Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
12 ott 2026

L’autonomia comunale, radice antica della libertà valdostana

di Luciano Caveri

Ottant’anni fa in questi giorni, dopo lo svuotamento della democrazia comunale a causa del Fascismo, si votò di nuovo in Valle d’Aosta e finalmente con l’elettorato attivo e passivo per le donne.

Sono stato chiamato a ricordare una legge costituzionale del 1993, di cui fui proponente, che rispetto al primo assetto dello Statuto di autonomia valdostana del 1948 consentì un significato passo in avanti con l’ottenimento della competenza primaria sull’Ordinamento degli enti locali, aprendo uno spazio ampio di libertà per la legislazione regionale.

Ma l’occasione è valsa per ricordare le radici della salda pianta dell’autonomia comunale. Pianta, peraltro, che - seguendo antichi rituali - esiste anche fisicamente! Visto che da noi la “pianta del sindaco” (anche pianta dou sèndic, planta di sènteucco o arbre du syndic / plante syndicale) è un’antica tradizione. Si tratta di un rituale con cui, in molti comuni valdostani, si festeggia l’elezione (o la rielezione) del sindaco. Un gruppo di persone del paese – amici e sostenitori dell’eletto – sceglie nel bosco un abete rosso alto e diritto, lo taglia, lo prepara e lo innalza vicino alla casa del primo cittadino. La pianta viene spesso privata dei rami (lasciando solo un ciuffo in cima, detto bosquet), scortecciata e decorata con bandiere e fiori di carta.

Dicevo delle radici, che riportano - e ne ho solo accennato, ma qui approfondisco - allo strordinario tema del popolamento delle Alpi nell’opera di Paul Guichonnet e Luigi Zanzi, due autori che hanno superato il vecchio stereotipo delle Alpi come barriera invalicabile, mettendone in luce la natura di spazio antropico, di ponte e di cerniera culturale.

Guichonnet ha analizzato il popolamento come un processo progressivo. Dai primi stanziamenti cacciatori-raccoglitori del Mesolitico fino alla rivoluzione neolitica e all'età del bronzo, l'uomo alpino ha gradualmente imparato a risalire i fondovalle e ad addentrarsi nei solchi intra-alpini. Per Guichonnet, la presenza umana nelle alte quote è strettamente legata all'economia pastorale (transumanza e alpeggio) e all'esigenza di controllo dei valichi commerciali. Il popolamento non è mai stato isolato: i passi alpini (dal San Bernardo al Brennero) hanno generato comunità di valle che vivevano del "traffico" e della manutenzione delle vie di comunicazione. Il popolamento crea un mosaicum etnico e linguistico (romanico, germanico, slavo) in cui l'adattamento all'ambiente montano (limiti della vegetazione, gestione del bosco, terrazzamenti) ha plasmato un'identità comune pur nella diversità delle parlate e delle tradizioni civili.

Per Zanzi il popolamento delle Alpi non è la semplice occupazione geografica di uno spazio difficile, ma un vero e proprio "progetto di civiltà". La montagna non è un margine passivo dell'Europa, bensì un "laboratorio" in cui le popolazioni hanno sperimentato forme originali di convivenza e di autogoverno. Il popolamento per Zanzi ha generato istituzioni originali. Le comunità d'alta quota, spinte dall'esigenza di gestire risorse scarse e ambienti fragili, hanno sviluppato forme di "democrazia comunitaria" e di autonomia amministrativa (le consorterie, le communitates alpine) che hanno rappresentato una risposta istituzionale unica nel panorama europeo.

I Comuni valdostani nascono, come istituzioni di autogoverno locale, nel Medioevo (XII-XIII secolo). In quel periodo le comunità rurali e le "parrocchie" ottennero progressivamente forme di autonomia amministrativa dai signori feudali, in particolare tramite le franchigie: la più celebre è la Charte des franchises del 1191, concessa da Tommaso I di Savoia alla città di Aosta, che garantiva diritti e libertà ai suoi abitanti. Molto si istituzionalizzò con il celebre « Edit du Roi portant Règlement pour l'Administration Économique » di Carlo Emanuele III di 264 anni fa. Il regolamento fu emanato nei domini sabaudi di lingua francese (in particolare per il Duché d'Aoste e le province alpine) per uniformare l'organizzazione municipale al modello piemontese. Definì la figura della comune in senso moderno, riordinò la gestione contabile/finanziaria e codificò la figura del secrétaire communal (segretario comunale) per la tenuta dei registri e l'assistenza ai sindaci (syndics).

Con l'avvento di Carlo Alberto di Savoia e la successiva concessione dello Statuto Albertino (1848), l'ordinamento periferico venne radicalmente ammodernato.

Durante la Seconda Guerra d'Indipendenza, avvalendosi dei pieni poteri conferiti al Governo, il ministro dell'Interno Urbano Rattazzi promosse una riforma globale dell'amministrazione locale. Questo provvedimento rappresenta la riforma sabauda dei comuni per antonomasia.

Con la Legge 20 marzo 1865, n. 2248, nota anche come Legge Lanza, il modello sabaudo definito da Rattazzi fu definitivamente "piemontesizzato" e consolidato come legge sull'ordinamento comunale e provinciale del Regno d'Italia. Stesse regole per tutti i comuni, indipendentemente dalle peculiarità geografiche o storiche.

Il Fascismo applicò in Valle d’Aosta una politica sistematica di italianizzazione linguistica, culturale e amministrativa. Questa politica colpì direttamente i comuni, i loro nomi, le amministrazioni e la vita quotidiana della popolazione. Dal 1926, come nel resto d’Italia, gli organi elettivi (sindaco, giunta e consiglio) furono aboliti e sostituiti dai podestà, nominati dal governo. Furono inoltre accorpati alcuni piccoli comuni.

Con il primo decreto luogotenenziale dopo la Liberazione tornarono i Comuni con la fisionomia e denominazione attraverso un lavoro del Consiglio Valle di nomina del CLN, ma lo Statuto del 1948 diede alla Valle d’Aosta poteri flebili sugli Enti locali.

Un vulnus che mi vanto di avere cambiato nel 1993, allargandolo in più a tutte le Autonomie Speciali (solo la Regione siciliana aveva una competenza esclusiva) Nel solco di quanto scrisse Émile Chanoux, uno dei padri dell’Autonomia: “L'autonomia comunale e regionale non è soltanto una forma non contraria ai bisogni attuali dei popoli e un retaggio del passato; ma è essenzialmente una condizione essenziale di vita moderna”.