La visione del futuro

Il 'Dottor Pangloss' di Joseph Jefferson di John Singer SargentPaolo Franchi sul "Corriere della Sera", qualche giorno fa, ha scritto un interessante articolo dedicato alla politica italiana, che vale come spunto, nella sua parte iniziale, anche per la politica valdostana.
Così Franchi: «La questione l'ha posta più nettamente di tutti, seppure nella forma di una domanda retorica, Graziano Delrio sul "Corriere": "In questo periodo è stata lanciata un'idea che sottendesse una visione? Un'idea che facesse anche solo discutere, nel bene e nel male, ma che aprisse un dibattito, una polemica, un confronto?". No, nessuno l'ha lanciata. Colpisce, nel nostro tempo sospeso, la miseria di quello che una volta veniva chiamato, un po' pomposamente, il dibattito pubblico. Non è una novità, purtroppo. Mai come in questi mesi, però, alla faccia del mantra "Nulla sarà come prima", abbiamo vissuto in una prolungata astinenza da idee, proposte, progetti. Ci si accapiglia senza costrutto sulla destinazione delle risorse erogate a pioggia per cercare di lenire gli effetti devastanti della crisi, sulle mascherine, sulle ronde. Ma del domani, invece, sembra che nessuno voglia, o sappia, discutere seriamente. Tutta colpa di una politica, di governo e di opposizione, vocazionalmente disinteressata a gettare uno sguardo sul futuro? Naturalmente no, anche la cosiddetta "società civile" sembra avere solo poche idee, ma confuse. E' la politica però che dovrebbe avvertire, più e prima di tutti i suoi interlocutori, l'orrore del vuoto. Se non lo prova, il pericolo (civile, economico, sociale e, quel che è peggio, democratico) minaccia di farsi esplosivo».
Mi sembra interessante e rivolto anche al presente della nostra Valle, dove si entra nella "fase 2" più rafforzata e ciò avviene con l'assillo delle elezioni regionali e comunali, che sono elementi distorcenti più che stimolanti il confronto. E questo insieme rende difficile traguardare il contingente ed il "giorno per giorno" e manca quel confronto indispensabile sul futuro che verrà.
Ogni tanto mi chiedo se e quando scatterà qualcosa che consenta una visione d'insieme e anche una condivisione che permetta di fissare alcuni temi cardine su cui trovare logiche convergenze contrapposte a quel tutti contro tutti, che sembra essere la cifra del presente, anche laddove in apparenza regna una certa armonia.
Di questi tempi si contrappongono, ma non è una novità, due visioni opposte, che vorrei ricostruire con due definizioni classiche, apparentemente difficili, ma in realtà non lo sono affatto.
La prima, possibile reminiscenza scolastica, riguarda il grande poeta Giacomo Leopardi e le sue riflessioni filosofiche, che rende poi poetiche. Il tema centrale riguarda la condizione umana, il rapporto dell'uomo con la natura e la storia, il suo desiderio sempre inappagato di felicità e piacere. Così dal suo "Zibaldone" sono nate quelle definizioni: «pessimismo storico» e «pessimismo cosmico», in cui si radica l'idea che gli esseri viventi sono condannati dalla Natura matrigna a un'infelicità senza rimedio. Nella fase conclusiva del suo lavoro, Leopardi si appella a tutti gli uomini perché pongano fine ai conflitti e agli egoismi individuali e, uniti, facciano fronte alla Natura ostile. Leopardi recupera i grandi valori umani - la solidarietà, la pace, la fratellanza - e li propone come unica possibilità di riscatto e liberazione dal dolore e dalla sofferenza.
Scrive il poeta: «La mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l'accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura mira a sanare, a spegnere quel mal umore, quell'odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, e non vorrebbero esser chiamati né creduti misantropi, portano però cordialmente a' loro simili... La mia filosofia mira a sanare tale malessere, sollecita gli uomini a trovare forme di solidarietà, a superare gli steccati ch'essi stessi innalzano; del male che s'arrecano l'un l'altro, non sono responsabili gli uomini. La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all'origine vera de' mali de' viventi». ("Zibaldone" del 2 gennaio 1829)
Un invito realistico e sempre valido, cui si affianca quell'altra idea, espressa da Voltaire, nel secolo precedente e che si chiama «panglossismo», che sembra una parolona e invece è facilmente spiegabile.
Il suo significato, in sintesi, è questo: "Inclinazione a credere di vivere nel migliore dei mondi possibili". L'etimologia è semplice: deriva dal nome dal nome di Pangloss, personaggio del "Candide" di Voltaire o meglio il precettore di Candide. Questo Pangloss, adoperato per una disputa filosofica a distanza, ha una teoria, mutuata dal filosofo tedesco Leibniz, secondo cui viviamo nel migliore dei mondi possibili. Si tratta di una teoria che può essere sostenuta in termini metafisici e teologici (il mondo è stato creato da un dio perfetto et similia), ma in termini pratici è indifendibile: Pangloss è quindi la caricatura dell'irriducibile ottimista, che non perde occasione per notare e far notare come tutto è destinato al meglio - a dispetto dei più atroci accadimenti e delle sorti più sfortunate.
La caricatura di certi suoi discorsi è evidente: «E' dimostrato - diceva - che le cose non possono essere altrimenti: poiché, tutto essendo fatto per un fine, tutto è necessariamente per il fine migliore. Notate che i nasi sono stati fatti per reggere occhiali, perciò abbiamo degli occhiali. Le gambe sono visibilmente costituite per calzare brache, e abbiamo delle brache. Le pietre sono state formate per essere tagliate e costruire castelli, perciò monsignore ha un bellissimo castello. Il maggior barone della provincia deve essere quello alloggiato meglio; e i maiali essendo fatti per essere mangiati, mangiamo carne di porco tutto l'anno. Di conseguenza, coloro che hanno affermato che tutto è bene hanno detto una sciocchezza, bisognava dire che tutto è per il meglio».
Nella parte finale, riassuntiva, l'ottimismo di Pangloss si mantiene: «Tanto è vero che se voi non foste stato scacciato a gran calci nel sedere da un bel castello per l'amore di madamigella Cunegonda, se non foste stato sotto l'Inquisizione, se non aveste corso l'America a piedi, se non aveste dato un buon colpo di spada al Barone, se non aveste perso tutti i montoni del bel paese di ElDorado, voi non sareste qui a mangiar cedri canditi e pistacchi».
Questo per dire che tra il pessimismo eccessivo e l'ottimismo stolido anche per il nostro futuro ci può essere un giusto compromesso, ma manca questo benedetto dibattito pubblico ad alimentare idee e proposte.

Solo con gli occhi

La statua di San Francesco, a San Fiorano, con la mascherinaMascherina, ma non solo. Così è, anche se non ci piace. Ci pensavo l'altro giorno, quando ho incontrato una mia cara ex collaboratrice e - maledizione! - per assodata abitudine mi è scappato un abbraccio con bacino accennato. Non si può e mi sono subito pentito di averlo fatto!
Niente stretta di mano, niente pacca sulla spalla, niente sfioro dei corpi. Si è come astronauti con tuta spaziale, che invece è solo l'immaginaria aura di distanziazione.
Leggevo su "Le Point" un pezzo magistrale dello scrittore algerino Kamel Daoud: «Si on n'a pas perdu un être cher ou si on n'a pas été soimême contaminé, le virus est invisible, théorique. Ce sont des dizaines de contraintes et de frustrations, un couvre-feu, une solitude ou une faillite».

Le parole della pandemia

La 'quarantenaUna considerazione generale in premessa ci sta, ormai ad alcuni mesi dall'arrivo del "coronavirus". La prima osservazione riguarda la comunicazione istituzionale: la mia impressione è che a Roma come ad Aosta l'esperienza non sia stata positiva. Si è usato in alcuni casi uno strumento vecchio come il cucco della conferenza stampa ed in altri casi scorciatoie stile "social" con lunghi monologhi di protagonisti politici e scientifici. Sarà ora che si usino professionisti del ramo che abbiano studiato una disciplina che non consenta dilettantismo e la mancanza di un approccio opportuno fa scoprire ancora di più l'improvvisazione di larga parte della classe politica ed il linguaggio inadatto di chi affianca i politici con propri gerghi corporativi inadatti per il grande pubblico.
Il giornalismo spesso ha battuto queste stesse piste, dando anch'esso un'immagine per nulla idilliaca con troppi "reggimicrofono" e pochi capaci di dimostrare libertà di pensiero, scavando negli eventi ed evitando le troppe logiche ansiogene emerse nei momenti più delicati.

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