La chiusura del traforo del Monte Bianco sino a metà Dicembre è un segno di grave debolezza del sistema trasportistico italiano. Questa chiusura così lunga si dovrebbe ripetersi per poco meno di vent’anni per mettere a posto il tunnel.
Ricordo che si tratta di un traforo monotubo con un va e vieni sulla stessa carreggiata che prima o poi – per motivi di sicurezza – potrebbe pure essere vietato dalla normativa comunitaria.
Quando si guarda al Nord-Ovest e al suo sistema nella logica di passaggio attraverso le Alpi si vede lo scenario seguente: il Fréjus con traforo raddoppiato è ormai lo sbocco stradale più importante anche rispetto al Bianco che ha perso transiti, ma è la Val di Susa a rischio intasamento; l’autostrada dei Fiori da Ventimiglia verso la Francia è la via più trafficata o meglio collassata; sul versante ferroviario il Fréjus è vecchio e la nuova direttrice Torino-Lione non sarà operativa prima del 2035.
Intanto, ci si rende conto che la retorica del trasporto su gomma trasferito quasi in toto su rotaia è retorica oggi e lo sarà domani.
La vocazione valdostana, dimostrata anche dal traforo del Gran San Bernardo verso la Svizzera (anch’esso monotubo, che sconta un invecchiamento e una strada pessima sul versante elvetico, oltre ai limite di TIR imposti dalla Confederazione), di crocevia per i trasporti turistici e di merci si infrange proprio per l’obsolescenza dei trafori e anche di parte del percorso autostradale, che fino ad Aosta risale, come concezione, agli anni Cinquanta.
Mancano per ora reali progettualità per il valico più importante, il Monte Bianco. Difficile che i francesi si convincano del raddoppio traforo con un tunnel parallelo all’attuale. Si sa che esistono soluzioni più in basso nei cassetti italiani e forse francesi. Ma i Governi dei rispettivi Paesi in questa fase storica si guardano in cagnesco, specie con un Salvini che insolentisce Macron, certo non creando un clima come si poteva, anni fa, presumere dall’importante documento di cooperazione noto come “Trattato del Quirinale”.
La politica valdostana – lo dico perché ho avuto al fortuna di essere Presidente della Commissione Trasporti del Parlamento europeo – deve spingere per trovare soluzioni, che contemperino la logica storica di territorio di transito, evitando però invasione di TIR come si prefigura massicciamente in Val di Susa, dove gli avversari della TAV finiranno scornati fra i camion, avendo combattuto la ferrovia! Una specie di paradosso, che lascia perplessi.
Mi rendo conto della difficoltà e dei tempi di una proposta, pure arrivata sul mio tavolo in termini vaghi, di un ferroutage, cioè di una ferrovia sotto il Bianco, che carichi i TIR sul treno su di una direttrice più bassa dell’attuale traforo stradale. Ma si tratta di una progettualità tutta da definire e da capire e sembra spostare tutto molto in là.
Resta, intanto, in termini trasportistici locali di risolvere la follia di autostrade in concessione (SAV e RAV) che scadono nel 2032 e le cui tariffe rischiano di salire alle stelle, creando sempre più disagio per i valdostani. Bisogna trovare soluzioni strutturali, anche per lavori di miglioria rispetto al percorso attuale che occupa letteralmente la Bassa e Media Valle.
La ferrovia, pur elettrificata a breve, resta un problema per i tempi di percorrenza, certo da migliorare con raddoppi selettivi della rotaia e il famoso “baffetto” di Chivasso per evitare la sosta nella stazione della cittadina, andando diretti a Torino. Altri scenari sono possibili, ma di più lunga gittata per i tempi di realizzazione.