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20 gen 2026

La lunga storia del refuso

di Luciano Caveri

In questo mio scrivere quotidiano, che è esercizio che mi tiene allenato, ogni tanto incorro in qualche refuso, di cui mi assumo piena responsabilità.

Scrivo sul mio telefono e può capitare di inciampare in qualche parola o lettera e ringrazio qualche lettore che talvolta mi scrive per denunciare uno svarione da correggere.

Chissà se sarà vero che Confucio disse che “l'uomo che fa molto sbaglia molto, chi fa poco sbaglia poco, chi non fa niente non sbaglia mai". Anche non lo fosse, rappresenta un fil rouge del mio pensiero.

la parola refuso ha un'origine affascinante che risale all'epoca della stampa a caratteri mobili. Deriva dal latino "refusus", participio passato del verbo refundĕre (composto da re- "di nuovo" e fundĕre "fondere").

Il significato letterale è quindi "fuso di nuovo" o "riversato". Poi sul sito prezioso sito unaparolaalgiorno mi si spalanca un mondo diverso e ricco di conoscenze.

Così leggo: “Parlare del termine ‘refuso’ significa tornare in una Venezia al suo apogeo. La vulgata di Gutenberg che stampa la Vulgata con una tecnica di stampa a caratteri mobili è arcinota — ma è un’invenzione da considerare bene. Da un lato non è un’invenzione proprio nuova, in Corea e in Cina si stampava più o meno così da secoli; dall’altro, in questa occasione furono trovate soluzioni tecniche nuove, ma soprattutto fu un’innovazione portata in un contesto che era pronta ad accoglierla in maniera totale. È il successo della stampa a caratteri mobili in Europa la vera, profonda novità”.

E poi la Serenissima Venezia mi apre una novità che non sapevo: “In meno di vent’anni dai primi risultati di Gutenberg (del 1453), a Venezia s’iniziò a stampare; altri vent’anni dopo vi arrivò Aldo Manuzio, editore geniale a cui dobbiamo buona parte del modello che abbiamo in mente quando pensiamo all’oggetto-libro. Negli anni ‘50 del secolo successivo — si calcola — metà dei libri stampati nell’intera Europa era stampata a Venezia.

Ora, non è difficile immaginare come una delle grandi sfide in questa produzione sia l’ordine. L’ordine materiale del laboratorio, dobbiamo intendere: l’organizzazione sistematica in cassetti e l’uso continuo di migliaia di caratteri metallici minuti e similissimi, da prelevare e riporre, prelevare e riporre, divisi non solo per lettera, ma per tipo di carattere, serie, senza contare che fra questi glifi ci sono anche numeri, punteggiatura, e per non parlare di stili, corsivi, grassetti e via dicendo.

In veneziano il verbo refónder ha il significato di ‘confondere’. Ed è precisamente qui, in questi arsenali dell’editoria, che il participio passato del verbo, ‘refuso’, diventa la confusione fra caratteri nella composizione delle pagine — magari non fra lettere, ma anche solo fra stili, serie, famiglie diverse — o la loro mancanza, o la loro aggiunta, o la loro inversione.

C’è chi ha ricostruito invece come il termine sia da ricollegare al latino refundere nel senso di un ‘riversare’ che coglie proprio il riversare i caratteri metallici nel cassetto giusto, anzi sbagliato. Di qui, il refuso si fa più genericamente errore di stampa”.

E ancora con puntigliosità: “Sono errori compositivi, che non investono il pensiero del contenuto, ma la sua realizzazione pratica in un’infilata di caratteri successivi. E proseguendo per la via lungo una fruizione e una produzione tutta digitale dello scritto che leggiamo, il refuso si fa anche errore di battitura — e quindi errore minuto, di superficie, piccola svista di realizzazione, per quanto magari anche un po’ più grossa di un mero scambio di caratteri“.

Devo dire che in epoca digitale agiscono talvolta con scarsa perspicacia i correttori automatici e si rischia di prendere lucciole per lanterne per una manina misteriosa che può modificare i nostri pensieri messi per scritto.

Ha sostenuto lo scrittore Abhijit Naskar: “I refusi non sono una macchia sulla letteratura, i refusi sono un ornamento della letteratura”.

In realtà i refusi sono abili nel celarsi a chi li compie, mentre saltano agli occhi estranei con maggior facilità Insomma, il refuso è come il prezzemolo tra i denti: lo noti sempre dopo che tutti gli altri l’hanno visto.

Quando ero parlamentare ho visto con i miei occhi in alcuni decreti legge una virgola messa nel posto sbagliato (o un "non" dimenticato), che cambiavano il senso delle norme, costringendo il Governo a pubblicare un "Errata corrige" sulla Gazzetta Ufficiale. In gergo tecnico si dice che la norma è affetta da "errore materiale".

Tempo fa, questa mia conoscenza, la applicai per una norma fondamentale per la Valle d’Aosta, quando in un resoconto di una Commissione parlamentare si dava per bocciato un emendamento importante, che invece era stato votato favorevolmente. La Camera dei deputati ricorse all’errata corrige e evitammo il peggio!

Intanto, spero quest’oggi di non aver seminato refusi…