Domenica al voto

Prima premessa: ne parlo oggi perché considero sacro il silenzio elettorale che scatterà nelle prossime ore e ritengo scandaloso che ormai le norme che prevedono questa sorta di pausa di riflessione vengano aggirate come se fossero un colabrodo. Se si considera questa storia un feticcio - come la bufala della "par condicio", rispettata per modo di dire - meglio dirsi che in Italia «fatta la legge, trovato l'inganno».
Seconda premessa: quando ho compiuto diciotto anni non sono mai venuto meno al mio diritto di voto. Mi è capitato solamente di non andare alle urne per qualche referendum, vista l'esistenza di un meccanismo che legittima l'astensionismo per non raggiungere il quorum.
Questo per dire che dopodomani non mancherò al voto delle Europee, anche se non dirò - in ossequio alla decisione di Mouv' di lasciare libertà di voto - per chi voterò, perché chi invece annuncia la propria scelta viola questa indicazione con buona pace di chi sbandiera la libertà d'opinione, "Cicero pro domo sua"...
Tuttavia una riflessione politica vorrei farla a chiusura di un campagna elettorale persino peggiore di quelle precedenti. Nel senso che sul piano politico l'attenzione a Roma è per i risultati solo in chiave nazionale ed in salsa valdostana per la stessa ragione. In fondo certi numeri potranno o meno, per entrambi i casi, far propendere per il ricorso anticipate alle urne, che avrebbe comunque un senso per uscire da certa palude in cui siamo immersi. Sul piano dei contenuti vale la stessa storia: l'europeismo e i suoi problemi hanno fatto solo da sfondo per forze politiche e candidati e questa povertà di contenuti riflette una situazione di analfabetismo istituzionale verso l'Unione europea che sconcerta, a quarant'anni dal primo voto a suffragio universale del Parlamento europeo.
Guardavo con una triste consapevolezza uno scontro televisivo anacronistico fra due liste a carattere neofascista e una terza con un esponente del Partito Comunista old style. Da buoni estremisti il terreno comune era l'antieuropeismo di pancia, che li unisce in un insolito destino che deve fare riflettere. Se avessero vinto gli uni o gli altri, sia chiaro che l'Europa non sarebbe esistita ed il nostro non sarebbe divenuto il Continente che è oggi e la democrazia non ci sarebbe in tanti Paesi, anzi sarebbero opposti totalitarismi a farla da padroni della scena.
Voterò con la certezza che, se pure è vero che l'Europa è una costruzione imperfetta, peggio sarebbe stato non averla. E chi oggi cavalca nazionalismo e sovranismo mai potrà dirsi federalista. Combattere l'integrazione europea è, per la medesima ragione, un delitto grave.
Voterò, perché prima al Parlamento europeo e poi al "Comitato delle Regioni", anche con ruoli di responsabilità maggiori della piccola taglia della nostra Valle, ho respirato quell'aria europeista che è la sola garanzia contro i veleni dell'odio, della violenza e della guerra. Quei miasmi che avevo respirato ai tempi della guerra dei Balcani, perché quello sarebbe l'esito finale del fallimento del progetto comunitario e bisogna diffidare di chi, in questa campagna elettorale, ha addolcito certi toni a solo scopo elettorale.
Voterò per me, ma soprattutto per i miei figli, che vorrei diventassero cittadini europei più ancora di quanto sia stato possibile per me. Essere buoni valdostani, fieri della propria Autonomia, spingendola ancora più in là se saremo combattivi e degni di questa sfida, non significa affatto essere "antitaliano" o "antieuropeista". Anzi, per chi sia federalista, esiste la consapevolezza che proprio un'Europa più coesa può spingere verso nuove forme di regionalismo contro il centralismo degli Stati e vigilando contro i rischi del centralismo di Bruxelles.
Ma questa Europa democratica nel mondo può assumere un peso enorme, fatto di cultura e di modernità, di inventiva e concretezza, di elementi comuni e di diversità arricchenti. Ed ha gli antidoti contro i veleni, come osserva Denis de Rougemont: «L'Europa ha sì inventato la guerra totale, ma ha concepito il pacifismo e la condanna cristiana della guerra; ha creato il nazionalismo ma anche l'idea federalista; ha inventato l'individualismo anarchico ma anche lo spirito dei Comuni, i sindacati, le cooperative. Tutto dunque concorre a designarla come adatta a fomentare gli anticorpi capaci di immunizzare l'umanità contro quei virus che soltanto essa ha propagato».
L'Europa può garantire, con l'apporto di tutti, diritti sociali, libertà fondamentali, new economy, risposte a temi come l'ambiente, il lavoro, la cultura in un quadro di serena convivenza per non affondare in forme di barbarie che riecheggino il passato.

Il caso Lambert

Già anni fa raccontai il caso di Vincent Lambert e senza indugio adopero il riassunto chiaro e cronologico di Wikipedia France: “Est une affaire judiciaire liée au débat sur l'acharnement thérapeutique et l'euthanasie en France dans les années 2010. À la suite d'un accident de la route survenu en 2008, Vincent Lambert, né le 20 septembre 1976 (42 ans), plonge dans un état de conscience minimal, dit «pauci-relationnel», ou plus encore de «conscience minimale plus». Le 10 avril 2013, après plusieurs années passées à essayer sans succès d'améliorer cet état, l'équipe médicale chargée de son cas décide – après avoir consulté sa femme, mais sans l'avis de ses parents ni de ses frères et sœurs – de cesser de l'alimenter et de l'hydrater.
Cette première procédure est par la suite annulée sur la forme. En septembre 2013, le CHU entame une nouvelle procédure sur la fin de vie de Vincent Lambert, en convoquant cette fois l'ensemble de la famille par lettre recommandée. Cette nouvelle procédure aboutit également à une décision d'arrêt de le nourrir et de l'hydrater, le 11 janvier 2014. Une longue bataille judiciaire s'engage alors entre deux parties respectivement favorable et opposée à l'arrêt de l'alimentation et de l'hydratation de Vincent Lambert: l'équipe médicale, la femme de Vincent Lambert, son neveu et six de ses huit frères et sœurs d'une part; ses parents et deux de ses frères et sœurs d'autre part.
La Cour européenne des droits de l'homme (CEDH) rend une décision le 5 juin 2015. Cet arrêt, le premier sur ce sujet à être pris en «grande chambre», prend de ce fait une importance exceptionnelle. La Cour y déclare se limiter à constater que la procédure retenue par la France pour cesser de maintenir Vincent Lambert en vie est bien conforme à l'article 2 de la Convention européenne des droits de l'homme. Cet avis de la Cour est important en ce qu'il valide (et montre potentiellement en exemple) le cadre réglementaire français sur la manière d'aborder les malades en fin de vie.
Suite au départ de la première équipe médicale s'occupant de Vincent Lambert, une nouvelle procédure est engagée en 2018, concluant à nouveau à l'arrêt des soins. Les nouveaux recours devant le Conseil d'État puis la CEDH sont rejetés, et alors que le recours devant le Comité des droits des personnes handicapées (CDPH) de l’ONU (non suspensif juridiquement) est en cours, le médecin traitant de Vincent Lambert commence l’arrêt de sa nutrition et de son hydratation au matin du 20 mai 20193. Au soir du 20 mai 2019, la Cour d'appel de Paris ordonne la reprise des traitements”.
France 24 spiega meglio quest’ultimo passaggio, che considero davvero incredibile e che dimostra come la giurisprudenza possa dire tutto e il suo contrario nel breve volgere di pochi anni e nelle diverse istanze: “La cour d'appel "ordonne à l'État français (...) de prendre toutes mesures aux fins de faire respecter les mesures provisoires demandées par le Comité international des droits des personnes handicapées (CDPH) le 3 mai 2019 tendant au maintien de l'alimentation et l'hydratation" de Vincent Lambert.
Le CDPH, comité de l'ONU, avait demandé à la France de surseoir à l'arrêt des traitements dans l'attente d'un examen du dossier sur le fond. Vendredi, en première instance, le tribunal de Paris s'était déclaré incompétent pour faire appliquer cette demande. La cour d'appel a elle jugé qu'"indépendamment du caractère obligatoire ou contraignant de la mesure de suspension demandée par le Comité, l'État français s'est engagé à respecter ce pacte international".
Questo conferma la necessità di avere leggi che consentano al malato di evitare che certe vicende finiscano nelle mani di beghe fra parenti, come sta avvenendo in questo caso, sapendo oltretutto che Lambert aveva detto – quando stava bene – di essere contrario ad ogni costrizione di restare in vita senza più vita, come nel suo caso. Per quel che mi riguarda, se i medici in scienza e coscienza dicessero che nulla c'è più di fattibile per riportarmi ad una vita reale, sarei contro ogni forma di vita artificiale e ogni accanimento terapeutico sarebbe una violenza nei confronti miei e dei miei cari, che dovrebbero sempre e comunque rispettare quelle volontà da me espresse in un periodo precedente e con cognizione delle loro conseguenze.
Non vorrei mai diventare un pacco postale in mano alla Giustizia e vorrei che finalmente ci fosse una legislazione europea seria, rigorosa e omogenea, che eviti quella "fuga" contro il dolore e la disperazione per avere una morte dignitosa. Ciò sta avvenendo da anni verso la Svizzera, dove l'eutanasia non è un tabù e ormai lì vanno a morire tre italiani al mese e penso che sia pure una stima per difetto.
Intanto e per fortuna in Italia è arrivata la legge sul Testamento Biologico (n. 219/2017) – DAT approvata il 14 dicembre 2017, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 16 gennaio 2018, è in vigore dal 31 gennaio 2018.
Il ministro dell’Interno Marco Minniti, in data 8 febbraio 2018, ha emanato la Circolare 1/2018 per fornire alcune prime istruzioni operative ai Comuni per l’attuazione della Legge n. 219/2017. In particolare, la circolare fornisce alcuni chiarimenti circa ruolo e specifiche attività in capo all’ufficiale di stato civile del Comune di residenza del disponente, indicando che non sussiste l’obbligo di istituzione di un nuovo Registro, ma solo di registrazione delle DAT ricevute in un apposito elenco, dopo averne verificato i presupposti di consegna.
Io ho già compilato i moduli e li presenterò al più presto, anche se so bene come ci sia in ognuno di noi una specie di timore – non dico di superstizione, perché non mi appartiene – a mettere nero su bianco lo scenario drammatico in cui ci si può trovare.
Ma sono importanti queste nostre volontà in materia di assistenza sanitaria in previsione di una futura incapacità a decidere o comunicare. La legge prevede che ogni maggiorenne indichi le preferenze sanitarie e possa nominare un fiduciario che parli e lo rappresenti col medico quando non potrà o non vorrà farlo. Le dat sono inserite nella legge che parla di consenso informato alle cure, di rifiuto all'accanimento terapeutico. Tratto da un sito metto domande e risposte sul tema per chi fosse interessate e invito a cercare materiale nelle pagine Internet dell’Associazione Luca Coscioni:
Cosa tutela la legge?
La legge tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e soprattutto alla autodeterminazione della persona e stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato e proseguito senza il consenso libero e informato del malato. In caso di impossibilità a comunicare, la sua scelta medica verrà rappresentata dalle dat e difesa dal suo fiduciario.
Cosa si può accettare o rifiutare?
Quando si è lucidi e coscienti si è liberi di scegliere o rifiutare cure o accertamenti. Così nelle dat la persona può accettare di sottoporsi in futuro a qualsiasi cura, chiedere di essere assistita a oltranza oppure rifiutare qualsiasi accertamento o terapia. Può entrare nel dettaglio: non voglio essere rianimato, intubato, voglio antidolorifici, oppiacei, rianimazione meccanica. Voglio o non voglio che siano iniziati trattamenti anche se il loro risultato fosse uno stato di demenza, uno stato di incoscienza senza possibilità di recupero. Oppure restare sul vago: non voglio essere rianimato.
Idratazione e nutrizione si possono rifiutare?
Sì. Sono considerate somministrazioni su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivo medico, come il sondino nella pancia, e quindi terapie alle quali si può decidere di rinunciare.
Si può cambiare idea, revocare le scelte?
La revoca è sempre possibile in ogni momento, e come l'accettazione o il rifiuto delle cure, va annotata nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
Il medico è obbligato ad ubbidire al malato?
Nessun medico può violare la volontà dei malati, non è prevista a chiare lettere nella legge l'obiezione (come invece nella legge 40) ma al medico, richiamandosi il resto della legge al codice deontologico, è e riconosciuto il diritto di astenersi dall'eseguire le decisioni del paziente.
Quindi chi ha l'ultima parola?
Il paziente. Se il dottore si rifiuta per motivi personali di seguire le sue indicazioni, la struttura ospedaliera ha il dovere di trovare un sostituto che garantisca il rispetto delle volontà del malato.

Certo le disposizioni vanno lette bene e bisogna scegliere i livelli diversi che si possono graduare, ma è sempre meglio che avere – come nel caso Lambert – un’agonia “giudiziaria” con colpi di scena che si somma a quella umana fatta di dolore di chi la vita la vive davvero.

Quando si supera il livello di guardia

Da sempre la politica è fatta di scontri e stragi fra avversari e a dimostrarlo è la storia infausta dell'umanità. Tuttavia, senza vestirsi con un positivismo smentito dai fatti, bisogna ammettere che ci siamo un pochino evoluti nel tempo. Così dal primigenio inseguirsi con una clava per convincere a suon di bastonate il proprio concorrente (sino ad arrivare alla bomba atomica), si sono inventate e poi si sono sviluppate le Assemblee piccole e grandi - sfociate infine nei Parlamenti - per dare regole alle tenzoni e canalizzare in modo non violento le decisioni. Modo appunto per evitare confronti bellicosi e infiniti, cercando in modo più pacifico le soluzioni ai problemi dei cittadini, che eleggono i propri rappresentanti per quello e non per altro.
Resto un parlamentarista convinto e condivido la preoccupazione per la situazione italiana, espressa da Emma Bonino: «ogni giorno stanno venendo meno a colpi di forconi i pilastri, già fragili, della nostra democrazia liberale. Il Parlamento non conta più nulla». Se muore il confronto nelle Assemblee vacilla la democrazia.
Nella mia vita ho visto sfide oratorie straordinarie, confronti avvincenti su testi di legge, batti e ribatti in riunioni di Governo su che strada prendere, che mostrano come, essendo umani e non robot, sia legittimo esprimere anche in modo caldo e partecipato le proprie convinzioni con il peso di sentimenti e emozioni. Io spesso l'ho fatto e confesso che mi è capitato persino di eccedere con alcune categorie: i furbi che falsificano le carte e pensano di farmi fesso, quelli che fanno i "primi della classe" senza averne titolo, chi pensa di prendermi per il naso (e vista la mole non è facile) e lo stesso disprezzo tocca chi scopro che è disonesto in termini morali o peggio materiali. Aggiungo a lato il peggio: chi tradisce la mia fiducia, situazione che non solo mi ha spesso indignato, ma persino addolorato e non riesco a farci il callo.
Ciò detto, noto una crescente stortura sia da chi sta in maggioranza e dunque gli spetta il gravoso compito di assumersi le responsabilità principali, sia da chi all'opposizione vigila, controlla e propone alternative. Il confronto dialettico dovrebbe avere lo scopo appunto di elevare la qualità delle decisioni da assumere.
Ma qualcosa si è rotto in Italia come in Valle d'Aosta nella sostanziale incapacità di tenere il tono elevato e di vivere le discussioni in modo costruttivo ed efficace, aiutati non solo dai tradizionali strumenti informativi, ma adoperando le potenzialità dei "social" che creano una sorta di democrazia diretta sbilenca, sfociata purtroppo sempre più in una passerella fatta di una continua campagna elettorale. Una vetrina del peggio perché non serve solo per dire la propria, ma per trasmettere odio e violenza verso chi non la pensa come te in un crescendo rumoroso e scomposto.
Questa modalità d'azione si trasferisce nelle assemblee politiche, in cui non si riescono più a mettere paletti e regole, affermandosi nuovi usi e costumi in cui in troppi adoperano una logica tribunizia "trash" da tribunale del popolo assetato di ghigliottina. Si dimentica così la differenza che sottende la democrazia, che è fatta di rispetto reciproco e anche dalla necessità di costruire e non di passare il tempo «a picconare i nemici» (sic!) a costo di giungere a smantellare elementi basilari della civile convivenza e della sacralità delle Istituzioni, gettando sempre e solo benzina sul fuoco.
Questa guerra continua non logora solo i protagonisti, ma avvelena i pozzi, perché se chi ha dei doveri derivanti dalle proprie cariche si comporta come fosse al bancone del bar dopo aver bevuto troppo, immaginarsi come si atteggiano le "truppe" di questi Generali e lo si vede non solo più nelle piazze, ma sul Web, dove appare materiale allucinante, spesso dietro volti resi volutamente anonimi, perché la stragrande maggioranza degli insultatori agisce nell'ombra e diventa strumento di quelle "fake news" che falsano persino le elezioni.
Per cui sarebbe buona regola provare a resettare la situazione e mettere al bando i seminatori di odio e zizzania, perché il confronto politico - duro, cattivo, incalzante - è altra cosa e in politica, come nel calcio, ci vorrebbero il cartellino giallo, quello rosso e persino provvedimenti più gravi, come la sospensione di chi esce dal seminato, perdendo il buonsenso e talvolta persino - con aspetti di patologia mentale - il senso della ragione.

Aosta e la sua stazione ferroviaria

Il libro di Claudio CastiglionCon grande umiltà, quando mi ha regalato questo suo nuovo libro ("Aosta, la ferrovia, la stazione e dintorni"), Claudio Castiglion - noto cultore della storia ferroviaria valdostana - mi ha detto che si trattava soprattutto di fotografie ed anche se fosse solo così basta il successo di "Instagram" per capire che si può vivere anche solo di fotografie.
Invece, in questo libro edito da Testolin editore, c'è una prima parte scritta che si dimostra estremamente preziosa, perché si tratta di una trentina di pagine fitte fitte che raccontano in modo sintetico ma esaustivo le vicende ferroviarie locali, così come si sono sviluppate nel tempo fra opere realizzate lungo la Valle e anche le speranze svanite di un collegamento ferroviario internazionale. Le varie tappe sono declinate in modo cronologico e per chi abbia avuto, com'è capitato a me, la possibilità di approfondire alcuni temi per le responsabilità politiche che ho avuto è stata un'utile immersione in un dossier tutt'altro che facile in cui mi sono impegnato fra problemi infrastrutturali, di esercizio della linea e soprattutto il contesto giuridico.
Apro una breve parentesi. E' di queste ore la notizia che è stato registrato dalla Corte dei conti, ed entra effettivamente in vigore, il decreto di approvazione del "Contratto di Programma Rfi-Mit 2017-2021", parte investimenti, che prevede 13,259 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi per lo sviluppo delle opere ferroviarie in Italia. Come ha ben spiegato sul "Corriere della Valle", l'esperto dei trasporti Maurizio Moscatelli da questa grande torta una fetta dovrebbe riguardare la Valle: «La notizia che ci riguarda da vicino, oltre con ogni probabilità i 36 milioni per la "valorizzazione delle ferrovie minori", sono gli 1,88 miliardi per interventi su opere ferroviarie in Piemonte ed in Valle d'Aosta di cui, non dico tutti ma almeno un 3-4 cento milioni si spera atterrino sulla linea regionale nostrana. Dopo innumerevoli incontri in apparenza col freno a mano tirato, apparenza indotta da esiti che hanno comportato forti ritardi sul programma previsto dalla stessa legge, ecco all'orizzonte uno spiraglio che lascia ben sperare. Di quei 1,88 miliardi è un po' difficile immaginare che solo 36 milioni siano destinati al miglioramento della tratta ferroviaria "Ivrea - Pré-Saint-Didier" dove gli interventi previsti per una velocizzazione del servizio sono molti, così come lascerebbe intravvedere anche il redigendo "Piano regionale dei Trasporti", quelli necessari a potenziare una naturale quanto logica spina dorsale ferroviaria già esistente nel quadro della mobilità regionale».
Torniamo al libro e alla seconda parte fatta di fotografie e didascalie interessanti a loro commento. Sono fotografie in buona parte storiche che servono a meglio capire le evoluzioni intercorse dal 1886 quando il primo treno arrivò nella stazione di Aosta (a bordo c'era anche mio nonno René Caveri) ai giorni nostri. Più di 130 anni fatti di gioie, delusioni e speranze, che vanno appunto dal désenclavement della Valle con la nuova ferrovia all'attesa infinita di una sua attesa modernizzazione vera e propria.
Le scelte non sono facili: si aspettano i famosi e da me condivisi "bimodali diesel/elettrico", si attendono certezze su elettrificazione e raddoppi selettivi del binario oggi unico, va definito come bypassare Chivasso verso Torino e come allacciarsi all'Alta Velocità. Nelle mie elucubrazioni immagino un ritorno di una ferrovia, che esisteva, fra Ivrea e Santhià con Novara come snodo per i treni come "Freccia Rossa" ed "Italo" o direttamente - ma qui svolazzo - fra Ivrea e Novara.
Quel che è chiaro è che bisogna agire, perché il treno resta decisivo nel sistema trasportistico, avendo in parallelo coscienza come l'autostrada a prezzi folli sia un tema da risolvere, così come - in barba agli istigatori di "fake news" - un piccolo ma moderno aeroporto che dia respiro alla clientela estera del nostro turismo che considererebbe straordinario arrivare da noi in aereo.

La "vendetta" postuma di Parfait Jans

Patrick BalkanyQuando morì, nel settembre del 2011, "Le Monde" gli dedicò questo ritratto molto efficace dalla penna di Patrick Roger: «Parfait Jans, ancien député du PCF et ancien maire de Levallois-Perret (Hauts-de-Seine), est mort le 24 août à Auxon (Aube), à l'âge de 85 ans. Fils d'immigrés, chrétien, communiste, dandy cultivé, il fut une des grandes figures du "communisme municipal" de la seconde moitié du XXe siècle.
Né le 7 juillet 1926, à Levallois-Perret, dans une famille d'immigrés italiens originaire de la région du Val d'Aoste, Parfait Jans milite très tôt dans les rangs du Parti communiste. Après avoir exercé les métiers d'ajusteur-monteur puis de chauffeur de taxi, il se lance, au début des années 1960, dans une carrière politique qui le conduit, en mars 1965, à devenir maire de Levallois-Perret. Il occupera cette fonction jusqu'en 1983, date à laquelle il est battu par Patrick Balkany»
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Émile Chanoux non è un santino

La targa in piazza Chanoux ad AostaCi stanno il lutto postumo, il ricordo commosso, la valorizzazione del pensiero, ma di fronte ai personaggi storici bisogna essere cauti ed evitare di disperdere il loro patrimonio ideale e il meglio della loro azione nella logica consumistica "usa e getta" della "politica spettacolo" o della cultura adoperata come semplice abbellimento della povertà del vuoto intellettuale. Per non dire di chi pratica la politica con cinismo affaristico nel bisogno di sedurre le folle con concetti presi a nolo.
Il rischio di essere morto giovane, ucciso brutalmente per non tradire nessuno, diventando un simbolo fatto di idee e di speranze, è quello di vedersi trasformato in una specie di santino senz'anima. Émile Chanoux alla sua epoca faceva paura ai fascisti, ai nazisti ed ai nemici che aveva all'interno della Resistenza per le sue idee federaliste e per le varie opzioni su cui ragionava per il futuro migliore possibile per la Valle d'Aosta dopo il Ventennio e dopo quella Liberazione che lui non vedrà.

Addio, oleodotto!

Un cartello dell'oleodotto che attraversa la Valle d'AostaLa notizia di queste ore offre un quadro ormai certo, come spiega "Le Nouvelliste": "La raffinerie de Collombey sera bien démantelée à partir de 2020. Ses activités ne redémarreront pas, a annoncé mardi un membre de la direction de "Tamoil Suisse", propriétaire des lieux. L'assainissement des parcelles contaminées a même déjà débuté. En 2015, "Tamoil Suisse" annonçait la fin de ses activités de raffinage dans le Chablais. Quelque 230 salariés avaient alors perdu leur emploi. Quelques mois plus tard, le canton du Valais avait fixé un délai de cinq ans à la firme pour décider d'une éventuelle future réaffectation pétrolière du site. C'est désormais une certitude, l'usine ne redémarrera pas. L'entreprise confirme avoir reçu entre dix et vingt dossiers sérieux. Ceux-ci n'ont cependant pas été retenus".
Questo significa la parola "fine", di conseguenza, all'oleodotto del Rodano, che riforniva la raffineria presso Collombey-Muraz, partendo da Genova e passando da Ferrara, Aosta, Gran San Bernardo, raggiungendo Collombey.

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