Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
19 gen 2026

Il ritardo è una piccola inciviltà

di Luciano Caveri

Mi è capitato in passato di tessere l’elogio della puntualità. Ha scritto Stefano Benni: “La vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate”. Mi ci riconosco in pieno e spero che mi venga in qualche modo allungata la vita, scontando le attese che ho patito.

Mi raccontava il rimpianto Laurent Ferretti, pozzo inesauribile di racconti della "vecchia Aosta", che gli abitanti del Borgo regolavano l'ora al passaggio mattutino di mio nonno René (1867-1948) che si recava all'Ospedale Mauriziano di cui era direttore amministrativo, dopo il forzato collocamento a riposo dalla carriera prefettizia imposto dal fascismo. Mio papà mi ha trasmesso o appunto solo assecondato la medesima disciplina da lui ereditata, che comporta un vivo disagio in caso di ritardo.

Per cui oggi, al contrario, vorrei denunciare il ritardo come elemento negativo del vivere sociale. E non mi convince neppure la spiritosaggine di Totò, quando diceva: “Io non arrivo in ritardo, sono gli altri che arrivano troppo presto”.

Devo dire che nel mio essere puntuale trovo nei ritardatari una dote: le scuse creative, cioè le panzane inventate a giustificazione.

Ricordo un politico valdostano con cui avevo un appuntamento ed era in ritardo. Mi spiego al telefono che stava arrivando, mentre io sentivo con nettezza il rumore del getto di una doccia. Ammise le sue colpe.

Mi viene in mente, quando presiedevo una riunione al Parlamento europeo, iniziando all’ora prevista la riunione, un collega greco che mi spiegò che dovevo dare - come un mio predecessore - un cuscinetto di un quarto d’ora! Perché mai? Al tempo del Liceo, facendo il pendolare verso Ivrea, talvolta arrivavo in classe per i ritardi del treno.

Venni, assieme ad altri, rimproverato una mattina dal Preside. Venni colpito nel vivo - il peggio del peggio per un puntuale - e architettai una protesta. Non so come nessuno spifferò il progetto: darsi appuntamento davanti al Municipio e poi entrare a scuola tutti in ritardo come forma di protesta civile. Fu un successone. Immaginate lo stupore per una scuola vuota al suonare della campanella di inizio lezione. Il Preside mi convocò e, al posto di punirmi, mi diede una lezione sulla necessità “politica” di trovare un compromesso, che mi è rimasta impressa, proponendo un armistizio.

E mi sembra di tornare a quei tempi - con le temibili versioni di greco e latino - nel citare il De brevitate vitae (Sulla brevità della vita) di Seneca: “Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto.

La vita è abbastanza lunga e ci è stata data con larghezza per compiere le cose più grandi, se tutta venisse ben impiegata. Ma quando il tempo è dissipato nella trascuratezza, quando è sottratto da impegni confusi e mal governati, ci accorgiamo troppo tardi che è passato.

Nulla, infatti, è più prezioso del tempo, e nulla viene custodito con minore attenzione.

Gli uomini sono puntuali nel reclamare ciò che è loro dovuto, ma tollerano senza protesta che si sprechi ciò che hanno di più caro: le ore della loro vita.

Chi sa rispettare il tempo, e ne osserva con rigore il corso, vive da uomo libero; chi lo lascia sfuggire, vive come se fosse sempre in ritardo su sé stesso”.

Nello Zibaldone così scrive, riprendendo idealmente il tema e come sepoltura per chi perde tempo e fa perdere tempo come il ritardatario: “L’uomo si lamenta continuamente della mancanza di tempo, e nondimeno ne spreca la maggior parte.

Le ore scorrono non perché siano brevi, ma perché vengono lasciate fuggire senza ordine, senza misura e senza rispetto. Nulla rivela più chiaramente il disordine dell’animo quanto il vivere alla giornata, senza tener conto del momento opportuno per ogni cosa.

Chi non sa regolare il proprio tempo non governa la propria vita, e chi abitualmente differisce, rinvia o giunge tardi, finisce per mancare prima di tutto a sé stesso.

La vera padronanza dell’uomo consiste nel dare a ogni atto il suo tempo, e nel non permettere che il presente venga consumato".