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30 set 2026

La stagione di mezzo

di Luciano Caveri

L'autunno non è una stagione declinante, come potrebbero suggerire le giornate che si accorciano, i primi freddi, una natura che sembra ritirarsi. È, al contrario, una stagione piena: di prodotti della terra, di colori fantastici come il feuillage sulle mie montagne, di un'intimità diversa da quella della bella stagione.

Molti poeti ne hanno cantato le doti, invitandoci a lasciar perdere ogni tristezza e a prendere ciò che ci viene offerto. Certo, la metafora della vita come ciclo delle stagioni porta con sé un velo di nostalgia per il tempo che passa. Ma sulle Alpi, dove vivo, esiste un calore vitale che non dipende dal clima che si rinfresca: nasce da ciò che siamo chiamati a cogliere in questa stagione di mezzo.

Se dovessi scegliere un solo senso per raccontare l'autunno, sceglierei l'olfatto. Basta aprire la porta di casa al mattino: l'aria è più sottile, più pulita, e porta con sé odori che l'estate non conosceva.

Arrivano le castagne, i funghi, i tartufi, le zucche. Poi le mele, le noci, l'uva. La desarpa riporta le mandrie giù dagli alpeggi e in Valle d’Aosta si avvicina la finale delle Reines, le bovine combattenti.

Poi ci sono gli occhi. Chi vive in montagna sa che il feuillage non è uno spettacolo che si guarda: è una condizione in cui si è immersi. I larici si accendono d'oro, i faggi passano dal verde al rame, i mirtilli e gli aceri virano al rosso, e tra un versante e l'altro il bosco sembra una tavolozza rovesciata sulla roccia. Così come le montagne sono minerali e rocciose, aspettando la neve.

C'è un momento, nel tardo pomeriggio, in cui la luce è radente e crea effetti altrimenti impossibili quando il sole è a picco. L'udito, in autunno, cambia registro. Spariscono i rumori dell'estate e tutto diventa più felpato: il crepitio delle foglie sotto gli scarponi, il vento tra i rami ormai più spogli, lo scroscio di un torrente ingrossato dalle piogge e il silenzio, dove c’è, crea un senso di pace.

L'autunno ci riporta dentro, ma non in solitudine: in una vicinanza più raccolta, fatta di cene lente e pigre con conversazioni più raccolte e persino prospettiche per quanto ci attende.

Per molti di noi l'autunno ha avuto, prima di tutto, il volto di ottobre, quando la scuola iniziava il 1 del mese: il banco da riconquistare.

Da bambini quel rientro era spesso vissuto come una condanna: la fine della libertà, il ritorno ai compiti, alla sveglia presto, al tran tran. Eppure era anche l'inizio di una vita comunitaria che, mentre la si viveva, non sapevamo di vivere. Solo dopo, a distanza di anni, ci accorgiamo di quanto fosse preziosa quella vicinanza obbligata, quel condividere ore, banchi e stagioni con persone che non avremmo scelto e che invece ci sono rimaste dentro.

Forse è per questo che l'autunno, ancora oggi, ci porta un pizzico di malinconia dolce quando sentiamo il vociare di una scuola che riapre. Non è nostalgia di un tempo perduto, ma riconoscenza: quella stagione ci ha insegnato che si cresce insieme.

Non sorprende che l'autunno, con i suoi ricordi e le sue soglie, sia una delle stagioni più amate dalla poesia. John Keats, nella sua celebre ode, la dipinge come la stagione della maturazione, dell'abbondanza quieta: frutti che gonfiano, api che credono che il caldo non finirà mai, campi di stoppie tinti di rosa dal sole che tramonta. Keats non piange ciò che finisce: guarda ciò che è compiuto, e lo trova bello. E nell'ultima strofa ricorda che anche l'autunno ha la sua musica, come la primavera.

Rainer Maria Rilke, in Giorno d'autunno, parte da un gesto quasi di preghiera: riconosce che l'estate è stata grande e chiede ai frutti di finire di maturare, alle vigne di ricevere gli ultimi giorni di sole. Ma è nel finale che la poesia si fa più intima e più vera. Chi non ha casa, dice Rilke, non se ne costruirà più una; chi è solo resterà a lungo solo, vegliando, leggendo, scrivendo lunghe lettere, e vagando inquieto tra i viali mentre le foglie cadono. Qui l'autunno è tempo di raccoglimento, di consapevolezza, persino di un certo coraggio.

Giuseppe Ungaretti, con la sua essenzialità, ci ricorda invece la fragilità. In pochissime parole paragona la condizione dei soldati in trincea a quella delle foglie sugli alberi in autunno. È un'immagine di precarietà, e non nasconde la malinconia. Ma proprio l'accostamento ci dice qualcosa: la foglia che sta per cadere è ancora lì, aggrappata, viva. La fragilità non cancella la vita: la rende preziosa.

La metafora delle stagioni della vita ci ha abituati a pensare all'autunno come al tempo del "dopo": dopo la giovinezza, dopo l'estate, dopo il momento migliore. Ma chi ha camminato in un bosco d'ottobre sa che non è così. L'autunno non è il dopo: è il durante. È il momento in cui i frutti sono maturi, in cui il lavoro dell'anno diventa raccolto, in cui ciò che abbiamo seminato si lascia finalmente toccare.

Sulle Alpi lo si capisce meglio che altrove. È un tempo operoso e insieme contemplativo, in cui il freddo che si avvicina non spaventa perché ci si sente pronti. Il calore vitale di cui parlavo non viene dal termometro, ma del senso di comunità, di cui fa piacere far parte.