Autonomie differenziate e speciali

Vien da rifletterci con questa storia delle elezioni regionali avvenute e che verranno il regionalismo finisce in prima pagina: chissà che fine ha fatto la famosa Autonomia differenziata, avanzata sino ad oggi da nove regioni (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Campania), Nelle prime due dell’elenco si è svolto anche un referendum fra i cittadini nel 2017 che ha confermato a larghissima maggioranza la richiesta e per questo sono state la punta di diamante nella richiesta di maggio autonomia, ma anche con Emilia-Romagna e Piemonte erano in fase avanzata di trattativa con il Governo precedente e con quello attuale, che ha rallentato l’iter di tutti.
Un breve ricordo di che cosa sia l'autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario: all’epoca fui testimone e anche protagonista della discussione alla Camera dei Deputati con una riscrittura dell’originale articolo 116 della Costituzione – quello che dal riconosce dal dopoguerra l’autonomia speciale valdostana - attraverso la riforma costituzionale del Titolo V approvata nel 2001.
Venne allora aggiunto un terzo comma così scritto dopo la parte dedicata a Regioni a Statuto Speciale e Province autonome di Trento e di Bolzano: "Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all'articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata".
Questo per dire che “altre” definisce con chiarezza l’ambito di applicazione, accanto appunto al primo e secondo comma che riconosce le regioni a Statuto Speciale, con la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario ("regionalismo differenziato" o "regionalismo asimmetrico", in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre).
L'ambito delle materie nelle quali possono essere riconosciute tali forme ulteriori di autonomia concernono: tutte le materie che l'art. 117, terzo comma, attribuisce alla competenza legislativa concorrente. Tali materie sono: rapporti internazionali e con l'Unione europea delle Regioni; commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.
Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.
​Sin qui tutto pareva pacifico, ma intanto il clima regionalista del 2001 si è raffreddato e questa autonomia differenziata ha creato più polemiche che consensi, tanto che l’iter si è fatto accidentato con un atteggiamento ostruzionistico da parte dello Stato e la nascita di una logica Sud contro Nord per le solite fisime caricaturali del Settentrione cattivo e predatore, che lasciano ormai il tempo che trovano, visto che l’autonomia speciale più vasta sarebbe quella della Sicilia e i siciliano in primis se ne sono bellamente disinteressati.L'attribuzione di tali forme rafforzate di autonomia deve essere stabilita con legge rinforzata, che, dal punto di vista sostanziale, è formulata sulla base di un'intesa fra lo Stato e la Regione interessata, acquisito il parere degli enti locali interessati, nel rispetto dei princìpi dell'art. 119 della Costituzione in tema di autonomia finanziaria, mentre, dal punto di vista procedurale, è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti.
Dall'introduzione di tali disposizioni in Costituzione, avvenuta con la riforma del titolo V prevista dalla legge costituzionale n. 3/2001, il procedimento previsto per l'attribuzione di autonomia differenziata non ha mai trovato completa attuazione e ci si è immersi in discussioni giuridiche infinite, senza avere il coraggio di dire che il tema è squisitamente politico e certi Azzeccagarbugli non avendo il coraggio di dire no ad una norma costituzionale preferiscono nascondersi dietro alle solite fumisterie.
Esiste dunque un dibattito su tale iter, poiché secondo alcuni il testo dell'intesa deve passare dalle Camere senza possibilità di emendarlo, mentre secondo altri i due rami del Parlamento possono apportare modifiche. Del tema si è occupata anche la legge di stabilità 2014 che ha introdotto il tema del "coordinamento della finanza pubblica" (i soldi contano sempre!) e il Ministro delle Regioni, Francesco Boccia, si è inventato una legge-quadro che dovrebbe precedere tutto nel nome – come se ce ne fosse bisogno - dell'unitarietà della Repubblica e del principio solidaristico che la contraddistingue.
Ora, in una recente visita a Trento e Bolzano, lo stesso Ministro – a fronte di richieste importanti delle due Province autonome – ha indicato come soluzione di alcuni problemi, per certe cose comuni anche all’autonomia valdostana, proprio la famosa legge-quadro. Sarebbe bene dire, sin da subito, che gli Statuti, leggi costituzionali, hanno proprie procedure e la stella polare restano le norme di attuazione dello Statuto.
Nel caso valdostano, se la Commissione Paritetica desse i frutti sperati, la norma – che scrissi di mio pugno – ha quella flessibilità che consente interventi di allargamento della specialità ad ampio raggio, laddove recita all’articolo 48 bis: “Il Governo è delegato ad emanare uno o più decreti legislativi recanti le disposizioni di attuazione del presente Statuto e le disposizioni per armonizzare la legislazione nazionale con l'ordinamento della regione Valle d'Aosta, tenendo conto delle particolari condizioni di autonomia attribuita alla regione .
Gli schemi dei decreti legislativi sono elaborati da una commissione paritetica composta da sei membri nominati, rispettivamente, tre dal Governo e tre dal consiglio regionale della Valle d'Aosta e sono sottoposti al parere del consiglio stesso”.
A questo bisogna rifarsi senza avventurarsi in rischiose commistioni fra Speciali e Ordinarie, strade che si sa dove cominciano e non si sa dove finiscano.

Primi pensieri sull'Emilia-Romagna

Stefano Bonaccini mentre votaSono stato sveglio ieri sera per capire cosa avvenisse con le elezioni in Emilia-Romagna, poi - dopo un sonno ristoratore - mi sono svegliato all'alba, come mia abitudine, per capire se e quanto quelle previsioni notturne collimassero con la realtà dello scrutinio vero e proprio. Scrivo dando per scontato che i miei lettori sappiano l'esito: in soldoni con il voto di emiliani e romagnoli ha vinto la continuità di una delle Regioni "rosse" per definizione. Questo successo del centrosinistra ha il volto del presidente della Regione uscente, Stefano Bonaccini con il suo distacco largo ed inaspettato rispetto alla candidata leghista del centrodestra, Lucia Borgonzoni.
A caldo provo, un po' goffamente, ad articolare qualche pensiero derivante da questi risultati - Calabria compresa, dove il centrodestra ha dilagato - che pesano sull'Italia intera, ma con qualche distinguo.
Il test ha, per chiunque non si nasconda dietro un dito, una valenza nazionale, poche balle, e può piacere o meno, ma fanno peggio le mistificazioni ed i raggiri. Bisogna avere il coraggio - sempre! - di dire "pane al pane e vino al vino". Esercizio di verità che in Italia sfugge nel nome della furberia del distinguo e di risultati che troppo spesso ed inspiegabilmente non vedono vincenti e perdenti.
Dunque, dunque: nella Regione che fu più rossa di tutte, comunista sino al midollo, cresciuta a Mortadella, Parmigiano, Lambrusco, "falce & martello", fra sezioni del PCI di paese alla Peppone (e Don Camillo) con "Feste dell'Unita" popolari e memorabili, appare chiaro come non sia piaciuto quell'insieme di drammatizzazione scelto da Matteo Salvini, che sino ad oggi gli aveva permesso un crescendo inarrestabile. La scelta degli elettori, che ha visto anche l'influenza delle famose "sardine" su di una parte di elettorato più giovane, valorizza da una parte l'esperienza politica ed amministrativa come elemento rassicurante e dall'altra mostra i limiti - esplicitati dalla batosta presa dai "pentastellati" - degli eccessi di una politica spettacolo sempre all'attacco, in una fibrillazione continua che accentua scontri e appicca fuochi.
Dopo un po' gli elettori reclamano situazioni più tranquille e la soluzione concreta dei problemi rispetto a scontri ideologici che stressano. La normalità, insomma, che significa un confronto politico più sereno ed anche la valorizzazione dei territori e della loro differenza, che vuol dire che la democrazia locale non può diventare terreno di scontro per quel che avviene a Roma. Chissà se il Partito Democratico lo capirà o se questa uscita dal tunnel dalle sconfitte li porterà a sottostimare la profonda incapacità dimostrata dal Governo Conte, perché l'attuale Presidente del Consiglio è fra gli sconfitti e non fra i vincitori, essendo stato scelto dal precedente Governo gialloverde e solo nel caos italiano può sentirsi «uomo nuovo».
Vedremo ora gli eventi nello scenario difficile della politica romana ed esiste anche il caso valdostano, che deve avere una sua storia, perché la dimensione politica locale la si deve giocare - questa la lezione dell'Emilia-Romagna - sapendo che la politica di prossimità non si alimenta con temi scottanti della politica nazionale e con eccessi verbali e campagne elettorali sempre all'attacco e con quello stile demagogico che ha fatto crollare i "grillini", ma con la concretezza dei temi che accompagnano la vita delle persone nella loro quotidianità.
Avremo di certo modo di capirne di più nei giorni a venire e di sicuro Salvini rifletterà, ma con la consapevolezza che il suo risultato, pur sconfitto, resta significativo in una Regione come l'Emilia-Romagna, mentre i dirigenti del PD farebbero bene a guardare anche alla Calabria e le prossime elezioni regionali saranno il girone di ritorno in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto.
E - speriamo - che in Valle siano elezioni anticipate a farci uscire dallo stallo.

Il Giorno della Memoria per non dimenticare

Mio padre, Sandro Caveri, nella foto 'ufficiale' da deportatoDomani sarà il "Giorno della Memoria", previsto da una legge che votai nel lontano 2000 alla Camera dei deputati (c'è nei resoconti un mio intervento): una ricorrenza internazionale che è commemorazione delle vittime del nazismo, in particolare dell'Olocausto (ebrei ma non solo) e per ricordare chi ebbe il coraggio di proteggere i perseguitati. Quindi ricordo anche mio papà, definito come "giusto" dalla comunità ebraica di Torino per aver accompagnato ebrei in fuga verso la Svizzera, talvolta ospitati a casa dei miei nonni in via Sant'Anselmo ad Aosta.
La data coincide con la liberazione da parte dei russi del campo di sterminio di Auschwitz, allora territorio annesso alla Germania ed oggi in Polonia. Ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz - ed è avvenuto quattro volte, di cui due volte con a turno portando i miei figli, oggi grandi - e lo ricordo come uno dei rari casi nella mia vita in cui ho visto il mondo in bianco, nero e grigio. Pare che esista una malattia, l'acromatopsia completa, che dà questo effetto, ma a me non è capitato dal punto di vista fisico ma per il senso opprimente che quei luoghi restituiscono, sconvolgendo l'animo.

Il gatto non gatto delle nevi

Un antico 'Sno cat'Mi sono sempre piaciuti i gatti delle nevi, che non sono ovviamente quei mici selvatici, specie "Felis Silvestris", che stanno tornando in tutte le Alpi e ci sono di sicuro nei Dipartimenti Savoia, Alta Savoia ed Isère confinanti con la Valle d'Aosta ed il Torinese. Ma del mezzo meccanico, oggi mezzo assai sofisticato, di cui ho visto - come sciatore - gli esordi sulle piste un tempo battute con gli sci per poi occuparmene nell'esperienza da impiantista (ho provato anche l'ebrezza della guida!), compresa la visita a quella fabbrica valdostana, che è stata la "Oman" a Charvensod, purtroppo scomparsa.
Un amico di "Twitter", Gianni Graziani, valdostano in giro per il mondo per lavoro, mi ha segnalato la sintesi del perché si chiami "gatto delle nevi", tratto dal sito "Terminologiaetc", che - descritta la macchina ed il suo uso - così dice: "Forse è meno noto che il nome italiano è dovuto a un'interpretazione errata della parola inglese "snowcat", dal nome commerciale "Sno-Cat", che ha origine da un'abbreviazione di "snow caterpillar" e cioè "caterpillar delle nevi" (a sua volta, letteralmente, "bruco delle nevi").

Condividi contenuti

Registrazione Tribunale di Aosta n.2/2018 | Direttore responsabile Mara Ghidinelli | © 2008-2020 Luciano Caveri