietante smemoratezza spiace che questo avvenga ed è un segno di sciatteria.

Costruire o distruggere

Non è facile nei momenti di difficoltà mostrare qualunque forma di ottimismo, perché si rischia di passare per stupidi o per visionari. Eppure è proprio quando le cose non vanno e la percezione generale è negativa che bisognerebbe sforzarsi di guardare avanti.
Nel mio lavoro, tutti i giorni, incontro molte persone e lo stesso vale nella quotidianità della vita sociale. La caratteristica sta nella diversità dei soggetti che fanno parte di questo mio campione di contatti, che finisce per essere davvero rappresentativo della società valdostana.
Spiace dire di quanto sia grande il senso di smarrimento, fra incomprensione e rabbia, nei confronti della politica regionale. Sui Social questi sentimenti si esprimono, a commento di politici e politica, in modo virulento (spesso troppo), ma si tratta della punta di un iceberg di cui tenere conto e che dimostra - anche nelle persone più miti e disponibili - come non ci sia più alcuna intenzione di fare sconti.
Se la risposta continuerà ad essere per chi cucina in Regione pietanze indigeribili sempre la stessa e cioè di sostanziale incomprensione della della gravità percepita della situazione in corso, allora il distacco fra istituzioni e cittadini sarà incolmabile. Chiunque si trovasse a dover governare stenterebbe a ricostruire quel clima necessario per farlo, che non è esclusivamente questione di numeri, ma di idee e di proposte e queste mancano all’appello perché ci si accanisce in zuffe e reciproche accuse senza scendere mai da questo ring.
Quale Valle d’Aosta per il futuro? Oggi chi comanda naviga a vista e il dibattito fra le forze politiche, fatto di amicizie e inimicizie come banderuole al vento per il rapido cambiamento di campo, è diventato appunto scontro continuo senza pause in cui prendere fiato. Questo avviene con tifoserie sempre più ridotte, perché la gran parte della popolazione è stufa e il partito più grande è quello degli astensionisti e buona parte di chi vota lo fa più con stizza, seguendo lo scenario di scaricabarile fra Tizio e Sempronio e di paralisi documentabile dell’amministrazione. Parlate con chi in Regione lavora in posti di responsabilità e vi dirà come le incertezze e le liti sortiscano un blocco nelle scelte e nelle decisioni che ha fermato tutto e troppi incompetenti fanno danni quotidiani, perché finiti in ruoli chiave dove vivacchiano, pensando ai voti per la propria elezione come se fosse una vera e propria ossessione.
Sembra ormai che mai si riesca a passare dallo svelamento a getto continuo delle cose che non vanno senza però offrire - fatta la parte distruttiva - soluzioni per costruire e ripartire. È scarsamente consolante ballare sulle rovine senza avere idee serie sul da farsi dopo aver goduto delle debolezze dei propri avversari.
Viene perciò da rifarsi a due vecchi approcci. Il primo riguarda i cittadini, che ormai disertano partiti e movimenti, che possono fare le loro riunioni in una cabina telefonica. Ed è: gli assenti hanno sempre torto. La mancata partecipazione al voto e la desertificazione dell’interesse per una politica attiva genere mostri.
L’altra, per quanto vetusta è: dalla protesta alla proposta. Si può passare tutto il tempo che si vuole a compartecipare alla protesta e chi, come me, ha vissuto epoche significative della nostra Autonomia può oggi essere in prima fila a dire le mille ragioni - con nomi e cognomi, circostanze e luoghi - che ci hanno portato sull’orlo del precipizio. Ma la denuncia e lo sdegno hanno dei limiti se intanto non si avvia, con un patto fra persone oneste in una logica intergenerazionale e con l’impegno delle energie positive, una nuova stagione di costruzione e di fiducia.
Altrimenti ha ragione Bertrand Russel con un suo ammonimento, cui non mi rassegno: “La distruzione è naturalmente molto spesso necessaria quale preliminare alla susseguente costruzione; in questo caso fa parte di un tutto che è costruttivo. Ma non di rado un uomo si impegna in attività il cui proposito è distruttivo, indipendentemente dalla eventuale possibilità di costruzione che ne può seguire”.

Renzi se ne andrà?

Il quadro politico italiano, da cui giocoforza la Valle d'Aosta non può prescindere, resta piuttosto caotico e quel che capita nella maggioranza del Governo Conte è ben visibile e sfibrante per i continui litigi dell'alleanza "impossibile" fra leghisti e "pentastellati" ormai cani e gatti, ma certo l'opposizione non ha meno problemi, soprattutto a porsi come credibile alternativa.
Ho seguito con interesse, curiosità e qualche aspettativa speranzosa l'avvento di Matteo Renzi, pur non essendo del Partito Democratico. Mi sembrava il suo uno stile nuovo, fatto di pragmatismo e di desiderio di immergersi nella società, rompendo vecchi schemi mentali. Invece vecchie e nuove storie hanno spezzato ogni illusione.
Avevo personalmente sottostimato il suo trascorso democristiano (aggettivazione che non ha per forza una connotazione negativa, ma in questo caso sì), che lo aveva portato ad essere presidente della Provincia di Firenze e poi sindaco della sua città. La sua leadership è stata connotata da una logica potenzialmente autoritaria e legata ad una spasmodica sete di potere e da un egocentrismo evidente. Così il suo "giglio magico" (oggi al centro della vicenda opaca legata alla Magistratura) è rimasto il solito giro di amici, sodali e leccaculo, fatto di passerelle e di birignao, più attento a piacere che a fare e con un sostanziale atteggiamento di disprezzo per gli altri. Ogni mese ha consentito, sino alla caduta, di vedere quanto le speranze si sfaldassero di fronte ad una presunzione condita di supponenza.
Per me l'errore letale è stato l'abile tentativo di costruirsi una Costituzione su misura, in una logica di centralizzazione di ogni decisione su Palazzo Chigi e su di lui con una logica statalista impressionante e un refrain antieuropeista contrario a tutta la storia dei popolari cui pure apparteneva. Gli elettori hanno stroncato al referendum questa manovra, di cui ho sentito odore di bruciato sin dalle fiducia posta per i voti in Parlamento, vedendosi chiudere del tutto la speranza che le "florentin" (come lo chiamavano con sarcasmo i francesi) aveva per un attimo rappresentato. In fretta questa mia convinzione si è fatta una certezza. Il cambiamento può essere un inganno, il nuovo più vecchio del vecchio, certe sconfitte per chi non vuole capire non aiutano a cambiare. Anzi: nessuna analisi seria e soprattutto niente dimissioni a tempo debito, come promesso in caso di bocciatura della riforma.
Ha scritto su Renzi Ferruccio De Bortoli, di cui da premier chiese la testa perché non allineato alla direzione del "Corriere della Sera": «Del giovane caudillo Renzi, che dire? Un maleducato di talento. Il "Corriere" ha appoggiato le sue riforme economiche, utili al Paese, ma ha diffidato fortemente del suo modo di interpretare il potere. Disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche».
Ma ora il renzismo, che in Valle d'Aosta ha accompagnato l'ultima stagione del rollandinismo con un "do ut des" privo di reale riscontro come la cessione a un sindaco PD della città di Aosta senza risultati apprezzabili (il risultato del Partito Democratico delle Europee in Valle è un fuoco fatuo), cercherà di risorgere dalle sue ceneri con un nuovo movimento politico a livello nazionale.
Credo che Renzi sovrastimi le sue potenzialità e l'impatto che la rete di potere familistica e clientelare può aver avuto sulla sua credibilità. Ma è vero che gli italiani sono privi di memoria e si fanno incantare facilmente dai pifferai magici. Per cui alla fine si vedrà cosa Renzi muoverà o non muoverà nella sua nuova avventura politica.
Quel che è certo - e il PD ne soffre come tutti gli altri partiti che non hanno leader unici che fanno e disfano - è che il maggior partito d'opposizione arranca e non è un bene per la democrazia nel suo complesso e la probabile scissione centrista, ammiccante alla destra moderata, non semplificherà la situazione. Certo, Nicola Zingaretti - nel decidere il gruppo dirigente dei democratici - ha deliberatamente escluso dai posti di responsabilità i renziani e vien da pensare ad una scelta dovuta proprio alla certezza degli ormai imminenti moti centrifughi dell'ormai quasi transfugo Renzi.

Essere al microfono

L’importante, qualunque cosa si faccia nella vita, è cercare di farlo bene e di ricavarne, se possibile, il massimo della soddisfazione, sapendo come raramente tutto sia rose e fiori. Mio papà era depositario per schiatta familiare di un’etica del lavoro che ha trasmesso a noi figli e questo significa impegno e puntualità e a questo mi attengo terrorizzato da tutta quell’approssimazione e sciatteria che vedo spesso come un male dei tempi attuali.
Quattro settimane di trasmissione radio in diretta sono una simpatica adrenalina. Lo farò da domani sino a metà luglio negli spazi della Programmazione di cui sono responsabile alla Rai valdostana, RaiVd’A.
Lo spazio di trasmissione - che per ora è solo in FM e purtroppo non ha streaming e podcast - in onda ora fra le 12.30 e le 14 è nato verso la fine degli anni Settanta da una costola della Voix de la Vallée, il Gazzettino regionale che iniziò le trasmissione all’inizio degli anni Sessanta a Torino. Solo nel 1968 la Redazione si trasferì ad Aosta e si aprirono una decina di anni dopo spazi radiofonici di intrattenimento accanto alla già presente informazione. Tutto confluì nel dicembre del 1979 nelle strutture televisive con l’avvento della Terza Rete TV, che nelle previsioni avrebbe dovuto concretizzare un decentramento ideativo e produttivo per la RAI. In realtà poi il PCI rivendicò una rete tv e dunque il sogno di un canale regionale cambiò radicalmente con finestre sulle Regioni in una rete nazionale. Oltretutto gli spazi di Programmazione vennero chiusi quasi dappertutto e la situazione di Aosta è rimasta un’eccezione per via in particolare del francese e degli obblighi convenzionali. Piuttosto diversi sono i casi di Trieste per la comunità slovena e Bolzano per il tedesco e ladino, cui si sono aggiunti il sardo e il friulano nelle rispettive Regioni.
Negli spazi radio e in quelli tv, di cui mi occupo dopo la lunga parentesi in politica, vige il bilinguismo italiano e francese (lo faremo anche con la mia partner in trasmissione, Evelyne Parouty), cui si aggiunge il patois francoprovenzale. È una Programmazione singolare e molto fitta, in parte - ma con risorse umane sempre minori - autoprodotta e in buona parte d’acquisto da molti produttori locali e anche nel mondo della francofonia. Ritengo che per una piccola comunità come quella valdostana il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo abbia un ruolo capitale e dovrebbe essere anche e sempre di stimolo per far crescere professionalità locali in grado di raccontare storie e vicende che siano visibilità a temi e problemi che oggi necessariamente devono sfociare nei media in trasformazione e le vecchie radio e tv sono immerse oggi in nuove tecnologie che aprono nuove stagioni e grandi stimoli per chi ci lavori.
Ma andare al microfono resta sempre la parte più bella per chi ha cominciato a far radio e tv con i pantaloni corti. Proprio di questi tempi - 40 anni fa - leggevo il telegiornale sugli schermi di RTA (Radio Tele Aosta), dopo una praticaccia in quella palestra di vita che furono le prime radio private dopo la liberalizzazione dell’etere. Ho ricordi straordinari di quella fase pionieristica e la passione, la voglia di comunicare è rimasta quella e ancora oggi il brivido della diretta e il virtuosismo della parola sono momenti inebrianti, malgrado gli
anni trascorsi dagli esordi.
Ecco perché può capitare che un impegno significativo non sia mai un peso e che la scelta di ospiti, argomenti, brani musicali e tutto il resto finisca per essere davvero un momento creativo, in fondo artigianale dalla concezione alla messa in onda, che ti fa sorridere verso un mestiere - quello che oscilla fra informazione e spettacolo - che è stimolo intellettuale e occasione per incontrare persone e devo dire che la piccola Valle d’Aosta ha un campionario d’umanità interessantissimo!

Dentro l’infosfera

Mi ha sempre divertito pensare, sapendo bene degli incredibili progressi dell’umanità (cui corrisponde sempre un tasso elevato di autodistruzione), a come sarà vista questa nostra epoca da chi, in futuro, ne studierà storia ed evoluzioni oggi in atto.
Questa famosa rivoluzione digitale, che sta cambiando la nostra vita e la sta rendendo diversa, un giorno sarà null’altro che uno dei passaggi topici, superato – se sopravviveremo ai rischi di disastro, tipo dinosauri – da chissà quali novità ed invenzioni. Credo che l’intelligenza artificiale sarà una delle sfide da non sottostimare, pur non avendo la fantasia intuitiva di un Jules Verne.
Intanto, come spesso capita, mi incuriosiscono quei neologismi che i dizionari – in questo caso Treccani – inserisce fra quanto emerge nell’uso comune. Così “infosfera”, che nasce per capirci subito in analogia con biosfera, e mette assieme mondi virtuali e la realtà materiale. Così dice appunto Treccani: “L'insieme dei mezzi di comunicazione e delle informazioni che da tali mezzi vengono prodotte”.
Poi seguono citazioni puntuali che ne spiegano l’uso: “ È una società dominata da tecnologie che rendono possibile, fin da oggi, un profondo mutamento della «infosfera», grazie alla demassificazione dei media. (Roberto Grandi, Comunicazioni di massa: teorie, contesti e nuovi paradigmi, Clueb, Bologna 1984, p. 159) • Il passing, in definitiva, è una categoria molto utile per riflettere sulla forma attuale dell’"umano", non solo dopo le domande poste dal femminismo e dalla riflessione sulle varie forme di subalternità culturale nel mondo globalizzato, ma anche nell'attuale mondo digitale, dove l'umano è un elemento che si disperde nell'infosfera. (Marina De Chiara, Repubblica, 8 maggio 2006, Napoli, p. 7) • Assieme al tempo è mutato anche lo spazio, strutturandosi in quell'infosfera che racchiude sia online che offline, sino a divenire un sinonimo della realtà stessa nel senso che, come sostiene Floridi, “ciò che è reale è informazionale e ciò che è informazionale è reale”. (Giovanni Boccia Artieri, Doppiozero.com, 15 ottobre 2017, Libri) • McLuhan sosteneva che questi mezzi di comunicazione sono “l’estensione dell’uomo” e dei suoi organi: tele-fono, tele-visione, tele-scopio… Ma la vera rivoluzione è che si è creato un nuovo ambiente, l’infosfera, un nuovo mondo a cui non ci si può sottrarre. [Gianfranco Ravasi] (Edoardo Vigna, Corriere della sera, 25 aprile 2019, 7, p. 42)”.
Roba difficile: forse però è più difficile spiegarlo che viverlo, come avviene oggi nella dimensione quotidiana in cui – ovunque ci si trovi – ci troviamo in questa sfera nuova in parte fisica ma sospesa moltissimo in un altrove immateriale. Questo termine, insomma, costruisce una nuova dimensione e, anche se già adoperato sin dagli anni Ottanta, prende forma nella visione attuale, come spiega Davide Nardin, esperto di Data Science, sul Sito “Sociologicamente”: “Proprio di rivoluzioni parla il filosofo Luciano Floridi nel suo libro “La quarta rivoluzione” (2017). La prima rivoluzione, a suo avviso, è stata la rivoluzione copernicana, quella che ha tolto la Terra dal centro dell’universo e che ci ha reso mobili, e non più immobili. L’uomo al centro dell’universo, un classico di epoca rinascimentale (ma anche greca, non a caso), cede il passo ad un uomo decentrato. Decentrato rispetto all’universo ma quantomeno al centro del nostro pianeta, come suo essere privilegiato. A smontare questa rivoluzione ci pensa Darwin, con “L’origine della specie” (1859), che ci toglie anche questa centralità. Ogni specie infatti si è evoluta nel tempo per mezzo di una selezione naturale. Dunque l’uomo non è al centro del nostro universo biologico, ma è solo un suo vano error (per gli amanti di letteratura: Petrarca). Persa la centralità rispetto all’universo in generale, e all’universo biologico terrestre, ci resta la centralità rispetto a noi stessi. Siamo res cogitans e quantomeno sappiamo di saperlo. Poi arriva Freud, che con la terza rivoluzione spodesta anche questa certezza: la mente è incerta ed inconscia, quindi non siamo più nemmeno trasparenti a noi stessi. In ogni caso comunque, per Freud, è colpa di mamma”.
Il contenuto è ovviamente profondissimo, ma premessa al cambiamento attuale: “ “Dagli anni ’50 dello scorso secolo un’altra rivoluzione, la più devastante, è alle porte. A capeggiare questa rivoluzione c’è il genio di Alan Turing: con il suo articolo ironico e provocatorio (ma non solo) in cui espone il suo famoso test, apre le porte a quella che Floridi definisce appunto la quarta rivoluzione. Informatica e tecnologia aumentano in modo spaventoso la propria crescita e soprattutto il loro impatto sulla nostra vita. Ci rendono inforg, ovvero “organismi informazionali interconnessi”. Non più entità moderatamente isolate (del resto non lo siamo mai del tutto stati) ma organismi che condividono con agenti biologici e artefatti ingegneristici un ambiente globale costruito da informazioni. Sfuma così la netta separazione tra la nostra vita online e quella offline, in particolare negli ultimi anni: fino a qualche anno fa avevamo ancora il modem da attaccare e staccare per connetterci, dovevamo accendere il computer per navigare. Ora invece viviamo in un eterno presente di connessione. La nostra è un’esperienza OnLife, non abbandoniamo mai l’infosfera”.
Eccoci dunque al neologismo che penetra nel nostro liunguaggio nelle parole di Davide NardiniDopo OnLife, infosfera è un altro dei neologismi di Floridi: l’infosfera è “quell’ambiente informazionale costruito da tutti i processi, servizi ed entità informazionali che includono gli agenti informazionali così come le loro proprietà, interazioni e relazioni” (Floridi, 2012). È la nostra essenza immateriale qui a tornare di moda, in particolare la nostra natura informazionale: dopo la grande priorità (materialista) del fisico, dell’oggetto reale, si lascia spazio alla preponderanza del digitale (immateriale). Processi e oggetti perdono la propria connotazione fisica diventando così indipendenti dal loro supporto materiale. A sorpresa, computer e Intelligenza Artificiale riportano alla metafisica del buon vecchio Aristotele, definita letteralmente come “oltre i libri della fisica”. Tutto diventa copia, immagine, idea, sospesa in un cloud informazionale senza spazio e confine. Ha così importanza allora il nostro aspetto fisico? Non saremo mica tornati al mondo delle idee di Platone?”.
Insomma: siamo qui, siamo carne e ossa e naturalmente cervello, ma – accanto agli strumenti materiali che abbiamo sempre avuto -fanno sempre più irruzioni elementi davvero da Iperuranio platonico, non avendo una logica metafisica in un “luogo sopra cielo” ma essendo nel dedalo del mondo digitale.

Un gigantesco gong

Le Istituzioni dell'Autonomia speciale sono in crisi. Lo è il Consiglio regionale, lo è la Giunta, lo sono gli Eenti locali. Non è solo una questione di soldi, anche se le norme derivanti dal "Patto di stabilità", da me denunciate sin dalla loro origine, hanno impoverito le casse regionali e comunali e senza risorse sufficienti tutto diventa più difficile. Torto di chi, rappresentando la Valle a Roma e chi ha governato nell'ultimo decennio ad Aosta, non ha saputo bloccare questa emorragia finanziaria.
Ma quelle che non hanno più funzionato sono la coesione sociale e quella politica e la responsabilità di partiti e movimenti politici non è indifferente e non a caso sono in mancanza di militanti, anche chi stupisce alle urne.
Cominciamo dalla coesione politica e da due annotazioni. La prima - semplicissima - è che dopo l'apice del successo delle elezioni regionali del 2003 dell'Union Valdôtaine con diciotto consiglieri, maggioranza relativa - si è creata una progressivo spappolamento del Movimento in mille rivoli, oggi ben visibili persino all'interno del movimento in crescita, la Lega (in Valle da ventisei anni in modo organizzato, a partire dal marzo del 1993, quando Umberto Bossi diede l'ok alla presenza nella Regione autonoma). Una coesione politica frutto - tanto per essere chiari - della strategia del "divide et impera" del dominus di quegli anni, Augusto Rollandin, oggi in ombra, che usava le persone secondo i propri calcoli, riuscendo sempre con un'energia inaudita a restare il pivot del sistema. L'avvelenamento dei rapporti personali, proseguito nel tempo, ha reso difficile il dialogo e quando ci sono stati riavvicinamenti, come quello di cui si parla oggi, è stato più il frutto di scelte verticistiche di spartizione dei posti di comando che una sincera e popolare ripartenza alla ricerca delle radici comuni.
Ma questo fenomeno ha visto in contemporanea e anche come causa/effetto un rilassamento della coesione sociale, che diventa anche diserzione dalla cittadinanza attiva. Non mi metto a fare il piazzista dei valori della valdostanità: chi mi conosce sa che mi fanno sorridere quelli che parlano di "Autonomia identitaria" o di "etnismo", trattandosi di punti di vista che al posto di aprire la comunità la rinchiudono in un recinto. Anche se vale in negativo anche l'inverso e cioè la volontà di svendere la propria anima e questo sarebbe di una gravità inaudita, come si vede anche dai segnali d'infiltrazione mafiosa. L'identità è, comunque, un fenomeno sfuggente, perché dinamica per definizione, cambiando ad ogni piè sospinto in un mondo aperto e globalizzato. La forza vera di una comunità sta nell'introitare ogni stimolo esterno, avendo però la forza di trasformare e digerire tutto, dando un proprio tocco di originalità e senza perdere i propri fondamentali. Altrimenti giochiamo al museo delle cere di un passato che non c'è più e la forza della Storia sta nell'evitare la nostalgia, che scalda il cuore ma serve a poco per progredire.
Questa tenaglia, derivante dai due fenomeni, ha portato anche ad un indebolimento delle istituzioni autonomiste e paradossalmente questo coincide con la massima libertà di legiferare sia in materia elettorale che di forma di governo sulla base della riforma statutaria legata all'aria di rilancio del regionalismo dell'inizio degli anni Duemila, cui contribuii io stesso in Parlamento. Ebbene, bizantinismi e piccole lotte di campanile ci hanno condotto all'instabilità politica con equilibrismi da brivido per avere maggioranze solide in Consiglio Valle e a peggiorare il quadro ci sono state scelte degli elettori di premiare alcuni candidati che, una volta eletti, hanno dimostrato la loro inconsistenza. Per non dire di chi dimostra di essere una banderuola che sventola con tutti i venti.
Eccoci dunque, come in un feroce "gioco dell'oca" con molte trappole che ti fanno ripartire da capo, in un momento di difficoltà senza eguali, cui si aggiunge la drammatica presenza dei "social" - potenzialmente grande strumento di partecipazione - che sembrano diventati la stanza degli specchi deformanti di un luna park, che accentua più i difetti e le divisioni, mentre mancano momenti di discussione e di armonia che mettano assieme tesi diverse per poi confluire in soluzioni. I dibattiti eterni, dal vivo e sulla Rete, non servono se non si arriva, infine, da qualche parte. Le nuove tecnologie sono una meraviglia, ma basta pensare alla deformazione dei dibattiti politici in Consiglio Valle, ormai fatti ad uso del pubblico (per altro quattro gatti) che segue sul Web, che sono all'insegna di urla e strepiti, quando il compito centrale dell'Assemblea sarebbe fare buone leggi, che tengano conto del particolarismo valdostano. Mentre, invece, siamo al ring con lottatori di wrestling che si menano davvero e purtroppo anche per finta.
Penso si sottostimi quanto sia stufa la popolazione. Ci vorrebbe, prima che il livello di guardia venga superato con un punto di non ritorno, un gigantesco gong che dall'alto di una montagna risuonasse in tutta la Valle e ponesse un attimo di tregua fra coloro di buona volontà che per fortuna ci sono. Non si tratta di fare "carne di porco" del passato, perché diffido di chi parla dell'Autonomia dal 1945 ad oggi come di un insieme di schifezze, ma neppure di difendere l'indifendibile, come precondizione per sedersi a tavoli che non siano truccati.
L'alternativa è il degrado e probabilmente il naufragio del sogno autonomistico.

Lo Stato anzitutto deve difendermi

La sfilata di solidarietà nei confronti del tabaccaio Franco Iachi Bonvin a Pavone CanaveseHo conoscenti che dormono con la pistola sul comodino, perché sono convinti assertori dell'autodifesa. Non lo fanno perché sono appassionati di "tiro a volo" come risulta ufficialmente, ma per difendere la propria casa, e ciò avveniva prima ancora che si allargassero le maglie del possibile utilizzo per difesa in ambito domestico (portare con sé in giro l'arma è ben più complicato). Mi riferisco al concetto, valido contro intrusi che penetrino nell'abitazione, definito quale "grave turbamento", prima che si prema il grilletto ed a giustificazione della scelta. Una dizione che sarà regolata necessariamente dalla giurisprudenza e il caso del tabaccaio di Pavone Canavese - che tanto clamore ha creato - non servirà molto a creare un precedente, se davvero risulterà che il ladro è stato ucciso mentre fuggiva di spalle. Capisco che l'odio, che condivido, verso questi ladri o rapinatori è tale che la reazione pare non essere considerata eccessiva ma comprensibile se non auspicabile dalla gran parte delle persone con cui si parla dell'episodio, ma credo sia bene mantenere la mente fredda e pensare al quanto possa imporsi il rischio "Far West".
Un'arma a casa prevede non solo di saperla usare, ma il rispetto di regole per la sua custodia per evitare un utilizzo improprio che se ne può fare. I rischi potenziali sono plurimi e naturalmente crescono anche i pericoli non solo di una reazione eccessiva di fronte ai malintenzionati ma anche - in un mondo che registra casi di cronaca gravi, da tragici suicidi, a uxoricidi ed a liti che finiscono facilmente nel sangue anche per ragioni banali - nelle vicende quotidiane che appunto degenerano. E' sbagliato citare il "caso americano", dove nella gran parte degli Stati si possono acquistare e detenere in piena libertà veri e propri arsenali e ciò ha innescato vicende terribili, ma resta comunque un ammonimento importante di che cosa si deve evitare come escalation anche in un Paese come l'Italia dove ci sono molte armi legali e troppe illegali da parte di criminalità più o meno organizzata.
L'uso delle armi da parte dei cittadini - così io la vedo - deve considerarsi fatto eccezionale per la semplice ragione che certe competenze non appartengono al "fai da te", ma allo Stato, che deve garantire la sicurezza dei cittadini e non far pensare loro che possano sparare senza rispettare regole certe.
E' indubbio come il comparto dell'ordine pubblico abbisogni di riflessioni ed anche di utilizzo migliore delle nuove tecnologie e lo sono ad esempio le telecamere di videosorveglianza che non devono essere oggetti inanimati, ma occhi sul territorio presidiati ed utili per prevenire i delitti. Inutile poi dire che, a monte, bisogna avere un coordinamento migliore delle Forze di polizia, così numerose in Italia, e, a valle, leggi e loro applicazione da parte della Magistratura che non siano un colabrodo a favore dei delinquenti fra gradi di giudizio, lungaggini e pure manica larga nelle sentenze con dubbi sulla certezza della pena.
Emiliano Fittipaldi anni fa su "L'Espresso", aveva ricordato come l'Italia fosse in Europa prima in classifica per il numero di agenti presenti sul territorio: ben 278mila, contro i 243mila della Germania ed i 203mila della Francia.
E aggiungeva: «Il dato italiano, inoltre, non comprende le polizie municipali (60mila uomini), i vigili del fuoco (altre 31mila unità) e la polizia penitenziaria (38mila). Il numero di poliziotti, carabinieri e finanzieri è elevatissimo anche rispetto agli abitanti: tra Aosta e Caltanissetta contiamo 508 agenti ogni 100mila persone, contro i 300 della Germania, i 354 della Francia e i 259 della Gran Bretagna. Peccato che, in termini di sicurezza, facciamo però peggio dei nostri partner Ue. Un'anomalia, la nostra, dovuta innanzitutto al numero abnorme di polizie autonome, con propri comandi e specifiche strutture: ben nove, se si contano anche la municipale e la provinciale, per una spesa complessiva che supera i venti miliardi di euro l'anno. Se Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review, ipotizzava di risparmiare fino a 2,7 miliardi di euro l'anno, secondo i sindacati una riforma è necessaria anche per migliorare il controllo del territorio: ben il sessanta per cento delle divise, spiega il Sap, non è adibito alla sicurezza dei cittadini, ma lavora negli uffici e vigila stazioni e comandi sparsi per le nostre regioni».
Questo penso sia il punto: prevenzione e repressione. Sono questi i due cardini su cui lavorare, più che pensare a pistoleri che proteggano i loro fortini, surrogando un ruolo dei poteri pubblici, cui spetta invece il lavoro in materia di sicurezza.

Noi, scimmie, ma...

Il professor Alain ProchiantzCapita di guardarti attorno e di chiederti che cosa abbiamo fatto di male per avere un'umanità piena di fissazioni ed una delle caselle che più mi preoccupano sono gli integralismi, i fondamentalismi di chi si irreggimenta in pensieri unici.
Si diffonde di questi tempi, da una militanza verbale a veri gruppi militarizzati veri e propri con blitz, l'"animalismo", che da comprensibile amore per gli animali, si sta facendo sempre più, da vocabolario, "movimento che si oppone allo specismo, rifiutando l'idea della superiorità della specie umana sulle altre specie animali e sostenendo che l'appartenenza a una specie non giustifica la pratica di disporre della vita e della libertà di un essere di un'altra specie". La punta estrema è composta da chi predica la fine di noi uomini per «liberare» la natura.

Valle d'Aosta: stampelle per non votare

Sostegno...Seguo con curiosità di cittadino, e con qualche malizia di politico di lungo corso, gli avvenimenti del Consiglio Valle, che di questi tempi - in modo non molto fausto - ha compiuto settant'anni dalle prime elezioni democratiche del dopoguerra. Per fortuna non è in vita nessuno dei consiglieri di allora, perché è stato risparmiato loro di assistere a spettacoli che li avrebbero stupefatti e addolorati, pensando a fatiche e sacrifici che portarono allo Statuto di Autonomia.
Prosegue quella continua instabilità, che ha determinato mille problemi ed una scarsissima produttività legislativa e che alimenta un clima di terribile conflittualità con dibattiti infiniti e velenosi. Si aggiungono gravi vicende giudiziarie, il cui perimetro potrebbe persino allargarsi, lesive della credibilità delle Istituzioni stesse. Questo clima alimenta una crescente richiesta di uscire dal tunnel con un ritorno anticipato alle urne, che sembrava lo sbocco naturale indicato all'atto della nascita dallo stesso Governo Fosson in carica, che invece ormai sopravvive ad ogni logica di buonsenso, vivacchiando tra mille equilibrismi sul limitare dei diciotto voti su 35.

Condividi contenuti

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2019 Luciano Caveri