Il pensiero di Scurati

Capisco quanto sia faticoso con questo maledetto virus restare così a lungo in una situazione in cui si alternano buone e cattive notizie, speranze e delusioni, dati confortanti e sconfortanti. Basta una variante - e tante ce ne saranno - e torna l’apprensione.
Antonio Scurati è un geniale scrittore italiano e sono lieto di averlo letto sul Corriere in una riflessione sulla pandemia. Per brevità entro nel cuore del suo ragionamento: “È necessario attrezzarci con modelli di pensiero che contemplino l’ipotesi peggiore, quella di un’emergenza sanitaria globale che, attraversata una soglia critica, diventi cronica. È possibile che mi sbagli ma, in tutta coscienza, ritengo giusto e doveroso tenere lo sguardo fisso sull’abisso che ci si è spalancato sotto i piedi.
Lo schema culturale che ha prevalso nelle interpretazioni e commenti sulla pandemia a partire dal marzo del 2020 è stato quello dei cicli di morte e rinascita. Stiamo attraversando un momento di tenebra — ci siamo detti — ma non dobbiamo disperare perché nessuna notte è infinita. La morte vendemmia nella nostra vigna. Bisogna stringere i denti, sbarrare la porta, pregare il Dio che avevamo dimenticato: la vita tornerà. Celebreremo il suo trionfo con una festa memorabile. Se l’inverno viene, non può essere lontana primavera.
Grazie al sostegno di questo archetipo dell’umana speranza, e dell’umana saggezza, abbiamo retto al primo, spaventoso lockdown, poi alla seconda ondata, poi alla terza. L’arrivo dei vaccini sembrò annunciare la primavera.
Ora che la quarta ondata già sommerge buona parte dell’Europa, e che un volo atterrato ad Amsterdam dal Sudafrica con 61 positivi su 600 passeggeri ne annuncia una quinta, forse è prossimo il momento in cui smetteremo di contarle. Ora che la variante Omicron provoca una crescita vertiginosa dei contagi (e minaccia di poter aggirare i vaccini esistenti), forse faremmo bene ad attrezzarci per un lungo viaggio, un viaggio attraverso una terra che non conosca più l’alternarsi d’inverno e primavera ma soltanto un autunno perenne. Un viaggio con destinazione sconosciuta”.
Scenario da brivido, ma il ragionamento fila e Scurati ammette: “Farneticazioni apocalittiche? Temo di no. Se si trova il coraggio di tenere lo sguardo fisso sull’abisso, si scopre che ci siamo già accostumati a un’emergenza permanente, quella ambientale. Da anni, da decenni, viviamo tutti in un mondo le cui condizioni climatiche vanno peggiorando in maniera progressiva, costante e probabilmente definitiva. Ci siamo rassegnati, non adattati, a eventi meteorologici estremi, estati invivibili, spettri d’estinzione. Ci siamo rassegnati al cronicizzarsi delle crisi migratorie. L’umanità ha dato prova di saper reagire con una insurrezione contro questo destino ingrato? Non certo sul piano politico. Il penoso fallimento della Cop 26 di Glasgow — tanto più penoso quanto più lo si traveste da mezzo successo — sta a dimostrarlo. E allora? Allora bisogna riconoscere i nostri fallimenti, le nostre sconfitte, la nostra impotenza”.
Scurati tira le fila: ”La prima conseguenza dell’abbandono del modello dei cicli di morte e rinascita per quello della cronicità comporta il riconoscimento della inadeguatezza della politica convenzionale a risolvere con mezzi collettivi i problemi collettivi generati dalla ipercomplessità della vita tardo moderna. Sia la pandemia sia il cambiamento climatico sono scorie tossiche della globalizzazione. La politica che si attarda nelle sue stanche consuetudini novecentesche non sembra in grado di affrontarle. È, dunque, facile prevedere che se l’emergenza sanitaria dovesse cronicizzarsi, come si sono cronicizzate quella ambientale e quella migratoria, si accentuerà la tendenza, già in atto, verso forme di potere politico sorte dalla progressiva sospensione o cancellazione delle consuetudini democratiche. Le leadership populiste e i partiti sovranisti, subita una battuta d’arresto nelle prime fasi della pandemia, quando ancora si sperava nella prossima rinascita, se anche l’emergenza sanitaria dovesse cronicizzarsi, rialzeranno senz’altro la testa. Avranno gioco facile a invocare la blindatura autoimmune nei confronti di un mondo globalizzato che ci invade con le sue varianti. Lo stanno già facendo”.
Prosegue e conclude: ”La seconda conseguenza è che la fiducia nelle virtù civiche (mascherine, distanziamento, riduzione domestica dei consumi energetici, apertura all’altro da noi etc.) dovrà cedere il passo alla speranza nella soluzione scientifico-tecnologica delle emergenze. Molti già ritengono che il surriscaldamento globale possa, visto il fallimento della politica, essere contrastato solo dallo sviluppo delle tecnologie per la cattura dell’anidride carbonica. Quasi tutti hanno confidato e confidano nei vaccini per il contrasto alla pandemia.
Le conseguenze del cronicizzarsi delle emergenze planetarie sarebbero molto altre. Non ho né lo spazio né le capacità per immaginarle. Forse, però, sarebbe il caso che cominciassimo a farlo tutti insieme, consapevoli che un’epoca è finita, un’altra è cominciata, e che ci preparassimo ad affrontarla con spirito di adattamento a livello di specie, non con la rassegnazione di milioni, miliardi d’individui malinconici, rabbiosi e solitari”.
È bene farci dei ragionamenti.

Asterisco o schwa: davvero?

'Lo schwaCome la mettiamo nella lingua scritta (quella parlata è ancora più complicato!) rispetto alle richieste di usare accorgimenti per non avere una dittatura del maschile sul femminile e per dare spazio a chi non si sente né maschio né femmina?
Sono dibattiti che non sottovaluto, ma che mi stremano. Un ultimo esempio arriva dalla Francia e lo traggo da "L'Express". Tenetevi forte!
Così racconta Michel Feltin-Palas: «Trois petites lettres suffisent parfois à déclencher une grande polémique. Tel est le cas de "iel", pronom composé en mixant "il" et "elle" pour désigner une personne qui refuse d'être assignée à un genre précis. Le "Robert" a décidé de le faire figurer dans son édition en ligne, ce qui soulève au moins deux difficultés.
La première est que le rôle d'un dictionnaire général se limite à "donner des renseignements sur les mots de la langue commune" (la définition est celle du "Petit Robert" lui-même). Or, pour le moment, l'usage de "iel" est on ne peut plus confidentiel. Seule une poignée d'adeptes l'utilise à l'écrit et on ne l'entend quasiment jamais à l'oral. Le faire entrer aussi rapidement dans "Le Robert", fût-ce dans sa version en ligne, ressemble donc davantage à une démarche idéologique qu'à une convention lexicographique.
La seconde est qu'un pronom personnel ne fonctionne jamais seul. Faut-il, par exemple, écrire "iel est blond" ou "iel est blonde"? Sachant que les personnes concernées n'acceptent aucune de ces deux formes, il faudrait donc inventer également un nouveau type d'adjectifs qui ne soit perçu ni comme masculin ni comme féminin, puis, de proche en proche, une syntaxe neutre complète. Croire qu'on peut l'instaurer au forceps est une illusion. Car toute langue fonctionne par consensus. Le français n'appartient certes ni à l'Académie française ni au gouvernement, mais il n'est pas non plus la propriété d'un cercle militant».
Militanti attivissimi, che anche in Italia agiscono. Leggo un lungo e dotto articolo sull'Accademia della Crusca di Paolo D'Achille, che deve giostrarsi sull'abisso del politicamente scorretto ed evitare il j'accuse di sessismo.
Così spiega in un passaggio: «Per impostare correttamente la questione dobbiamo dire subito che il genere grammaticale è cosa del tutto diversa dal genere naturale. Lo rilevavano nel 1984, a proposito del francese, Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, incaricati dall'Académie Française di predisporre un testo su "La féminisation des noms de métiers, fonctions, grades ou titres" ("La femminilizzazione dei nomi di mestieri, funzioni, gradi o titoli"). Non entriamo qui nella tematica della distinzione tra sesso biologico e identità di genere, su cui torneremo, almeno marginalmente, più oltre; ci limitiamo a ricordare che negli studi di psicologia e di sociologia il genere indica "l'appartenenza all'uno o all'altro sesso in quanto si riflette e connette con distinzioni sociali e culturali"; tale accezione del termine, relativamente recente, è calcata su uno dei significati del corrispondente inglese "gender", quello che indica appunto l'appartenenza a uno dei due sessi dal punto di vista culturale e non biologico.
Che il genere come categoria grammaticale non coincida affatto con il genere naturale si può dimostrare facilmente: è presente in molte lingue, ma ancora più numerose sono quelle che non lo hanno; può inoltre prevedere, nei nomi, una differenziazione in classi che in certi casi non sfrutta e in altri va ben oltre la distinzione tra maschile e femminile propria dell'italiano (dove riguarda anche articoli, aggettivi, pronomi e participi passati) perché, oltre al neutro (citato in molte domande pervenuteci, evidentemente sulla base della conoscenza del latino), esistono, in altre lingue, vari altri generi grammaticali, determinati da criteri ora formali ora semantici; infine, come avviene in inglese, può limitarsi ai pronomi, senza comportare quell'alto grado di accordo grammaticale che l'italiano prevede.
Neppure in italiano si ha una sistematica corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale. E' indubbio che, in particolare quando ci si riferisce a persone, si tenda a far coincidere le due categorie (abbiamo coppie come il padre e la madre, il fratello e la sorella, il compare e la comare, oppure il maestro e la maestra, il principe e la principessa, il cameriere e la cameriera, il lavoratore e la lavoratrice, eccetera), ma questo non vale sempre: guida, sentinella e spia sono nomi femminili, ma indicano spesso (anzi, più spesso) uomini, mentre soprano e contralto sono, tradizionalmente almeno (oggi il femminile la soprano è piuttosto diffuso), nomi maschili che da oltre due secoli si riferiscono a cantanti donne. Arlecchino è una maschera, come "Colombina", mentre "Mirandolina" è un personaggio, come il "Cavaliere di Ripafratta", che di lei si innamora»
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Scartata l'idea - dice l'autore - «di far ricorso al neutro per rispettare le esigenze delle persone che si definiscono non binarie, citando il latino, perché non si tiene presente da un lato che l'italiano, diversamente dal latino, non dispone di elementi morfologici che possano contrassegnare un genere diverso dal maschile e dal femminile, dall'altro che in latino (e in greco) il neutro non si riferisce se non eccezionalmente a esseri umani», chiarisce un aspetto di non poco conto. Ecco la spiegazione: «Ogni tanto, specie nei regimi totalitari, la politica è intervenuta anche ad altri livelli della lingua, ma quasi mai è andata a violare il sistema. E poi il "dirigismo linguistico" (di cui, secondo alcuni, anche il "politicamente corretto" raccomandato alla Pubblica amministrazione costituirebbe una manifestazione) assai di rado ha avuto effetti duraturi».
Ricordato l'uso ormai di cose tipo candidato/a che evitano - così pare - discriminazioni, D'Achille segnala l'uso dell'asterisco * al posto del cancelletto / proprio per "neutralizzare" il genere. Non mi dilungo sulle difficoltà nell'uso e su come diavolo possa essere usato nella fonetica e segnalo infine lo "schwa" (o "scevà"), cioè il simbolo dell'Alfabeto fonetico internazionale ("Ipa"), cioè "ə".
Sottolinea l'esperto della Crusca: «A nostro parere, invece, si tratta di una proposta ancora meno praticabile rispetto all'asterisco, anche lasciando da parte le ulteriori difficoltà di lettura che creerebbe nei casi di dislessia.
Intanto, sul piano grafico va detto che mentre l'asterisco ha una pur limitata tradizione all'interno della scrittura, il segno per rappresentare lo "schwa" (la "e" rovesciata "ə", forse non di facilissima realizzazione nella scrittura corsiva a mano) è proprio, come si è detto, dell'Ipa, ma non è usato come grafema in lingue che pure, diversamente dall'italiano, hanno lo "schwa" all'interno del loro sistema fonologico»
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Conclude Paolo D'Achille: «Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti».
Questi - mio pensiero - contano di più e sono più faticosi da ottenere.

Pensare ai giovani

'Beppe SevergniniDare consigli agli altri è sempre esercizio difficile e a partire da una certa età si rischia, se gli interlocutori sono i giovani, di fare la figura del vecchietto noioso che dispensa consigli.
Aleggia sempre lo spettro da evitare del "laudator temporis acti", espressione del poeta latino Orazio ("Ars poetica"), che considera questo rischio per gli anziani, come uno dei tanti malanni da cui è afflitta l'età senile. A dire il vero la frase completa è ancora più chiara: «laudator temporis acti se puero» («lodatore del tempo passato, quando egli era fanciullo»). Insomma: essere pateticamente nostalgici!
Mi ha fatto sorridere e pensare il decalogo di Beppe Severgnini, giornalista e scrittore, proposto nella sua rubrica. Propone il tema, a beneficio dei ragazzi che iniziano il loro cammino lavorativo, "Come distruggere la vostra carriera prima di averla iniziata". Argomento serissimo perché, al netto della fortuna (tipo: essere nel posto giusto al momento giusto), è bene evitare errori, che Severgnini così sintetizza nello spiegare i passi falsi: «Si può fare, credetemi: basta metterci un po' d'impegno. Bastano dieci, semplici mosse».

Il Trattato del Quirinale e la Valle d'Aosta

'Emmanuel Macron e Mario Draghi firmano il 'Trattato del Quirinale' sotto gli occhi di Sergio MattarellaPer molto tempo ho sentito parlare del "Trattato del Quirinale", avendone notizie frammentarie. Il cammino era partito nel 2017 e si era fermato a causa del ruolo politico al Governo di pentastellati e leghisti, la cui posizione sull'Unione europea era ben peggiore di quella di oggi e, visto che sono ancora al Governo, sul Trattato sono stati zitti. Ora il ministro degli Esteri si è detto entusiasta con una vera faccia di bronzo, perché è lo stesso Luigi Di Maio, vice-presidente del Consiglio, ministro e capo politico del "Movimento 5 Stelle", che nel 2019 scrisse «Gilet gialli, non mollate!», rivolgendosi ai più grandi nemici di Emmanuel Macron!
Ispiratore del Trattato, come dice il nome che indica la sede della Presidenza della Repubblica, è stato il Presidente Sergio Mattarella. Anche se i firmatari sono stati Emmanuel Macron, che ha seguito sin da subito la genesi dell'accordo, e Mario Draghi, che se l'è trovato, condividendone di sicuro i temi e l'idea di questo asse politico-diplomatico.

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