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29 set 2026

La voce e lo scritto: una rincorsa lunga 100mila anni

di Luciano Caveri

Il linguaggio parlato e la scrittura appartengono a due epoche enormemente diverse. Il primo è un tratto biologico e culturale antichissimo, la seconda un'invenzione più recente e documentabile.

Per il linguaggio non esiste una data di nascita, perché non lascia fossili. Gli studiosi lavorano su indizi genetici, anatomici e archeologici. La stima più discussa, basata su studi genomici recenti, colloca la capacità linguistica ad almeno 135.000 anni fa, quando le popolazioni di Homo sapiens iniziarono a separarsi. Poiché tutti i gruppi umani successivi hanno un linguaggio pienamente sviluppato, quella capacità doveva esistere già prima della grande divisione. L'uso simbolico e sociale si sarebbe diffuso circa 100.000 anni fa, insieme alle prime tracce sistematiche di pensiero astratto: incisioni, ocra, perle, decorazioni. Altri studiosi, come Steven Mithen e Daniel Everett, spingono forme rudimentali di linguaggio fino a Homo erectus, 1,6 milioni di anni fa.

La scrittura ha una datazione molto più chiara. Nasce in Mesopotamia, a Uruk, tra il 3400 e il 3200 a.C., come sistema di segni per registrare beni e transazioni su tavolette d'argilla. Evolve poi nel cuneiforme, che rappresenta anche i suoni. Quasi in parallelo compaiono i geroglifici egizi, e più tardi sistemi indipendenti in Cina (circa 1200 a.C.) e in Mesoamerica. Con la scrittura si passa convenzionalmente dalla Preistoria alla Storia: memorie, leggi, conti e testi letterari si fissano in modo duraturo, senza dipendere dalla trasmissione orale. In sintesi: la voce ha almeno 100.000 anni di vantaggio sulla scrittura, che ne ha poco più di 5.000.

Da questa premessa arrivo alla mia esperienza. Ero un ragazzino, un giornalista in erba, quando la radio mi folgorò: l'oralità fu un colpo di fulmine. Nel frattempo cominciavo a scribacchiare su qualche giornale. Poi la svolta: la radio contrattualizzata, la TV e infine la Rai con entrambe. Entrato in politica ho continuato a usare la penna e la parola in modi diversi.

Oggi la pluralità degli strumenti informativi mi stupisce. Scrivo sul mio blog circa cento righe al giorno su temi vari, poi rimbalzo su X e su LinkedIn in versione più breve. Da qualche tempo registro audio per Top Italia Radio, Radio Reporter e Radio 101, in forma di podcast disponibili su Spotify. Lo stesso vale per un podcast sulla montagna pubblicato su NosAlpes e poi su Spotify. Tutto il materiale finisce anche sul mio profilo WhatsApp.

Guardando la mia storia in controluce si vede un movimento più grande: oralità e scrittura si inseguono da sempre, e nessuna delle due ha mai davvero superato l'altra.

Prima venne la voce, per decine di millenni. La scrittura nacque per servirla: fissare ciò che la parola, per sua natura, disperde. Conti, leggi, racconti. Poi la scrittura prese il sopravvento e per secoli la cultura fu soprattutto cultura del testo. La voce restò, ma come qualcosa di effimero, da mettere per iscritto per renderlo serio.

Nel Novecento la tecnologia ribalta la situazione. Il telefono, la radio, la televisione restituiscono alla parola una portata immensa. Lo studioso Walter Ong parlò di «oralità di ritorno»: una voce che non è più quella del villaggio, ma è amplificata, registrata, diffusa. È il mondo in cui sono cresciuto io, tra microfono e taccuino.

Internet sembrava restituire la scena alla scrittura: blog, post, messaggi, un'esplosione di testo. Ma la scrittura digitale ha spesso il ritmo e il tono del parlato, con frasi brevi, familiarità, immediatezza. E subito dopo la voce è tornata, con i podcast, i messaggi vocali, gli audio su WhatsApp. Il testo, a sua volta, la insegue: le trascrizioni, i sottotitoli, i riassunti scritti dei contenuti audio.

Perché punto sulla voce? Perché per molti è diventato lo strumento più comodo, a scapito, purtroppo, della lettura. Ma la scrittura resta l'ossatura del pensiero: anche un buon podcast nasce quasi sempre da un testo pensato, e leggere è l'esercizio che ci allena a ragionare con calma.

La sfida di oggi non è scegliere tra voce e scrittura, ma tenerle in equilibrio. Come è successo per centomila anni, è probabile che l'una continui a rincorrere l'altra.

Ed io, nel mio piccolissimo, ho giocato con entrambe le espressioni umane: una voglia di esprimermi e di pensare che mi piace e finisce per essere una salutare ginnastica mentale. Mi fa molto piacere avere una serie di persone che mi seguono, chi più chi meno, in questo cammino quotidiano.