Il cibo come status symbol

Ogni tanto si rimescolano le carte nel mondo del giornalismo, inteso come diffusione professionale di notizie. La ripartizione classica fra ruolo dei giornali, della radio e della televisione è ormai sconvolta e le tecnologie legate al Web, con telefonini e tablet onnipresenti e possibilità on the road di cronisti per caso su avvenimenti d'attualità, mutano ulteriormente lo scenario.
Cosa resta per i giornali, sempre in décalage come orario rispetto all'incalzare, sull'onda dei "social", dei fatti? Beh, intanto con le loro "App", che collegano ai siti, seguono ormai quanto avviene in tempo reale, ma soprattutto quel che resta solido è il ruolo, in cui la carta canta che sia fisica o digitale, degli editoriali e degli approfondimenti.
Ci penso tutti i giorni, saltabeccando alla ricerca di spiegazioni di esperti, di riflessioni di chi ne sa di più, di punto di vista originali che ti aprano il cervello.
Un caso di scuola quello di oggi su un tema come mai di gran moda, quello del cibo, diventato una sorta di ossessione e per capirlo basta fare la spesa in un supermercato, guardare le trasmissioni televisive sulla cucina in tutte le salse, seguire le tendenze alimentari che diventano manie e ossessioni ("vegani", "gluten free", "crudisti" e mille altri), dare ascolto a molte paure sulla salubrità dei cibi che consumiamo che siano i prodotti chimici di trattamento o robaccia da allevamenti intensivi con antibiotici a manetta.
Una rubrica di Federico Francesco Ferrero, già vincitore di "MasterChef" qualche anno fa, intitolata non a caso "DoctorChef", mi illumina su quanto avevo già osservato. Osserva lo chef, che è medico-nutrizionista: «Il nuovo status symbol è il cibo. Se ancora state pensando di fare le rate per l'auto nuova, per far schiattare d'invidia i vicini di casa, se davvero credete che invitare in barca a vela la biondina dell'ufficio legale vi possa dare una chance in più, se immaginate che qualcuno possa ancora badare al vostro abito sartoriale... siete nel passato. L'unico, contemporaneo, infallibile indicatore sociale è il cibo. Quello vero, sano, gustoso, di stagione. I pomodori biologici a quaranta euro nel reparto ortofrutta di "Fortnum & Mason" non sono solo un furto, vanno a ruba; le pizzerie che impastano con grano macinato a pietra lasciato riposare trenta ore hanno file d'attesa più lunghe della lievitazione; i pochi bistrot di Parigi che servono verdure palpitanti, di contadini che odiano la chimica, staccano conti da arresto cardiaco; ed i locali che mescono i miei amati vini naturali, da New York a Tokyo, in dieci anni hanno raddoppiato il prezzo medio a bottiglia, e si sono innaturalmente svuotati di giovani appassionati, per riempirsi di poco informati rampanti finanzieri azzimati e sessantenni piuttosto agiati. Il futuro è chiaro. I ricchi? Mangeranno cibi freschi, puliti, e favorevoli allo sviluppo intellettuale dei loro bambini. I poveri? Avranno nel piatto cibi grassi, insapori, potenzialmente pericolosi per la salute. Ma non si sentirà indigente chi rinuncerà alla berlina, alle vacanze al mare ed al televisore, per permettersi il contadino, il pescivendolo e la cantina. La morale: più ricco sarà chi nutrirà più il desiderio che la vanità».
Esagerato? Fateci attenzione: basta badare alla comparazione dei prezzi dei prodotti per verificare scelte ormai "stellari" nei prezzi, al fatto per contro che cibi "spazzatura" sono quelli più economici che non fanno bene alla salute, alla capacità di certi produttori di esaltare il loro brand condendolo di mille storie che fanno crescere il prezzo allettando il consumatore.
Il cibo o meglio il mercato diventa classista ma non lo dice.

Carburanti alle stelle: proteste francesi, silenzi italiani

Capita, quando si è alla pompa di benzina a fare il pieno, di trovare qualcuno che - sapendo che conosco la storia - mi rievoca la fine dei "buoni carburante", in ultimo non più cartacei ma attraverso la "Carte Vallée", che consentivano ai valdostani di avere un certo quantitativo di carburante in esenzione fiscale.
Condivido, nell'interloquire, come questa perdita abbia creato un impoverimento di famiglie e imprese e talvolta mi lascio andare a qualche spiegazione sugli errori fatti nel 2008 da chi tornò al potere all'epoca e che soppresse i "buoni" con atto regionale. Ricordo, se in vena di farlo, come spettasse semmai al Parlamento l'abrogazione della norma della legge numero 623 del 3 agosto 1949 che prevedeva i famosi "buoni" in attesa della applicazione dell'articolo 14 del nostro Statuto sull'istituzione della "Zona franca". Ed era già pronta, in sostituzione, una norma di attuazione che prevedeva sconti regionali sui carburanti da potersi realizzare attraverso risorse proprie, che sarebbero state finanziate attraverso i fondi del riparto fiscale derivanti dal maggior gettito ottenuto con la soppressione della defiscalizzazione. Ma la bozza di norma di attuazione creava anche - e questo era ancora più importante - un quadro giuridico proprio sulla "Zona franca" prevista dallo Statuto da trattare con Bruxelles, tenendo conto del contesto legislativo comunitario.
L'attualità invece mostra due notizie: uno è il movimento spontaneo in Francia, noto come "gilets jaunes" dai giubbotti catarifrangenti indossati in caso di incidente, di automobilisti stufi dai rincari scesi per strada a protestare (ieri hanno bloccato il tunnel del Monte Bianco!); l'altro è il mancato rispetto del Governo Conte delle promesse, specie del vice premier Matteo Salvini, di mettere mano ai prezzi dei carburanti e non è stato fatto.
L'idea giusta era rivedere la follia delle accise, che pesano per più di un terzo sul prezzo e sono composte in buona parte da imposte di scopo, introdotte dai vari Governi per raggiungere specifici obiettivi. Ogni volta che acquistiamo un litro di benzina ricordiamoci delle diciassette accise sui carburanti, a cui va aggiunta l'Iva al 22 per cento:

  1. 0,000981 euro: finanziamento per la guerra d'Etiopia (1935-1936);
  2. 0,00723 euro: finanziamento della crisi di Suez (1956);
  3. 0,00516 euro: ricostruzione dopo il disastro del Vajont (1963);
  4. 0,00516 euro: ricostruzione dopo l'alluvione di Firenze (1966);
  5. 0,00516 euro: ricostruzione dopo il terremoto del Belice (1968);
  6. 0,0511 euro: ricostruzione dopo il terremoto del Friuli (1976);
  7. 0,0387 euro: ricostruzione dopo il terremoto dell'Irpinia (1980);
  8. 0,106 euro: finanziamento per la guerra del Libano (1983);
  9. 0,0114 euro: finanziamento per la missione in Bosnia (1996);
  10. 0,02 euro: rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri (2004);
  11. 0,005 euro: acquisto di autobus ecologici (2005);
  12. 0,0051 euro: terremoto dell'Aquila (2009);
  13. 0,0071 a 0,0055 euro: finanziamento alla cultura (2011);
  14. 0,04 euro: emergenza immigrati dopo la crisi libica (2011);
  15. 0,0089 euro: alluvione in Liguria e Toscana (2011);
  16. 0,082 euro (0,113 sul diesel): decreto "Salva Italia" (2011);
  17. 0,02 euro: terremoto in Emilia (2012).

Dal 2011 ad oggi ci sono stati ben sette rincari che hanno fatto impennare del ventinove per cento le accise sulla benzina e addirittura del quarantasei per cento quelle applicate sul gasolio da autotrazione.
Attualmente, a causa del solo peso delle accise, quando riempiamo il serbatoio versiamo al fisco più di 70 centesimi ogni litro di benzina e poco più di 60 centesimi euro ogni litro di gasolio. Un conto complessivo che per il 2017 è stato pari a circa 26,7 miliardi di euro.
Il tutto senza contare poi il peso, sempre tutto fiscale, dell'Iva che ovviamente contribuisce a rendere ancora più pesante il conto degli automobilisti. Tra l'altro, proprio il combinato disposto di accise ed Iva innesca il perverso meccanismo delle tasse sulle tasse, meraviglia delle meraviglie. Ritoccando infatti al rialzo le accise, queste ultime vanno ad aumentare la base imponibile su cui si applica l'Iva stessa.
Un vero e proprio salasso per i consumatori, e viceversa un doppio vantaggio per le casse dello Stato, che preferiscono questo tipo di prelievo rispetto al perseguimento degli evasori che contano. Con il risultato finale che, considerando gli attuali costi dei carburanti, circa il 62 per cento del prezzo della benzina e il 59 per cento di quello del gasolio, sono dovuti alla parte fiscale.
Insomma: volendo si potrebbe intervenire, ma - a differenza della Francia - gli italiani non protestano neppure di fronte alle promesse mancate. D'altra parte si rassegnano al fatto che si persegua con pervicacia la demenziale uscita dall'euro ed è tutto dire.

L'«ammuina» fra sorriso e pianto

Bisogna sempre avere curiosità per le altre lingue, perché c'è chi si inventa espressioni che sono diventate così proverbiali da essere in sostanza intraducibili. L'uso del napoletano è stato ormai sdoganato nelle interviste del leader pentastellato Luigi di Maio (prima erano espressioni genovesi - tipo «belìn» - di Beppe Grillo).
Per cui mi avventuro nell'utilizzo, prima con tono faceto ma poi sarò serio, di un'espressione che dal Regno Unito all'Europa, dalla Germania all'Italia e persino nella piccola Valle d'Aosta calza a pennello delle crescenti situazioni di caos politico che caratterizzano questi tempi. Ma non è solo Politica: è espressione di una società che cambia e in cui diventa facile smarrire certezze e punti di riferimento. Si tratta del noto «Facite ammuina», il cui significato è: «Fate confusione».
Si raccontava che fosse stato scritto nel regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie e si sarebbe adoperato - attenzione al condizionale - proprio in napoletano, suonando così:
«All'ordine "Facite Ammuina": tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa
e chilli che stann' a poppa vann' a prora:
chilli che stann' a dritta vann' a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann' bascio
passann' tutti p'o stesso pertuso:
chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a 'll à».
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno.

Traduzione:
«All'ordine "Facite Ammuina", tutti coloro che stanno a prua vadano a poppa
e quelli a poppa vadano a prua;
quelli a dritta vadano a sinistra
e quelli a sinistra vadano a dritta;
tutti quelli sottocoperta salgano sul ponte,
e quelli sul ponte scendano sottocoperta,
passando tutti per lo stesso boccaporto;
chi non ha niente da fare, si dia da fare qua e là»
.

Si tratta naturalmente di un'invenzione perché nulla esiste di questo genere nelle disposizioni della marina borbonica. Così, invece, ipotizza "Wikipedia": "Secondo alcuni, esso trarrebbe origine da un fatto realmente accaduto dopo la nascita della Regia Marina italiana. Un ufficiale napoletano, Federico Cafiero (1807 - 1888), passato ai piemontesi già durante l'invasione del Regno delle Due Sicilie, sorpreso a dormire a bordo insieme all'equipaggio, fu messo agli arresti da un ammiraglio piemontese per indisciplina a bordo. Scontata la pena, l'ufficiale fu rimesso al comando della sua nave dove pensò bene di istruire il proprio equipaggio a "fare ammuina" (cioè il maggior rumore e confusione possibile) ogni volta che si fosse presentato un ufficiale superiore, in modo da essere avvertito e, allo stesso tempo, di dimostrare l'operosità dell'equipaggio. Secondo un'altra ricostruzione, il falso sarebbe frutto dell'ambiente goliardico dei cadetti napoletani del collegio di Pizzofalcone databile fra il 1841 e il 1844".
A naso mi sembra quest'ultima la versione più credibile, vista la nota giocosità del mondo della goliardia.
Si ride per non piangere, naturalmente in questo mondo alla rovescia, dove troppi conti non tornano e la confusione non e affatto questione secondaria. Basti pensare alla spada di Damocle su ognuno di noi e sulle nostre famiglie di una manovra finanziaria prova di logica e piena di rischi. Ma è il clima generale pesante e ammorbante che non mi piace e ci sono spunti persino dolorosi che genera angosce ed anima fantasmi interiori.
Sarà che è un novembre così, che in Valle d'Aosta registra anche una serie di suicidi che impressionano. L'ultimo è quello della madre che si è uccisa ad Aymavilles, dopo avere avvelenato i suoi due bambini con un gesto folle che pare originato da una sorta di gelida vendetta. Ma altre storie, del male di vivere, testimoniano di un malessere diffuso, pieno di insicurezze per il futuro in cui l'«ammuina» non è più una burla ed espressione colorata ma una fibrillazione che colpisce i più esposti ed i più deboli.
La confusione alimenta pensieri cupi.

Attenzione alla "commissionite"!

Una delle sale Commissioni più 'affollate'Mai come di questi tempi la Democrazia è la grande malata e dentro le ferite si sono inseriti virus perniciosi che vanno dall'ingovernabilità al trasformismo, dall'incompetenza alla paralisi, dal populismo alla demagogia, dall'astensionismo al "non nel mio cortile" (in inglese "nimby - not in my back yard"). Confesso un certo smarrimento ed anche la preoccupazione di un gorgo da cui non si riesca ad uscire e ogni rinuncia ad occuparsene è una sconfitta a tavolino, senza neppure giocare la partita. Per cui l'invito a non demordere me lo ripeto come un mantra, perché so bene che in politica gli spazi vengono comunque occupati, perché il vuoto non c'è. Ma oggi la difficoltà sta nel trovare modalità nuove, coinvolgenti e aperte, però è difficile trovare queste strade da percorrere ed il pericolo è quello di essere fermi su vecchi modelli e ciò prescinde dall'età dei protagonisti. Vedo giovani vecchi come il cucco che boccheggiano ed anzianotti - scusate l'eventuale vanità - che sanno cosa fare.
Capisco che è troppa la carne messa al fuoco e vale la pena di prendere un pezzo per volta. Eccoci: la vulgata secondo la quale quando non si vuole risolvere un problema si crea una Commissione non è del tutto infondata. Anche se il dizionario di italiano non restituisce l'esatta complessità dell'uso, quando si legge: "gruppo di persone qualificate alle quali è affidato un incarico pubblico". Infatti la "commissionite", quando scherzando la si può considerare una patologia e non una cura alla ricerca di un rimedio ad un problema, investe pienamente anche il mondo privato. Il «Facciamo una Commissione!» è un grido garrulo che risuona in pratica ovunque, nella speranza che un trust di cervelli più o meno validi possa affrontare una questione per risolvere un caso. Ma l'efficienza è raramente garantita e l'impressione è che talvolta la Commissione sia un alibi per prendere tempo o una macchina messa in strada senza benzina.
Mettiamo ordine. "Commissione" è il termine usato, in Europa, per il cuore pulsante - una sorta di Governo vero e proprio - delle Istituzioni comunitarie. Ed ogni Assemblea parlamentare ha Commissioni permanenti (o che nascono ad hoc) che sono il fulcro della democrazia, perché è lì che si affrontano le questioni e nascono le normative che poi passano, se importanti, nelle aule per la loro approvazione.
Meno nobile è, invece, l'uso delle Commissioni nella vita politica, quando si tratta di strutture interne, in genere legate a singole materie, perché troppo spesso diventa il regno del bla bla ed ormai la scarsa partecipazione politica, fra assenze e qualità non sempre eccelsa, rischia di fare di questo strumento un flop, che va di pari passo con la crisi endemica della Politica. Chi vi partecipa, se le cose vanno male, tende dunque ad accrescere la schiera degli scettici e molti li ho visti affacciarsi entusiasti ed essere poi spaventati dagli aspetti burocratici che caratterizzano i meccanismi politici di quelle strutture di mezzo che sono i partiti, che si impantanano in lentezze e storture.
Ecco perché demagogia e populismo, che si reggono su leader che decidono tutto e con formule di soluzione semplicistiche e persino sempliciotte, piacciono così tanto: c'è chi risolve i problemi per tutti e - per mascherare l'effetto gregge - si creano comitati vecchi e nuovi, come sono di fatto i famosi "meetup" pentastellati che sono una parvenza di democrazia diretta con la strana cupola della "piattaforma Rousseau" della "Casaleggio". E' interessante ed è stato sinora produttivo in termini elettorali la messa in scena di apparati partecipativi che servono in realtà a celare logiche dirigistiche. In passato, nel sistema da tutti ricopiati del partito marxista-leninista, c'era l'esaltazione - ancora presente per alcuni in Valle d'Aosta - delle "Sezioni" come motore del funzionamento dell'apparato, che poi in realtà viveva su decisioni rigidamente centralizzate e momenti assembleari in realtà di semplice ratifica di decisioni già assunte.
Ero in effetti molto speranzoso che proprio nuovi strumenti delle nuove tecnologie, con la facilità di chat rapide e di videoconferenze a basso costo, aprissero grandi prospettive per uscire da vecchie logiche, ma la realtà è che solo il contatto personale, con regole precise, quali la presenza di moderatori che possano fare parlare tutti e si impegnino a fornire conclusioni fattive e non documenti fumosi, rappresentano una speranza per far ripartire dialoghi costruttivi e momenti davvero arricchenti contro il dejà-vu.
Certo è un'ambizione complessa, ma non vedo alternative.

Voglia di sci

I miei nuovi sciCi sono cose che ti riportano indietro nel tempo e non c'è peso degli anni che tenga. Uno di questi è lo sci da discesa, pratica sportiva straordinaria per il vantaggio di poterla praticare en plein air e, nel caso valdostano, per chi voglia saltabeccare da stazione a stazione (grazie a formule di abbonamento digitale che rendono tutto più facile) la varietà dei panorami non ha davvero eguali. Ogni tanto ci dimentichiamo di quale impressione facciano le nostre alte quote, che pure creano difficoltà di collegamenti intervallivi - rispetto ai caroselli dolomitici - ma hanno il vantaggio di avere neve vera alle nostre alte quote e di poter vedere il volto più rude e più estremo dell'arco alpino.

Il mezzobusto digitale

Il sottoscritto adesso ed a diciannove anniOgni tanto mi capita di sognare di leggere un telegiornale. E' un sogno piacevole e divertente, durante il quale mi compiaccio molto di non leggere né i fogli che ho davanti (se non degli appunti con la mia scrittura cubitale) e neppure di adoperare quell'aggeggio che consente di avere i testi in favore di telecamera, dando però l'impressione di improvvisare, chiamato "gobbo elettronico".
Non so perché questo avvenga, forse si tratta di una forma di nostalgia della mia giovinezza. Avendo scoperto la mia vena giornalistica, poi diventato il mio lavoro, quando andai in radio da ragazzino, devo dire che pur amandola moltissimo questa "vecchia" Radio che rinasce sempre dalle sue ceneri e che pratico ancora oggi, la Televisione a vent'anni fu un colpo di fulmine senza eguali.

Bernard Janin, geografo e poeta

Il famoso libro sulla Valle d'Aosta di Bernard JaninEra qualche anno che non avevo più notizie di lui. Sino a l'annuncio doloroso della sua morte e della cerimonia funebre svoltasi venerdì scorso nella chiesa di Montcel, piccolo Comune situato nei pressi di Chambéry, nella sua amata Savoie.
Mi riferisco a Bernard Janin e si può dire che con la sua scomparsa, a pochi mesi dalla morte di Paul Guichonnet, la Valle d'Aosta perde un altro grande amico e uno studioso che si applicò a fondo nelle ricerche geografiche, con attenzione alla storia, all'economia e alla sociologia della nostra Regione, descrivendone con impegno minuzioso e partecipe molte di quelle caratteristiche che hanno formato nel tempo il nostro territorio e le popolazioni che l'hanno abitato e che hanno dato vita al popolo valdostano.

Aspettando la macchina del tempo

Le copertine del libro dell'Abbé Amédée CourtèsChissà se mai verrà il giorno in cui ci sarà la macchina del tempo e viaggeremo - come in libri e film di fantascienza - avanti e indietro a cercare il passato ed a vedere il futuro.
A leggere il famoso fisico Stephen Hawking un giorno verrà: «Un tempo il viaggio nel tempo era considerato dalla scienza come un'eresia. Evitavo di parlarne per evitare di essere etichettato come uno "strambo". Ma oggigiorno non sono più così cauto. Infatti, oggi somiglio di più alle persone che costruirono Stonehenge. Sono ossessionato dal tempo. Se avessi una macchina del tempo farei visita a Marilyn Monroe al suo apice oppure mi catapulterei da Galileo nel momento in cui puntò il suo telescopio verso il firmamento. Magari, volerei alla fine dei tempi per vedere com'è la fine di tutto».

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