Patriottismo e nazionalismo

In un articolo su La Stampa di Fabrizio Accattino sul Salone del Libro di Torino si parla di una suora catalana, intitolato «Forte come la morte è questo amore» (Castelvecchi). “Il volume - scrive il giornalista - raccoglie otto lezioni sul Cantico dei Cantici, un elogio dell’amore carnale tra due amanti che costituisce un unicum nel testo biblico”. Tutto un programma…
Poi un altro passaggio sull’autrice: “Teresa Forcades è una monaca benedettina del monastero di Monserrat, in provincia di Valencia. Studiosa di fama internazionale, laureata in medicina con un master ad Harvard, lo scorso mese il New York Times le ha dedicato un ritratto in cui ha provato a metterne a fuoco l’attivismo politico, il femminismo, l’indipendentismo catalano. Persino il nazionalismo, vocabolo che per la verità oggi non suona benissimo. «Anche questa è una sottile forma di discriminazione», s’infervora lei. «Il patriottismo – che viene dal concetto maschile di “padre” – viene sempre raccontato come qualcosa di nobile, mentre il nazionalismo – che viene dal concetto femminile di “nascita” – sembra invece deprecabile. Anche il nazionalismo può essere buono, se difende la lingua madre e la cultura d’origine senza escludere nessuno, senza fare di chi non è me un nemico. Altrimenti è tribalismo, e quello non mi piace per niente»”.
Che bella definizione, che trovo così calzante anche rispetto al mio rapporto con l’essere e sentirmi valdostano!
Ho già ricordato in passato - e mi piace confrontarlo con questa nella ricostruzione di Suor Teresa - quanto scritto in un passato ormai lontano da mio zio Séverin Caveri, che era un intellettuale in politica: ”Ora usciamo dalle biblioteche che sanno di muffa. Usciamo al sole. Posiamo i piedi sulla terra e guardiamo bene a terra, per evitare che, guardando le nebulose, si cada nel pozzo». Dimostrò in molti passaggi come questo appello avesse un senso: essere depositario di un bagaglio di idee e di convinzioni e applicarlo con il pragmatismo necessario negli anni cruciali del dopoguerra per dare basi giuridiche all'Autonomia e migliorare le condizioni di vita dei valdostani, sempre in un quadro di approfondimento culturale e non di politichetta. Lo dimostra quella scelta del Federalismo come chiave di volta su cui costruire l'identità futura e su questo è chiaro: «La conception nazionaliste porte fatalement à l'imperialisme et se compose de deux sentiments parallèles: la surestimation de la patrie et la dépréciation des autres patries. Cette distinction établie, nous affirmons que la divinité de l'Etat-Nation doit descendre dans le limbe des dieux feroce de la tribu».
La logica era contrastare l'idea di una Valle d'Aosta che diventasse vittima di un nazionalismo "lillipuziano", al posto di un sano patriottismo e la visione europeista era solida e senza dubbi: «Les intellectuels peuvent donc et doivent être le ciment de l'union des peuples de l'Europe: il doivent nourrir les consciences, il doivent répandre l'idée nouvelle de la Patrie européenne». Dimostrazione che non bisogna solo guardare al proprio orticello, come faceva anche denunciando i rischi di una concezione sbagliata dell'Amministrazione pubblica che non deve «distribuer les places, les rubans, les subsides, les privilèges, les faveurs, c'est à dire les injustices, en un mot, "le pleisi"».
Questa concezione di uguaglianza andava, a suo avviso, applicata «à tous ceux qui voudraient s'inscrire à l'Union Valdôtaine en poursuivant des buts personnels, et à tous ceux qui soummettent leur fidélité à la Cause, à des conditions de profit ou de carrière».
Mi pare un programma sempre buono se torneremo ad una Union Valdôtaine unitaria e pluralista.
Con la consapevolezza che molte cose nel tempo cambiano, ma non esiste una contraddizione a rifarci a certe radici, come ben detto in una sua definizione di George Orwell: «Il patriottismo non ha nulla a vedere con il conservatorismo. E' la devozione a qualcosa che muta, ma che resta misteriosamente sempre lo stesso».
Se si guarda alla Storia della Valle d’Aosta dal passato più profondo ad oggi è così.

Un nuovo Governo in Francia

Come sempre ho seguito con interesse e curiosità la nascita del nuovo Governo francese, dopo la vittoria di Emanuel Macron alle elezioni presidenziali. Il Presidente riconfermato ha messo più tempo del solito per presentare la nuova squadra, che è un mix di vecchie conoscenze di grande esperienza e di nuovi ingressi scelti appositamente per soddisfare porzioni di società. Una scelta tattica in vista delle prossime elezioni politiche in cui Macron si gioca la solidità della propria azione nei prossimi cinque anni e la sfida riguarda il “macronismo” contro un’inusuale fronte popolare delle Sinistre unite attorno alla singolare figura di Jean-Luc Mélenchon.
Ci sono tre cose che mi hanno colpito nella nascita del nuovo Esecutivo d’Oltralpe. La prima è ben visibile: la scelta come Primo Ministro della sessantenne Élisabeth Borne, donna cresciuta a sinistra, già prefetto passata in politica. È la seconda donna in Francia a ricoprire questo ruolo. La prima nel 1991 fu Édith Cresson, scelta da François Mitterand, ma durò solo un anno.
La seconda cosa che mi ha colpito, anche se sembrerà banale è il cambio della guardia, laddove è avvenuta, fra il Ministro uscente è quello entrante. Davanti a ogni Ministero - e ci sono palazzi bellissimi a Parigi e in alcuni ci sono stato come al Quai d’Orsay al Ministero degli Esteri con petit déjeuner memorabile - c’è stata una cerimonia con il vecchio Ministro che salutava e quello nuovo che spiegava le sue prime intenzioni.
Bello il passaggio delle consegne!
Mi viene da sorridere a pensare quando lasciai la Presidenza della Regione e venni quasi cacciato in quattro e quattro otto dall’ufficio e il mio successore non volle avere nessuna notizia dei dossier principali. Anzi, mandò in malora progetti interessanti sia per sciatteria che per la logica perversa di non dare continuità ad idee altrui.
Ma torniamo al nuovo Governo francese e ad un’altra caratteristica: l’attenzione e l’originalità nella dizione dei Ministeri, che immagino frutto di lunghe discussioni. Pensiamo al “Ministre de l'Agriculture et de la Souveraineté alimentaire”. Interessante quest’ultima aggiunta che mostra quanto - lo vediamo con il gran ucraini fermo nei porti - ogni Paese debba fare attenzione anche alla propria autonomia (qui diventata persino sovranità!) alimentare. Oppure al
“Ministre des Sports et des Jeux olympiques et paralympiques”, che accende i riflettori sulle prossime Olimpiadi parigine, un palcoscenico enorme per la grandeur francese.
Interessante uno sdoppiamento: da una parte un “Ministre de la Transition énergétique” e dall’altra un “Ministre de la Transition écologique et de la cohésion des territoires”.
La questione del Clima e dell’Energia, unite in un destino comune, saranno gestite anche direttamente dalla Borne e, nella logica del presidenzialismo (o meglio semi-presidenzialismo) francese, dallo stesso Macron che dà l’impronta alla quotidiana azione governativa. Specie se riuscirà a vincere le elezioni per l’Assemblée Nationale, evitando lo spettro e l’immobilismo di una coabitazione (in francese cohabitation), cioè la situazione in cui la maggioranza parlamentare e il Capi dello Stato carica appartengono a schieramenti opposti.

Evviva Colombo!

Furio Colombo'Vedi il caso. L'altro giorno ero in coda per fare gli esami del sangue a Châtillon, quando nell'attesa, con alcuni che aspettavano con me, ci siamo messi a parlare del passato del paese ed in particolare della "Montefibre". Oggi di quella fabbrica restano le palazzine adoperate come sede della "Fondazione turistica" ed il ricordo dell'importanza dello stabilimento è destinata a svaporare.
Cito un pezzo di "Wikipedia": "La "Châtillon", o "Società anonima italiana per le fibre tessili artificiali SpA", è stata un'azienda italiana operante nel settore delle tecnofibre.
Nel 1917, in piena prima guerra mondiale, fu fondata la "Soie de Châtillon" (in italiano, "Seta di Châtillon") con uno stabilimento nell'omonimo comune valdostano, più vicino alle centrali idroelettriche, in epoche in cui il trasporto di energia sulle lunghe distanze era ancora problematico. La produzione avviata fu quella della viscosa (poi rayon) che in quel momento era molto diffusa"
. La fabbrica passa a diverse società sino alla chiusura definitiva nel 1985 e ne ho un vago ricordo come giornalista.
Ma questa rievocazione era solo un pretesto per ricordare che nel 1931, in pieno sviluppo della produzione, nacque a Chátillon - se ricordo bene il papà era direttore della fabbrica - quel Furio Colombo, che conobbi poi da deputato. Un giornalista e scrittore di grande capacità con diverse esperienze professionali di alto livello sui giornali e anche nell'ambito "Fiat".
Ora scopro con grande gioia che è ritornato a scrivere su "Repubblica", lasciando quel carrozzone del "Fatto Quotidiano", che è caposaldo grillino e ora filorusso. Credo una situazione in caduta libera per un atlantista e democratico come Colombo.
Il suo primo editoriale merita una menzione, pensando alla scelta meritoria di sbattere la porta in faccia all'odioso Marco Travaglio.
Così dice sull'Ucraina e sulla scelta putiniana che lo ha spinto a chiudere con il giornale di cui fu fra i fondatori: «La storia si può anche raccontare così. Il lupo all'improvviso abbatte la casetta dei tre porcellini. Era fatale che, una volta iniziata la frenesia della guerra, ci sarebbe stata gente disposta (c'è sempre nelle risse) a soffiare sul fuoco. La prima mossa è far credere che siamo in pochi, addirittura in pericolo, a vedere di buon occhio la guerra. Poi seguono sempre più prese di posizione, sondaggi imprevisti, dichiarazioni di presidenti di commissioni senatoriali, di giornalisti e accademici. Rivelano il putinismo (Putin è il nome casalingo del lupo, ma tutti si mostrano offesi se glielo dici, per poi ripetere subito dopo il verbo prescritto dal leader), mostrano che una buona parte di cittadini propendono per chi può darti pane e petrolio e poi trovano giusto che il nuovo capo se la veda per conto proprio con chi li ostacola.
Perché allora il lupo aggiunge l'impegno gravissimo e - diresti - impossibile di spaccare il mondo, per essere sicuro di poter governare senza impedimenti e senza ostacoli? Il fatto è che è già accaduto. Hitler, mentre era già abbastanza forte, ma avrebbe dovuto capire che non era la forza del mondo, ha governato con ottusa determinazione verso la vetta del mondo, guidato solo della sua ossessione e trascinando i suoi soldati e i suoi alleati nella rovina. Bisogna dire che Hitler aveva più forza nervosa e militare di Putin, ma l'ossessione era altrettanto solitaria»
.
Chiaro e senza peli sulla lingua: «Putin è scortato da compagni (molti, certamente in Italia) che vogliono da lui più forza, più spietatezza, cercano un uomo forte, non importa quanto intelligente. Diresti, a giudicare dalle scelte precedenti, che la ricerca è la stessa di Grillo. Quando annuncia, nomina, esalta e abbandona. Ma Grillo è uno che prevede la fine del mondo e poi lascia perdere tutto e torna a teatro.
A questo punto i pacifisti si sono generosamente gettati nella mischia. Senza una mappa per orientarsi in una foresta piena di inganni. Sono riusciti a dire, e lasciar dire, che sono guerrafondai coloro che chiedono armi per portare in salvo i bambini e le loro mamme, vittime principali di una guerra organizzata principalmente per eliminare i cittadini, spargere il terrore e distaccare, nel tentativo di salvezza, i cittadini dal Paese e il governo a fare apparire ostinazione che porta morte la sua volontà di resistere. I pacifisti (certo non in Cecenia), hanno cominciato a dimostrare diffidenza per il presidente Zelensky, ostinato nel resistere e ostinato nel richiedere armi per difendere il suo Paese. La risposta è pace senza armi di fronte a uno dei più potenti Paesi del mondo che tiene il piede sul collo dell'Ucraina, e non ha nulla da promettere, solo occupazione e separazione di territori.
All'Ucraina occupata dalla mattina del 24 febbraio viene offerta, con poca carità, questa frase che dovrebbe essere esemplare: "Solo la pace porta pace, la guerra porta guerra". Come certi indovinelli, la frase è un inganno. Entrambe le affermazioni sono vere, ma sconnesse. La pace porta pace se non c'è guerra. Ma se lo spazio è occupato dalla guerra, la pace non può entrare. Allora ti dicono: "Negoziati". Ottima idea se c'è un negoziatore. E poiché il negoziatore non c'è e non può esserci, meglio avere le armi per proteggere i bambini in fuga. Ma questi sono gli intoppi da cui, a meno di un fallimento sul campo, una grande potenza non si lascia fermare. Questa grande potenza, la Russia di Putin, ha un suo progetto di spaccare il mondo, altrimenti la pace (e il ridimensionamento della grande Russia) diventerebbero davvero possibili. Non sta vincendo la Russia, ma sta con i piedi piantati nel fango ucraino. E due cose gli sono riuscite: far credere a molti che tutto è accaduto in Ucraina per colpa e responsabilità degli Stati Uniti e di una banda di malfattori e tagliagole noti come la Nato che hanno provocato la brava gente di Mosca. E che solo mettendo fuori gioco l'America e la banda Nato, il mondo filorusso scortato da una folla di bravi simpatizzanti (un bel po' italiani, ma guai a dirglielo) ritroverà un rassicurante equilibrio»
.
Evviva Furio Colombo, abbasso i putiniani!

Io, tuttologo da tastiera

Appuntamento quotidiano col blog, all'alba...'Giustissimo! Un esponente che oscilla fra maggioranza ed opposizione dalla sua "cabina di regia" mi apostrofa con evidente dileggio (ma in privato dice cose peggiori) come «tuttologo da tastiera». Confesso che la considero una medaglia da appuntare sul petto e ringrazio per il pensiero.
Mi spiego: come ho avuto modo di dire mille volte vengo dal giornalismo e ci sono ancora saldamente. I giornalisti, per definizione e tranne casi di specialisti minuti, sono dei generalisti (spregiativamente «tuttologi») che per mestiere passano da un argomento all'altro. Quanto non mi stupisce affatto se gli argomenti che si trattano vengono approfonditi il giusto.

Quel giorno, 40 anni fa

La 'Valentine' della 'Olivetti'Il tempo passa e se ne va e consolano i ricordi ed i momenti che valeva la pena di vivere. Patrimonio soggettivo e fotografia di un'epoca che non tornerà più e tocca sempre stare vigili per non finire troppo presto in naftalina.
Quarant'anni fa come oggi - un abisso solo scrivendo "1982" - diventavo giornalista professionista, passando all'orale.
Fu un punto d'arrivo della mia vita. Anzi, all'epoca pensavo che solo di quello, cioè del giornalismo radiotelevisivo, mi sarei occupato, essendo entrato alla "Rai" come praticante due anni prima. Senza falsa modestia, i microfoni e le telecamere erano e direi sono nel mio sangue, anche se poi larga parte della mi vita è stata dedicata alla politica, mantenendo per tenermi in allenamento a rotazione rubriche radio, televisive ed anche scritte, come avviene qui.

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