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Sulla riaggregazione dell'area autonomista

Il frazionismo è una vecchia storia. Si tratta della tendenza in un partito o in un gruppo politico a dividersi in frazioni sino ad addivenire a scissioni o a espulsioni: è sempre stato in particolare un rovello dei Partiti Comunisti e della loro leadership. Scriveva Lenin: "La repressione del frazionismo non è un aspetto fondamentale della evoluzione del partito, bensì lo è la prevenzione di esso". Ma anche allora - come in certi passaggi pur discussi di Antonio Gramsci - c'era chi distingueva fra il dividersi in gruppuscoli come un male e la necessità invece di permettere dibattiti democratici, che sono altra cosa.
Ci riflettevo rispetto alla situazione del mondo autonomista in Valle d'Aosta , compresa la recente nascita di MOUV’, che ho contribuito a costituire. In un periodo di antipolitica, ci sono alcuni peccati mortali. Il primo, che mi riguarda di più, è che – essendo stato molto sulla scena politica – dovrei essere una specie di appestato e dar lo spazio al nuovo che avanza. Trovo, invece, che sia legittimo poter dare il mio modesto contributo anche per chi verrà, perché senza esperienza ogni formazione politica è destinata a non avere radici. In qualunque lavoro si cerca sempre qualcuno che abbia accumulato competenze, mentre in politica c'è chi predica il nuovo - talvolta disorientato alla prova dei fatti - come se fosse una panacea. La seconda obiezione è che ogni nuovo raggruppamento politico suppletivo indebolisce l’area autonomista e questo avverrebbe in sostanza, in legame con quanto osservato prima, a causa di ambizioni personali, per farsi un partitino che occupi uno spazietto, che sortisca una poltroncina.
Trovo queste considerazioni deprimenti, perché con questa logica uno dovrebbe far finta di niente e inghiottire qualunque rospo. Quanto non è avvenuto nel mio caso, quando il principale partito autonomista, l’Union Valdôtaine, è diventato sempre più in modo esclusivo preda di una sola persona, chiusa al dialogo e occupato da ben altro che da uno sforzo corale per il bene della comunità. Questa personalizzazione della politica, legata ad un solo leader taumaturgo e onnisciente, l’ho poi ritrovata altrove e allora mi sono chiesto – non da solo, per fortuna – se potesse esistere una riaggregazione dell’area autonomista, partendo da un elemento nuovo e cioè una forma di organizzazione e di confronto interno, senza inventare l’acqua calda, che potesse dar vita ad un gruppo dirigente in cui i “tenori” della politica non pretendessero fedeltà esclusiva al loro pensiero. Allargare il cerchio nelle decisioni topiche vuol dire condividere davvero la responsabilità delle scelte e fare fronte comune. Sapendo come i confini del perimetro delle forze autonomiste siano oggi molto flou, perché c’è chi ha scelto di militare in quest’area solo per una logica opportunistica, piacendo il prodotto politico all’elettore lo scenario si popola di tarocchi delle idee originarie e questo rende appunto i contorni poco chiari e il rischio crescente di avere scarsa solidità nella tenuta dell'Autonomia.
So che chi cerchi di riformare l’area autonomista, anche con le giuste alleanze perché c’è chi seriamente discute questi argomenti da tempo ormai, rischia di essere accusato di “cercare la quadratura del cerchio”, cioè tentare l’impossibile poiché il problema da risolvere è troppo difficile e la ricerca di una soluzione potrebbe risultare soltanto mera illusione. Ma credo che valga la pena di provare per rispondere ad un quesito di fondo: se è vero che bisogna unire le forze, anziché disperdersi in molti rivoli perché questo dovrebbe significare sudditanza verso Caio o Sempronio? Oppure altro interrogativo: fatto salvo il fatto che la Politica è fatta anche da personalità che devono avere capacità di guida, questa logica è incompatibile con una sana discussione sui problemi reali da risolvere? E’ davvero da dare per scontato che una “réunification” debba avvenire senza pensare alla ratio dell’organizzazione politica, riformandola alla radice per evitare che domani si manifestino mali oggi ben visibili?
L’unanimismo, cioè la tendenza a raggiungere un’unanimità formale, rinunciando a chiarire sostanziali diversità o divergenze, l’ho vissuta anche in UVP e ho fatto male ad affidarmi della mia naturale tendenza ad avere fiducia e a condividere. Oggi bisogna statuire modi e metodi che evitino che si dica una cosa e se ne faccia un’altra, trovandosi anche a fare la figura del “cattivo” (per non dire "traditore") e mi sembra ingiusto per chi invece vuole solo pluralismo e discussioni franche e decisioni condivise e che soprattutto non siano state in realtà prese in luoghi diversi e successivamente sottoposte e imposte con un simulacro di confronto. Con la beffa di appellarsi per quanto deciso altrove nel nome del centralismo democratico e cioè l'accettazione incondizionata per tutti su quanto votato a maggioranza.
Capisco che possa essere considerata una pia illusione, ma almeno provarci mi dà un senso di serenità.




Tu, Lei e Voi

C’è una progressiva evoluzione del costume linguistico, che ci coinvolge tutti, perché – a meno che non si viva come eremiti fuori dal mondo – la comunicazione verbale e e il forte ritorno quella scritta, attraverso i Social nelle loro varie evoluzioni, implicano una socialità. Tutti quelli della mia generazione hanno vissuto il passaggio, sempre più forte dal “Lei” al “Tu” e si nota, come fanno ormai i propri bambini a scuola con molti insegnanti, ma anche come veniamo apostrofati ormai correntemente dappertutto, come “darsi del tu" non venga più richiesto ma imposto unilateralmente. A me capita – sono anacronistico – di chiedere ancora: “ci possiamo dare del tu", favorito ormai dall'età.
Situazione scioccante per chi è stato educato in un certo modo e forse si bea solo del fatto che il “Lei” invecchia e il “Tu” sembra intriso di giovanilismo. Tempo fa, fu il rimpianto Umberto Eco a tenere una lectio magistralis sul tema: “Tu, Lei, la memoria e l'insulto"
Osservava il celebre semiologo: “La lingua italiana ha sempre usato il Tu, il Lei (al plurale Loro) e il Voi. Voi sapete che la lingua inglese (reso arcaico il poetico e biblico Thou) usa solo il You. Però contrariamente a quel che si pensa lo You serve come equivalente del Tu o del Voi a seconda che si chiami qualcuno con il nome proprio, per cui “You John” equivale a “Tu, John” (e si dice che gli interlocutori sono in “first name terms”), oppure il You è seguito da Mister o Madame o titolo equivalente, per cui “You Mister Smith” significa “Lei, signor Smith”. Il francese non ha Lei bensì solo il Tu e Vous, ma usa il Tu meno di noi, i francesi “vouvoyent” più che non “tutoyent”, e anche persone che sono in rapporti di gran confidenza (persino amanti) possono usare il Vous”..".
Poi faceva un’incursione nella Storia: “Nella Roma antica si usava solo il Tu, ma in epoca imperiale appare un Vos che permane per tutto il Medioevo (per esempio quando ci si rivolge a un abate) e nella Divina Commedia appare il Voi quando si vuole esprimere grande rispetto (“Siete voi, qui, ser Brunetto?”). Il Lei si diffonderà solo nel Rinascimento nell’uso cancelleresco e sotto influenza spagnola. Nelle nostre campagne si usava il Voi tra coniugi (“Vui, Pautass”, diceva la moglie al marito) e l’alternanza tra Tu, Lei e Voi è singolare nei Promessi sposi . Si danno del Voi Agnese e Perpetua, Renzo e Lucia, Il Cardinale e l’Innominato, ma in casi di gran rispetto come tra Conte Zio e Padre Provinciale si usa il Lei. Il Tu viene usato tra Renzo e Bortolo o Tonio, vecchi amici. Agnese dà del Tu a Lucia che risponde alla mamma con il Voi. Don Abbondio dà del Voi ad Agnese che risponde per rispetto con il Lei. Il dialogo tra Fra Cristoforo e don Rodrigo inizia col Lei, ma quando il frate s’indigna passa al Voi (“la vostra protezione…”) e per contraccolpo Rodrigo passa al Tu, per disprezzo (“come parli, frate?”). Una volta per rispetto, anche in un’aula universitaria o in una conferenza, si usava il plurale Loro (“come Loro m’insegnano…”) ormai desueto e sostituito dal Voi. Usato solo ormai in senso ironico è l’arcaico Lorsignori. Ormai dire ”come lorsignori m’insegnano” equivale a suggerire che gli interlocutori siano una massa d’imbecilli”.
Ma il passaggio più forte e anche noto, di cui ho avuto aneddotica anche in famiglia è il grottesco tentativo fascista dell'imposizione del “Voi”. Ancora Eco: “Il regime fascista aveva giudicato il Lei capitalista e plutocratico e aveva imposto il Voi. Il Voi veniva usato nell’esercito, e sembrava più virile e guerresco, ma corrispondeva allo You inglese e al Vous francese, e dunque era pronome tipico dei nemici, mentre il Lei era di origine spagnolesca e dunque franchista. Forse il legislatore fascista poco sapeva di altre lingue e si era arrivati a sostituire il titolo di una rivista femminile, Lei , con Annabella , senza accorgersi che il Lei di quel titolo non era pronome personale di cortesia bensì l’indicazione che la rivista era dedicata alle donne, a lei e non a lui. Bambini e ragazzi si davano del Tu, anche all’università, sino a quando non entravano nel mondo del lavoro. A quel punto Lei a tutti, salvo ai colleghi stretti (ma mio padre ha passato quarant’anni nella stessa azienda e tra colleghi si sono sempre dati del Lei). Per un neolaureato, fresco fresco di toga virile, dare del Lei agli altri era un modo non solo di ottenere il Lei in risposta, ma possibilmente anche il Dottor”.
L’ultimo passaggio che cito dimostra come l’abuso del “Tu” possa essere sinonimo non di familiarità democratica ma di ignoranza: “Vi chiederete perché lego il problema dell’invadenza del Tu alla memoria e cioè alla conoscenza culturale in generale. Mi spiego. Ho sperimentato con studenti stranieri, anche bravissimi, in visita all’Italia con l’Erasmus, che dopo avere avuto una conversazione nel mio ufficio, nel corso della quale mi chiamavano Professore, poi si accomiatavano dicendo Ciao. Mi è parso giusto spiegargli che da noi si dice Ciao agli amici a cui si dà del Tu, ma a coloro a cui si dà del Lei si dice Buongiorno, Arrivederci e cose del genere. Ne erano rimasti stupiti perché ormai all’estero si dice Ciao così come si dice Cincin ai brindisi. Se è difficile spiegare certe cose a uno studente Erasmus immaginate cosa accade con un extra-comunitario. Essi usano il Tu con tutti, anche quando se la cavano abbastanza con l’italiano senza usare i verbi all’infinito. Nessuno si prende cura degli extracomunitari appena arrivati per insegnare loro a usare correttamente il Tu e il Lei, anche se usando indistintamente il Tu essi si qualificano subito come linguisticamente e culturalmente limitati, impongono a noi di trattarli egualmente con il Tu (difficile dire Ella a un nero che tenta di venderti un parapioggia) evocando il ricordo del terribile “zi badrone”. Ecco come pertanto i pronomi d’allocuzione hanno a che fare con l’apprendimento e la memoria culturale".
Sottoscrivo e firmo.

L'emigrazione e l'astronave

Il confronto tra il sistema solare e quello di 'Trappist-1'Delle volte viene voglia di dirsi: «prendo tutto e me ne vado». Nel senso di scegliere un posto - a me piacerebbe ad esempio il Québec, ma non disprezzerei neppure qualcosa di caraibico - e di aprire una pagina nuova. Poi, spento rapidamente il fuoco passionale, torna la razionalità ed anche i legami affettivi, culturali, politici e lavorativi che mi legano alla mia comunità di appartenenza.
Chiunque abbia avuto modo di leggere qualcosa o di parlare direttamente con testimoni-protagonisti dell'emigrazione valdostana del passato, scopre ora quanto fosse condita dalla necessità di spostarsi perché obbligati, che fosse la miseria ma anche - negli anni del Fascismo - il dissenso verso il regime. Questa diaspora valdostana nel mondo - lo vediamo dalle lettere e persino dalle canzoni - era intrisa di nostalgia e di tristezza per il Paese natale abbandonato e molti sono rientrati dopo l'esperienza, altri invece hanno coltivato stando via per sempre i ricordi sino alla morte, riuscendo talvolta a tramandare la fierezza delle loro origini anche alle generazioni successive.
Internet - mi è già capitato di ricordarlo - ha consentito anche a chi aveva spezzato il filo della propria genealogia di risalire al passato della propria famiglia, ritornando in Valle d'Aosta come in un pellegrinaggio.
Oggi l'emigrazione - lo dicono i dati e la vita quotidiana di figli o nipoti dei nostri amici - sta assumendo forme diverse. Chi studia anche in altri Continenti e poi ci resta, chi è obbligato ad andarsene per poter lavorare seguendo le proprie speranze e le proprie aspirazioni. E' un emigrazione diversa, più randagia, nel senso che a differenza di chi andava un secolo fa a Parigi o New-York non ci sono valdostani organizzati in associazioni ed in mutuelles ad accoglierli. Certo, quel che è più facile, con i trasporti attuali, è un agevole andirivieni con la Valle e le nuove tecnologie ti possono mantenere contatti costanti, un tempo impensabili. Ma l'aspetto più delicato, su cui nessuno ha davvero indagato a fondo, sta nel fatto di quanto questa nuova emigrazione, intellettuale o imprenditoriale, svuoti in qualche modo quel serbatoio di giovani intraprendenti rispetto al già ridotto bacino di nuove energie di cui possiamo disporre, in epoca di demografia sempre più calante. Si tratta di un'emorragia che esalta l'aspetto che amo di valdostani "cittadini del mondo", ma non si devono neppure sottovalutare i rischi di impoverimento delle risorse umane, fondamentali per il futuro. Mi pare, per altro, che proprio il mancato approfondimento del tema dimostri una miopia di certa politica ormai ammuffita, che però tiene duro per una serie di paure che il sistema di potere creato caschi e con esso che qualcuno conosca di nuovo l'onta della polvere.
Delle volte questa situazione di degrado e di bruttura viene voglia di prenderla persino come uno scherzo carnevalesco, in un periodo in cui si può scherzare un po' di più. Immaginando così che una certa politica luciferina finisca davvero bruciata come il diavolo appeso sotto il ponte romano di Pont-Saint-Martin, prima della Quaresima. Verrebbe voglia di dire alle energie migliori: «sgombriamo il campo contro il sistema ingessato e ramificato».
In vero resterebbe per una parte di comunità valdostana l'alternativa "astronave" per colonizzare uno dei sette pianeti che sono stati scoperti dalla "Nasa" attorno ad una sola stella, "Trappist-1", della nostra galassia "Via Lattea" (tre già noti dal 2016 e quattro trovati ora) dei quali sei in zona abitabile, cioè ad una distanza dalla stella-madre tale da consentire una temperatura superficie tra zero e cento gradi centigradi e quindi lo scorrere dell'acqua liquida. Lì, magari, si potrebbe individuare una zona montagnosa e chiamarla "Nouvelle Vallée d'Aoste" e lasciar perdere quella esistente in balia di certi zombie.
Si scherza, ripeto: a Carnevale, ogni scherzo vale...
Anche se, con taluni chiari di luna e problemi che da gravi stanno degenerando in gravissimi, vien davvero difficile riderci sopra!

Costantino, uno dei "Signori del vino"

La copertina del libro di Marcello Masi e Rocco TolfaQuando il grande Mario Soldati, nei libri "Vino al vino", viaggiò attraverso l'Italia della vigne, giungendo in Valle d'Aosta usò - ciò avvenne più di cinquant'anni fa - una citazione di Pio XII: «L'umile fede nel mistero dei misteri a cui il frutto della vigna è così strettamente legato». Chissà che non gliela avesse ispirata questa citazione illustre quell'Abbé Alexandre Bougeat, che lo scrittore torinese descrisse come «l'unico a produrre ancora l'autentico vino bianco e secco di Morgex». Ma il filo del suo ragionamento più generale era il seguente: «Il vino è come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l'ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo. La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un soggetto staccato ed astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati».

Castelli in aria, di sabbia, di carta, di rabbia e di pietra

Una spettacolare scultura di sabbiaGli stati d'animo si presentano al mattino sul nostro uscio di casa ed è inutile scacciarli, perché sono lì a dare il "la" al resto della nostra giornata. Questo capita anche a chi, come me, cerca di prendere le cose sempre con il verso giusto e, se possibile, con il sorriso.
Stamattina mi sento piuttosto riflessivo e vorrei partire con una frase di Kahlil Gibran che per chi vive sulle Alpi è come un viatico: «Se desideri vedere le valli, sali sulla cima della montagna. Se vuoi vedere la cima della montagna, sollevati fin sopra la nuvola. Ma se cerchi di capire la nuvola, chiudi gli occhi e pensa».

I tabù della Storia

Arno KompatscherNon devono esistere tabù nella lettura della Storia passata. Se non altro per buonsenso, visto quanto osservava giustamente Miguel de Cervantes: «La storia è madre della verità, emula del tempo, depositaria delle azioni, testimone del passato, esempio e annuncio del presente, avvertimento per il futuro».
Per dire ecco tre casi riguardanti la Valle d'Aosta in cui va bene essere espliciti: chi esalta i tre "Régiments des Socques" in Valle d’Aosta (1799, 1801 e 1853) non può non rilevare che dietro certe insorgenze contadine ("socques" sono gli zoccoli ai piedi) esistevano elementi conservatori e retrivi; oppure non è insultare Emile Chanoux se si segnala la scarsa qualità e stridori di certe sue produzioni letterarie; neppure è lesa maestà segnalare - come ha fatto - Angelo D'Orsi, professore torinese - certe aderenze accademiche con il mondo fascista di Federico Chabod.

Sindrome di Stoccolma o di Brusson?

Francesco Gabbani al 'Festival di Sanremo'E' un modo di dire che ha ormai superato l'ambito scientifico: penso infatti che tutti più o meno sappiano cosa sia la "Sindrome di Stoccolma". La definizione nasce da un fatto di cronaca verificatosi in Svezia il 23 agosto del 1973. La mattina di quel giorno, infatti, due rapinatori entrarono in una Banca di Stoccolma e presero in ostaggio quattro impiegati per cinque giorni. Furono momenti di grande tensione, in cui, mentre la Polizia trattava il rilascio, gli ostaggi e i due malviventi instaurarono un rapporto affettivo sino al punto da familiarizzare moltissimo. Il sentimento d'affetto divenne tale che, alla conclusione della strana vicenda, gli impiegati sequestrati andarono più volte in carcere a far visita ai sequestratori. Una di loro si spinse sino al divorzio dal proprio marito per sposarsi con uno dei due malviventi.

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