A difesa delle Assemblee

Ho sempre difeso e sempre difenderò le assemblee degli eletti: che siano un Consiglio comunale o regionale, una Camera nazionale o un Parlamento come quello europeo o il più vasto Consiglio d’Europa.
So bene la differenza che esiste fra di loro, ma li unisce - al di là dei poteri veri e propri che sono in grado di esprimere - l’idea positiva che in un emiciclo siedano persone con posizioni diverse che siano in grado di discutere fra loro di argomenti utili per le comunità di cui sono espressione.
So bene che l’antiparlamentarismo è vecchia storia, oggi alimentata dallo strapotere dagli esecutivi, che siano sindaci o Presidenti di Regione con le loro Giunte fatte da Assessori o forme di Governo complicate come nell’Unione europea con Commissione e Consiglio. Ma - in epoca di Web e di Social, che incarnano ipotetiche democrazie digitali - rivendico l’efficacia e la genuinità di trovarsi dal vivo, faccia a faccia, per discutere di persona, com’è doveroso fare.
Tuttavia dobbiamo riflettere sui doveri di chi è eletto e lo dico non in termini polemici ma strettamente istituzionali. Per capirci: se gli spazi del parlamentarismo si riducono i primi a ribellarsi degli spazi ridotti devono essere consiglieri e parlamentari, affermando i loro ruoli essenziali negli equilibri di potere.
Ma c’è un passo in più, che è fatto di credibilità: bisogna che chi rappresenta la volontà degli elettori sia degno del ruolo assegnato per onestà e dignità. Quest’ultima prevede che toni e comportamenti siano consoni al ruolo e non per ragioni censorie, ma perché esistono limiti di buonsenso e di educazione che, se superati, fanno venir meno aspetti morali e di decoro. E, oltre alla forma, esiste anche la sostanza fatta di impegno e necessità di approfondire temi e argomenti per fare bene. Certo gli elettori dovrebbero metterci del loro, scegliendo persone competenti e “pulite”.
Chissà quanti sanno dell’esistenza dell’articolo 54 della Costituzione e della sua doppia articolazione:
“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
Questi due termini “disciplina” (intesa come obbedienza alle regole) e “onore” (dignità personale e integrità morale) temo siano da molti considerati fuori moda, ma la scelta dei costituenti avvenne con grande attenzione, così come i sintetici doveri dei cittadini di fedeltà alla Repubblica e obbligo di osservare Costituzione e leggi.
La cittadinanza significa consapevolezza e ne parlo spesso anche con amici e conoscenti che assistono agli spettacoli degradanti di certa Politica o con aggressività sposando gli estremismi populisti e le ondate demagogiche o – persin peggio - quasi con rassegnazione attraverso un atteggiamento passivo allo spettacolo degli uni e degli altri, che sfocia in un astensionismo non solo elettorale ma morale.
Ne scriveva anni fa sulla Treccani Pietro Ignazi: “In questo sentimento di rivalsa popolar-populista c’è molto di plebeo, di folla da tricoteuse di fronte ai palchi della ghigliottina; e quindi qualcosa di molto italico, cioè di una società civile debole e striminzita che non è stata in grado di trovare spazio e riconoscimento, stretta tra il vecchio establishment dei salotti buoni e dei poteri forti, e i nuovi arrampicatori sociali espressi dalla politica”.
Scriveva così una decina di anni fa e forse le cose si sono ancora più complicate nel rapporto fra eletti ed elettori, fra istituzioni e cittadini, fra politica e vita quotidiana.
Ma bisogna prendere posizione, senza chiudersi nella gabbia dei propri convincimenti. Scriveva Norberto Bobbio: “Prendere posizione non vuol dire parteggiare, ubbidire a degli ordini, opporre furore contro furore, vuol dire tender l'orecchio a tutte le voci che si levano dalla società in cui viviamo e non a quelle così seducenti che provengono dalla nostra pigrizia o dalla nostra paura, esaltate come virtù del distacco e dell'imperturbabilità, ascoltare i richiami dell'esperienza e non soltanto quelli che ci detta un esasperato amor di noi stessi, gabellato per illuminazione interiore. E soltanto dopo aver ascoltato e cercato di capire, assumere la proprie parte di responsabilità“.

L'esito delle urne di Trento e Bolzano/Bozen

Matteo Salvini a BolzanoI risultati elettorali possono piacere o non piacere, ma - come ho sempre detto - bisogna fare i conti con le scelte democratiche della popolazione, che non sempre appaiono lineari e comprensibili, ma anche gli umori e i sentimenti contano e forse sempre di più a fronte di un impoverimento di certe basi culturali del passato. La Politica non è una scienza esatta e nelle urne si riversano - ancor di più al tempo dei "social" - un mare di storie che saranno pure molto spesso incongruenti ma influenzano i cittadini.
Così il messaggio politico che arriva dalle elezioni provinciali in Trentino e nel Tirolo del Sud appare forte e chiaro. La Lega "sfonda" nella Provincia autonoma di Trento ottenendo la Presidenza e si posiziona come il primo partito "italiano" in quella di Bolzano con probabile alleanza, già imbastita da tempo, con la Südtiroler Volkspartei, che ha limitato i danni. Fra le Autonomie speciali sono queste due le più simili alla Valle d'Aosta sia per questioni territoriali - zone alpine per eccellenza - sia per analogie, pur nella differenza, sotto il profilo delle problematiche linguistiche e culturali. Il Friuli-Venezia Giulia ha connotazioni molto specifiche e Sicilia e Sardegna idem con la loro insularità. In questi tre casi contano più paralleli di tipo giuridico attorno ai rispettivi Statuti, ma non c'è quel parallelismo che esiste con trentini e sudtirolesi.
Devo dire che sono realtà che ho approfondito e conosco bene e non mi stupisca affatto quel che è avvenuto, perché si sentiva nell'aria dopo gli esiti delle ultime politiche e anche, per quel che conta, le nostre elezioni regionali che hanno sortito una Presidenza leghista, come avveniva già in Veneto e in Lombardia, cui si è aggiunto successivamente il Friuli-Venezia Giulia, mentre in Liguria c'è un presidente di Forza Italia ma considerato vicinissimo alla Lega con cui governa. Al centrosinistra, penso solo sino alla prossima scadenza elettorale, resta il solo Piemonte.
Le forze autonomiste tradizionali del Trentino - assai divise e litigiose - hanno preso una scoppola, così come la Sinistra, che a Bolzano è stata colpita al cuore. La Lega in entrambi i casi "aspira" Destra moderata ed estrema, che resta in braghe di tela. E il caso della Provincia di Bolzano è interessante, perché una parte di destra di lingua tedesca nelle valli vota i leghisti, mentre a Bolzano gli italiani votano anch'essi Lega, in una logica dei due forni che colpisce davvero ed in fondo è quella che capitò in Valle con componenti nella Lega che provengono da diverse direzioni.
Quel che colpisce è questo elemento. La Lega persa la sua anima "indipendentista" contro l'Italia come Stato sopraffattore e contro il Sud parassita e per un "Nord libero" in chiave federalista ha cambiato pelle diventando sovranista, nazionalista e con lo slogan «prima gli italiani» per pescare al Centro e al Sud. Eppure, malgrado questa completa metamorfosi, che stuzzica i politologi per una vera e propria "inversione a U", condita anche da un forte antieuropeismo, si trova a governare tutto il Nord, ma non più con quelle fondamenta "rivoluzionarie" che gli erano proprie.
Una circostanza paradossale, che dimostra come si possa cambiare la pelle senza colpo ferire sull'opinione pubblica, che sembra aver dimenticato certi scandali finanziari e certe vicende della famiglia Bossi, per non dire della partecipazione reiterata in almeno quattro Governi Berlusconi in un arco temporale - con interruzioni - che va dal 1994 al 2011. Eppure, malgrado questo, Matteo Salvini è riuscito nell'impresa di apparire anti-sistema e nuovo di pacca: si tratta di materia interessante da approfondire e bisogna prendere atto degli eventi ed imparare la lezione di un elettorato sempre più volubile e sostanzialmente privo di memoria.
Nel Contratto di Governo vigente a Roma - tra alti, bassi, turbolenze e liti - fra Lega e "Cinque Stelle", a perderci sono i pentastellati: sono andati male sia a Trento che a Bolzano, dove un dissidente ex grillino ha fatto un risultato eccezionale grazie soprattutto all'elettorato germanofono. Chissà se questo porterà a qualche cambiamento negli equilibri dell'alleanza o se il Governo Conte camperà almeno sino alle elezioni europee, indicate da molti come il punto di arrivo di questa esperienza. Poi Salvini potrebbe mangiarsi tutto il centrodestra e spingere per elezioni anticipate per fare il pieno di consensi.
Difficile dire se sarà questo il copione dei mesi a venire, sapendo proprio come gli elettori girano pagina in fretta e cambiano direzione con dinamiche inafferrabili anche dai sondaggisti più accorti.
Sarebbe interessante che gli Autonomisti valdostani e quelli sudtirolesi e trentini si guardassero negli occhi e non, come avveniva in passato, per complimentarsi gli uni con gli altri dei grandi successi, ma per capire cos'è successo e quali strategie mettere in campo, facendo sistema, come bisogna fare in momenti difficili.

La prima laurea

Mio figlio Laurent durante la discussioneSarebbe contento mio papà Sandro, suo nonno, a vedere questo suo nipote Laurent - il primo fra tutti ad essere nato - che si laurea oggi (primo livello, ma già si avvia verso la magistrale).
Papà raccontava di come suo papà, il mio di nonno, Renato, Prefetto di carriera e poi Amministratore dell'Ospedale Mauriziano di Aosta, avesse sempre detto ai figli che quello era il risultato da raggiungere. Per cui sei dei suoi sette figli raggiunsero questo traguardo.
Io stesso - sentendo questo dovere - una volta diventato giornalista professionista mi iscrissi di nuovo all'Università a Scienze politiche e mi laureai non tanto per diventare "dottore", ma per adempiere a quel dovere familiare che sentivo mio (poi da stupido ho dato tutti gli esami di Lettere e filosofia, ma ho la tesi ancora lì, ma per pagare le tasse universitarie per laurearmi dovrei fare un mutuo...).

Non dimentichiamo l'invidia

Dante e Virgilio in Purgatorio, tra gli invidiosi, in una stampa di Gustave DoréE' difficile leggere la realtà attuale e capirne a fondo le ragioni, anche perché non sempre in quel che avviene c'è una logica.
Personalmente mi sento in contrasto con me stesso, quando nei miei pensieri oscillo fra le prevalenti gioie della mia vita più intima e familiare e le dominanti preoccupazioni per quel che capita nelle Istituzioni e nell'agone politico, intesi come meccanismi di snodo della democrazia. Una mia situazione bipolare, in alto e in basso, che mi costringe ad avere due volti a seconda dei momenti.
Il me stesso "pubblico" tende sempre di più a chiedersi se valga la pena di impegnarsi come ho sempre fatto, ritenendo la politica non solo una legittima passione ma anche un dovere civico. Ma il cumulo di timori e anche qualche delusione, oltreché un vago senso di inutilità di ogni impegno politico, ti portano a chiederti se lo si debba continuare a fare o finisca per essere uno spreco di tempo - e questo si sa che è limitato - in un'epoca difficile da capire in cui la mediocrità e persino l'ignoranza sembrano affermarsi.

La Francofonia è una chance

Una curiosa bandiera franceseIl francese e la Valle d'Aosta: un tema delicato che bisogna affrontare in modo laico e non ideologico. Questa lingua storica dei valdostani appare - e non mi infilo in rilevamenti statistici o d'opinione - in evidente crisi, ma resto convinto che si tratti di una ricchezza storica e culturale che sarebbe folle disperdere nel nome di chissà quale modernismo.
Serve l'inglese? Certamente sì ed è bene inserirlo il più possibile nei percorsi scolastici e formativi, ma sia chiaro che questo non deve obbligatoriamente significare abbandonare il francese e non sforzarsi, in parallelo, nella valorizzazione del francoprovenzale.
Non c'è nulla di male - perché i tabù non devono esistere - a riflettere sul nostro bilinguismo istituzionale, sancito con chiarezza dallo Statuto, che riconosce pure il particolarismo linguistico dei walser e c'è infine - a definire il quadro giuridico di riferimento - una legge dello Stato che prevede anche la tutela del patois.

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