Mi diverte molto, nel parlare con i miei coetanei (avrò 67 anni il Natale prossimo), quando ci scambiamo motivi consolatori in tema di invecchiamento.
Giustamente esorcizziamo in vario modo l’ingresso in quella che, senza troppo girarci attorno, è la vecchiaia. Mi ha sempre incuriosito, a questo proposito, la storia della progressione della durata della vita umana, cambiata in crescendo con il susseguirsi di diverse fasi storiche e concretizzatasi con un aumento significativo dell'aspettativa di vita media.
Nell'era pre-agricola, quella più antica per l’umanità definita l’area dei cacciatori-raccoglitori, la vita media era molto bassa, probabilmente intorno ai 20-30 anni per ragioni tipo le malattie, la malnutrizione, l’ostilità della Natura, le violenze tribali. Avere una vita così breve era la norma e la vecchiaia una straordinaria eccezione.
Con il Neolitico, circa 10.000 anni fa, quando l'umanità iniziò a praticare l'agricoltura e la sedentarietà, l'aspettativa di vita ebbe un leggero miglioramento, salendo per alcune comunità a 30-40 anni.
Un’aspettativa di vita media di 40-50 anni si consolidò solo molto più tardi, con progressi significativi a partire dal XIX secolo, grazie alla rivoluzione industriale e ai progressi medici. L’allungamento medio della vita è proseguita nel secolo scorso.
Veniamo al presente. L'aspettativa di vita media in Italia nel 2024 è stata 83,4 anni, con 81,4 anni per gli uomini e 85,5 anni per le donne, secondo i dati ISTAT più recenti. Questo rappresenta un aumento di circa 5 mesi rispetto al 2023 e un ritorno a livelli superiori a quelli pre-pandemici, avendo il Covid creato un episodico abbassamento.
La situazione demografica valdostana vede un progressivo invecchiamento della popolazione, con alcune caratteristiche specifiche, come il basso tasso di natalità e cioè nascono pochi bambini ogni anno e il saldo naturale è negativo. A “invecchiare” la comunità pesa l’emigrazione giovanile, perché molti ragazzi si trasferiscono fuori regione per studio o lavoro e spesso non rientrano.
Qualche dato: l’età media della popolazione valdostana è di 47,7 anni (dato aggiornato al 31 marzo 2025), in aumento rispetto ai 47,3 anni dell'anno precedente. Questo valore è superiore alla media nazionale (46,4 anni nel 2022). La popolazione si distribuisce in questo modo: l'11,4% ha tra 0 e 14 anni, il 62,8% ha tra 15 e 64 anni, mentre il 25,8% è over 65 (dati Istat, inizio 2025). Il 39,5% della popolazione regionale ha più di 55 anni (dato 2021).
Nel 2025 si prevede un aumento impressionante del +28,98% degli ultrasessantaquattrenni e una diminuzione del -28,18% della popolazione tra 0 e 14 anni.
Inutile contarsi storie. Questo significa pressione crescente sul sistema sanitario e socio-assistenziale, con più bisogni di cure a lungo termine.
Al problema demografico si somma un problema economico: meno lavoratori attivi e più pensionati con problemi per gli equilibri finanziari per la Regione e con conseguente difficoltà nel mantenere i servizi pubblici nei territori montani (scuole, trasporti, presidi sanitari).
Esiste la sfida del mantenimento di Comuni piccoli che soffrono della morsa fra spopolamento e culle vuote. Questo significa anche rischi per gli aspetti culturali e sociali, con rischio di perdita di tradizioni e comunità vive e partecipate. Se uno dovesse reagire in sintesi, ma con il rischio che risulti solo una slogan: dobbiamo lavorare su tutte le contromisure per avere una Valle d’Aosta che torni ad essere terra di opportunità per i giovani e luogo di vita dignitosa per gli anziani.
Questi sono i temi su cui concentrarsi e le strade per farlo ci sono, senza perdersi in polemiche. Dai sostegni - anche per una spinta alla natalità - per giovani e famiglie a vantaggi per il rientro di giovani emigrati altrove, da politiche per una vecchiaia attiva a un’assistenza diffusa per gli anziani contro nuove solitudini, da politiche migratorie inclusive anche a copertura di posti di lavoro vuoti a un ripopolamento
di paesi in crisi con nuove forme di lavoro a distanza. Tutto ciò per fermare processi gravi e preoccupanti, che hanno - nel caso della rinuncia alla nascita dei figli o di una natalità ridotta per scelta - ragioni sociologiche e psicologiche di cui tenere conto.