Campanili e campanilismo

Il campanile è da secoli un segno di appartenenza ad una certa comunità ed è un simbolo legato alla nostra tradizione cristiana, nascendo dal richiamo e dall'uso plurimo a seconda del loro suono delle campane delle chiese, che avevano bisogno di un luogo elevato per essere ascoltate.
Da lì deriva, in un senso che va indagato, il termine su cui riflettere che è "campanilismo". "Una parola al giorno" sul sito omonimo così sdrammatizza: "L'affezione devota per la campana, il campanile e per tutto ciò che è a loro collegato, fuor di poesia viene interpretata come un rozzo provincialismo, un esasperato attaccamento al proprio pezzo di terra e alle sue tradizioni, o magari alla propria identità cittadina o rionale, che si declina tipicamente con uno schietto senso di superiorità: il proprio pezzo di terra è il pezzo di terra migliore di tutti (specie di quelli vicini). Certo, non pare un atteggiamento dei più maturi, ma è uno dei colori dell'amore per casa".
In realtà ci sono poi espressioni che denotano di più gli aspetti negativi, tipo «non vedere più in là del proprio campanile» e cioè il gretto disinteressarsi completamente di quanto avviene al di fuori della propria città, della propria nazione. Anche mancare di lungimiranza, non avere larghe vedute, non capire le situazioni un po' complesse e di conseguenza non saperne prevedere gli sviluppi.
Altrettanto negativo è «questioni di campanile», vale a dire questioni di rivalità paesana, e in senso lato, anche di nazionalità, di credo, di cultura.
E ancora lo «spirito di campanile», che è l'amore eccessivo per le cose o le tradizioni del proprio paese e, in senso lato, l'attaccamento acritico alle proprie posizioni. Certo, esiste un nocciolo buono su cui si deve lavorare, tinge solo con il mio amatissimo cosmopolitismo.
E infine «vivere all'ombra del campanile», cioè l'essere legati al proprio luogo di nascita tanto da desiderare di non lasciarlo mai. In senso lato, mancare di curiosità, di interessi più vasti, che vadano al di là del proprio ambiente ed anche rifiutare qualsiasi novità o cambiamento. Anche in questo caso conviene seriamente cercare un qualche antidoto al veleno della chiusura asfittica in confini angusti.
Per cui, per tirare le somme, resta evidente che anche nella Valle d'Aosta dai tanti campanili ci sono tante identità che formano un'identità valdostana e più si scava nella realtà e maggiore c'è la consapevolezza di questa ricchezza. Ogni paese ha i suoi campanili e poi ci sono i villaggi e pure Aosta ha una sua sinfonia di... campane, cui corrisponde una ricchezza di umanità che scalda il cuore. Con la consapevolezza che non bisogna mitizzare il passato e bisogna sapere quanti di questi campanili si stanno inaridendo per lo spopolamento e l'abbandono e con essi si perdono pezzi di quell'identità più grande.
Segno forse che bisogna lavorare sul campanilismo buono e riflettere sul futuro. Con un addendo: molti ormai abitano luoghi che sono per loro solo dormitori e questa assenza di radici è un evidente impoverimento.

Quando i "social" inquinano

Seguo da anni i pensieri, spesso assai originali e ficcanti, del filosofo e scrittore Bernard-Henri Lévy, rappresentante di quella nouvelle philosophie, fondata con altri intellettuali negli anni Settanta e dimostrazione di come la maturazione personale nel tempo consenta di affinare, se non persone di cambiare, le proprie idee.
In questi giorni, ripreso in "Italia" da "La Repubblica", si occupa, riprendendo un pensiero del Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, del rischio di imbarbarimento collettivo ascrivibile al successo dei "social" network. Ed elenca - e lo trovo interessante - cinque punti a confronto di questa tesi, che vorrei qui proporre con brevi annotazioni.
Così Bernard-Henri Lévy: «Il primo è l'istantaneità dei pensieri che vi si esprimono, il fatto che questi non conoscano più un minimo di distacco, di filtro e, letteralmente, di mediazione. Di conseguenza, i pensieri sui "social" sono affini a quel linguaggio troppo crudo, troppo presente a sé stesso, troppo intenso che Hegel considerava tra le cause di violenza e ferocia tra gli uomini».
Già capiterà a tutti, anche a me, di trattenersi e, nella mia presenza su "Twitter", di reagire d'istinto, emotivamente.
Prosegue: «Il secondo è l'inganno di questi "social" che, lungi dal farci socializzare come starebbe a indicare il loro nome, in verità non fanno altro che de-socializzarci, con la conseguente illusione di presunti amici che ci amano con un click, che smettono di amarci con un altro click e il cui incremento è segno, come per i non-cittadini di Saint-Just, del fatto che non abbiamo davvero più amici... Falsa ricchezza di autentiche parole a vanvera che si misura in "like" e follower che dovrebbero apportare maggior valore alle nostre esistenze e, al contrario, ci confinano in una solitudine senza precedenti. In sintesi, regno di un narcisismo che, con il pretesto della connessione, sottolinea la rottura rispetto a tutto quello che un tempo plasmava le comunità, la solidarietà, la fraternità».
Sappiamo poi che i "social" con meccanismi selettivi ci fanno incontrare in Rete solo con coloro che la pensano come noi, isolandoci dalla possibilità di confrontare le nostre convinzioni con chi la pensa diversamente.
E ancora: «Terzo: conosciamo la storia del famoso vescovo Dionigi, decapitato dai barbari e che nondimeno attraversò a piedi la collina di Saint-Denis tenendo sottobraccio la sua testa mozzata. Con i meccanismi della Rete, assistiamo a un fenomeno dello stesso tipo, ma su scala planetaria e che interessa tutti gli esseri umani. Oggi non si tratta più della nostra testa, certo, ma della nostra memoria. Non la portiamo più con noi sottobraccio, ma nel palmo delle nostre mani, oppure in fondo a una tasca, considerato che sui nostri smartphone ci alleggeriamo dell'attenzione che consente di risalire consapevolmente a informazioni, situazioni e frammenti di ricordi che dimentichiamo tanto più di buon grado quanto più la tecnologia ci consente di recuperarli a nostro piacimento. In questa dislocazione, in questa esfiltrazione, in questo scaricabarile della nostra facoltà di ricordare affidata alle macchine c'è un fatto antropologico che conduce all'inesorabile atrofizzazione di una facoltà della memoria che, dai tempi di Platone, sappiamo essere uno dei legami più solidi tra gli esseri umani e uno di quelli più adatti a scongiurare il peggio».
Una sorta di "falsa cultura" che ci impoverisce, perché sappiamo che la possiamo trarre dal Web e aggiungerei che il tempo spesso trascorso oziosamente navigando ci da trascurare studio e buone letture.
Il penultimo punto: «Quarto, la volontà di verità. Anch'essa crea un legame tra gli uomini. Nel riconoscimento di una verità - il cui amore, se non altro, è condiviso - vi è un'altra ragione concreta che impedisce loro di uccidersi a vicenda. E nondimeno, che cosa è un "social network"? E' la sede di uno slittamento progressivo, di cui non si sono quantificate a sufficienza tutte le conseguenze. Si comincia con il dire: "Tutti hanno pari diritto di esprimere ciò in cui credono". Poi si passa a: "Tutte le cose espresse in cui si crede godono del medesimo diritto a essere rispettate nello stesso modo". E poi, ancora: "Se tutte sono rispettabili nello stesso modo, significa che sono tutte valide, importanti e apprezzabili nello stesso modo". Ecco, è così che, a partire dal desiderio di democratizzare il "coraggio della verità" caro a Michel Foucault e pensando di offrire a tutti il mezzo tecnologico per contribuire all'avventura della conoscenza, si è creato un parlottio globale in cui nulla autorizza più a gerarchizzare o a distinguere tra intelligenza e delirio, tra informazione e "fake news", tra ricerca della verità e passione per l'ignoranza. Si tratta di un ritorno, quasi ricalcando l'eleganza greca, di quei celebri sofisti che sostenevano che quella che un tempo chiamavano "la" Verità è un'ombra indistinta in una notte in cui tutte le illusioni sono grigie. E, in questa profusione oscura e assordante in cui si sono trasformati i "social network", la verità di ognuno vale quanto quella del suo vicino e ha diritto a tutti i mezzi - assolutamente tutti, fossero pure violenti e financo feroci - atti a imporre la propria legge».
Così, come diceva Umberto Eco: «I "social media" danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E' l'invasione degli imbecilli».
Eccoci giunti all'ultimo punto: «E, infine, quinto. Ricordiamo tutti la struttura panoptica teorizzata per le prigioni dal filosofo utilitarista inglese del XVIII secolo Jeremy Bentham, basata su un osservatorio collocato in una torretta centrale che permetteva alle guardie di osservare senza essere viste e ai detenuti, sistemati in celle individuali poste a raggiera attorno a essa, di vivere sotto il loro sguardo. L'originalità dei social consiste nel fatto che quell'occhio non si chiude mai, sorveglia i corpi e penetra nelle anime, viola la loro interiorità rendendola evidente a chiunque e non è più l'occhio di una guardia, di un superiore, di un padrone, bensì di ciascuno di noi. La novità è che questo progetto consistente nel voler vedere tutto, sapere tutto e penetrare nello spirito e nell'intimità altrui è alla portata di qualsiasi nostro vicino in Rete. Nella misura in cui permette ai superiori di spiare i sottoposti, ma anche ai sottoposti di spiare i superiori, e indifferentemente a tutti di controllare o condannare chiunque altro, questo meccanismo neo-benthamiano crea un regime politico nuovo che non si può definire né seriamente democratico né distintamente autocratico; che si sarebbe tentati di chiamare "scopocratico", in ragione di questa teoria dello sguardo e del voyerismo gaudente a cui esso dà vita; e che viola una delle leggi più antiche della Storia, enunciata dai tempi dei tragici greci a Epidauro e Olimpia: "Uomini, non andate a guardare troppo da vicino - con il rischio di essere accecati o, peggio ancora, imbrattati dal loro sangue - da quel lato dello specchio che è il corpo animale dei vostri simili". I tragici greci non avevano torto. Da questo furore scopocratico, infatti, nasce depredazione. Una rabbia accusatrice osservata di rado nella storia del genere umano. Un clima di giustizia popolare che viaggia alla velocità della luce virale di una Rete che funziona a pieno regime e crea un'umanità assetata, come gli dèi di Anatole France, non di sangue ma di chiacchiericcio. E, al termine di questa mischia - in cui a ogni istante, o quasi, un'altra testa cade nella cesta panoptica dei nuovi corvi - è in corso una guerra di tutti contro tutti, la cui ferocia nessun Hobbes ha mai immaginato».
Un realismo condivisibile nella preoccupazione di un progressivo peggioramento.
L'ultima frase, che condivido, è un crudo: «Come uscire da questo incubo? Lo ignoro».

2023: San Bernardo d'Aosta

L'incontro tra le autorità valdostane e vallesane per l'apertura del Passo del Gran San BernardoSan Bernardo nacque ad Aosta all'incirca mille anni fa da una famiglia nobile valdostana: sarebbe stato - ma è una fra le ipotesi - nipote del visconte Bosone da un lato, e di Ermengarda, sposa dell'ultimo re di Borgogna Rodolfo III, da un altro.
La scelta che sta maturando di celebrarlo nel 2023 prende due piccioni con una fava, perché allora saranno anche i cento anni da quando il nostro Santo divenne patrono dei montanari e degli alpinisti per scelta di Pio XI appunto nel 1923. Papa Ratti era un ottimo alpinista che ben conosceva le montagne valdostane e lo celebrò con consapevolezza.
Queste celebrazioni dovranno vedere protagoniste le popolazioni valdostana, vallesana, savoiarda e piemontese (San Bernardo mori a Novara nel 1080). Certo l'Alta Savoia dovrà cogliere l'occasione per ammettere quel grossolano falso storico che lo voleva nato a Menthon sulle rive del lago di Annecy e forse non sarà facile.
Ma, comunque sia, l'occasione sarà unica per aggregare territori che non solo sono confinanti, ma che hanno culture affini radicate nei millenni.
Domenico Agasso su "Famiglia Cristiana" così descrisse il nostro Bernardo: «Di lui è più ricordata tuttavia l'opera di rianimatore della vitalità europea in uno dei suoi punti più colpiti: il passo di Monte Giove (detto poi in suo onore Gran San Bernardo). E' l'importantissimo valico che consente il viaggio lineare da Londra alla Puglia, per merci, persone, idee. Dice una preghiera in suo onore: "Il miracolo di Monte Giove, o Bernardo, mostrò la tua santità. Qui tu hai distrutto un inferno e costruito un paradiso".
Alla fine del IX secolo, forze arabe partite dalla loro base di La Garde-Freinet (Costa Azzurra) hanno occupato con altri valichi quello di Monte Giove e i villaggi dei due versanti. Qui si sono poi dedicati a rapimenti, sequestri, uccisioni, incendi di monasteri, chiese, paesetti. Ci sono poi signorotti locali, cristiani, che li assoldano volentieri per le loro contese; e non manca chi si spinge fino a imitarli nelle estorsioni. Questo è "l'inferno". E finisce dopo che nel 973 Guglielmo di Provenza distrugge la base araba di La Garde-Freinet, provocando il ritiro delle bande dai monti. Per l'alto valico (a 2.473 metri) riprendono i passaggi, con gravi disagi per ciò che è stato distrutto o bruciato.
E qui arriva Bernardo. Che non porta subito il "paradiso". Anzi: il suo lavoro inizia nella prima metà dell'XI secolo con molte difficoltà e pochi mezzi. Ma con un'idea innovatrice: tagliare a metà la consueta tappa Saint-Rhémy (Valle d'Aosta) Bourg-Saint-Pierre (Vallese) e stabilire una tappa intermedia proprio sul valico. Intorno all'idea, per opera sua e dei continuatori, si sviluppa l'organizzazione. Invece di un semplice rifugio, i viaggiatori, i cavalli, le merci, troveranno accoglienza organizzata, servizio efficiente, sotto la direzione di una comunità monastica impiantata da lui, e cresciuta dopo di lui, con lo sviluppo di edifici e servizi dalle due parti del valico. A Bernardo si attribuisce anche la fondazione dell'ospizio sull'Alpe Graia (Piccolo San Bernardo), ma la cosa non è certa.
E poi c'è l'altro Bernardo: il predicatore, non solo nella Vallée; anche nella zona di Pavia, ad esempio. E nel Novarese: in sintonia con la riforma della Chiesa, Bernardo si batte contro l'ignoranza e i cattivi costumi del clero, l'abbandono dei fedeli, il commercio delle cose spirituali. E' la parte meno nota della sua vita, ma è anche quella che impegna tutte le sue forze. Anzi: Bernardo muore appunto facendo questo lavoro, mentre si trova a Novara, la cui cattedrale custodirà poi le sue spoglie»
.
Credo che al di là delle questioni religiose, l'occasione sia utile per riflettere, in chiave europea, attorno a quanto sia ormai anacronistico e persino pericoloso il concetto stesso di frontiera.
Ha ragione lo scrittore mitteleuropeo Claudio Magris quando scrive: «Io penso che le frontiere vadano superate, ma anche mantenute assieme alla propria identità. Un modo corretto di viverle è sentirsi anche dall'altra parte».
E' interessante rifletterci, personalmente mi sento con una mia identità ma anche dall'altra parte.

Mottarone e Vermicino

La diretta televisiva da Vermicino, nel giugno 1981Si è discusso in queste ore sull'opportunità o meno di mostrare le immagini colte da una telecamera fissa situata nella stazione d'arrivo, che hanno ripreso quella manciata di secondi della tragedia della funivia del Mottarone. E ciò avviene proprio quando sta per finire la corsa ed incombe l'irreparabile.
Lo scoop, con la complicità di qualcuno che ha acceduto al fascicolo processuale, mostra la rottura della traente e la conseguente discesa a folle velocità della cabina verso valle, non fermata dai freni perché disinnescati, con il rimbalzo finale sul primo pilone che innesca il terribile schianto al suolo.
Personalmente credo che sia stato del tutto legittimo rendere pubblica questa testimonianza visiva, che non fa altro che mostrare quanto più volte spiegato per scritto o con animazioni. Anzi, quanto si vede non fa che accrescere il desiderio di giustizia per quanto avvenuto e per evitare di dimenticare per via di quell'effetto ben noto che fa scendere il clamore sino all'oblio anche per eventi manifestamente clamorosi.

Maturità 2021: le tracce immaginarie

Maturandi all'uscita dal Liceo di AostaSono due anni che non abbiamo le tracce della prova scritta di italiano, che per me resterà per sempre «il tema». Diedi la maturità nel secolo scorso - era il 1978 - e all'epoca, in assenza di Internet le previsioni sui titoli erano nervosamente sul filo del telefono. Ovviamente si trattava di semplici boatos, basati su strani giri regolarmente improbabili, tipo «il cugino di un amico che lavora al Ministero è sicuro che uscirà...».
Ovvio che, seguendo queste indiscrezioni sempre sbagliate, ci si dotava di qualche bigliettino celato nei vestiti, che avrebbe assicurato un risultato splendido splendente. Al momento dell'apertura delle buste - sarà capitato anche a voi - la delusione vera corrispondeva alle speranze decadute.
Ma se quest'anno ci fossero stati i temi dove sarebbero andati a parare? Beh, ci provo e si tratta di un vacuo divertissement.

Le discoteche

La pista vuota di una discoteca...Ci sono fenomeni di costume che mi sfuggono e di cui bisognerebbe scavare le ragioni più profonde. Ogni epoca ha i suoi cambiamenti ed a questo ci si deve attenere.
Leggo in questi giorni di due proteste dei gestori delle discoteche. La prima è una reazione al solito e lugubre ministro della Sanità, Roberto Speranza, che supportato dagli scienziati ha messo in coda alle aperture i locali da ballo e c'è stato anche un momento in cui ne avevano proposto la riapertura senza poter ballare. Come aprire un ristorante senza consentire di mangiare...
La seconda reazione riguarda il fatto che si finisce per ballare in locali improvvisati, tipo bar, magari alla fine di quegli ormai interminabili "apericena" (la "merenda sinoira" piemontese ne fu la precorritrice!) e questo scandalizza le discoteche che ritengono si tratti di una concorrenza sleale.

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