Se si guarda una definizione standard, da dizionario, del termine “glocal” ci si trova di fronte ad una descrizione di questo genere: “Il termine "glocal" è una fusione linguistica tra le parole "globale" e "locale", e descrive un approccio che cerca di integrare le dinamiche globali con le specificità locali. È usato per indicare strategie, visioni o politiche che tengono conto sia delle esigenze planetarie sia di quelle territoriali”.
Se si scava un po’, il concetto di "glocalizzazione" è stato inizialmente formulato negli anni '80 in Giappone con il termine “dochakuka”. riferito all'adattamento delle tecniche agricole globali alle condizioni locali. C’è chi, invece, lo ascrive – prima che arrivasse in Giappone – al sociologo Manfred Lange, che lo avrebbe coniato in Germania alla fine degli anni '80.
Comunque sia, la chiave della sua espansione passò attraverso un altro sociologo, il britannico Roland Robertson, che lo ha reso popolare nel contesto della sociologia della globalizzazione. Anche Zygmunt Bauman - sociologo britannico polacco - ha contribuito alla sua diffusione, nel descrivere la tensione tra un fenomeno complessivo di mondializzazione frammisto alle identità locali.
Quel che è certo, è che il termine si è espanso, ad esempio in campo economico per capire come aziende multinazionali si uniformino, per esigenze di mercato, a esige zero locali. Così come in politica – penso al caso valdostano di cui mi occupo – è bene capire come in una comunità l’influenza esterna, persino derivante da scenari europei e mondiali, pesi sulle situazioni e sui comportamenti.
Il motto spesso associato al concetto è "Think global, act local", ovvero "Pensa globale, agisci locale", che sintetizza l'essenza della glocalizzazione. Oggi c’è di cui preoccuparsi della situazione mondiale, ma qui tengo un tono leggero, avendo avuto molte altre occasioni per evocare i tanti timori.
Dovessi dire quel che si vede è che, dopo oltre 40 anni, la parola glocal è ancora importante, pur mutevole secondo gli scenari.
Di certo il termine è consolidato nel linguaggio delle scienze sociali e politiche ed è considerato utile per analizzare e progettare politiche pubbliche e interventi territoriali.
Può essere considerata una forma di difesa delle identità locali contro l’omologazione globale, e al tempo stesso può dimostrarsi un modo per dare rilevanza internazionale, in un’osmosi al contrario, alle specificità locali.
Le piattaforme digitali permettono a chiunque di esprimere – nel bene come nel male - la propria identità, contribuendo alla normalizzazione di temi e stili di vita che un tempo erano considerati marginali. Per contro il rischio di impoverimento delle culture locali deriva dall’imporsi di una omogeneizzazione dei comportamenti.
La comunicazione glocal, con Social sempre più aggressivi, è davvero una costruzione sociale: i media e le interazioni digitali contribuiscono a formare significati condivisi, influenzando la percezione individuale e collettiva della realtà.
In questi giorni, sui Social, si vedeva un esempio calzante, con questa espressione: “Skibidi Boppy”. Un’espressione che non significa nulla e che un perfetto esempio di neologismo virale, figlio della cultura “brainrot”, un termine (significa “marciume del cervello”), che online viene usato in modo ironico per indicare contenuti così strani o ripetitivi da sembrare dannosi per il cervello, ma che risultano irresistibili, soprattutto per Gen Z e Gen Alpha ( quelli fra il 1997 e il 2010 è quello da allora sino ad oggi).
Idem con la diffusione mondiale di un pupazzo “Labubu”, creato dall'artista hongkonghese Kasing Lung, diventato protagonista della serie "The Monsters". Questo mostriciattolo con orecchie appuntite, occhi grandi e un sorriso birichino con denti sporgenti.
Un altro esempio semplice e calzante di certo rimbambimento da Social, attraverso community mondiali, cui bisogna saper contrapporre – in questo come in molti altri casi – il mantenimento della propria identità.
Mai svenderla per restare con i piedi ben piantati per terra.