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28 ago 2025

La fissazione bellica

di Luciano Caveri

Nessuno vive in una bolla isolata. Neppure i valdostani in mezzo alle loro montagne. La storia locale insegna di come siamo stati coinvolti nelle guerre. L’ultima risale a 85 anni fa, quando l’Italia dichiarò la guerra alla Francia e alla Gran Bretagna e Mussolini fu autore, anche sui nostri confini, della “pugnalata alle spalle” ad una Francia che era già quasi completamente sconfitta dalle forze tedesche.

A titolo esemplificativo non sto troppo a rievocare i lutti dei soldati valdostani nel tempo. Si potrebbe cominciare dalla manciata di vittime della Guerra di Crimea (1853-1856), per non dire del numero straordinario di morti e feriti gravi nella Prima Guerra Mondiale (1557 morti o dispersi su 8500 combattenti, cui si aggiunsero 3500 soldati feriti o ammalati) e poi nella Seconda Guerra Mondiale su tutti i fronti. Si aggiungano i partigiani combattenti in una Valle eroica durante la Resistenza.

Anche per questo, per la memoria collettiva, è giusto avere una ripulsa verso la guerra, sapendo tuttavia che in certi casi – come appunto con la guerra di Liberazione – fu una scelta dettata dalla necessità di combattere una dittatura.

Pensavo in queste ore – e per questo ne scrivo – alla capacità tragicamente sofisticata di inventare nuove tecnologie per nuocere ai nostri simili.

Evoco qui un amico: Fulvio Marcoz, ai vertici di Finmeccanica oggi Leonardo, e che mi raccontava – all’epoca in cui ero deputato e ci incontravamo a Roma – di come fosse spesso necessario lavorare sul trasferimento di tecnologie militari di cui la società si occupava verso un uso civile.

Fa persino orrore scriverlo, ma resta la realtà. L'innovazione tecnologica che nasce in ambito militare e che poi viene adattata per l'uso civile è un fenomeno molto comune, noto come "tecnologia a duplice uso" (dual-use). Questo processo ha portato a numerose invenzioni che oggi sono parte integrante della nostra vita quotidiana.

Rispetto alla Prima Guerra Mondiale ci sono questioni che fanno impressione, come il miglioramento del volo aereo trasferito ai voli commerciali, la chirurgia ricostruttiva per i soldati, da cui deriva nasce la chirurgia plastica moderna, la radio a onde corte che si trasferisce alle comunicazioni civili, gli elmetti d’acciaio che diventano caschi da lavoro e da moto.

Rispetto alla Seconda Guerra Mondiale il radar, che diventa importante per la navigazione aerea, il meteo, la sicurezza stradale, medicinali come la penicillina e gli antibiotici con produzioni su larga scala, le microonde così come le jeep. Spiccano – che ancora incombono – le bombe nucleari, che diventano tecnologia civile con le centrali e la medicina nucleare,

Dall’ARPANET militare deriva l’Internet globale, tecnologia militare è n origine il GPS che oggi adoperiamo per la navigazione satellitare civile, così per scoperte come i satelliti, il Kevlar, i droni, la realtà virtuale, la criptografia avanzata, la robotica, l’Intelligenza Artificiale, l’Internet delle cose, gli esoscheletri, le tecnologie ad infrarossi, la cybersecurity. Tutto ciò, nel rifletterci fa impressione, quando vediamo come l’umanità si concentri su modalità, che poi si trasferiscono altrove, ma che nascono per nuocere o per supportare quanto si concretizza in attività belliche.

Non lo scrivo per chissà quale ingenuità in questo mondo così complesso, in cui il concetto di amico e nemico non sparisce d’incanto con chissà quale pacifismo.

Tuttavia, in questa globalizzazione che vede una messa in crisi della democrazia, c’è da stare accorti e seguire con raccapriccio questa attitudine umana alla guerra.

Dalla profondità dei tempi arriva una frase di Hegel: ”Tutto ciò che l'uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l'uomo non ha imparato niente”