Il futuro del sistema autonomistico

I ministri con la nuova mappa delle ProvinceIn Italia scendono da 86 a 51 le Province e nascono dieci città metropolitane, compresa quella di Torino, nostra vicina (sparisce Biella accorpata a Vercelli). Si compie così una riforma all'italiana, nel senso che dall'abolizione delle Province - atto che sarebbe dovuto avvenire nel 1970 quando nacquero le Regioni a Statuto ordinario - si è passati ad un accorpamento forzoso che farà discutere ancora per mesi. Forse, per chi crede nella particolarità dei territori montani, spicca la decisione saggia di far vivere le Province di Belluno e di Sondrio.
Questa riforma a metà si accompagna a manovre altrettanto forzose per far dimagrire il numero dei Comuni italiani, che oggi dovrebbero essere in totale 8.092. A colpi di spending review i Comuni, ormai stremati dalle manovre finanziarie, diminuiranno con logiche di accorpamento di vario genere. Anche in questo caso la procedura imposta non ha nulla di condiviso, benché di certo una razionalizzazione - in corso in tutta Europa - fosse una necessità.
Ma i professori-tecnici al Governo amano governare a colpi di decreto legge senza guardare in faccia nessuno. Per nostra fortuna, per quanto indegnamente spennati dal Governo (ieri però la Corte costituzionale ha ripristinato alcune regole a noi favorevoli a tutela del nostro riparto fiscale), resta intatta la competenza sull'ordinamento degli Enti locali del 1993. Competenza primaria che ci ha consentito di impostare un sistema autonomista sotto il profilo finanziario e organizzativo piuttosto originale e funzionante, facendo dei Comuni interlocutori veri della Regione in una logica di confronto che naturalmente funziona se ci si esprime davvero.
Ed è quanto mi auguro avvenga nelle prossime settimane per ridisegnare il ruolo di Comuni e Comunità montane in una logica di gestione comune dei servizi e varie economie di scala e per calare sui nostri poteri locali logiche di risparmio su quelli che vengono chiamati i "costi della politica", che sono poi numeri di Consigli e Giunte e indennità degli eletti.
Ma la vivace riunione dei Sindaci di due giorni consente di cogliere intanto una preoccupazione che riguarda non solo la necessità di leggi regionali in materia frutto di una leale cooperazione, ma anche il fatto che il sistema autonomistico locale arrivi all'appuntamento in una situazione comatosa per via della conseguenza dei tagli ai trasferimenti finanziari e del paradosso italiano di un "patto di stabilità" che congela l'uso del denaro anche quando i soldi ci sono.
Il timore è che alcuni enti non chiudano i bilanci e che debbano ricorrere ad un aumento della tassazione (intanto resta il mistero di come sarà l'IMU nel 2013) e che si arrivi a tagli o ridimensionamenti di servizi ai cittadini e all'impossibilità di effettuare lavori pubblici urgenti. I sindacati non nascondono il timore di esuberi anche nell'impiego pubblico comunale.
Insomma: bisogna operare per evitare che una riforma del sistema delle autonomie locali si applichi in un clima di eccessiva incertezza economico-finanziaria, frutto dei tagli insensati del Governo Monti, perché in quel caso le formule associazionistiche di "unione" dei Comuni, comprese le Comunità montane da rinnovarsi, non metterebbero assieme solo risorse e personale ma condividerebbero una situazione di nuova povertà foriera di un indebolimento complessivo della nostra autonomia.
Temi non semplici che obbligano a uno sforzo di ingegno dei diversi soggetti, anzitutto il legislatore regionale cui compete mettere mano alla materia.

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