Non si sa ancora bene quale direzione prenderà e come proseguirà la protesta dei liceali in Francia. Certo non è il Sessantotto con buona pace di alcuni nostalgici e direi che non ha neppure niente a che fare con certe confuse proteste - che pure vissi io stesso da liceale - alla metà di quegli Settanta che diventarono purtroppo in Italia, con una definizione truce tratta da un film tedesco, “gli anni di piombo”. Da giovane cronista seguii a Torino una serie di omicidi politici.
Questa fiammata francese è di certo un’importante mobilitazione sociale, che è partita a metà settembre nelle banlieue parigine e si è diffusa a livello nazionale. Protagonisti sono gli studenti delle superiori (15-18 anni), con adesione di universitari, insegnanti, genitori e sindacati. Le richieste principali riguardano la carenza di docenti, le classi sovraffollate, gli edifici degradati e la piattaforma di orientamento superiore nota come Parcoursup, considerata come ansiogena e stressante.
La novità rispetto al passato sono stati i video virali sui Social e l’evidente difficoltà per un Governo appeso a una maggioranza parlamentare risicata di fornire risposte a temi concreti e non ideologici.
Dal fine settembre il movimento si è allargato a macchia d’olio: prima nell’Île-de-France, poi a Marsiglia, Lione, Lille, Strasburgo e poi in tutto il Paese. I blocchi hanno subito coinvolto fino a oltre 1.000 lycées su circa 3.700 (picchi di centinaia di chiusure totali o parziali). Si sono uniti studenti universitari (con occupazioni di campus, anche di istituti élite), sindacati degli insegnanti e genitori. In alcuni luoghi ci sono stati episodi di violenza: barricate con cassonetti incendiati, scontri con la polizia (lacrimogeni, granate assordanti), danni a scuole e infrastrutture.Bilancio pesante: quasi 7.000 persone fermate (circa l’86% minorenni), centinaia di feriti tra studenti, personale scolastico e forze dell’ordine. Casi gravi includono un 15enne che ha perso una mano a Lens per una granata e altre ferite serie.
C’è stato attualmente un rallentamento evidente del movimento. Il Governo francese ha annunciato un piano d’emergenza: invio di circa 3.000 insegnanti supplenti (soprattutto TZR) nelle scuole più critiche (114 classificate “rosse” e circa 400 “arancioni”). Il Primo Ministro Lecornu ha promesso misure concrete entro fine ottobre, finanziate senza nuovi grandi stanziamenti.
Il prossimo appuntamento importante è l’“atto V” previsto per oggi con appelli a sciopero, blocchi e manifestazioni da parte di organizzazioni lycéennes, studentesche e diversi sindacati degli insegnanti.
La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon è accusata - e mi pare che sia davvero così - di fomentare e amplificare la protesta, anche se il movimento era nato da problemi concreti nelle scuole, ma rischia ora di essere sempre più eterodiretto.
Il Governo francese ha parlato di “surenchère irresponsable”, di progetto politico di “bordéliser le pays” (mettere in disordine il Paese) in vista delle presidenziali 2027 e di ambiguità sulla violenza. Marine Le Pen (Rassemblement National) ha usato toni simili, parlando di “émeutes” organizzate da professionisti e supervisionate da deputati di “La France Insoumise”, che mira alla radicalizzazione.
Oltre a LFI, sono presenti elementi di ultra-sinistra (trotzkisti, collettivi radicali) e i sindacati studenteschi (come l’Union syndicale lycéenne) che organizzano e chiamano alle giornate nazionali. Alcuni leader di questi sindacati hanno legami noti con LFI. Non risulta un’organizzazione centralizzata unica, ma un’amplificazione politica chiara da parte di LFI su un malcontento preesistente e reale sulla scuola pubblica.
Purtroppo tutta acqua al mulino della Le Pen, perché le manifestazioni di piazza, specie se venate di violenze, accrescono le possibilità di veder passare parecchi elettori dall’area moderata all’estrema destra.