La conchiglia e il Web

Gli animali nascosti nelle loro corazze mi hanno sempre fatto impressione. Come tutti i bambini ho studiato le chiocciole (dette impropriamente lumache, che sono invece quelle senza guscio) nelle diverse reazioni. Dal ritrarre le “corna” (scientificamente sono i tentacoli con l’occhio sommitale) allo scomparire nella conchiglia: esisteva una sorta di gusto della scoperta per capire come funzionassero questi sistemi di protezione. Idem per gli animali marini dentro le conchiglie: il più interessante per me esploratore era il Paguro Bernardo (che da un’espressione scherzosa in provenzale divenne poi nome scientifico scelto da Linneo), di cui sulla spiaggia avevo approfondito i comportamenti e da adulto ho visto che in certe occasioni con i piccoli granchietti eremiti vengono persino organizzate improbabili e scherzose corse sulla sabbia.
Poi cresci e ti domandi come porsi rispetto a questa questione del ripararsi e rinchiudersi (certo nel caso animale contro i predatori), che finisce per essere una solida metafora della nostra umanità.
C’è davvero qualche cosa su cui riflettere: di corazze, di maschere, di protezioni ognuno di noi se ne costruisce. Uno degli aspetti che oggi più mi colpisce è come Internet, mondo dalle mille sfaccettature che richiederebbe tante vite per poterne avere una visione complessiva, finisca – specie sui Social – per essere per molti una sorta di mondo parallelo in cui ci si rifugia come dentro una conchiglia.
Può essere un rifugio per eremiti, che vivono una vita digitale che finisce in qualche modo per imprigionarli. Una sorta di socialità surrogata, che fa di chi ne resti imprigionato una sorta di avatar. Quante volte vediamo descritte delle vite e delle vicende personali per nulla corrispondenti alla realtà. Ci si costruisce una sorta di personalità parallela, evidentemente ritenuta più corrispondente ai propri desideri e alle proprie speranze.
Osservava, tempo fa, Zygmunt Bauman sul rapporto tra società e il Web in un’intervista di Andrea Rubin su oggiscienza: “Perché c’è una cosa che l’online può garantire e che invece l’offline non può fare: cioè garantire la sicurezza che non si è mai da soli. La solitudine, ovviamente, è un problema sentito a livello generalizzato. Noi tutti abbiamo paura di restare da soli. E nelle società moderne, che sono diventate sempre più individualizzate, il tempo che trascorriamo da soli è diventato esponenzialmente maggiore. Quando uscì il walk-man, parlo veramente della preistoria della tecnologia, i pubblicitari utilizzarono un motto veramente contagioso per pubblicizzarlo: “Mai più soli”. E la parola chiave era proprio in quel “più”. Però il walk-man era lontano, ovviamente, anni luce dalla tecnologia attuale. Non era interattivo. Oggi abbiamo Facebook. Basta avere un account Facebook e non si è mai soli. Ventiquattrore su ventiquattro, sette giorni su sette, c’è sempre qualcuno a cui possiamo mandare un messaggio. Addirittura è più facile comunicare con i propri “amici” della Nuova Zelanda rispetto al nostro vicino di casa. Magari il nostro vicino di casa è uscito, magari è malato, magari sta ricevendo altre persone quindi non è online per noi, non è disponibile. Ma, nel mondo online, c’è sempre qualcuno di accessibile”.
Ma esiste poi, secondo il sociologo polacco un rischio di chiusura nella chiusura: “Il mondo online ha manifestato un grande paradosso. Internet ci da accesso ad una massa enorme di informazioni. Oggi, possiamo veramente sapere come vivono, cosa pensano, cosa sognino tutte le persone in qualsiasi angolo del pianeta si trovino ad abitare. Alcuni osservatori, all’inizio dell’era di Internet, sostenevano che questo potesse rappresentare una speranza verso un cambiamento. Verso una maggiore tolleranza e una migliore convivenza. Grazie al fatto che le persone, con tutte queste informazioni, amplieranno i propri orizzonti, riusciranno a capire che ci sono molti diversi esseri umani, riusciranno ad accettare gli altri perché sapranno più cose sugli altri. In realtà non succede proprio così. Perché chi sfrutta molto internet, non lo sfrutta per risolvere o confrontarsi con la gestione della diversità ma per spazzare questo problema sotto il tappeto. Per evitare la diversità. Evitare il confronto. Perché noi, nella nostra tastiera, abbiamo questo tasto magico che dice “cancella”. Non appena ci imbattiamo in qualcuno o in qualcosa che non è affine a noi, possiamo sempre cancellarlo. Ci circondiamo esclusivamente da persone affini che abitano il nostro mondo. L’effetto collaterale, veramente inarrestabile, ma che avanza in maniera costante, è il fatto che noi finiamo per perdere la capacità di creare una coesistenza nel mondo offline. Perché, se nel mondo offline, le cose diventano difficili da gestire, noi ci rifuggiamo online, dove vivono tutte le persone che la pensano come noi. Il mondo online rappresenta un’estensione del nostro Ego, della nostra autostima”.
Insomma: il Web può essere chiusura nella nostra conchiglia e addirittura – il paradosso nel rapporto con un mondo immenso di persone e di saperi – imprigionarsi in un mondo senza confronto, fatto di persone che la pensano solo come noi.

Il civismo nel portafoglio

Il mio ritrovato portafoglioCi sono elementi quotidiani che ti fanno ragionare dal piccolo al grande. Ed è un esercizio utile quello di rifarsi anche al più minuto degli avvenimenti per chi voglia guardarsi attorno con interesse, sapendo come nella nostra umanità i comportamenti talvolta prescindono dalla proporzione cui si applicano. Ecco a voi, dunque, un episodio piccolo e personale ma significativo di questo osservare il mondo.
Ho smarrito stupidamente il mio portafoglio, scivolatomi da una tasca della giacca mentre attraversavo la strada, ed è rimasto a giacere sull'asfalto fra automobilisti indifferenti. Me lo ha raccontato chi lo ha visto: Lorenza ha accostato la sua auto ed è scesa a prenderlo, contattandomi in seguito con il lieto fine della riconsegna e della mia gratitudine.
Mi veniva da riflettere su come, anche se molte cose utili siano ormai state trasferite in chiave digitale sui nostri telefonini, il portafoglio per il momento tiene duro, anche se sistemi d'identificazione, di pagamento e tessere varie piano piano si stanno smaterializzando e questo oggetto che ci portiamo dietro dal XII secolo finirà anche lui nel cimitero delle cose in disuso come molte altre cui eravamo affezionati.
Piccola storia questa di questo gesto cortese, certo, che mi ha evitato le tante "rotture" conseguenti alla perdita del portafoglio e dimostrato come, senza clamore e in un mondo dominato dalle cattive notizie, c'è chi ogni giorno testimonia in modo semplice dell'esistenza della propria onestà e disponibilità verso il prossimo. Con Lao Tzu: «Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce».
Resta inteso che con il portafoglio non vado fortissimo. Una prima volta l'ho perso al centro di Aosta e, dopo essere diventato matto, telefono ad una delle società delle mie carte di credito e una voce melliflua mi precisa che erano appena stati fatti due acquisti: due telefonini nuovi di zecca in centro specializzato, che dimostrò leggerezza nell'accettare i pagamenti. Non sto a raccontare troppo i particolari, ma chi lo aveva trovato aveva pensato di fare shopping a mie spese. Seguendo la traccia telefonica, finirono a processo due giovani ed io mai ritrovai il contenuto del mio portafoglio, gettato chissà dove.
La seconda volta a Parigi, quasi sicuramente un furto con destrezza (veloce lui, stupido io). La perdita dei documenti d'identità, sapendo che dovevo rientrare in aereo, innescò una straordinaria sarabanda di batti e ribatti con il Consolato italiano. Non sto a segnalare la complicazione delle cose, infine risolta - con paura però sino alla fine di non poter essere imbarcato - da una denuncia di furto presso un Commissariato francese. Rientrato in Italia e compilata una denuncia on line, venni poi - dovendola rendere cartacea - dissuaso dal presentarla per la sua totale inutilità.
Ecco perché il beau geste del rinvenimento e dell'allerta in questa occasione mi ha fatto particolare piacere.
Viviamo in un mondo in cui il civismo diventa un fatto raro. "Civismo" è un francesismo settecentesco, che viene dal latino "cīvĭcus, del cittadino", derivazione di "cīvis -is, cittadino". L'Etimologico ci aiuta a capire il senso profondo delle radici della parola: «è formato sulla radice indoeuropea "*kei-, giacere, risiedere", che ricorre nel greco "keîmai", nel sanscrito "śete, nell'ittita "kitta, giacere" e nel derivato lituano "šeimà, famiglia"».
Musica per le orecchie di chi crede nel federalismo e trova che ogni scelta riporta alla fine al cuore del problema: un cittadino al centro di tutto, come base di partenza di ogni costruzione umana. Ma il cittadino deve avere chiarezza non solo del quadro istituzionale e politico ma dev'essere un cittadino consapevole e partecipe. Questo parte dai rapporti più banali, che siano quelli di vicinato, a quelli di lavoro o di svago, in cui si esprime quella socialità che poi si sostanzia nei diversi livelli di governo democratico e nel vasto mondo delle forme di associazionismo che legano le comunità.
Ma senza una base personale sana e consapevole ogni volta che si sale con dei piani più in alto si rischia il crollo proprio per la mancanza di fondamenta robuste.

Un matrimonio su due si dissolve

Separazioni...Essendo divorziato, sarebbe sinceramente ridicolo se mi mettessi a fare la morale a chi si separa e poi divorzia, ma credo che si debba parlare dell'evoluzione in corso in termini generali e si debba essere attenti a quanto avviene, specie per i riflessi che ci sono sulla vita delle persone e sul ruolo del settore pubblico.
Intendiamoci bene: se facessi l'ipocrita sarei in vasta compagnia. Infatti, da quando il divorzio è legale in Italia (1970, con il celebre referendum nel 1974) fior fiore di politici di area cattolica o della destra conservatrice esaltano la famiglia in termini ora melensi e ora indignati e filosofeggiano sul tema con grande piglio e con cipiglio per gli "irregolari" rispetto alla loro rigida eticità. Peccato però che la loro vita privata ed i propri costumi siano all'insegna di comportamenti esattamente contrari a quanto predicano per gli altri senza alcun senso del ridicolo. Come si dice: "predicano bene e razzolano male".

«Cosa vuoi fare da grande?»

Bimbi che parlano tra loro...Mi ha sempre divertito moltissimo parlare con i bambini, specie quando sono piccoli e la spontaneità dei loro pensieri e la freschezza di certi ragionamenti, che purtroppo si inceppano crescendo, creano delle miscele fantastiche, perché rompono certi schemi mentali che diventano insormontabili in età adulta.
Mi è capitato in passato ed anche oggi di origliare certi discorsi che fanno fra di loro ed apprezzare quel loro dialogare che appare più libero di tutte quelle sovrastrutture che noi costruiamo nel nostro conversare di adulti.
Confesso di avere sempre parlato con i miei figli piccoli senza storpiature di parole o vocine melense, considerandoli essere umani in scala ancora ridotta, come i bonsai stanno alle piante e dunque non vanno trattati come se fossero dei minus habentes.

Notre-Dame che brucia!

L'incendio alla cattedrale di Notre-Dame di ParisL'incendio alla Cattedrale di Notre-Dame de Paris è un dolore immenso: le immagini televisive che ho negli occhi paiono assurde e finisce per essere un rogo, che sembra quasi un segno drammatico dei tempi, con il fuoco che vince contro le nostre straordinarie tecnologie.
Quel luogo così evocativo, unico e straordinario è legato - per me, come per milioni di persone di tutte le epoche e di tutte le provenienze - ad un cumulo di ricordi e di pensieri così vasto da essere inimmaginabile. Mi tornano in mente attimi indimenticabili e tante visuali di quel luogo magico.
Ci sono stato, a diverse età, da ragazzo scapigliato in gita, da giovane innamorato più volte, da marito e da padre con i miei bambini, anche sulle tracce di quel cartone "Disney" - tratto dal celebre romanzo - che racconta di Quasimodo e del suo amore per Esmeralda.

La Valle dove pullulano gli autonomisti

La bandiera valdostanaHo sempre scritto che l'affollamento della ormai mitologica "area autonomista" sta raggiungendo in Valle d'Aosta livelli ormai grotteschi. Sarà necessario avere, andando avanti così, una sorta di carta geografica esplicativa con tanto di legenda, cui allegare anche un albero genealogico che illustri gli spostamenti nel tempo degli uni e degli altri.
E' indubbio che ci siano persone che si sono mosse negli anni da dov'erano in origine per nobili ragioni e non per colpi di testa, ma ci sono anche furbastri di lungo corso alla ricerca di nuove strade, perse le vecchie certezze, e spesso si accodano loro truppe mercenarie che seguono solo il filo dei propri interessi.
In più questa varietà di soggetti politici non solo fragilizza il pensiero autonomista, ma lo trasforma nella misura in cui molti che scelgono questa direzione - magari a zigzag - lo fanno solo nella considerazione che il brand autonomista piaccia e dunque si impadroniscono di idee e di pensieri nobili, ma con un loro uso spregiudicato da specchietto per le allodole, non credendoci affatto. Spesso non c'è neppure uno straccio di background per giustificarlo, se non l'ambizione di entrare nell'agone politico o di restarci ancora sine die.

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