La lunga attesa e l’astensionismo crescente

Aspettiamo, in una probabile lunga apprensione, gli esiti elettorali in Valle d’Aosta e non resta che distrarsi e incrociare le dita.
Un giorno, parlando di relatività del Tempo, Albert Einstein disse: "Quando un uomo siede un'ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora".
Un modo molto efficace e semplice per spiegare che di fatto anche il Tempo è relativo, non soltanto perché quello misurato dagli orologi è ben diverso dal tempo che percepiamo e viviamo, ma anche perché il nostro, quello terrestre, è un Tempo ‘locale’, che vale solo sul nostro pianeta. Ma quest’ultima è altra storia.
Mi interessa citare la storiella per dire di come questa vicenda del tempo sospeso sia esemplificato in modo evidente dall’attesa. Mi viene in mente un’altra battuta, quella di Arthur Bloch, quando dice: “Più vecchie e noiose sono le riviste nella sala d’attesa e più devi aspettare”.
A me è capitato, quando il tempo di attesa si allungava, di mettermi a contare le piastrelle di una stanza, gli alberi di un viale, le auto in transito. Tutto prima che telefonini e tablet con il loro mondo parallelo ci assorbissero con sale d’attesa che sono diventate il monumento all’asocialità con ognuno chino sul suo apparato. Se manca il segnale quell’attesa che ci consenta la navigazione - talvolta nell’affanno di ritrovarlo - è il segno dei tempi.
Nella mia vita di attese ce ne sono state: di emozionanti come in sala parto l’arrivo dei miei figli, con tensione l’inizio di una diretta tv, con timore il responso di un’analisi medica, con il batticuore al cancelletto di una gara di sci, con curiosità alla laurea per conoscere il punteggio finale, con paura il tempo rallentato di un guardrail che si avvicina dopo una caduta in moto.
Quest’ultima situazione, come altri casi analoghi in cui ci si trova nel momento giusto nel posto sbagliato, fanno riflettere sull’imponderabile che ci accompagna a braccetto nel corso della vita, come angelo custode o diavolo secondo che quel l’attimo fuggente sia la conoscenza di una persona che si amerà o un destino tragico che ci toglie di mezzo quando meno te lo aspetti.
Nel mio caso ci sono state anche le attese, in caso di elezioni, in cui ci si mette in gioco e si aspettano i risultati, sono certamente state importanti nella mia vita, perché comportavano cambiamenti. Ricordo la prima volta nel 1987, quando arrivò - per le elezioni politiche nel collegio uninominale valdostano - l’esito di un primo Comune, da cui risultava non avessi preso neppure un voto. Mi alzai, non rendendomi conto che si trattasse di una semplice prova tecnica, e dissi solo con un gesto sconsolato agli astanti: “Io vado”. Poi l’attesa divenne la felicità della vittoria.
Ci pensavo oggi in cui l’attesa per l’esito delle elezioni regionali già reso inquietante da un astensionismo cresciuto a dismisura con i votanti che sono scesi al 65,12 contro il 73.03 di 5 anni fa. Non sono in lizza personalmente ma tengo molto ai risultati di MOUV’. Complessivamente trepidano poco meno di 350 candidati, la cui attesa cambia molto. C’è il neofita senza illusioni che attende di vedere quanto ha raccolto, c’è l’illuso che aspetta speranzoso quanto lo farà tornare coi piedi per terra, c’è l’uscente che non tornerà perché trombato, c’è l’outsider che invece scoprirà il piacere della sorpresa. Un campionario di umanità interessante che si è messo in gioco.
Un giorno verrà in cui questo tipo d’attesa sarà spazzato via, come accadeva alla visita di leva - quando c’era la naja e aspettavi di vedere come saresti stato classificato (abile arruolato, rivedibile o riformato) - da nuovi scenari. Il più logico sarebbe, con buona pace di chi indica pirataggi e manipolazioni causati dagli hacker o da bug di varia natura, come se brogli e pasticci non ci fossero stati con schede, matite copiative e urne, il voto elettronico nelle sue possibili declinazioni. Basterà poco più di un clic, a seggi chiusi, per conoscere l’esito.
Intanto si aspetta e il nuovo meccanismo di scrutinio potrebbe dimostrarsi un orologio svizzero o un vecchio macinino.

Un messaggio dal passato

Proporrò un brano istruttivo ma solo apparentemente datato, perché - pur vivendo con convinzione la nostra contemporaneità - dobbiamo imparare ad ascoltare la Storia e certi richiami ancora udibili e soprattutto spendibili che ci arrivano dal passato.
Personalmente credo nei ricordi, nella memoria, nelle tradizioni, perché molto banalmente l'avvenire esiste solo a condizione di avere coscienza di quel che è stato. Fatti e personaggi che, pur mutando nella nostra percezione, permangono come presenze e sono come messaggio in bottiglia da leggere con le sensibilità odierne. Ho letto da qualche parte come il tempo della civiltà umana sia null'altro che una sincronia che occupa i millenni e noi siamo il frutto di questo flusso.
Annota così un lettore del mio blog, che mi manda "Le problème des hommes", preferendo mantenere l'anonimato in questo post: «Nel 1947, a guerra conclusa, la Valle d'Aosta cercava faticosamente di rialzarsi e di ricostituire l'apparato amministrativo regionale e comunale. L'Abbé Joseph Bréan "personaggio carismatico, trascinatore di folle e figura di primo piano dell'autonomismo intravisto soprattutto come ideale di libertà" (Lino Colliard), affidava alle pagine del "Pays d'Aoste", questi pensieri che propongo senza ulteriori commenti e che invitavano i cittadini a meditare sulle scelte da compiere per dotarsi di persone adatte all'amministrazione locale e regionale. Lo scritto è dotato di una straordinaria attualità: "De nos jours, comme hier, comme toujours, des problèmes graves et urgents demandent une solution. Selon que cette solution sera bonne ou mauvaise, les peuples seront dans la joie ou dans la tristesse, dans la prospéritè ou dans la misère, dans l'ordre ou dans le désarroi. Ceci, soit qu'il s'agisse de l'humanité considerée dans son ensemble, soit qu'il s'agisse de chaque pays, pris en particulier.
La solution des autres problèmes dépend ordinairement de la façon dont on résout le problème fondamental: le problème des hommes.
Pour un pays le manque d'hommes est un des plus graves revers. Se procurer des hommes, voilà un problème! Problème grave. Des hommes, disons-nous.
Il existe des individus, qui ont barbe et moustaches, mais qui sont incapable de penser avec leur tête, de vouloir avec leur volonté; ils sont toujours prêt à suivre ceux qui gueulent plus fort. Ce ne sont pas des hommes, mais des roseaux agités par le vent. Il existe des individus qui semblent se dévouer au bien public; en réalité, ils cherchent à satisfaire leurs ambitions et leurs passions déréglées. Ambition des titres. Ambition des décorations. Ambition des places. Ambition du pouvoir. Passion des richesses. Passion des sens. Ce ne sont pas des hommes, mais "des coeurs ou pourrit un secret". Il existe des individus plein d'eux mêmes, sans rudemente et sans énergie, inconscients de leurs devoirs et de leurs responsabilités... Ce ne sont pas des hommes, mais "des vieillards pareils à d'affreux enfants".
Il existe des individus qui disent une chose et en pensent une autre. Ce ne sont pas des hommes, mais des hypocrites. Il existe des individus qu'en parlant à Martin, ils s'accableront de flatteries et mepriseront Jean. Ce ne sont pas des hommes, mais des vulgaires finassiers. Il existe des individus qui spéculent sur la bêtise de ceux qui se laissent emballer... Ce ne sont pas des hommes, mais des traitres. Il existe... Mais à quoi bon continuer notre énumération? Mieux vaut la laisser inachevée. Disons tout, en un mot: paraitre ne suffit pas, il faut être homme.
(…) Voilà pourquoi, pour ce qui regarde notre Pays, la Vallée d'Aoste, nous croyons pouvoir et devoir dire qu'on ne travaillera jamais trop pour la formation civique, sociale, politiche, morale de nos populations. Il y a chez les hommes modestes (tel que nos montagnards) une étincelle prête à devenir une flamme. Il faut que cette étincelle soit alimentée, guidée et développée par des maitres avisés, honnêtes, capables, digne de confiance (…) Car il nous faut des hommes (nous disons des Hommes) pour revêtir les fonctions publiques...".
(tratto da "Abbé Joseph Bréan", 1910-1953 in "Le Pays d'Aoste", 1947)"
.
Fatta la tara delle evoluzioni della società - tipo leggere anche "Femmes" dove allora c'era solo "Hommes" e ri-tarare il riferimento ad "hommes modestes", che suona oggi come politicamente scorretto - restano un nucleo di preoccupazioni valide.
In più quella di allora era un'epoca piena di incognite, ma in una fase nascente e ricca di energie, oggi invece siamo in un momento declinante e con un clima cupo. Ma la sostanza è che la battaglia dei "buoni" contro i "cattivi", detto rozzamente perché essere manichei è un difetto, resta limpida come un cristallo.

SSS...

Silenzio...Sss… il silenzio elettorale incombe e dunque non dobbiamo parlare, anzi parliamo sottovoce per non disturbare. Questo famoso "silenzio" è una norma che da sempre contraddistingue dagli anni Cinquanta ogni elezione, nazionale o locale, che si svolge in Italia.
La normativa di fondo resta quella del 1956, malgrado qualche modifica intercorsa, specie sui mezzi di comunicazione come radio e televisione. Vale a dire che nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per le elezioni, "sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda. Nei giorni destinati alla votazione altresì è vietata ogni forma di propaganda elettorale entro il raggio di duecento metri dall'ingresso delle sezioni elettorali".
Regola strana quest'ultima, perché non si capisce bene cosa si potrebbe fare a 201 metri, visti gli altri divieti: bizzarrie del legislatore.
Strano è per altro che mai ci si sia adeguati a quanto appare ormai ordinariamente su "Facebook", "Twitter" & co., dove in una sorta di gioioso Far west non esiste alcun silenzio da rispettare, per cui sui "social media" c'è chi imperversa senza pietà.
Beppe Severgnini sul "Corriere della Sera" scriveva tempo fa: «Il "silenzio elettorale" è il simbolo di un'Italia retorica, che usa alcune consuetudini come clave (e ignora le regole, se le conviene). Così è stata utilizzata, per anni, anche la "par condicio": un modo di pulirsi la coscienza e ignorare la realtà dei media (fatta di giganteschi conflitti d'interesse, politica in ogni angolo della televisione, social incontrollabili e fortunatamente incontrollati).
Gli psicologi studiano da tempo un atteggiamento chiamato "fissità funzionale": vediamo solo l'uso più comune di un oggetto, e questo blocca qualsiasi innovazione. Celebre esempio di scuola: se l'equipaggio del "Titanic" avesse capito che quell'iceberg micidiale poteva diventare un rifugio temporaneo per i passeggeri, i sopravvissuti sarebbero stati molti di più. In Italia non abbiamo iceberg, ma in molti possiedono la vocazione del "Titanic": vanno allo schianto, inflessibili e prevedibili, blindati nei propri preconcetti.
Tutti sanno che, nel secondo decennio del XXI secolo, il "silenzio elettorale" è un'idea fuori dal tempo, quasi ridicola. Tutti capiscono che, mentre nei nostri smartphone passa il mondo, la "giornata di riflessione" può costituire una lodevole scelta individuale, non un'impraticabile regola generale. Pochi hanno il coraggio d'ammetterlo, però. Preferiscono far finta di niente»
.
Per vale il detto "zitto e mosca", lo stesso adoperato da chi nei comizi finali ha taciuto sull'onda giudiziaria che ha investito la Valle d'Aosta, limitandosi alla linea difensiva del «chiariremo tutto» con buona pace di quei buontemponi della "battaglia interna", che devono essere ancora nascosti nella giungla a prepararsi per le battaglie sinora mai fatte.
Su "Lettera 43", per chiudere con allegria ho trovato la spiegazione di come nasce il modo di dire: "Il detto popolare "zitto e mosca" è da sempre diffusissimo e, ancora oggi, è ampiamente utilizzato, soprattutto nelle zone un po' meno sviluppate, in cui continuano ad essere utilizzati i modi di dire di una volta. Tutti noi abbiamo sentito utilizzare questa simpatica ammonizione, come anticipazione di una sgridata o di una più severa punizione, ma è difficile immaginarne l'origine o quanto meno capire cosa c'entri la mosca col silenzio. Una possibile interpretazione potrebbe far pensare che parlare di mosca serva ad abbreviare una frase che andrebbe ad assomigliare ad un altro famoso modo di dire, "non voglio sentir volare una mosca". In verità però questa spiegazione non può soddisfare molto, in quanto, in questo secondo caso, sembrerebbe che addirittura il rumore di una mosca possa risultare fastidioso, dunque questa non sembra essere una via percorribile.
Una spiegazione più ragionevole è offerta dal vocabolario abruzzese "Bielli", in cui è contenuta l'espressione "moscate", che significa "fate silenzio": stando a tale verbo dialettale, "mosca" diventerebbe la seconda persona singolare dell'imperativo e non sarebbe più un sostantivo che rinvia al noto animale. In questo caso l'argomentazione sembra ragionevole e il modo di dire diventerebbe "zitto e fai silenzio".
Ma da dove deriverebbe il verbo abruzzese "moscare"? Forse dal latino "mussare", che significa bisbigliare, tacere, abbassare la voce. Anche in greco si trova qualcosa di simile, in quanto in questa lingua la radice "mu" sta ad indicare il verbo "chiudere". Se si considera che in molti passi di autori latini il verbo "mussare" è diventato "muscare", l'origine del verbo "moscare" appare evidente.
Se questa interpretazione è corretta, si potrebbe addirittura immaginare che il modo di dire "zitto e mosca" sia nato dal latino o comunque da una sua ripresa, senza il riferimento alla mosca animale. Col tempo la fantasia avrebbe portato ad identificare il silenzio indicato dal verbo con la il ronzio della mosca: se c'è silenzio, si deve avvertire anche il battito delle ali dell'insetto più piccolo"
.
Da lunedì dominerà il rumore, spero molto rumore e dunque godiamoci il silenzio...

Votare MOUV'

I candidati di MOUV' nel comizio di chiusura della campagna elettoraleSi conclude la campagna elettorale e domani starò zitto, perché trovo che si debba essere rispettosi del silenzio elettorale, diventato con il Web una specie di burletta, quando invece credo che questa pausa di respiro prima delle urne sia un segno di civiltà, caratteristica non più così usuale.
Arrivano i big ad Aosta per l'ultimo colpo di cannone "a salve" della campagna elettorale, attorniati da adoranti militanti locali, che lasciano al gros bonnet del loro partito l'onore di chiudere la campagna elettorale. E loro con qualche noticina degli uffici stampa e qualche chiacchiera con i maggiorenti del posto si preparano ai loro interventi in cui arrancano su temi valdostani e vanno lisci sugli avvenimenti nazionali. Bene, bravi, bis!

La Politica è passione

Io con la valigia, la Grolla e la Coppa dell'Amicizia durante il comizio di 'Mouv'Lo so: al cuor non si comanda. Come uno dei fondatori di MOUV' non potevo esimermi da dire qualcosa al comizio di chiusura. L'ho fatto portando sul palco una vecchia valigia, zeppa di oggetti che servivano per raccontare idee, speranze e anche le paure e le delusioni.
La Politica resta una passione nella mia vita e non si può lasciarla da parte, anche quando non si hanno ruoli apicali di movimento e non si è in corsa per un seggio. Anzi, proprio per questo bisogna proporre la propria testimonianza civile in momenti di passaggio in cui "chiamarsi fuori" suonerebbe come un tradimento dopo una vita spesa in larga parte nell'impegno pubblico.
Buon ascolto.

Le incognite delle elezioni valdostane

Pronte le sezioni ad Aosta per le elezioni regionaliSi sta quasi completando il conto alla rovescia per le elezioni regionali per l'elezione del Consiglio della quindicesima Legislatura, a quasi settant'anni dal primo voto democratico di questo organo, che risale all'8 dicembre del 1949.
Per chi ha vissuto molte elezioni da protagonista viverle da dietro le quinte ha un duplice sapore. Il primo è che si è più zen: quando ci si mette in gioco di persona prevalgono stati di attesa e di ansia che ingenerano nervosismo e creano negli ultimi giorni - specie quando le candidature di lista sono plurime - certe scintille che non sono patologiche ma umanamente connesse alla competizione quando si mischia il gioco di squadra con il risultato individuale. La seconda, meno personale, è che si guarda al quadro con la freddezza necessaria senza mischiare la realtà con le proprie aspettative e questo è un bene sia per i risultati personali - mamma mia quanti delusi ci saranno il 21 maggio sera! - sia per i risultati delle liste (sento proclami roboanti di chi forse stenta con l'aritmetica e pure con il buonsenso).

La Politica è una cosa seria

Claudio Brédy al Congresso di Mouv' del gennaio 2017L'interrogativo, ormai sospeso per aria da tempo, è diventato persino noioso nella sua ripetitività e nelle more di un parto che sembrava infinito, tanto da far temere che si fosse trattato di una grottesca gravidanza isterica.
Nascerà o non nascerà il Governo fra Lega e "Cinque Stelle"? Se qualcuno su un'isola deserta, senza collegamenti esterni, ricevesse con un giorno di ritardo un solo quotidiano - come unico cordone ombelicale con il mondo - sarebbe nella curiosa situazione di essere regolarmente disinformato. Ciò avverrebbe per le alterne vicende che uccidono i poveri titolisti sull'orlo di una crisi di nervi, poiché la vicenda somiglia davvero alle fatiche di Sisifo con il masso che spinto in cima ricadeva - in un supplizio infinito - verso il basso. Quanto avvenuto in questi giorni, quando si è arrivati vicini al risultato, vale a dire alla formazione di un Governo, ritornando poi al nulla di fatto per poi invece - così pare - virare al sereno (per loro, non per noi). Magari il miracolo avverrà ad horas con una corsa dal ritmo dei cento metri piani, perché raggiungere il Potere non è un fatto secondario ed i "Cinque Stelle" sono impazienti e pronti a tutto, mentre la Lega lo fece già senza scrupoli nei Governi del passato con Silvio Berlusconi.

Condividi contenuti

Copyright © 2008-2018 Luciano Caveri