Piante, venti e rimpianti

La vela gonfiata dal ventoTi capita di pensare a che cosa non sai fare e pensi in quale modo potresti occupartene, in una logica di apprendimento ragionevole. L'elenco di insufficienze può essere lungo: non lo dico per umiltà ma per realismo. Poi, nell'autocritica, sono aiutato dal posto dove mi trovo per limitare l'elenco al recente vissuto. Ciò avviene specie in viaggio, quando si rompe la routine del perimetro delle nostra cultura e pensi a che cosa saresti stato altrove e in altre circostanze.
E' un esercizio interessante, anche se inutile, ma certi elementi di straniamento e di astrazione finiscono in fondo per autocentrarti rispetto a quello che sei davvero, come un realismo di ritorno. Poi, se uno sa giocare con la fantasia, è libero di immaginarsi chissà che cosa.
Ed emerge - comprese appunto le manchevolezze - un lungo repertorio, tipo "Enciclopedia Britannica", di quanto sarebbe bello sapere e pure fare in quell'intrico fra teorico e pratico che è un'essenza del nostro modo di essere.
In queste ultime ore, sono passato da una natura lussureggiante delle Antille francesi ad un largo giro in barca a vela, esattamente un catamarano che filava in mezzo ai marosi con molti che stavano male ed io ero fierissimo di tenere il colpo.
Ebbene in circostanze simile mi pigliano due rimpianti fra i tanti possibili. Il primo è che sono un somaro di botanica, scienza che trovo bellissima ma per formazione non l'ho mai incrociata davvero. Già nelle Alpi arranco con elementi basici su piante e fiori e mi illumino d'immenso in posti come "Chanousia" e "Paradisia", dove si mischiano specie autoctone e provenienti da altri posti. Figurarsi la ricchezza del mondo vegetale in versione tropicale con specie di cui non conosco il nome ma di cui apprezzo la bellezza e alcune cose le so, tipo la mangrovia, che da sola fa attrazione. Trovo che bisognerebbe, prima di ogni partenza, avere una maggior coscienza della Natura, nel bene come nel male, per muoversi consapevoli in certi ambienti.
Nel bene è la stupefacente biodiversità che pulsa dappertutto con flora e fauna soverchianti e sfruttate dall'uomo con grande ingegno, come dimostra l'uso plurimo della canna da zucchero. Se l'umanità non fosse dilaniata dalle mille lotte che insanguinano il mondo e dai disastri che combiniamo, dovremmo essere fieri di come gli uomini, sotto ogni cielo e in ogni condizione climatica, abbia saputo adattarsi e vivere.
Ma dicevo del male e il "Male assoluto" nei Caraibi oggi è il proliferare di alghe nocive, che si aggirano in alto mare e rovinano molte coste e spiagge con un inquinamento che non è solo paesistico, ma nuoce persino alla salute con o gas di fermentazione quando queste piante imputridiscono. Un fenomeno impressionante in questi paradisi tropicali, che pare causato dalle sostanze chimiche delle coltivazioni intensive riversate nei mari dai grandi fiumi del Brasile e di altri Paesi sudamericani.
L'altro rimpianto riguarda la conoscenza dei venti. Ci pensavo in barca, immaginando che cosa fosse il vento quando navigare dipendeva solo da quello, specie in quelle spedizioni navali che consentirono la scoperta delle Americhe, sfidando le conoscenze del tempo. Da bambino mi piazzavo nei porti di Imperia all'interno della "rosa dei venti" con il ditino alzato e opportunamente bagnato per capire da dove tirasse il vento. Ricordo che la "rosa dei venti" è una rappresentazione grafica che riassume le provenienze dei venti che soffiano in una determinata zona del mondo in un certo periodo di tempo. Una "rosa dei venti" può essere formata da quattro, otto o sedici punti. In ogni caso la "rosa dei venti" è suddivisa in quattro quadranti: da Nord ad Est, da Est a Sud, da Sud a Ovest e da Ovest a Nord.
Rimpiango di non avere imparato nulla sulle brezze marine, anche se sino a "maestrale" o "scirocco" ci arrivo, e lo stesso vale in Valle d'Aosta per il gioco dei venti, che come molto altro finisce per interferire con la nostra vita anche se da noi non si va per mari. Apprezzo la saggezza dei detti popolari che anche da noi hanno stratificato millenni di osservazioni.
Insomma la sintesi di una nuova alfabetizzazione è, per me, disvelare più in profondità il vento fra gli... alberi.

Il vuoto della nullafacenza

Smartphone e mareIl cambio dei costumi colpisce sempre e non mi riferisco qui al vergognoso rito che ci colpiva da bambini, quando la mamma ci toglieva il costumino bagnato avvolti nell'asciugamano creandoci vergogna e imbarazzo, ma a questioni sociologiche di cui prendere atto e che forse meriterebbero saggi pensosi e non il rischio - come dire? - di figurare in queste mie modeste considerazioni che, per via della stagione, si possono configurare come semplice "cazzeggio", che è più comprensibile della vecchia espressione "parlare a vanvera".
Ci sono cose che non riesci a spiegarti, almeno sino a quando non ci rifletti nel vuoto pneumatico di certe mattinate marine "au bord de la mer". Varrebbe anche per il pomeriggio, se non fosse che arriva salvifico il sonno postprandiale, che è fenomeno naturale accentuato dal caldo e dal senso di vuoto della nullafacenza.

La conchigliologia

Conchiglie varieBisognerebbe avere sette vite come i gatti per potere vivere più cose di quelle che in realtà riusciamo a fare e pensiamo a quanto si potrebbero conoscere in maggior misura anche solo guardandosi attorno con maggior curiosità. Che sia chiaro che nessuno meglio dei poeti traduce da altre lingue altri poeti per una naturale affinità. Così Alceo, poeta greco antico (la letteratura greca antica ha poesie che lasciano stupefatti), tradotto da Salvatore Quasimodo:
"O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli"
.
Il fatto più affascinate, piccolo inganno a beneficio dell'infanzia, tramandato poi a figli e nipoti, è la storia del poggiare l'orecchio sul foro d'ingresso delle conchiglie più grandi, avvertendo il rumore del mare.

La balena del lago di Annecy

La 'copertina' dell'ebook di Jean-Marie GourioSulle mappe di epoca medioevale e rinascimentale i cartografi dell'epoca disegnavano brutti e temibili nostri marini in quei mari del mondo che erano inesplorati. Mi ha sempre affascinato vederli ritratti, evidente rappresentazione mitologica di incontri avvenuti e opportunamente gonfiati o semplicemente alimentati dalla fantasia.
C'era - solo per fare un esempio - il "kraken", mostro leggendario, citato per la prima volta in una saga islandese del XIII secolo: un gigantesco animale marino, che attaccava le navi, lungo 1.500 metri, dal corpo talmente grande da essere scambiato per un'isola. Pare non fosse altro che il gigantesco calamaro gigante repertorio dalla Scienza e che raggiunge una ventina di metri, dilatati dal racconto dei marinai che lo incontrarono in mare e che ne furono spaventati e suggestionati.

L'aperitivo

Un'elegante composizione di aperitiviBasta sostare nel dehors in un bar all'ora canonica per farsi un'idea.
Propongo come luogo di osservazione la bella area esterna del "Tanpì" di Verrès, bar ristorante aperto da un annetto, che fu - prima della radicale ristrutturazione - luogo storico del ristorante del ristorante "Chez Pierre" della famiglia Colombot-Bettoni.
In una pausa di quello che i francesi chiamano con ironico italianismo "farniente" (douce oisiveté, état d'heureuse inaction), si può osservare il rito sociale dell'aperitivo, che non ha età e condizione sociale, ma crea mélange interessanti fra amici, conoscenti, familiari attorno ad uno o più bicchieri.

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