Ognuno ha la propria ricetta per il futuro dell’Autonomia valdostana. È talmente difficile immaginare il domani — e già il presente, così frenetico e sfuggente, spesso ci scappa sotto i piedi — che è del tutto legittimo figurarsi scenari anche molto diversi tra loro.
Ciò che più mi preoccupa, tuttavia, forte di un’esperienza sul campo che non mi si può negare, è l’atteggiamento di attesa passiva degli eventi. Non ho mai sopportato il lasciarsi vivere, il tran-tran rassicurante, l’idea che in fondo le grandi questioni storiche e istituzionali si possano risolvere da sole, per una sorta di fatalismo rassegnato.
In momenti come questo, l’espressione che mi torna in mente con forza è un celebre principio strategico: “La miglior difesa è l’attacco”.
Non si tratta di una massima dalla paternità unica, bensì di una lezione universale consolidatasi nella storia. Ne troviamo le tracce nella visione tattica di Scipione l’Africano, che nel 204 a.C. portò il conflitto direttamente a Cartagine per costringere Annibale a lasciare l’Italia; nella saggezza millenaria di Sun Tzu, che nell’Arte della Guerra spiegava come la difesa serva a preservare le forze ma sia solo l’iniziativa a portare alla vittoria; fino alle formalizzazioni di Carl von Clausewitz, che vedeva nella difesa una forma di resistenza passiva destinata a soccombere se non convertita in controffensiva, e di George Washington, convinto che le operazioni offensive fossero l’unico vero mezzo di salvaguardia.
Capisco che attingere a un linguaggio d’impronta militare possa infastidire o sembrare anacronistico. Ma la logica sottesa a questo principio calza perfettamente con l’azione e il confronto politico moderni.
Come ha spiegato il sociologo Norbert Elias in Sport e civilizzazione (scritto con Eric Dunning), la democrazia e le istituzioni parlamentari nascono proprio come sublimazione del conflitto bellico: la pacificazione dei costumi, la nascita del sistema parlamentare e il monopolio statale della violenza sono, per Elias, tre facce dello stesso processo storico. Le assemblee democratiche, attraverso quella che lui chiama “sportivizzazione” della politica, hanno sostituito lo scontro armato con un confronto regolato da procedure, dibattiti e votazioni — un conflitto addomesticato, non un conflitto negato.
Come sottolineava anche Norberto Bobbio, la democrazia non è altro che un insieme di regole che permette di risolvere i conflitti “contando le teste invece di tagliarle”. Perfino nelle sue critiche, un teorico come Carl Schmitt riconosceva al parlamento la funzione originaria di spazio in cui la discussione razionale sostituisce la decisione violenta.
Trasportare la regola strategica dell’attacco sul piano politico e istituzionale significa quindi rifiutare il logoramento dell’attesa. Nel corso dei secoli, questo principio è passato dal campo di battaglia allo sport, fino al mondo dell’innovazione e del business: difendere la propria posizione senza innovare o senza prendere l’iniziativa porta inevitabilmente alla perdita del campo.
Per la Valle d’Aosta e per la sua Autonomia vale esattamente lo stesso principio. Custodire le prerogative conquistate non significa arroccarsi in una difesa statica del passato o aspettare passivamente le decisioni che arrivano da Roma o da Bruxelles. L’Autonomia si difende solo se la si fa evolvere, se si ha il coraggio di proporre, di innovare, di guidare i processi anziché subirli, come purtroppo rischia di avvenire con la recente legge elettorale per le prossime elezioni Politiche.
Ma un’autonomia che rinuncia all’attacco non è più autonomia: è amministrazione dell’esistente, gestione del declino con eleganza. Le battaglie che l’hanno costruita — quelle vere, quelle che hanno riempito le piazze e le aule di Roma — non sono state vinte aspettando che qualcuno, altrove, decidesse per noi. Sono state vinte da chi ha avuto il coraggio di prendere l’iniziativa quando tutti consigliavano prudenza.
Oggi la partita si gioca di nuovo, e si gioca sul filo dell’iniziativa. L’attesa passiva porta solo all’irrilevanza. È il momento di scegliere: continuare a subire le regole scritte da altri, o tornare a scriverle. Per l’Autonomia valdostana, oggi più che mai, la miglior difesa è tornare ad attaccare.