Fra mestiere e dibattito

Ofelè fà il to mestè. In milanese: pasticciere fai il tuo mestiere. È un modo di dire scherzoso che indica come ognuno dovrebbe occuparsi o parlare di argomenti che conosce.
Ogni tanto capita, nel dibattito parallelo per le elezioni regionali, di sentire delle bestialità tali su certi argomenti che creano sconcerto e mostrano scarsissime conoscenze di certi dossier. E verrebbe voglia di far scattare la frase iniziale.
Esiste, per così dire, il rischio che il "cazzeggio da bar" - che è un'arte povera da preservare - si trasferisca nel mondo politico, dove sarebbe preferibile sapere di che cosa si parla e limitare i voli pindarici.
Ci pensavo con un rimpianto, segnalando appunto come il confronto sia parallelo e mai tangente: le norme barbariche della "par condicio" e la morte di fatto delle tv private hanno fatto ormai morire in Valle d'Aosta ogni velleità, nel sistema radiotelevisivo, di avere dibattiti veri e propri con confronti che consentano al telespettatore di valutare il peso delle proposte e dei candidati. Esiste qualche rara meritoria iniziativa sul Web, tipo Bobine.TV, ma sappiamo che per ora e per la gran parte della popolazione il mezzo privilegiato resta la tv generalista trasmessa in digitale terrestre. E in quella manca, per le ragioni già dette, quel "sangue e arena" che sarebbe un bel respiro alla campagna elettorale.
Uno può fare lo snob come il sociologo Jean Baudriallard, che diceva con sagacia: "La gloire auprès du peuple, voilà à quoi il faut aspirer. Rien ne vaudra jamais le regard éperdu de la charcutière qui vous a vu à la télévision". E tuttavia, con il rispetto di tutti gli altri media, la Televisione (uso la maiuscola per enfatizzare), è insostituibile e relega, in sua assenza, il dibattito a quei mondi chiusi e in gran parte autoreferenziali che sono i comizi. Intendiamoci: una cosa non escluderebbe l'altra e il vantaggio della TV starebbe nello stanare, nelle loro case, quella larga maggioranza che mai e poi mai - per un mare di ragioni - parteciperebbe a un incontro politico. Ed è un peccato, che crea situazioni bizzarre di ignoranza e di catatonia di una parte di opinione pubblica, in barba ad ogni speranza che al suffragio universale dovesse sempre coincidere un cittadino avvertito e attento alla politica.

L'autodeterminazione e l'Europa

Al comizio UVP di Chatillon arriva il Senatore Cesare Dujany. Lo osservo mentre ascolta i diversi oratori della serata: ogni tanto prende qualche nota su un piccolo bigliettino. Al momento del dibattito, spara a raffica alcune domande, mischiando problemi locali del suo paese e la visione nazionale e europea che gli appartengono. César è la dimostrazione vivente che la curiosità intellettuale non ha età e che certi discorsi anagrafici sulla “rottamazione” lasciano il tempo che trovano. Ho conosciuto giovani vecchi e vecchi giovani e spero, quando il momento verrà, di essere un vecchio prospettico e non passatista. Per altro, credo che sia davvero una questione di idee. Scriveva Robert Mallet: “Les bonnes idées n’ont pas d'âge, elles ont seulement de l’avenir”.
Dujany, sul finire del suo intervento, sgancia la bomba, chiedendosi – ma la domanda pare retorica – se si sta riflettendo su quanto sta capitando in alcune Regioni della Spagna.
Per me è facile capire il riferimento, avendone parlato ancora di recente con lui. Si riferisce al gran fermento che sta investendo la Catalogna, la “Nazione senza Stato” come la chiamano gran parte dei catalani, compresi quelli oggi al Governo della Regione autonoma, che stanno operando in una logica di autodeterminazione. A dire il vero non è solo il caso: la Scozia ha fissato il referendum nel 2014 per la sua indipendenza e nel Tirolo del Sud – la notizia è di queste ore – anche i moderati hanno partecipato alle manifestazioni che spingono verso una forma di referendum per l’autodeterminazione. In soldoni si tratta della libertà, in diverse modalità possibili per ciascuno dei casi ma certo con metodo democratico, di autodeterminare il proprio assetto costituzionale.
Sembrano in apparenza elementi contradditori rispetto al centralismo imperante, che ha una connessione con la crisi economica. L’occasione è ghiotta per avere un alibi per centralizzare le decisioni e purtroppo questo non avviene solo nel triangolo Aosta-Roma-Bruxelles, ma si sta applicando anche in Valle d’Aosta, come dimostrato dai Comuni assoggettati al potere dell'esecutivo regionale. Ricordo che la differenza di sostanza fra federalismo e decentramento sta proprio nel fatto che il primo prevede diverse fonti di potere e di decisione, mentre il secondo ha una fonte unica di potere, situata a livello nazionale (e, nel caso valdostano, nel rapporto di sudditanza delle autonomie locali dalla Regione).
Segnalo l’iniziativa on line dell’ICEC (International Commission of European Citizens) proprio sull’autodeterminazione. Questa la proposta che si indirizza all’Unione europea: “Je suis d’accord avec l’initiative pour que le droit à l’autodétermination s’exprime formellement dans le quadre de l’Union euroèpéenne en tant que droit fondamental de l’Homme et que les institutions de l’UE donnent leur appui à tous les citoyens européens et leurs nations qui souhaitent le poursuivre”.
È un dibattito politico da seguire, sapendo che l'Europa degli Stati guarda con preoccupazione a geometrie diverse e variabili rispetto allo status quo. Ma tutto muta e può cambiare, compreso il rapporto fra livello continentale e popoli più o meno piccoli, ciascuno con la propria identità. Il federalismo consente di far convivere le aspirazioni alla vastità dell'aggregazione politica e l'aspirazione nazionalitaria di chi vuole affermare la propria esistenza.

Divago, in bicicletta

So che ci sono tanti problemi, ma oggi, dopo aver parlato tanto di argomenti più o meno impegnativi, divago.
Mi tocca andare in bicicletta: mi obbliga il fisioterapista. E tra la cyclette e la sua monotonia, confidando nella "bella stagione" - ma ormai siamo in regime monsonico - mi sono comprato una mountain bike, cioè, in italiano, una bicicletta. Due volte alla settimana, quando Giove pluvio lo consentirà, pedalerò per un'oretta e mezza, come da prescrizione. Il mio mentore ciclistico assicura che in breve tempo diventerò tossico e quindi ci sarà un'escalation che mi porterà ad appassionarmi. Io dubito e mi atterrò all'uso terapeutico, perché ho amici ciclisti che parlano solo più di bicicletta, sono degli ossessi delle due ruote e predicano la religione del pedale come se fossero in una vera e propria setta.
Ma la bicicletta mi fa tornare indietro nel tempo. Il primo flash dei regali di Natale mi restituisce l'immagine fané di un triciclo rosso, che mi diede una delle prime scariche di adrenalina della mia vita. Poi l'operazione delicata con l'uso dalle rotelle per poi imparare ad andare in bici: un passaggio iniziatico, tipo ammazzare un serpente nella foresta amazzonica. Sappiate - chi ha bimbi piccoli lo sa - che oggi le rotelle non si usano più: si spinge la bici coi piedini e si passa infine ai pedali. I produttori di rotelle sono falliti.
La bici della mia infanzia era una "bici cross" verde a tre marce con cui ho macinato chilometri in tutta la Bassa Valle, nelle stradine dell'envers in un perimetro tra Arnad e Montjovet, partendo da Verrès. All'epoca i genitori accettava tranquillamene che uno sparisse per giri in bici infiniti nella logica "niente notizie, buone notizie".
Più grande comprai una bici da corsa usata, ma la adoperavi poco: le dinamiche della zona erano che partivi in giù - la Montgiovetta era il mio Galibier - e in genere "osavo" verso il Canavese più profondo e poi mi maledicevo per la lunghezza del rientro, in genere, come un Fantozzi ciclista, con il vento contro.
Ora la mia mountain bike mi pare un'evoluzione della specie, con un sacco di marce e una sua eleganza. Stento a capire perché siano spariti i fari e dunque niente dinamo, per cui suggerisco in questi ultimi giorni alla maggioranza regionale di lanciare. in vista delle elezioni, l'operazione "una dinamo per tutti" (anche cinesi, come gli acquisti di CVA) per evitare che i ciclisti - a parte un lumino - siano invisibili al buio e dunque ottimo bersaglio mobile per gli automobilisti.
Ora - è l'ultima scelta impegnativa - devo decidere cosa mettere nella borraccia. Brancolo nell'incertezza: le bibite energetiche le boccio, l'acqua pare banale, con il Negroni temo gli alcoltest e non c'è più la spuma di un tempo.

Quel gorgo che ci inghiotte

La paralisi della politica italiana prosegue il suo cammino. Uno può raccontare quello che vuole, ma la realtà dei fatti è che il Governo Letta non decolla. Scriveva Albert Einsteine: "La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso". Penso che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rimasto al Quirinale "malgré lui", pensasse che in fondo la strana alleanza PD-PdL fosse come il calabrone e riuscisse a spiccare il volo. Ed invece il "caso IMU" è l'esempio che più di tutti dimostra che le cose non vanno e che ogni speranza per ora è stata frustrata.
Come tutti, trovo la tassazione in Italia odiosa. Con il Governo "tecnico" Monti la persecuzione fiscale era diventata indegna, in barba a tutte le dichiarazioni di principio del Professore, nato liberale e morto - politicamente, si intende - democristiano. Per cui chiunque decidesse di sopprimere un qualsivoglia balzello avrebbe la mia simpatia, ma l'"operazione IMU" è stata da Armata Brancaleone. Ai proclami "partiam, partiam" è seguita la vecchia politica del rinvio e, spiace dirlo, della bugia. Ho guardato la conferenza stampa da Palazzo Chigi e sia Enrico Letta che Angelino Alfano - la strana coppia a Palazzo Chigi - vantavano la scelta epocale di rinviare la rata. Alfano ha usato una metafora calcistica, quella del primo gol, quando al limite si è trattato di un palo.
Per altro, era questa la priorità? Davvero l'IMU vale quest'attenzione? Nessuno si è accorto che senza l'IMU - i cui meccanismi sono pessimi, per cui non sono qui a difenderla - i Comuni portano i libri in Tribunale?
Trovo giusto, al di là della lotta intestina nella Sinistra e di certe compagnie di giro presenti, il grido d'allarme sul lavoro della Fiom, il sindacato metalmeccanici della Cgil, che ieri ha manifestato con un ritualismo ormai fuori dal tempo. Ma la sostanza è vera: l'emergenza lavoro sta travolgendo tutto e tutti ed è il volto feroce di una crisi economica di cui ormai si parla poco, come se una sorta di rassegnazione avvolgesse la politica italiana. Non si riesce a rifare una legge elettorale che dovrebbe far schifo a tutti e che sarà a breve cassata dalla Corte Costituzionale, figurarsi azioni coordinate contro la recessione.
Confesso che questo clima mi porta a riflettere con grande preoccupazione sul futuro della Valle d'Aosta. Ciò avviene a prescindere dall'importante appuntamento elettorale di domenica prossima, che pure in Valle è l'unica occasione per uscire dalle sabbie mobili di un Governo regionale che vivacchia, con una forma di monarchia bolsa e trafficona che farebbe sorridere se non facesse danni.
Qui, fatto il Consiglio Valle e mi auguro con una nuova maggioranza, va aperto un dibattito franco e sereno su dove vogliamo andare. A me questo gorgo che ci sta inghiottendo mette paura.

Ricordando Chanoux

Il 18 maggio, per chi crede nei valori fondativi dell'autonomia valdostana, è una data importante, da ricordare e non da festeggiare. Quel giorno del 1944 la Valle d'Aosta perse, a soli 38 anni, Emile Chanoux, morto nella cella dove era stato imprigionato dai fascisti. Era in quel momento il capo della Resistenza valdostana. Sottoposto a torture dalle SS, Chanoux morì senza tradire i suo compagni (l'ultima frase alla moglie fu, in patois, "Non ho parlato, Celeste").
Questa data quest'anno coincide con la parte conclusiva della campagna elettorale. Per cui Chanoux viene ricordato da tutti con diverse modalità. È un bene che sia così, perché la sua vita è stato un esempio di coerenza e perché i suoi scritti ci restituiscono una profondità di pensiero e una visione del futuro fuori dal comune. Ho avuto in più la fortuna, nei ricordi di famiglia, di potermi fare un'idea dello Chanoux nella sfera intima e privata, fuori dall'ufficialità e dal rischio che la retorica lo renda un'icona senza anima.
Per questo penso che Chanoux sia un bene collettivo e con altre grandi personalità della nostra storia debba essere non solo un punto di riferimento, ma debba essere anche una pietra di paragone contro il degrado di larga parte della politica di oggi. La stessa che, con cinismo e ritualità, ricorda doti e virtù del martire valdostano, ma che poi nella quotidianità fa il contrario di questi insegnamenti e del suo esempio, basato anzitutto sulla dirittura morale.
Io penso che oggi, per essere degni di certe figure, dobbiamo avere memoria e coscienza. Ma questo impegno non serve solo per il suo potere evocatore, ma come stimolo per affrontare il presente e soprattutto il futuro. Il pensiero autonomista non è fermo e si anzi dece evolversi e dunque il modo più degno per celebrare il passato e i suoi grandi protagonisti è continuare in un certo solco, ma sapendo che abbiamo bisogno in ogni epoca di aggiornare le analisi e di preparare le risposte necessarie.
Se l'autonomismo valdostano vivesse di ricordi, come in una grande sala di un museo, ma non fosse aggiornato e vitale, allora sarebbe come una grande pianta destinata a rinsecchirsi. E gli appelli di Chanoux all'impegno e alla ribellione, fatti in epoca scura e terribile, devono risuonare come uno stimolo nella nostra vita. Questa è la forza delle idee che attraversa la barriere del tempo. Per chi ci crede davvero.

La fragilità del territorio

Purtroppo l'enorme frana di La Saxe, che incombe su una parte di Courmayeur e crea apprensione per le continue piogge di queste settimane, è solo uno dei tanti casi di manifesta pericolosità che si trovano in Valle d'Aosta.
Basta andare con la memoria, senza rifarsi a quel pozzo di notizie che si rinviene lungo i secoli, prima attraverso le cronache luttuose delle parrocchie e poi negli avvenimenti raccontati dai giornali, ai fatti non così distanti dell'alluvione del 2000. Fu allora una sorta di riassunto di un sacco di problemi dappertutto, anche in zone abitate da lungo tempo in villaggi antichi. Brutti ricordi di morte e di devastazione e poteva andare anche peggio e non è un caso se oggi, quando piove a lungo in primavera o in autunno, tutti riandiamo con il pensiero a quei giorni drammatici e temiamo il peggio. Non posso non evocare quel senso di angoscia di quelle ore concitate quando, specie con i sorvoli in elicottero, si passava di vallata in vallata a vedere quelle ferite causate dalla Natura.
Va detto, però, che ci sono stati investimenti ingentissimi per i ripristini e per la messa in sicurezza, gravanti quasi del tutto su bilancio regionale per un'evidente assenza dello Stato dopo tante promesse. Certo queste opere potevano ovviamente risolvere questioni in larga misure intrinseche alle caratteristiche naturali dei nostri versanti.
Dimostrazione che il territorio valdostano è delicatissimo, come tutte le zone di montagna, a causa proprio del perpetuo lavorio dei complessi fenomeni geologici, che che sono alla base dell'esistenza stessa delle Alpi. Per cui è normale che si debba convivere con diversi rischi che incombono anzitutto sulla popolazione residente e in più si sommano alcuni aspetti negativi derivanti dai cambiamenti climatici, che hanno accentuato una serie di fenomeni, oggi studiati a fondo e in parte monitorati.
Ricordo come la più mappa dei Comuni ad elevato rischio idrogeologico in Italia ponga in zona pericolosa tutti i 74 Comuni della Valle d'Aosta con zone più o meno estese, a seconda dei casi.
Così quando si discute del riparto fiscale della Valle, decurtato da tagli e taglietti, anche in spregio alle regole più recenti sul riparto fiscale e con la stupidità del patto di stabilità senza eccezioni, il tema della montagna va posto in evidenza. Anche con questo capitolo dei costi della tutela del territorio dal molteplici rischi idrogeologici, cui lo Stato ha contributo pochissimo e questo va fatto pesare senza timidezze.
P.S.: questa mattina una caduta di sassi ha bloccato la statale nella salita della "Montjovetta". Sarebbe bene che l'Anas riflettesse sui lavori che devono essere eseguiti in quella zona, che crea anche problemi seri di transito ai mezzi più grandi per la sagomatura della parete rocciosa, in caso di blocco dell'autostrada.

Sapere per capire

La centralina dell'Arpa davanti alla 'Cas'Uno strano silenzio è calato, in questo periodo elettorale in cui si mira a rinviare certi nodi al dopo 26 maggio, sui problemi finanziari che la "Cogne acciai speciali" aveva manifestato nei mesi scorsi, in un quadro europeo delicatissimo per il settore e nel cuore di una crisi economica generale che continua a picchiare duro. Come sempre, pur nella delicatezza dei temi, specie quando si tratta della più grande impresa privata che opera in Valle con il maggior numero dei dipendenti, è sempre bene la massima trasparenza.
Ad aprile a rompere il silenzio c'era stata un'ampia conferenza stampa in cui, a nome della proprietà svizzera dello stabilimento, Roberto Marzorati aveva detto fra l'altro: «la spinta necessaria per arrivare in vetta è rappresentata da un sostegno che ci permetta di chiudere il piano degli investimenti. Un sostegno che un tempo sarebbe stato garantito senza difficoltà dal sistema bancario-finanziario, ma che oggi solo il decisore politico, visto l'irrigidimento delle banche, può offrire. Il mio appello è che l'impegno di noi tutti in "Cogne", insieme ai fornitori anche valdostani, non vada frustrato dall'immobilismo. Confidiamo che il sistema Valle d'Aosta continui a crescere insieme alle realtà positive della nostra Regione, sostenendole nei momenti difficili».
Insomma: pareva che il problema fosse trovare un aiuto finanziario della Regione. Un argomento delicatissimo in siderurgia, visto che è un settore - sin dagli albori dell'europeismo - soggetto a un forte controllo per evitare che gli Stati violino i cogenti principi di concorrenza. Per cui bisogna muoversi con grande circospezione, specie quando la competizione si fa più forte a causa della contrazione del mercato. Non mi pare che, almeno ufficialmente, siano pervenute risposte chiare e compatibili con le normative comunitarie.
Altrettanto delicato è stato in questi mesi, tenendo conto che la proprietà delle aree è pubblica, benché in locazione nella sua parte siderurgica, il tema ambientale. Vecchio argomento di vigilanza delle autorità preposte, reso ancora più necessario per quelle terribili verità (e anche la rete di omissioni che si svelano anche con recenti arresti) legate all'enorme area industriale di Taranto.
Non si tratta di fare paura agli aostani, ma di verificare per filo e per segno che gli obblighi siano sempre stati puntualmente svolti a tutela della salute di tutti, compresi i lavoratori. Ovviamente con la sanità pubblica non si scherza, sapendo che le falde acquifere della città sono sottostanti l'area industriale e vanno monitorate tutte quelle sostanze volatili in una città che si trova a due passi dalle attività produttive.
Insomma: non deve calare l'attenzione e bisogna che non ci siano distrazioni da parte di nessuno. Specie da parte del management, che invece pare occuparsi dei massimi sistemi in ruoli d'associazione, in genere di pertinenza di imprenditori e non di dipendenti.
E pensare che la posta in gioco, come mostrato dalla lotta per la sopravvivenza in corso in tutta Europa, non è per nulla banale e bisogna tutti cooperare.

Fra attività ispettiva e "idem sentire"

Il sottoscritto durante la presentazione dei candidati UVPI politici non sono giudici e non mi infilo in una lezioncina sulla teoria della separazione dei poteri a partire da John Locke e da Montesquieu. Roba non tanto astratta, visto il calor bianco delle attuali polemiche berlusconiane sulla Magistratura.
Questo assunto, però, deve essere evidente e definito: nella dialettica politica ogni tema può essere oggetto di giudizio e soprattutto nell'attività parlamentare, compreso in Consiglio Valle, esistono strumenti ispettivi di vario genere che consentono di esercitare funzioni di controllo. Questo serve al politico per rimarcare, nel rapporto fra maggioranza e opposizione, quanto non funzioni o sia sbagliato, affidando il messaggio al giudizio dell'opinione pubblica anche nel suo ruolo di corpo elettorale. E' uno degli anticorpi di un sistema democratico.
E' vero che essendo il politico - in determinato ruolo elettivo - un "incaricato di pubblico servizio" deve rivolgersi alle autorità competenti quando individuasse, invece, nell'esame di qualche dossier delle ipotesi di reato, ma si tratta di casi rari e straordinari di cui mai abusare, perché non si fa politica con le carte da bollo.
Credo proprio che la forza della politica sia nella tensione civile della denuncia pubblica, che va accettata per quella che è. Se mi preoccupo degli investimenti della società elettrica "Compagnia valdostana delle acque - Cva", se denuncio il "buco" nell'esercizio della Casa da Gioco, se dico di «no» alla metropolitana di Aosta o al centro espositivo dell'Autoporto, lo faccio per tratteggiare delle scelte non condivisibili, mentre se c'è dell'altro non spetta alla politica intervenire.
Trovo, e in questa campagna elettorale ne ho avuto solo la conferma, quanto sia importante per il politico essere come un barometro dell'"idem sentire". Dovessi fare un breve repertorio di che cosa vedo emergere noto alcuni punti. Cresce la preoccupazione per la microcriminalità anche in Valle e molti interrogativi si fanno pressanti su 'ndrangheta e affini. Poi c'è la questione del lavoro, assolutamente pressante, dai problemi occupazionali alla crisi che soffoca le differenti attività produttive. Vi è poi il tema del "sociale", dalla sanità all'assistenza, reso pressante dal timore che lo "Stato sociale", nel nostro caso Regione, barcolli rispetto alla riduzione della spesa pubblica.
Sul tema "autonomia speciale" penso che si debba fare una riflessione. Non tutti hanno una piena consapevolezza di che cosa significhi la posta in gioco nei prossimi anni verso Roma e Bruxelles. La crisi economica coincide da sempre con rigurgiti centralisti e forse è uno dei casi in cui, oltre ad essere all'ascolto, spetta proprio alla politica un ruolo di "moral suasion" sui cittadini per far capire come tutti i problemi debbano avere come cemento proprio la "specialità".

"Il coraggio, uno non se lo può dare"

L'amaro 'Ebo Lebo'Uno scrittore che amo, per l’intensità delle sue storie, è Marc Lévy, che ha scritto: "Le pire mensonge est de se mentir à soi-même". Penso che questo sia ancora più vero in politica, dove la bugia agisce in un ambito più vasto, perché in gioco c'è il rapporto con i cittadini.
Ci pensavo rispetto a questa storiaccia di chi oggi si fa bello nell'Union Valdôtaine di essere uno che «ha scelto di fare la battaglia interna» rispetto ai «cattivoni» («traditori» e «fantocci», come siamo stati definiti) che se sono andati, formando il nucleo dell'Union Valdôtaine Progressiste.
Io inviterei chi dice le bugie a fare attenzione, perché "io c'ero" e sono dotato, come altri, di una discreta memoria, che consente di ricordare per filo e per segno discorsi e incontri che hanno portato alla rottura. E, alla fine, alla scelta in corner di chi oggi si fa bello di essere "fedele", dopo averne detto peste e corna – per fortuna lo ha fatto dappertutto e con interlocutori diversi – di quel sistema politico che oggi si pavoneggia di voler cambiare dal di dentro.
Una scelta, per carità, del tutto legittima, ma forse incoerente con il filo dei pensieri - e sui pensieri ci tornerò alla fine - e con i comportamenti. Tanto da far pensare che si sia potuto assistere ad un "doppio gioco", in violazione di regole di rispetto reciproco e persino di quell'ottavo Comandamento che dice: «Non dire falsa testimonianza». Si riferisce quest'ultimo anche alla circostanza in cui si deformano i fatti e il mentitore adopera certe vicende per avere dei propri vantaggi. La confessione "ripulisce" rispetto alla propria coscienza, ma in politica, invece, non esiste un'assoluzione.
Smetto subito la parte dell'indignato, perché in fondo è meglio che sia andata così. L'area autonomista si è intasata nel tempo con persone che ricordo benissimo come manifestassero in passato il loro astio per certi ideali e valori. Facendoli poi propri con operazione di travestitismo da "Premio Oscar": oggi a sentirli sono autonomisti da venti generazioni, quando magari - ancora pochi anni fa - erano democristiani o socialisti. Contano purtroppo sulla smemoratezza di parte dell'elettorato, cui dovrebbe essere regalata - in aggiunta ai tanti premi di questi ultimi giorni, degni dell'albero della Cuccagna - anche una bottiglia del pregiato digestivo "Ebo Lebo" (quello con cui «digerivi anche la suocera»...) per poter reggere certe cose.
Ha scritto Ludwig Joseph Wittgenstein: "Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto, altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio".
Ma come dice il Don Abbondio di Alessandro Manzoni: "Il coraggio, uno non se lo può dare".
Mi sembra un epitaffio adatto e lo scrivo con vivo dispiacere.

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