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03 nov 2026

Il dissenso non è un’offesa: riscoprire l’arte del confronto

di Luciano Caveri

Chissà perché è diventato così difficile confrontarsi. In politica il fenomeno è evidente: una progressiva polarizzazione in campi avversi ha fatto perdere la capacità di mediazione. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Colpisce come questo approccio sia l'effetto di un fenomeno più generale, l'incapacità di confrontarsi in modo leale e pacato. Esiste una fibrillazione che attraversa la società e ci rende sempre più chiusi a riccio nelle nostre convinzioni.

Una parte della spiegazione può venire dai famosi algoritmi che regolano la comunicazione sul Web, che accarezzano il nostro ego, abituandoci a cavalcare senza dialettica l'onda delle nostre convinzioni. Non è un'intuizione solitaria.

Esiste il rischio di vivere in un ecosistema informativo personalizzato, dove ciascuno vede soprattutto ciò che conferma i propri gusti e le proprie idee, senza accorgersi di ciò che resta fuori. Vengono chiamate in modo suggestivo “camere dell'eco", vale a dire i gruppi composti da persone che la pensano allo stesso modo tendono a radicalizzarsi: a forza di sentirsi dare ragione, si finisce su posizioni più estreme di quelle di partenza.

Penso che valga anche per certe manifestazioni di piazza che emergono in questo periodo con dei tam tam che aggirano pure chi dovrebbe prevedere, con logiche di intelligence, certe vicende di ordine pubblico.

Torno al punto: quando incontriamo davvero qualcuno che la pensa diversamente, ci troviamo impreparati. Trovarsi a discutere con chi non la pensa come noi accentua la nostra aggressività e stronca la necessità di ascoltare gli altri.

Fatemi aggiungere che la crisi profonda dei partiti politici è una generale crisi di associazioni nel settore del volontariato ci ha privati di palestre di pensiero, dove le persone venivano non solo formate, ma scoprivano il lato più bello della socialità che diventava un elemento di conoscenza reciproca.

Ascoltare ed essere ascoltati è un esercizio intelligente ma sempre più difficile e il confronto, su qualunque tema, rischia di degenerare in discussioni con toni sopra le righe. Ci siamo disabituati alla naturale tenzone che nasce quando si incontra chi, legittimamente, la pensa in modo diverso. Quel "legittimamente" è la chiave di tutto: il dissenso non è un'offesa, è la condizione normale della vita in comune.

Lo aveva capito già John Stuart Mill, che in Sulla libertà scriveva: "chi conosce solo il proprio lato della questione ne sa poco". Per Mill anche la nostra convinzione più solida resta fragile, quasi un pregiudizio, se non è mai stata messa alla prova dall'obiezione. L'avversario non è un fastidio da eliminare, ma un alleato involontario nella ricerca della verità.

Penso che dialogare davvero significhi mettere in conto che l'altro possa avere qualcosa da insegnarci, e che noi possiamo uscirne arricchiti. Chi entra in una discussione già certo di non muoversi di un millimetro non sta dialogando, sta solo aspettando il proprio turno.

In Italia, a questa tradizione ha dato voce soprattutto Norberto Bobbio. Nell'Elogio della mitezza ha rivalutato una virtù fuori moda: quella di chi non pretende di sopraffare l'altro, rinuncia alla prepotenza e lascia all'interlocutore lo spazio per essere ciò che è. Non è debolezza, ma il contrario dell'arroganza. Bobbio ha poi sempre rivendicato il compito degli intellettuali di seminare dubbi più che raccogliere certezze, e questo lo rendeva insofferente verso ogni fanatismo, di qualunque parte.

Anche Gustavo Zagrebelsky, in Contro l'etica della verità, ha sostenuto che la democrazia vive di un certo scetticismo salutare: chi si crede depositario di una verità assoluta tende a considerare la discussione una perdita di tempo, o peggio un tradimento. La democrazia, invece, si regge sull'idea che nessuno abbia da solo tutte le risposte.

Non mi chiamo fuori. Capita anche a me di riscaldarmi eccessivamente, e si sa che quando si fanno faville l'incendio rischia di accendersi e lo spegnimento diventa complesso. Il rimedio resta quello che si insegnava una volta, e saggiamente: contare fino a dieci e ragionare sulle posizioni altrui. Un gesto minimo, quasi banale, eppure oggi controcorrente.

Se ho qualche attenuante, è che ho sempre cercato soluzioni di fronte a temi complessi, per portare a casa il massimo consenso fra posizioni differenti. È accaduto soprattutto nella scrittura di documenti. Mi è sempre piaciuta la mediazione, e mi è sempre piaciuto partire dalla parola scritta, che alla fine "congela", in certe situazioni, pensieri diversi, magari riuscendo a trovare il famoso "idem sentire".

La locuzione deriva da un calco della celebre formula «idem sentire de re publica» («avere le stesse idee, la stessa visione sul bene pubblico / sullo Stato»), frequente nelle opere filosofiche e politiche romane.

Oggi "idem sentire" non significa pensarla allo stesso modo, ma condividere un terreno comune di valori, regole e sensibilità che permette di dissentire senza smettere di riconoscersi. È un "sentire" più che un "pensare": un'appartenenza di fondo, non un'uniformità di opinioni.