Il secolo di vita della Cogne

La Cogne compie 100 anni, tenendo per buona la data del 1916 come riferimento, anche se l'ottantesimo anniversario venne ricordato - con altra scelta - nel 1997. Ma poco cambia: un secolo per una fabbrica siderurgica è davvero un record, specie se si trova nel cuore delle Alpi e certe precondizioni per la presenza della fabbrica, delle attività minerarie e dell'alimentazione energetica sono nel tempo cambiate profondamente e naturalmente i cambiamenti non si fermano mai, specie in un mondo sempre più piccolo e competitivo anche per le produzioni industriali.
Ricordato come in Valle sin dai secoli passati esistevano attività siderurgiche, va detto che la Cogne è ed è stata ben altra cosa. Leggiamo cosa scrive sull'inizio il celebre architetto torinese Luca Moretto, che ha approfondito la questione con libri e mostre (importante è sempre stato anche l'apporto dell'architetto valdostano Corrado Binel), sul sito storiaindistria: "La storia ha inizio all’albore del Novecento nel villaggio alpino di Cogne quando alcuni nobili belgi nel 1903 acquistano dal locale Comune la Miniera di ferro di Licony. Gli stessi belgi costituiscono a Genova nel 1909 la Società Anonima Miniere di Cogne insieme agli eredi di Carlo Bombrini, fondatore dell’Ansaldo. E’ proprio la genovese “Società Anonima Italiana Gio. Ansaldo & C.”, guidata dai fratelli Pio e Mario Perrone, che nella primavera del 1916 acquista la quasi totalità delle azioni della Società Miniere di Cogne e, il 22 settembre 1917, la fonde con sé.
Al di là dei venti di guerra del primo conflitto mondiale, in un quadro d'intenso sviluppo della siderurgia italiana messo in moto dall’intensa richiesta di armamenti bellici, il complesso produttivo aostano doveva mettersi al servizio del nucleo portante, originario della potenza ansaldina, gli stabilimenti liguri di Cornigliano, unendo così la montagna al mare in un vasto orizzonte imprenditoriale. Il programma era duplice: la fonderia per la ghisa mediante l'impiego del materiale di magnetite delle miniere valdostane, con un trattamento in altiforni elettrici; l'acciaieria per produrre al forno elettrico degli acciai comuni dal rottame. L'acciaio solo in parte veniva laminato ad Aosta: il resto era spedito in lingotti a Genova al laminatoio di Cornigliano, fornitore dei cantieri navali.
I primi padiglioni dello stabilimento siderurgico vengono edificati ad Aosta a partire dal 1917, costituendo così il momento della fondazione materiale della fabbrica. Si configura da subito la struttura quadripartita del progetto valdostano dei Perrone: lo stabilimento siderurgico; il quartiere operaio; le miniere; gli impianti idroelettrici, per disporre dell’elettricità necessaria al funzionamento del sistema verticale.
Fondamentale era il collegamento dall'alto in basso: a tale scopo tra il 1916 ed il 1922 viene realizzato un sistema diretto di trasporto del minerale, dalle miniere ad Aosta, che comprende una serie di teleferiche - a monte ed a valle - ed una linea ferroviaria a scartamento ridotto che attraversa - in galleria - il monte Drinc. L’energia è fornita dall’impianto idroelettrico di Aymavilles; le altre centrali sono ancora in costruzione.
Ma, ad apertura del dopoguerra, l’Ansaldo è travolta dal crollo della Banca Italiana di Sconto.
Nel dicembre del 1921 i Perrone escono di scena. Il 15 settembre 1922, per volontà statale, nasce la “Ansaldo S.A.”: ma la Cogne resta fuori. Soltanto il 21 luglio 1923, ormai in era fascista, nasce la “S.A. Ansaldo – Cogne”, con la partecipazione azionaria dello Stato: il ridimensionamento del polo valdostano è consistente.
Nel gennaio del 1924 nascono le “Acciaierie Elettriche Cogne-Girod”, con capitale svizzero, procurato dall'imprenditore fribourghese Paul Girod, fondatore delle “Aciéries Electriques” di Ugines nella vicina Savoia. Segue, nel 1926, il rinnovo degli impianti: vengono installati due nuovi grandi altiforni soffiati a coke per alimentare i convertitori Bessemer. E' il momento dell'antracite delle miniere di La Thuile.
Dopo altri minori cambiamenti delle ragioni sociali, il 12 marzo 1929 compare la denominazione storica: “S.A. Nazionale Cogne”, a cui viene assegnata la siderurgia, mentre alla “Nazionale Aosta” va l'elettricità.
L'inizio degli anni Trenta sono percorsi dalla “grande crisi”: nel 1933 compare lo Stato imprenditore-finanziere attraverso la creazione dell'IRI con un suo piano di coordinamento per la ricostruzione industriale italiana. Agostino Rocca, nell'inchiesta del 1933-34, giudica negativamente l'impianto aostano: è sovradimensionato e, quindi, antieconomico. Di conseguenza nel settembre del 1934 viene avanzato un progetto di fusione con la ligure Ansaldo (a costituire la Società Italiana Acciaierie Cornigliano Cogne – SIACC) che, però, non verrà concretizzato per la ferma opposizione del ministro delle Finanze Paolo Thaon di Revel che si oppone al tentativo di un progressivo smantellamento della Cogne.
Nella “Nazionale Cogne” vengono fuse la “S.A. Nazionale Aosta” (10 settembre 1935) e la “S.A. Nazionale La Thuile” (7 agosto 1936).
La seconda metà degli anni Trenta vede un'inversione di tendenza: per il regime fascista diventa essenziale la querstione della “difesa nazionale”, con il conseguente potenziamento della siderurgia bellica speciale. Il piano autarchico del fascismo, unito ad una volontà di potenza militare, comporta un rilancio della siderurgia a ciclo integrale. In tale ottica la Cogne, ormai sotto il totale e diretto controllo dello Stato, diventa necessaria per la produzione pesante di guerra. E' una stagione di crescita continua, con un'impennata produttiva verso il biennio 1941-42, lungo tutto il primo tratto del secondo conflitto mondiale, prima del crollo del fascismo (25 luglio 1943). Con l'8 settembre gli occupanti germanici assumono il controllo degli stabilimenti aostani: incertezza ed attesa, quindi, fino alla liberazione nell'aprile del 1945.
Nell’ottobre del 1943 alla guida della Provincia passa Cesare Augusto Carnazzi. Euclide Silvestri è nominato Commissario Straordinario della Cogne; la fabbrica è investita della protezione del Ministero del Reich per l’armamento e la produzione bellica, sotto la direzione di Kuttner, responsabile in Italia per la produzione del ferro e dell’acciaio.
Dopo la Liberazione, l'evento fondamentale per la Valle è il riconoscimento nel 1948 dell’“autonomia”. Dal lato occupazionale, nello stesso anno la Cogne tocca un vertice, in seguito mai più raggiunto, con 9.419 addetti, ma già emerge, a causa della limitatezza negli investimenti, un'impreparazione a far fronte ad un'economia di pace mossa dalla libera concorrenza, nelle prospettive per la siderurgia italiana indicate da Oscar Sinigaglia"".
Mi fermo qui e mi scuso per la lunghezza della citazione: il resto del racconto dell'autore, sintetico ma avvincente, lo trovate in Rete, con un riferimento finale che vagamente inquieta sui rischi che incombono sul futuro. Certo la storia dal dopoguerra ad oggi, fatta dall'intricate vicende dell'acciaio di Stato sino alla dismissione, è fatta di successi e insuccessi: più questi ultimi se - chiuse le attività minerarie - alla metà degli anni Novanta si andò appunto alla privatizzazione con l'arrivo della famiglia svizzera Marzorati. All'epoca ero deputato e seguii le intricate vicende - anche politiche, di cui si trova testimonianza nei resoconti parlamentari - che portarono al faticoso "salvataggio" (in un rapporto privilegiato con Romano Prodi allora al vertice IRI e poi Premier) e alla storia successiva, ancora in corso, con il reimpiego di una vasta area - importante per Aosta - frutto della dismissione di molte parti dello stabilimento con i fondi europei.
Ogni volta che me ne sono occupato ho pensato al peso sociale di questa fabbrica: non a caso anche io avevo tre zii (Antoine, Emile e Mario Caveri) che lavorarono lì, perché fabbrica e città sono state per diversi decenni in assoluta osmosi e ancora oggi i mille dipendenti, oltre a quelli dell'indotto, sono importanti per la Valle.

La politica è confronto

Capita un certo periodo di non andare a manifestazioni politiche, specie in questo momento in cui sono fra color che sono sospesi senza una casa dopo due dolorosi distacchi, poi te ne ritrovi lo stesso giorno due, una dietro l'altra. La prima, al mattino a Courmayeur, nel salone, anche cinema, della stazione intermedia del Pavillon della nuova funivia del Monte Bianco, invitato per i 70 anni della Jeunesse Valdôtaine con la presenza di diversi movimenti giovanili italiani ed europeo. La seconda nel pomeriggio, nel rinnovato albergo del centro aostano, il Duca di Aosta, organizzata da Alpe nel quadro dell'Université d'été dell'Alleanza Popoli Liberi, che riunisce movimenti politici autonomisti (sino all'indipendentismo) d'Italia e d'Europa.
In fondo il caso vuole che ci sia un fil rouge in questa contemporaneità, perché i temi evocati si somigliano, malgrado le differenze - più celebrativa per ovvie ragioni la Jeunesse, più legata a macroregioni e riforma costituzionale quell'altra - che ci sono state. In entrambi i casi, comunque, occasioni per guardarsi attorno ed evitare di essere provinciali nel rischio di osservarsi compiaciuti solo il proprio ombelico o cadere nella trappola di fare del legittimo dibattito politico una rissa da pollaio per compiacere il gallo di turno.
Io, nella ovvia differenza degli interventi, ho adoperato nelle occasioni due citazioni da due autori. Il primo è il bizzarro ma efficace federalista Denis de Rougemont: "L’Europe est beaucoup plus ancienne que ses nations. L’Europe a exercé dès sa naissance une fonction non seulement universelle, mais de fait universalisante. Elle a fomenté le monde. L’Europe unie n’est pas un expédient moderne. Mais c’est un idéal qu’approuvent depuis mille ans tous ses meilleurs esprits".
Questo è un pensiero profondo: oggi possiamo condannare a morte una certa Europa, sommatoria degli ormai vetusti Stati Nazionali (che centralizzano profittando della crisi economica e delle paure del terrorismo islamico e pure dell'immigrazione senza regole certe), perché stride rispetto ad ogni speranza federalista, ma non si butta via l'idea antica che sottende.
La seconda citazione ci aiuta di più ad entrare nella soluzione di un problema evidente e cioè come avere un'Europa che tenga conto dell'obsolescenza delle logiche confinarie degli Stati in crisi (pensiamo alla nostra area del Monte Bianco), ma che non sostituisca grottescamente il nazionalismo statuale con uno di taglia ad oggi regionale e men che meno con un centralismo europeo opprimente.
Ci soccorre così uno dei padri del federalismo personalista, Alexandre Marc, che denunciò per tempo gli orrori delle dittature fascista e comunista, così come i drammi causati dal comunismo noto come socialismo reale. Come non condividere i suoi pensieri fatti di affermazioni come «notre Europe sera polyphonique et polychrome ou elle ne sera pas», segnalando «les vertus de la multi- appartenance » puntando con forza «vers l’épanouissement de toutes les ethnies». Con un chiarimento rispetto a «l’Europe n’est pas une nation et n’est pas prête à le devenir. Sa fin est toute autre, ériger un modèle nouveau inspiré – mais jamais à un tel niveau [celui d’un continent] – par des expériences multiples (économiques, sociales, voire politiques) d’une libre fédération des communautés libérées».
Questo andrà discusso in tutto il 2017, quando si ricorderanno i 70 anni del Trattato di Roma per uscire da una crisi plumbea dell'Unione europea attuale, che rischia di farci inghiottire da un vortice di rivalità e incomprensioni e, visto che per millenni il Vecchio Continente è stato un campo di battaglia, è meglio pensarci prima. Intanto nel 2016 va fermata la riforma renziana della Costituzione, che è la premessa ad uno Stato autoritario con le Regioni ridotte al livello delle vecchie Province e - questo avverrebbe dopo referendum se vincesse il SÌ - poi sarebbero la fusione tra di loro in macroregioni nel progetto irricevibile in ogni caso, specie però per una realtà come quella valdostana, che da secoli evidenzia un desiderio di autogoverno del proprio territorio.

Autunno, l'equinozio snobbato

Confesso che su equinozio e solstizio sono sempre sul chi vive, nel senso che non riesco mai a combinare la definizione giusta dell'appuntamento astronomico con le stagioni corrispondenti.
Ricapitolo per venire al punto: il solstizio è l'istante e punto dell'eclittica in cui il Sole, due volte all'anno, si trova alla massima distanza dall'equatore celeste. C'è il solstizio d'estate il 21 o 22 giugno, l'altro è il solstizio d'inverno, il 21 o 22 dicembre. Mentre l'equinozio è l'istante in cui il Sole, muovendosi sull'eclittica, si trova esattamente sull'equatore, cioè a uno dei due nodi della sua orbita rispetto all'equatore celeste. Dunque l'equinozio di primavera, il 20 marzo e l'equinozio d'autunno, il 22 o 23 settembre.
Sappiamo bene che non tutti questi appuntamenti sono da tutti noi equamente considerati. Il numero uno indubitabile, per l'ansia della bella stagione, è l'arrivo della primavera, mentre il solstizio d'estate - come ho già avuto modo di segnalare - mette il sorriso ma nasconde la fregatura che da lì in poi le giornate si accorciano! In un vago disinteresse appare l'inverno, spodestato dall'imminente Natale che ha un potere magnetico per attirare le nostre attese, ma il fanalino di coda è l'equinozio d'autunno, appena passato, nel totale disinteresse. La pecora nera, insomma.
Se chi studia l'etimologia ci ha preso nel ricostruirne le origine la stagione si chiama così perché, venendo dal latino autŭmnus, veniva ricondotto ad augēre ‘accrescere’, di cui sarebbe un antico participio, in quanto era la stagione di maggior abbondanza, in cui si godeva del raccolto. Questa spiegazione - dice l'Etimologico - nonostante il sospetto di essere un’etimologia popolare, è confortata dal caso analogo del tedesco antico herbist ‘stagione della raccolta’ (in tedesco Herbst è ‘autunno’).
Vi è in questa scarsa del passaggio considerazione qualcosa di ingiusto, specie nelle prime settimane d'autunno, quando la natura piano piano si trasfigura. Solo Novembre è per me così plumbeo e scuro da darmi la voglia ogni volta di fuggire alla ricerca del sole.
Guillaume Apollinaire, in alcuni sui versi dà il senso della bellezza e dell'intensità dell'autunno:

Et que j’aime ô saison que j’aime tes rumeurs
Les fruits tombant sans qu’on les cueille
Le vent et la forêt qui pleurent
Toutes leurs larmes en automne feuille à feuille
Les feuilles
Qu’on foule
Un train
Qui roule
La vie
S’écoule

L’Automne torna anche nei versi straordinari di Jacques Prévert:

Un cheval s’écroule au milieu d’une allée
Les feuilles tombent sur lui
Notre amour frissone
Et le soleil aussi.

Ma in fondo è Vincenzo Caldarelli che descrive lo choc del dopo estate:

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Ma anche il francoprovenzale è lingua poetica. Così Anaîs Ronc-Désaymonet:

Dz'é vu vaoulatté, su pe l'air
Ah! la première foille dzana
Poué rebatté, bà pe la plana
Et s'arrété i cu d'un boueisson:
L'est lo signal que veun l'Aouton...

L'autunno per me, con semplicità, è un insieme unico di colori e quel senso di un'alta montagna che è nei giorni di bel tempo svettante nella sua potente rudezza, mentre con il maltempo diventa una Natura come non mai nostalgica.

Soldi, Welfare e idee

Forbici..."Avere la botte piena e la moglie ubriaca" è impossibile, come dimostra la saggezza popolare. Capisco dunque - ed in parte compatisco - chi oggi si trovi a gestire la finanza pubblica e deve fare l'equilibrista per il venir meno di certe risorse economiche su cui era stato tarato il funzionamento della macchina amministrativa, per altro difficile da toccare. Anche se, per usare sempre dei proverbi, per qualcuno si potrebbe dire "chi è causa del suo mal pianga sé stesso…".
Il caso valdostano è difatti esemplare: negli ultimi anni - evidentemente per una serie di ragioni concomitanti, compresi errori di valutazione e ingenuità politiche - i trasferimenti finanziari sulla base del riparto fiscale hanno subito un taglio netto: ho letto che si valutano ormai attorno al quaranta per cento. Una cura neppure dimagrante, ma un tentato omicidio, se mi si permette l'immagine un po' forte. Poi è vero che di tanto in tanto - pensando al peso politico che il voto del senatore valdostano ha a Palazzo Madama per una maggioranza spesso risicata - arriva qualche fondo suppletivo, ma la modalità è sempre dubbia, perché sa abbastanza di elemosina e non dei diritti granitici che dovrebbero derivare dal carattere pattizio degli aspetti finanziari, come sanciti dallo Statuto, ma soprattutto dalle norme d'attuazione. Per altro la Regione Valle d'Aosta, nella sua attuale maggioranza dal carattere marcatamente verticistico - ha fatto delle scelte sull'utilizzo delle sue risorse, una delle quali è stata riversare sul sistema autonomistico, cioè in buona sostanza i Comuni, una parte assai pesante dei "tagli". Mi veniva da sorridere, giorni fa, della celebrazione della rinascita dei Comuni del dopoguerra (ma la vera riforma, da me firmata, risale alla competenza esclusiva sugli Enti locali del 1993, il cui ventennio non venne celebrato, perché sono nell'elenco dei "cattivi"), quando tutti sanno delle perenne batosta che ha reso la nostra Autonomia locale così fragile da aver sostituito la certezza delle risorse con una specie di roulette sui bilanci, cui si aggiunge il ritorno di certe leggi di settore che baciano Tizio o Sempronio, come se la finanza pubblica fosse facilmente sottoponibile alle simpatie del momento.
In questo discorso ci sono a catena delle riflessioni. La prima è che, seguendo Trento e Bolzano, bisognerebbe rimettere mano al riparto fiscale come si è delineato negli ultimi anni e farlo su un periodo di lunga gittata. La seconda è denunciare certa demagogia renziana sulla diminuzione delle tasse - che pure colpisce il riparto - ma che lo Stato compensa tagliando i fondi alla democrazia locale, noi compresi, cornuti e mazziati, obbligando in prospettiva sempre più a sostituire certo denaro con imposizioni fiscali locali. Per cui i cattivi tassatori sono gli amministratori locali e non quelli centrali, con il paradosso valdostano dei sindaci che fanno da gabellieri di soldi che - nel nome della solita eccessiva ricchezza della Valle d'Aosta - affluiscono in buona parte a Roma. Anche in questo caso cornuti e mazziati.
Ma l'aspetto più grave riguarda il sistema di protezione sociale - chiamiamolo per comodità welfare o "Stato Sociale", se non vogliamo usare il bel termine francese "Etat-Providence" - ed il colpo mortale che giorno dopo giorno sta ricevendo, in parte sostituito da logiche di Palazzo Chigi fatte di contributi a pioggia, che nascono per fare impressione a chi riceva l'improvviso schizzo, mentre ha smesso di piovere in settori fondamentali come scuola e sanità. L'immagine plastica in Valle d’Aosta sono i tagli nel settore degli anziani, aiutati da appalti che attireranno grandi e fameliche cooperative esterne e ridimensionamenti nel settore della prima infanzia, mentre la grancassa suona con storie demagogiche su temi seri come il "Family day". Il collasso della natalità non causa solo un devastante crollo demografico, ma l'invecchiamento della popolazione rischia di far saltare tutto e bisogna decidere su questo che strada intraprendere e se e dove il Pubblico debba essere presente non avendo risorse che possano consentire di fare tutto quello che si fa oggi. Specie se gli squilli di tromba continuano a dire che le tasse - che davvero hanno un'incidenza folle - vanno calate drasticamente.
Ma torniamo alla botte piena e alla moglie ubriaca dell'incipit. Capisco che sono temi difficili e nessuno può essere così presuntuoso da avere ricette infallibili e visioni che consentano di risolvere tutto in un battibaleno. Ma non si può neanche pensare che tutto si risolva in dibattiti ingessati o preconfezionati: in fondo non si vive solo guardando ai finanziamenti, ma anche alle idee e alle proposte su come impiegare i soldi. Per cui concordo che i piagnistei servano a poco, ma non sarebbe neanche giusto rassegnarsi alla logica dei salassi (con la "s" minuscola, perché quelli con la "S" maiuscola furono sconfitti dall'imperialismo romano...) ed alla filosofia politica di breve periodo - in vista dello striscione di arrivo delle elezioni regionali del 2018 - che è come rattoppare vestiti ormai logori.

Il campo minato per il nuovo Statuto

Un trappola per... topiChissà che fine esatta ha fatto la "Commissione tecnica per la revisione degli Statuti Speciali e delle relative norme di attuazione" (membro valdostano il professor Robert Louvin), nata ormai più di un anno fa su iniziativa del Governo Renzi. E' possibile che il lavoro in corso sia molto fruttuoso, ma devo dire di averne trovato pochi cenni ufficiali, cercando notizie sul Web. Forse, malgrado la posta in gioco di cui sarebbe bene conoscere gli sviluppi, le carte girano solo a certi livelli elevati.
Questa invenzione della Commissione è da ascrivere al sottosegretario agli affari regionali Gianclaudio Bressa - bellunese con collegio a Bolzano - che aveva deciso la nascita di questo tavolo romano con l'obiettivo di «sancire definitivamente il meccanismo pattizio, definendone le procedure applicative, per la revisione degli Statuti speciali».

La certezza del supercalifragilistichespiralidoso

Julie Andrews nel ruolo di Mary PoppinsL'altro giorno, assieme alla sua mamma, in una sessione filmica formato famiglia ho fatto vedere al mio bimbo più piccolo il film memorabile - almeno per me che all'epoca avevo la stessa età di Alexis oggi - "Mary Poppins". Confesso di essermi divertito a rivederlo, come può avvenire sul filo della nostalgica memoria, ma direi che anche il pargolo si è divertito molto. Certo tutte le modalità audiovisive fanno molto più parte del suo bagaglio di quanto lo fossero per me all'inizio degli anni Sessanta, quando andare al cinema era una magia e la televisione un oggetto misterioso.
La storia, ambientata nella Gran Bretagna edoardiana della "Grande Depressione" di inizio Novecento, è stranota e riguarda la tata, un pochino magica, piovuta dal cielo di Londra. Si occuperà di Jane e Michael, due bambini scatenati almeno rispetto agli standard di allora...

Niente funghi, sperando nei tartufi

La situazione della Valle d'Aosta su 'Meteofunghi'Come penso sia capitato a molti, sia da bambino che da adulto, ho vestito i panni di cercatore di funghi. La mia iniziazione è stata nei boschi di Pila sopra Aosta e poi mi è capitato spesso di bazzicare nelle zone vocate della bassa Valle d'Aosta. Ho un'immagine limpida del primo porcino che colsi da piccolino e che troneggiava nel sottobosco. Il ricordo peggiore è una volta, ai margini del Parco del Mont Avic sopra Champdepraz, in una giornata da tregenda, inzuppato dalla pioggia ma felice per il ritrovamento di qualche altro bel porcino.
Ho memoria del rito familiare dell'essiccamento dei funghi ritrovati o il trionfo culinario della loro preparazione. Credo che se dovessi esprimere un ultimo desiderio prima della sedia elettrica direi che i funghi fritti sarebbero un bel modo per dire addio con la pancia piena.

Senza estate nel 1816 e il Clima

Un dettaglio di 'Pioggia, vapore e velocitàAvevo già letto e avrei voluto scriverne di quell'estate del 1816 - giusto duecento anni fa - che fu un'estate senza estate (e ci vollero anni per tornare alla normalità), tanto che in molte zone della Valle d'Aosta il bestiame non venne portato in alpeggio e fu un anno di carestia per la scarsità di produzione agricola. Avevo poi accantonato l'idea: ma ora lo faccio, perché ho trovato un articolo molto stimolante sul francese "L'Obs", che cita un libro dello storico dell'ambiente Gillen D'Arcy Wood (non esiste ancora in italiano, l'ho letto in francese). E' il racconto della storia e delle conseguenze dell'enorme eruzione del vulcano indonesiano di Tambora, che iniziò nell'aprile del 1815 e "raffreddò" il clima della Terra per via delle polveri vulcaniche in atmosfera con conseguenze negli anni successivi. Pensate che complessivamente vennero proiettati in aria circa 150 miliardi di metri cubi di roccia, cenere e altri materiali. In Europa ci furono cieli stranamente colorati, immortali su tela da pittori come William Turner, lo stesso che dipinse le Alpi.

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