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04 nov 2026

La call e la nostra vita

di Luciano Caveri

Ogni tanto mi vanto di annusare l'aria. Una ventina di anni fa, da Presidente della Valle d'Aosta, feci dotare Aosta, Roma e Bruxelles di apparecchiature per la videoconferenza, che vennero adoperate fin da subito per le riunioni di lavoro. Pareva un azzardo, e a qualcuno sembrò addirittura un vezzo da tecnocrati. Era invece l'onda giusta di una tendenza ormai indifferibile: per una Regione di montagna, lontana dai palazzi dove si decide, risparmiare un viaggio di ore per una riunione di mezz'ora non era una comodità, era una questione di sopravvivenza amministrativa.

L'idea, in realtà, è molto più vecchia di noi. Nel 1964 l'AT&T presentò alla Fiera mondiale di New York il Picturephone, un telefono con schermo che avrebbe dovuto cambiare per sempre il modo di comunicare. Fu un fiasco commerciale: costava troppo, richiedeva linee dedicate e, a quanto pare, nessuno aveva troppa voglia di essere guardato mentre telefonava. Per decenni la videoconferenza rimase una faccenda per grandi aziende, istituzioni e multinazionali, con sale attrezzate, tecnici in piedi accanto allo schermo e collegamenti che saltavano nel momento più delicato.

Il cambio di passo arrivò con Internet. Nel 2003 nacque Skype, che portò la videochiamata sul computer di casa e quasi a costo zero: improvvisamente il nipote lontano, il collega all'estero, il fornitore dall'altra parte del mondo erano a un clic. Poi venne la stagione delle piattaforme: FaceTime sui telefoni, Google Meet, Microsoft Teams, Zoom, fondato nel 2011 e rimasto a lungo un nome da addetti ai lavori. Per anni la videochiamata è stata una comodità, non un'abitudine. Chi la usava lo faceva per lavoro o per sentire i parenti emigrati.

Poi, nel marzo 2020, è arrivato il Covid, e tutto è cambiato nel giro di pochi giorni. Chiusi in casa, abbiamo scoperto che lo schermo poteva sostituire quasi tutto: la scuola, l'ufficio, la visita di controllo, l'aperitivo con gli amici, la laurea, persino la messa e il funerale. Zoom passò da una decina di milioni di partecipanti giornalieri a circa trecento milioni in pochi mesi. La parola "call", fino ad allora un anglicismo da open space, è entrata nel lessico di tutti, nonni compresi.

Dall'uso lavorativo si è passati così a una logica, come dire, multidisciplinare, collaudata nelle solitudini domestiche dei blocchi per evitare la diffusione del virus. Era una necessità, ed era giusto che lo fosse. Ma le abitudini nate dall'emergenza hanno la caratteristica di non andarsene quando l'emergenza finisce.

Oggi l'uso, e soprattutto l'abuso, passa attraverso una miriade di piattaforme che ci riempiono lo smartphone di app e la giornata di notifiche. È divertente osservare come ognuno di noi finisca per avere le sue preferenze, difese con la convinzione di un tifoso: chi giura su Teams, chi non si separa da Meet, chi trova Zoom insuperabile. I risultati, a ben vedere, sono difficilmente distinguibili. Si vede, si sente e, ogni tanto, si pianta tutto nel momento più importante, tra un "mi sentite?" e un "scusate, si è bloccato".

Perché l'abuso, a guardarlo da vicino, è reale. La call è diventata il riflesso condizionato di ogni problema: c'è una questione da chiarire? Facciamo una call. Una decisione da prendere? Call. Un aggiornamento da condividere? Call, magari con la telecamera accesa e dieci persone che aspettano il proprio turno per dire due frasi. Quante riunioni avrebbero potuto essere una mail di cinque righe? Quante sono diventate collegamenti a catena, uno dietro l'altro, senza il tempo di un caffè o di una camminata tra una stanza e l'altra, che nel lavoro "in presenza" erano pause naturali?

Il fenomeno ha persino un nome, "Zoom fatigue", ed è stato oggetto di studi seri. Tra le cause indicate dai ricercatori ci sono il fissare per ore volti molto ravvicinati, la fatica di decifrare segnali non verbali che sullo schermo si perdono, l'abitudine di vedere continuamente la propria faccia, come davanti a uno specchio che non si può spegnere e la quasi totale immobilità. Chi ha passato una giornata intera in call sa di cosa parlo: la sera si è stanchi in un modo strano, senza aver fatto niente di fisico.

Poi ci sono i dettagli che solo questa epoca poteva inventare: il microfono rimasto aperto mentre si commenta il collega, il gatto che attraversa lo schermo, il fondale virtuale che si dissolve proprio sul più bello, l'abbigliamento elegante dalla cintola in su. Sono episodi comici, certo, ma raccontano qualcosa di più serio: il confine tra lavoro e vita privata si è assottigliato fino a sparire, e la casa è diventata un ufficio, un'aula e un salotto nello stesso metro quadro.

C'è poi un paradosso, quello che mi colpisce di più. La tecnologia che doveva avvicinarci rischia di sostituire l'incontro vero, quello in cui ci si guarda negli occhi, si offre un caffè, si coglie un'esitazione prima di una risposta, si capisce da una stretta di mano se un accordo è davvero chiuso. Molte cose, nel lavoro e nella politica, si decidono nei corridoi, nei minuti prima e dopo la riunione e quei minuti nello schermo non esistono.

E il futuro? Credo che la strada sia un equilibrio più maturo, non un ritorno indietro. Il lavoro ibrido, con giorni in presenza e giorni a distanza, ha mostrato che la distanza non è più l'ostacolo di un tempo, e per le comunità di montagna come la nostra questo è un guadagno enorme: un collegamento può significare ore di viaggio risparmiate, servizi più vicini ai cittadini, opportunità per chi vuole restare a vivere e lavorare in Comuni nelle vallate senza sentirsi tagliato fuori.

Intanto l'intelligenza artificiale sta entrando nelle piattaforme: trascrizioni automatiche, riassunti delle riunioni, traduzioni simultanee che potrebbero abbattere le barriere linguistiche e permettere a chiunque di parlare con chiunque, ciascuno nella propria lingua. Sarà utile, specie per chi la riunione l'ha persa o per chi deve ritrovare in fretta una decisione presa tre settimane fa. Gli ambienti immersivi, dagli avatar alla realtà virtuale, promettono invece di restituire un po' di quella presenza fisica che lo schermo ha tolto, ma per ora faticano a convincere: indossare un visore per una riunione di lavoro non sembra, ai più, un'idea irresistibile.

Forse la lezione è questa: la tecnologia giusta è quella che si sa spegnere. La videoconferenza è stata, e resta, una conquista preziosa, e rifiutarla sarebbe tanto sciocco quanto subirla. Sta a noi usarla quando serve, con regole semplici: riunioni brevi, telecamera accesa quando aiuta e non per obbligo, qualche pausa vera tra un collegamento e l'altro, un ordine del giorno che giustifichi il tempo di tutti.

E rinunciarvi, senza sensi di colpa, quando basterebbe una telefonata, una mail o, meglio ancora, una stretta di mano. Quella, finora, nessuna piattaforma è riuscita a trasmetterla.