Anche in Italia, solo applicandolo al 2025, è stato importato quanto avviene dal 2008 in Germania, quando la casa editrice Langenscheidt inventò il gioco della Jugendwort des Jahres, la “parola giovanile dell’anno”.
L’idea di farne una versione italiana è venuta al linguista Massimo Arcangeli (Università degli Studi di Cagliari), che ha investito nel progetto una miriade di soggetti.
Sono state cinque le parole finaliste selezionate dalla giuria popolare di migliaia di giovani italiani, aura, bro, chill, ghostare e rimasto, nel gennaio 2026 la giuria di qualità composta da sette adulti, fra insegnanti, docenti universitari e dirigenti scolastici, e sette giovani di età compresa fra i 14 e i 18 anni, più un presidente (un giovane fra i 19 e i 21 anni) ha infine scelto la parola chill, che era stata la proposta avanzata dall’Accademia della Crusca, dalla sindaca di Siena e da molti giovani e giovanissimi delle scuole d’Italia.
Io di “chill” avevo già parlato, perché ne avrò notato un uso massiccio da parte di Alexis, il mio figlio più piccolo adolescente, il cui linguaggio mi incuriosisce non poco. Riporto il commento con cui la redazione dell’Accademia della Crusca aveva motivato la proposta: “Nel linguaggio giovanile, e nei suoi usi in rete, chill assume il significato generico di ‘rilassamento’, ‘tranquillità’, ‘relax’ e ‘calmo’, ‘tranquillo’, ‘privo di stress’. Come sostantivo e aggettivo può descrivere un atteggiamento sereno e disinvolto, una persona rilassata e calma, un’attività priva di pressioni o stress, una situazione piacevole e distesa. Lo troviamo in espressioni del tipo “Dai, stasera facciamo qualcosa di chill, niente di troppo impegnativo”, “Stai chill, non c’è niente di cui preoccuparsi” o “Mi sta simpatico il nuovo professore di fisica, è super chill”, ma anche in locuzioni fisse come stare nel chill: “Oggi non voglio stress, sto nel chill”. In molti suoi usi e contesti può ricordare (e forse sostituire?) un altro termine, ormai noto e in declino, tipico del linguaggio giovanile di qualche tempo fa: scialla. Sebbene neanche chills sia nuovissimo – il suo impiego nei linguaggi giovanili e sui social network è noto da almeno quattro o cinque anni – il suo uso sembra essersi ultimamente ben consolidato tra i giovani appartenenti alle nuove generazioni cosiddette Alpha e Zeta. Tant’è che da chill è derivato il verbo, adattato alla morfologia dell’italiano, chillare (con il participio passato usato con valore aggettivale chillato”.
Trovo la parola orrenda nel solco, per altro, della schiavitù derivante dallo strapotere dell’inglese, ma così è ed è bene prenderne atto come chiave di lettura delle evoluzioni in atto nel linguaggio. Osserva la Crusca: “In un’epoca caratterizzata da velocità e iperattività, dove la società richiede di essere sempre “sul pezzo”, reattivi e produttivi, il linguaggio giovanile risponde con una parola che invita a rallentare, a godersi il momento, a prendersi spazi di autentico relax. Chill è una parola rappresentativa di nuove generazioni per le quali la presa di distanza dallo stress, dalle pressioni sociali, la ricerca della tranquillità, dello svago, della libertà dall’ansia sembrano essere valori di riferimento, in cui i giovani si identificano e si riconoscono”.
Ho incrociato questa constatazione con la lettura su Internazionale assai illuminante di un articolo di Arthur C. Brooks sul giornale statunitense The Atlantic. Brooks è uno scrittore e accademico americano professore di Pratica della Leadership Pubblica e Nonprofit, che sembra riprendere in parte con specificazioni questa filosofia del “chill”.
Osserva nel corpo centrale del suo intervento: “Spesso pensiamo che, per essere più felici dobbiamo diventare più grandi ai nostri occhi e a quelli degli altri. Ma è un'illusione. Per ottenere una buona prospettiva sulla vita e la pace che desideriamo, quello di cui abbiamo davvero bisogno è diventare più piccoli rispetto a tutto e a tutti. Quando sperimentiamo la nostra infinitesimalità, impariamo a vedere la vita nelle giuste proporzioni. Possiamo rilassarci riconoscendo di non essere sotto lo sguardo o il giudizio di nessuno, e godere di un universo magnifico senza rovinarlo con l'egocentrismo e le nostre preoccupazioni meschine”.
Un orizzonte interessante che viene declinato ulteriormente: “A meno che non si soffra di narcisismo patologico, chi è onesto con se stesso sa di non essere al centro della maggior parte delle cose della vita. Quasi sempre gli altri pensano a se stessi, e il mondo andrebbe avanti lo stesso anche senza di noi”. Come dire: i cimiteri sono pieni di persone che si sentivano indispensabili…
Ancora Brooks: “Questa fantasia autocelebrativa deriva quasi certamente dall'evoluzione: i nostri antenati, convinti di contare più degli altri, si impegnarono a scalare le gerarchie sociali. Questo continuo confronto aumentava la probabilità di trasmettere i propri geni in un contesto competitivo di accoppiamento. Noi abbiamo ereditato le loro manie di grandezza.
Ma tutto questo ha un costo. Concentrarsi troppo su se stessi, nel tempo, rende infelici. Gli studi dimostrano che può trasformare anche le situazioni sociali e le attività quotidiane in esperienze spiacevoli o spaventose. L'egocentrismo riduce pure il piacere di svolgere attività che richiedono abilità complesse.
Ceniamo al punto del ragionamento: “Spesso per essere più felici bisogna opporsi alle proprie tendenze naturali, non assecondarle. Il mondo ci spinge continuamente a cercare di sembrare più grandi agli occhi degli altri e ai nostri. E su questo che si regge l'intero modello di business dei social media. Il segreto per trovare la felicità, invece, è diventare più piccoli”. Ecco, secondo Brooks, tre modi per riuscirci: Il primo: Provare meraviglia. La meraviglia ci rende più felici perché ci rimpicciolisce.
Il secondo: Cercare il divino. Un tema ricorrente nelle grandi religioni è l'annientamento del sé attraverso la comunione con il divino. Questo permette di trascendere le preoccupazioni ordinarie e di rivolgere l'attenzione a questioni più profonde.
Il terzo: Servire gli altri in silenzio Donare aumenta il benessere, soprattutto quando si fa in modo anonimo, senza riflettori puntati sui propri gesti virtuosi.
Conclude l’autore: “Trovare pace e prospettiva nella propria piccolezza, è la via più solida verso un benessere duraturo. Quindi arrendiamoci alla realtà della nostra piccolezza cosmica. La semplice verità è che siamo un granello su un granello. Un adorabile granellino, amato da pochi altri. Che bella vita”.
Il tocco ironico o forse sarcastico del finale sembra una ciliegina sulla torta di un “chill” quantomeno operoso.