Valle d’Aosta: demografia inquietante

Potrei impressionare, ma annoiare, con tutti i dati demografici valdostani di cui ci sono sequenze temporali interessanti. In sintesi questo il quadro di questi tempi: poche e calanti nascite rispetto alle morti, un progressivo invecchiamento della popolazione, un flusso di emigrazione giovanile, persino - di recente - una fuga di chi era immigrato in Valle provenendo da Paesi stranieri.
Eppure questo insieme di problemi - che non ha nulla della denatalità felice di situazioni di eccesso di popolazione - sembra alla fine destinato a non essere mai in prima pagina nel dibattito politico.
Eppure questo lento spegnimento è un fenomeno visibile. Lo è in termini macro guardando ai dati di alcuni piccoli Comuni, specie quelli di media montagna o quelli di montagna senza grandi numeri turistici, che si stanno lentamente esaurendo come comunità vitali con fenomeni, tra l’altro, di residenze di carta di chi abita altrove, ma finge per puro affetto di avere la casa nel proprio paese di origine. Per altro certe maggiori residenze in località turistiche, che tengono buoni livelli di popolazione, sono spesso fugaci presenze di stagionali o di persone che scelgono di spostarsi da anziani in un luogo un tempo di villeggiatura. Per cui, rispetto alla vivacità di una comunità partecipe, coesa e consapevole delle proprie radici, c’è poco da stare allegri. Sappiamo quanto i giovani non siano solo un fattore di crescita e investimenti economico, ma di energia e inventiva.
Appare poco consolante l’alibi del “così fan tutti”, nel senso che questa diminuzione delle nascite e società sempre più avanti con gli anni (grazie anche ai progressi medici e alla miglior qualità della vita) sono caratteristica di gran parte dell’Occidente contrapposto ad un “Sud” del mondo dove la spinta demografica continua ad essere imponente ed è una delle ragioni del flusso migratorio.
Credo che questa questione della crisi demografica - fatta da indicatori oggettivi, tipo consistenza della popolazione, fasce di età, fecondità media, indice di vecchiaia, presenza di stranieri utile da capire rispetto al livello di sostituzione (tasso che consente ad una popolazione di riprodursi a prescindere dai comportamenti migratori) - non sia affatto presa in considerazione a sufficienza.
Sembra quasi che questi fattori debbano avere una chiave di lettura puramente ideologica: da una parte un mondo cattolico che guarda alla questione talvolta - non generalizzo - con modellistiche a rischio anacronismo; dall’altra qualche ala del mondo progressista che - anche qui non generalizzo - plaude alle migrazioni, rassegnandosi a nuove popolazioni che muteranno per la loro numerosità meccanismi d’integrazione che salvaguardano certe radici.
Sono due posizioni che ho riassunto in maniera rozza - e me ne scuso - ma solo per dire che politiche familiari, che spingano alla natalità non sono da leggere come cascami simili alle politiche fasciste di medaglie per chi figliava molto e sul punto i montanari erano considerati un fulgido esempio di attivismo. Esiste un atteggiamento responsabile che non considera le donne come riproduttrici con la complicità maschile e neppure le esplosioni demografiche come un vanto, pensando appunto ai drammi di Paesi dove natalità e povertà vanno a braccetto.
Si tratta, in sostanza, di capire come il Welfare a favore della famiglia - e di chi desidera avere più di quel figlioletto della media - possa concretizzarsi in una scelta consapevole di avere più figli, senza tornare al passato, quando non esistevano politiche di controllo delle nascite e basta andare indietro di un secolo per trovare famiglie numerosissime e questo non coincideva affatto con un mondo idilliaco.
Concludo, perché non l’ho dimenticato, con un’occhiata al micro. Basta guardare la riduzione degli studenti per capire come il “degiovanimento” (riduzione dei giovani) sia un effetto palpabile e non sto a rimarcare - perché ci vorrebbe troppo spazio - come la capacità di un Paese di creare ricchezza dipenda anche dal suo andamento demografico, per non dire dei problemi pensionistici che peseranno sempre più come un macigno. Oppure - esempio davvero piccolo ma efficace - andate a vedere quanti sono i coscritti del 2000 che in molti paesi della Valle d’Aosta stanno festeggiando l’anno della maggiore età: un tempo eravamo una schiera, oggi alcuni diciottenni devono mettere assieme Comuni viciniori per poter far festa in numero accettabile.
Insomma: bisogna reagire con misure attive senza prendere troppo tempo.
Ci sono documenti - ricordo quello del Forum Integrato delle Politiche per la Famiglia in Valle d’Aosta - che indicano alcune piste in materia di Fisco, Tariffe, Educazione, Lavoro e su altri punti - che sono una buona base di discussione.
Ma poi quel che conta - lo dico da vecchio parlamentare - sono le leggi (non di principio ma di concretezza) e la loro copertura finanziaria.

Nos adieux à Paul Guichonnet

Paul GuichonnetCi sono persone che, quando muoiono, non solo lasciano un grande rimpianto, ma si tratta di una perdita culturale irreparabile, per quanto abbiano lasciato molti scritti ed anche - nel caso in esame - alcune belle interviste televisive, espressione delle proprie conoscenze e delle proprie idee. Chissà se un giorno scopriremo come riversare dai neuroni di grandi studiosi quel loro patrimonio enorme, racchiuso nel cervello, di cui perdiamo pezzi significativi, quando ci lasciano.
Ci pensavo, riflettendo sulla scomparsa - avvenuta pochi giorni fa - di una grande personalità, che avevo conosciuto in diverse occasioni, cementando un rapporto di simpatia che mi ha sempre accompagnato come qualcosa di cui essere fiero. Si trattava di uomo simpatico e gentile, si direbbe - certo per via dell'anagrafe ma anche per il tratto distinto - "d'altri tempi", che aveva però dietro la squisita cortesia una tempra d'acciaio nella difesa del particolarismo dei popoli alpini.
Ha scritto "Le Messager": «Porte-étendard de l'histoire et de la géographie savoyarde, le professeur Paul Guichonnet est décédé jeudi 13 septembre à l'âge de 98 ans. Né à Megève le 9 juin 1920, Paul Guichonnet était diplômé de l'Institut de géographie alpine de Grenoble, avant de publier une thèse sur le mont Blanc en 1962 qui fait référence. Il a ensuite mené une carrière universitaire à l'université de Genève.
Auteur de plusieurs livres, notamment sur l'histoire de l'Italie et sur la réunion de la Savoie à la France, il s'est ensuite intéressé à l'ensemble de l'arc alpin. Paul Guichonnet a également été chroniqueur dans "Le Messager" avec "L'Histoire savoyarde" au tournant des années 2000.
Parmi ses nombreuses distinctions, citons la "Légion d'Honneur" au grade d'Officier et "Commandeur des Palmes académiques". Il est membre de l'Institut de France, de l'Académie florimontane et de celle du Faucigny. Entre 1953 et 1989, il a été élu à Bonneville, en tant que conseiller municipal et adjoint au maire»
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Una vita in poche righe, che non dà conto della rigogliosa capacità di seminatore di Guichonnet. Ha scritto Enrico Camanni in un articolo sulle Alpi: «Nel campo della storia delle Alpi c'è un prima e un dopo Guichonnet. Il prima risale a opere pionieristiche come "Le Alpi nella natura e nella Storia" di William Augustus Brevoort Coolidge, oppure a trattati di geografia come "Les Alpes Occidentales" di Raul Blanchard (1938-56) e "Le Alpi" di Giotto Dainelli (1963). L'opera collettiva "Storia e civiltà delle Alpi" a cura di Paul Guichonnet (Università di Ginevra, 1980) apre le porte a una lettura corale e multidisciplinare del divenire storico, fisico, geografico, etnografico e antropologico. Dopo tanti studi settoriali, finalmente l'universo alpino trae vantaggio da una visione complessa, che di lì a poco potrà definirsi "europea"».
Già è stato lui il grande cantore, prima del nostro spazio geografico attorno al Monte Bianco di cui conosceva ogni angolo e aspetto, per poi allargarsi alle Alpi intere con un'intuizione che ne fa un autentico protagonista, cui ci dobbiamo inchinare e stupiscono molti silenzi dopo la sua morte, frutto della fregatura della sua longevità e della molta ignoranza di chi non ne conosce i meriti.
Una civiltà - quella alpina - che, come scriveva proprio Guichonnet nell'appena citata opera "Storia e civiltà delle Alpi", «è fondata sulla libera determinazione delle collettività locali, autonome e responsabili». Così l'arco alpino (le "Alpi-aperte") - concludeva il grande studioso - «non sarà più uno spazio alienato, colonizzato, assistito, né una merce: montagna, neve e parchi naturali, la cui promozione avviene sul mercato del consumismo turistico. Le Alpi, terra di grandezza e di fatica, riunendo fra loro tradizione e rinnovamento, saranno anche la terra di una libertà riconquistata, nella fiducia in un destino originale».
Aggiungeva il grande geografo - passo al francese perché ho letto in entrambe le lingue - e questo passaggio è appunto nella sua lingua materna: «Les Alpes sont, certainement, les montagnes les plus singulières et attachantes de la Terre. Au cœur du continent européen, berceau de la civilisation industrielle développée, elles séparent et unissent, tout à la fois, le monde méditerranéen et les façades nordiques et océaniques du continent, dont elles constituent l'ossature majeure».
Le sue conclusioni sono espresse con grande efficacia in una breve frase: «la recomposition d'un espace alpin, moins subordonné et asservi, ne pourra se faire que dans le cadre de l'intégration européenne».
Lentissimamente il dibattito sul tema ha preso quota, fallito quell'accordo internazionale risalente all'inizio degli anni Novanta, noto come "Convenzione Alpina", che ha avuto il pregio di dare dignità giuridica all'idea, ma il grave limite di essere "imposto" alle popolazioni alpine. Da allora si è aggiunto il fondo strutturale, con perimetrazione più ampia (sino all'Alsazia e con lingua di lavoro l'inglese...), conosciuto come "Spazio Alpino", che ha caratteristiche più tecniche che politiche.
Ma la spinta nuova è stata quella di avere, nel quadro dell'Unione europea, una strategia macroregionale delle Alpi in analogia a quelle già in sviluppo attorno al Mar Baltico ed al fiume Danubio. Il tema è appassionante e finalmente "Eusalp" è nata davvero, sotto l'egida delle tanto vituperate autorità europee. E se a un progetto vanno trovate dei padri ed un fondo culturale su cui si erge questa realizzazione, certo i valdostani possono vantare una primogenitura.
Scriveva l'Abbé Joseph Bréan, riprendendo un tema caro ad Émile Chanoux, in "Civilisation alpestre": «Le moment est peut-être venu où cet immense réservoir de valeurs humaines, constitué par les Pays des Alpes, doit ouvrir ses écluses, pour répandre tout autour les flots d'une civilisation capable de sauver et de rénover le vieux continent, ce noble et malheureux continent qui se débat dans un désarroi angoissant, cherchant une voie de salut».
Parole riferite agli orrori della Seconda Guerra mondiale e che suonano come un sinistro ammonimento per il futuro.
Guichonnet, con la sua opera omnia e un mare di scritti, è stato uno degli intellettuali (direi un savant per la sua cultura enciclopedica) che ha inciso una traccia indelebile, che dimostra come solo l'integrazione europea può dare più libertà ai popoli alpini ed al dialogo fra di loro senza le gabbie dei nazionalismi statali.
Oggi la sua anima riposa di certo in cima al suo caro Monte Bianco.

Quando muore un ragazzino

L'epigrafe, a Quart, del piccolo MatteoI drammi del mondo non possono pesare troppo sulla nostra quotidianità e non per egoismo o disinteresse. Nel senso che, se davvero fosse così e se dovessimo riempire la nostra testa di tragedie che paiono infinite, non muoveremmo più un passo, come schiacciati da un peso di dolore che scorre a fiumi. Invece, com'è normale che sia, ci concentriamo - pur non vivendo in una bolla d'aria - sulle cose da fare. Quando impariamo a volerci bene, ci attacchiamo agli affetti più veri, meno traditori.
Capita di pensare a questo quando, invece, un fatto di cronaca - apparentemente circoscritto proprio rispetto alle vicende di grande dimensione - appare come un lampo e ti immedesimi, mettendoti appunto nei panni di chi ci si ritrova.
Leggo di questo ragazzino di tredici anni, Matteo, morto in bicicletta, scendendo da una strada che porta al castello di Quart contro una vettura (le dinamiche sono in via di accertamento).

Le case della mia vita

Una piccola parte degli scatoloni del traslocoSpesso i pensieri sono alimentati dalla quotidianità e - partendo anche da un piccolo spunto - ci si allontana mano a mano sino a ritrovarsi distanti dal punto di partenza su di un terreno diverso dal semplice aspetto fattuale.
«La vostra casa è il vostro corpo più grande. Essa cresce nel sole e dorme nella quiete della notte, e non è priva di sogni. Non sogna forse la vostra casa?».
Così ha scritto Kahlil Gibran, dando quel senso di familiarità e di vita che le case possono o forse dovrebbero avere. Non che le case pensino o ci siano davvero fantasmi o spiriti che le animano, ma è vero che le case finiscono per avere una loro personalità, riflesso di noi stessi, di chi le ha costruite e abitate.
Ci penso in queste ore, impegnato in un trasloco, lasciando la casa dove abito da qualche anno.

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