Le profezie antimafia di Sciascia

Tommaso Cerno, da qualche mese nuovo direttore de L’Espresso, ha dedicato il suo ultimo editoriale alla sentenza di Roma sulla questione ex Mafia Capitale, visto che le condanne hanno escluso la “mafiosità”.
Cerno non è molto tenero: “Per questo dico senza paura che questa condanna non è il migliore regalo di Stato alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell’anniversario delle stragi. E ci costringe a rileggere parole che risuonano come una oscura profezia, anche se stentano a prendere vita dentro un’aula di giustizia. La mafia non è un demone, è normalità. Non è sangue, è aria che respiriamo: «Una associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, e che si pone come elemento di mediazione tra la proprietà e il lavoro; mediazione, si capisce, parassitaria e imposta con mezzi di violenza». Lo scrisse Sciascia, appunto, nel 1957. Quando quei giudici erano bambini o nemmeno erano nati. Lo scrisse in nome suo. Incurante di loro. Prima o poi lo riscriveranno anche i giudici in una sentenza. In nome del popolo italiano. Quello che può vincere contro gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraqua.
«Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sul giornale gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato... E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma». (Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, 1961”)
Fatemi aggiungere qualche pensiero: il primo, molto semplice, riguarda il fatto che questa questione va presa con grande serietà, anche se poi nel Nord – Valle d’Aosta compresa – ad essersi diffusa è quel tipo di mafia particolare che è la ‘Ndrangheta calabrese – dimostratasi più invasiva e feroce persino di quella siciliana – ma questo, a conti fatti, non cambia purtroppo la sostanza. Resta sempre impressionante leggere l'Ansa di ieri da Torino: " In Piemonte e in Valle d'Aosta la 'ndrangheta ha messo radici. E' quanto emerge dalla relazione del secondo semestre 2016 della Dia (Direzione Investigativa Antimafia)".
Fa piacere, seconda considerazione, che si torni a parlare di Sciascia che fu in parte crocefisso per un suo articolo del 1987 sui “professionisti dell’antimafia”, che riletto oggi – mondato dall’uso strumentale che qualcuno ne fece allora – offre uno spaccato profetico sui troppi che si sono davvero approfittati di una lotta contro la mafia come trampolino di lancio, cui non corrispondeva sempre un impegno reale per combatterla, altrimenti non saremmo ridotti così a constatare che le infiltrazioni in zone immuni sono diventate falde profonde vere e proprie.
Sciascia – io lessi “Il giorno della civetta” quando facevo IV Ginnasio e confesso che non ne cavai molto – ha scritto in lungo in largo del fenomeno e proprio in quel libro fotografò quegli aspetti dell’animo umano, che finiscono per catalogare l’umanità in modo forse feroce ma terribilmente realistico, che Cerno cita a chiusura del suo editoriale. La rimetto nel contesto del libro, quando il boss del paese Don Mariano viene interrogato dal Capitano Bellodi, ex partigiano emiliano che diventerà avvocato. L'ufficiale dei carabinieri, cercando di dipanare il filo di un delitto, incappa nel complicato sistema del potere mafioso, così spiegato dal capo mafioso:
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…».
E’ una distinzione che è entrata nel costume. Con il suo uso linguistico, e che resta molto efficace nella descrizione del mondo e dei ruoli che ciascuno può interpretare. Libero ciascuno di noi di riflettere su queste diverse categorie, che sfioriamo ogni giorno e che vediamo all’opera nella commedia umana cui compartecipiamo quotidianamente.

La politica del cha-cha-cha

E’ sempre difficile trovare nelle cose una chiave di lettura. Forse talvolta ci si prende troppo sul serio. Mentre bisognerebbe relativizzare, perché quando ci si impunta il rischio poi è quello di fermarsi e sostare sui troppi déjà-vu.
Chissà se è vero che John Lennon ha detto: “Quando sono andato a scuola, mi hanno chiesto cosa volessi diventare da grande. Ho risposto “felice”. Mi dissero che non avevo capito l’esercizio e io risposi che loro non avevano capito la vita”. Credo, comunque sia e malgrado le tempeste della vita che rischiano di far affondare questo stato d’animo positivo, che l’atteggiamento sia quello giusto, anche se Lennon – ovviamente – non poteva sapere di quel 8 dicembre 1980 e di quel tizio che lo aspettava sotto casa per ucciderlo.
Per cui, fatta questa premessa, apriamo le danze. Goffo ballerino di shake (da dizionario: ballo moderno, senza regole né passi prestabiliti, consistente nel seguire con i movimenti del corpo il ritmo della musica), praticato da ragazzo nelle discoteche, seguo sempre con infinita ammirazione i ballerini veri. Fatta salva una praticaccia per i lenti (ballo della mattonella) che ormai sono scomparsi, l’unica incursione che mi sono permesso nella mia vita è stato qualche passo di boogie-woogie (che poi, oggettivamente, non mi sento neppure di distinguere – con orrore degli esperti – dal rock and roll), che oggi non accenno neppure per il rischio evidente di un doloroso colpo della strega. Dopo qualche bicchiere sono anche in grado – e giuro: l’ho fatto! – di esibirmi in qualche ballo liscio, anche se poi non riesco con esattezza a distinguerne i generi, fermo come sono a un rassicurante 1-2-3. Ammiro moltissimo i ballerini (con preferenza per le ballerine…) di livello, che trovo espressione poetica del corpo e della sua fusione con il ritmo musicale.
Seguendo l’evolversi caotico del confronto politico, che dal locale al planetario (dal Sindaco a Donald Trump), sembra assumere forme di crescente caos, in cui si sono smarriti certi punti di riferimento e, specie nelle forme di democrazia, si stenta a capire la direzione che si sta prendendo, mi domando ogni tanto – escludendo a priori la danza classica per una forma di rispetto – quale forma di ballo si adegui a questa ricerca compulsiva di nuovi equilibri.
Certi andare e venire, perdersi e ritrovarsi ricordano davvero da vicino alcune note danze latino-americane come il cha cha cha, la rumba o la samba. Esiste una spensieratezza con cui ci si muove sulla scacchiere politico e questo ricorda una pista da ballo degna di essere sotto il Pan di Zucchero. Ma davvero, quando questo movimento alterno riguarda certi leader, bisogna rifarsi al tango (o il grande Paolo Conte indicherebbe una milonga) con quel prendere, lasciarsi, strusciarsi, guardarsi che mima in fondo l’alternanza di sentimenti nel breve volgere di un brano musicale, che potrebbe essere in fondo una Legislatura.
Più difficile capire dove vanno certi populismi, che seguono con certa rozzezza gli umori che ci sono in giro. Verrebbe da dire che alcuni si esibiscono nella break-dance o lungo il filone analogo dell’hip hop, spesso con improvvisazioni esplosive, che mostrano come il ballo sia venato anche di capacità di esibizione, che diventa persino esibizionismo. In certi casi si trascende nella lap dance, attaccati al palo, in favor di elettorato…
E le danze tradizionali? Ci sono anche quelle, naturalmente, anche se in effetti i valdostani non possono vantare i grandi successi dei nostri amici occitani, che hanno fatto di questa loro parte di cultura un prodotto di esportazione, ma purtroppo per loro questa straordinaria caratteristica non sembra essere stata utile per una politica forte.
Resta una specialità di cui diffidare: quelli che, anche in politica, vorrebbero far tutto da soli. Per loro l’espressione adatta è il tip-tap, che è molto divertente, ma resta un ballo sempre più fuori moda.
Ci ho scherzato, certo, ma resta una grande verità, che va dal Bol'šoj (che a Mosca ho visitato con emozione) ai palchetti: "Si danza ai compleanni, ai matrimoni, nelle strade, nei salotti, sul palcoscenico, dietro le quinte. Per comunicare gioia e dolore, come rituale, per vivere esperienze estreme. La danza è un linguaggio universale: ambasciatrice per un mondo in pace, per l’eguaglianza, la tolleranza e la compassione. La danza insegna la sensibilità, la consapevolezza, la percezione del momento. La danza è manifestazione di vita. La danza è trasformazione. La danza è espressione dell’anima. La danza dà al corpo una dimensione spirituale. La danza ci dà la possibilità di sentire il nostro corpo, di innalzarci, di andare oltre, di diventare un altro corpo. La danza è partecipare attivamente alla vibrazione dell’universo" (Sasha Waltz, coreografa e danzatrice)

Meglio l'orso dell'uomo?

Ci sono temi che più di altri sono divisori e separano le persone con scarso successo di mediazioni possibili. Leggevo in queste ore dell’orso che in Trentino – e non è la prima volta – ha aggredito un anziano che era serenamente in giro in montagna con il proprio cane.
I due estremi sono chiari: chi segnala che la scelta di ripopolare con gli orsi quella parte di Alpi si sta rivelando pericolosa per residenti e turisti e non bisogna avere paura di abbattere gli animali che si mostrino pericolosi; dall’altra c’è l’animalismo più o meno estremista (quello più estremista fa persino paura), che ascrive sempre alle colpe umane gli avvenimenti e si spinge fino a dire che è meglio chiudere orsi aggressivi in vasti recinti piuttosto che farli secchi. Pure il cane è finito sul banco degli accusati con il suo padrone, perché - benché animale - viene considerato dagli "orsofili" un agent provocateur in combutta con l'umano che lo schiavizza...
Con questa ottica, resta ovvio come la colpa sia sempre degli uomini che disturbano i plantigradi, che dovrebbero secondo loro essere liberi di fare tutto ciò che vogliono in totale impunità! La stessa cosa avviene in Italia sulla questione del lupo: specie intoccabile per animalisti più o meno impegnati, mentre una parte di avversa - in primis i pastori - indica quanto avviene Oltralpe, dove si scelgono criteri che possono portare a ragionevoli abbattimenti, non avendo il lupo in natura alcun competitore.
Si vedrà cosa capiterà, specie quando in Trentino ci scapperà il morto e quando – per i lupi – si supereranno sulle Alpi soglie tali da avere forti prelievi di selvaggina e soprattutto attacchi sistematici alle greggi. A scriverlo mi creo evidenti antipatia di chi, in particolare, segnala la capacità della Natura di una sorta di autoregolamentazione, così come si illudono gli ultraliberisti con le regole del Mercato che farebbe tutte da solo.
Intanto, però, vien da ragionare sui quanto stia diventano paradossale l’approccio di molti nei confronto degli animali. Rimpiango la pacatezza dell’etologo Danilo Mainardi, quando denunciava «l’illusoria idea dell’uomo fuori o al di sopra della natura» e aggiungeva «Credo davvero sia giunto il tempo di percepire la nuova centralità della cultura naturalistica. Una centralità necessaria per conoscerci meglio e, di conseguenza, per calibrare più positivamente il nostro rapporto con la natura, con i nostri simili, con noi stessi». Scriveva un altro etologo – che è stato parlamentare con me e che ho conosciuto – Giorgio Celli: “Gli animali […] non solo ci riguardano e costituiscono i nostri compagni di strada sul pianeta, ma sono in noi e noi in loro. Il DNA, dal microbo alla balena, dallo scimpanzé a Leonardo da Vinci, parla la stessa lingua molecolare, per cui dal punto di vista biochimico, tra tutti gli esseri viventi circola una «cert'aria di famiglia». E questa circostanza biologica inconfutabile, che suffraga la teoria darwiniana che sia esistita l'evoluzione, e che, dopo tutto, gli esseri viventi derivino gli uni dagli altri, ha definitivamente rovesciato l'idea socratica che l'uomo sia specchio e spiegazione di se stesso, e ci ha suggerito come nel nostro passato, quando eravamo ancora degli animali […], si nasconda, come un crittogramma da decifrare, il segreto della natura umana. L'analisi freudiana deve essere così completata con l'analisi etologica e filogenetica, perché se noi siamo quello che siamo, siamo anche quello che eravamo, e in parte quello che continuiamo ad essere nello scimpanzé”.
Qualche mese fa scriveva il sempre intelligente Gianluca Nicoletti su La Stampa: “Sarà sempre più difficile gestire la convivenza tra i portatori di visioni contrastanti del rapporto uomo animale. Due notizie recenti sembrano paradossalmente creare i presupposti per una vera e propria guerra civile, almeno nella Capitale d’Italia. Giorni fa Silvio Berlusconi annunciava il suo nuovo partito degli animalisti, per dare voce politica a gatti, cani, e simpatici animaletti d’affezione. Invece ieri il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha dato mandato a nuclei di Nas perché possano intervenire su topi, scarafaggi, gabbiani e forse anche cinghiali che sempre più numerosi appaiono per le vie di Roma. Questo dividerà i cittadini? Ci saranno scontri tra chi inciterà i Carabinieri alla caccia al topo, gabbiano o scarafaggio, e chi, al contrario, alzerà barricate e farà resistenza per consentire a tutti questi di esercitare il loro sacrosanto diritto di abitare strade e case con le stesse garanzie costituzionali degli esseri umani?”.
Io penso sempre, ogni volta che vedo una nuova produzione della Walt Disney in cui gli animali – come da antica tradizione mitologica e favolistica – vengono ammantati di antropomorfismo, quanto si crei la convinzione, che poi si radica, che in fondo il mondo animale, dove vincerebbero sempre i buoni, sia uno specie di teatro migliore dell’esistenza umana. Basta poco per capire che non è così e che – ad esempio i pinguini – sono in natura necrofili e stupratori, in barba all’immagine bonacciona che è stata imposta o – lo ricordo spesso – il fatto che il cigno ci sembri con la sua bellezza simbolo di chissà quale purezza e invece ha comportamenti malvagi.
Forse è ora di mettere l’etologia, quella scientifica non quella del "fai da te" che disprezza il ruolo dell'uomo nella Natura, nei programmi dell’insegnamento scolastico.

Quanto è preziosa l'acqua

Lavori sull'acquedotto ad AostaLe cronache dei giornali danno conto di questa estate in cui torna, con tutta evidenza, il problema della carenza di acqua in molte zone d'Italia (il caso più eclatante è Roma!), alcune delle quali soffrono da sempre di problemi infrastrutturali già in periodo ordinario, figurarsi in un momento siccitoso come l'attuale con la "spada di Damocle" del riscaldamento globale che pende, menando già fendenti.
Non mi riferirò ai dati e ai fatti che riguardano il mondo intero. Un esempio solo: fra le ragioni della scelta di fuggire dai Paesi d'origine di una parte dei migranti che sbarcano in Italia c'è la desertificazione nella fascia subsahariana dell'Africa ed altre zone, in tutti i Continenti, sono senz'acqua e il dato eclatante è che una persona su otto vive sul nostro pianeta senza acqua potabile.
Ricordo da bambino, ma non ne so le ragioni tecniche vista l'abbondante acqua nell'entroterra montuoso, certe estati ad Imperia - dove è nata mia mamma e passavano le vacanze - con l'acquedotto all'asciutto per lunghi periodi. La notte si lasciavano i rubinetti aperti con pentole sotto nella speranza di raccogliere un po' di acqua e anche noi piccoli ci mettevamo con le taniche in fila davanti alle autobotti e per cucinare si usava acqua in bottiglia. Piccola esperienza personale, nulla di drammatico naturalmente, dei disagi derivanti dalla carenza d'acqua. Appartengo per altro alla generazione che andava nelle baite in montagna con fontana fuori, brocca dell'acqua sul tavolo e catino per lavarsi con gabinetto molto molto rustico all'esterno e dunque capisco i progressi e confronto le abitudini.
L'acqua è per la Valle d'Aosta una risorsa importante e anche se siamo nel cuore delle Alpi il clima particolare rende scarse le precipitazioni con livelli bassi di piovosità. Per questo l'acqua è sempre stato un problema: lo si vede dalle canalizzazioni grandi e piccole che si ramificano sul territorio, compresi quei "Ru", costruiti con ardite soluzioni architettoniche tra il XIII ed il XV secolo, che servono a portare acqua delle valli laterali verso i terreni agricoli da irrigare sui pendii aridi della valle centrale talvolta con percorsi lunghissimi captando le sorgenti alla base dei ghiacciai. Chi conosca Aosta sa bene come sin dalla fondazione di Augusta Prætoria - ed i romani con gli acquedotti ed i canali ci sapevano fare come dimostrato dal capolavoro del ponte-acquedotto di Pondel a Aymavilles - la rete idrica della città era un modello, così come la gestione delle acque irrigue.
Oggi sappiamo bene che per migliorare le cose nella captazione e distribuzione dell'acqua ci sono ancora molti lavori da fare anche sulle reti esistenti per rendere il sistema idrico regionale più efficiente e non per evidenti ragioni di efficacia e di risparmio, ma anche perché il clima che cambia potrà crearci dei problemi seri. Il caso più eclatante sarà - se non ci saranno misure vere per ridurre l'impatto delle attività umane sul cambiamento climatico - la scomparsa in modo progressivo dei ghiacciai, che sono non solo caratteristica del nostro panorama alpina, ma sono anche una preziosa riserva d'acqua.
Questo significa, comunque vadano le azioni di contrasto al riscaldamento globale, che anche la politica valdostana deve occuparsi, come una priorità a beneficio delle generazioni future, del "problema Acqua" con logiche di pianificazione dei lavori necessari e alcuni sono in corso, ma anche agire su un cambiamento di mentalità rispetto all'uso di questa risorsa. Basti pensare all'uso per l'idroelettrico, per l'innevamento artificiale e alla necessità di mantenere efficace l'acqua per le campagne e per il consumo umano e per la vita degli animali, oltreché per uno scopo paesistico indispensabile per una Valle turistica. Sapendo che molti interessi ruotano attorno all'acqua, che va giustamente considerata un "bene comune" per evitarne usi sconsiderati, ma la gestione deve essere efficace, perché ogni spreco è un delitto.

In vista del 70esimo dell'Autonomia valdostana

Le bandiere italiana e valdostana a Palazzo regionaleE' indubbio che l'Autonomia della Valle d'Aosta non sia il Federalismo. In quel sistema il patto federativo è una garanzia e, per quanto ci sia poi uno spazio di manovra che possa consentire alle autorità federali di rubare spazi, ciò può avvenire senza ottenere risultati distruttivi. Nel caso di un autonomismo in salsa regionalista, invece, essendo l'Autonomia "octroyée", cioè concessa, si può decidere - al momento voluto da Roma - di staccare la spina. Nel caso valdostano questo potrebbe avvenire con buona pace del fondamento politico di una logica pattizia. Si tratterebbe infatti di adoperare il procedimento di modifica costituzionale che potrebbe, lo si volesse e nel rispetto di una qual certa "resistenza" dovuta a norme più severe di quelle della legislazione ordinaria (articolo 138 della Costituzione), avvenire con una modifica del Titolo V in vigore. Con il clima ostile alle Speciali non ci vorrebbe un grande sforzo a cancellare e modificare quanto previsto dall'articolo 116 e dagli Statuti speciali ad esso collegato.

A proposito della Felicità

Felicità...Leggevo su "Libération" questi pensieri del filosofo francese Edgard Morin, classe 1921: «Je pense que la vie humaine est polarisée entre prose et poésie. Les états prosaïques sont ceux de l'obligation, de la contrainte, de l'ennui. Les états poétiques sont ceux de l'épanouissement du JE dans le NOUS, qui comporte affection, amour, communion, éventuellement exaltation. Les états poétiques sont propices aux bonheurs et au bonheur et peuvent les susciter comme le bonheur peut les susciter. Je distingue les moments de bonheur fugitifs: un beau visage, un paysage, une belle musique, un vol d'hirondelles, la divagation d'un papillon. Les périodes de bonheur plus ou moins durables et qui nécessitent un certain nombre de conditions extérieures et intérieures, qui sont justement d'épanouissement de soi dans une communion. Ils peuvent être d’intensité, comme dans l'acte amoureux, la participation à une fête. Ils peuvent être de sérénité et de paix intérieure. L'idéal serait de combiner intensité et sérénité».

La Valle d'Aosta che sa stupire

Uno stambecco in giro per la ValleIn questi anni ho sempre dedicato parte dell'estate ad una dimensione domestica della vacanza, vale a dire cercando di guardare con occhi più curiosi questa Valle d'Aosta dove sono nato. Per altro, a dire la verità, anche nel corso dell'anno, nei finesettimana, posso dedicarmi ad approfondire la conoscenza di parti mai viste e trovo sempre delle novità, come nelle tasche piene di oggetti di Eta Beta. Sembrerà ridicolo che ciò avvenga per chi - come cronista o come politico, a seconda degli anni - ha avuto la fortuna di poter girare in lungo in largo e dunque di aggirarmi più di quanto possa capitare normalmente sino ad esaurimento. Eppure non è così: c'è sempre, volendolo, un approfondimento da fare, un luogo da visitare, persone da conoscere.

Faccine e affini: una storia singolare

L'emoji più utilizzataSarà pur vero che la faccia è lo specchio dell’anima, ma va detto che - più terra a terra - sin da neonati abbiamo innata un'espressività del volto e naturalmente una gestualità e un uso della voce, che si sviluppano poi nel tempo con l'apporto ulteriore della cultura in cui viviamo. «Non fare quella faccia», vuol dire che talvolta una smorfia vale più di molte parole e pensiamo all'antico "poudzo", il pollice rialzato come gesto di assenso usato in Valle d'Aosta ed altrove, che dà il segno dell'utilità dei segni.
Ci pensavo, leggendo su "Famiglia Cristiana" dell'ennesima "Giornata mondiale", questa volta dedicata a qualche cosa di ormai molto familiare. Scrive, infatti, Fulvia Degl'Innocenti: «Dal 2014 esiste anche la giornata mondiale delle emoji, ed è il 17 luglio».

Condividi contenuti

Copyright © 2008-2017 Luciano Caveri