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06 set 2026

Todos caballeros, ovvero l’inflazione dell’autonomismo

di Luciano Caveri

Mai perdere lo spirito di osservazione, che resta uno strumento utile nella vita quotidiana. Ed è utile applicarlo a questioni vicine e lontane perché serve a illuminare aspetti che altrimenti resterebbero seminascosti.

Ad esempio, ogni tanto mi dico: ma, in fondo, chi te lo fa fare di alzare il fastidioso ditino e dire: scusate ma com’è possibile che alla fine in Valle d’Aosta tutti si proclamino autonomisti? Una vera inflazione che svaluta la preziosa moneta dell’autonomismo. E d’altra parte, chi si mette sul petto una medaglia di latta quale tipo di sanzione rischia?

Nessuna. Non esiste un ente certificatore dell’autonomismo e, anche in caso di certificazione farlocca, non esiste il rischio di incappare nel falso ideologico — reato che consiste nell’attestare un contenuto non corrispondente alla realtà all’interno di un documento materialmente autentico (cioè non contraffatto, non alterato, non creato falsamente nella forma).

Per cui esiste un singolare “liberi tutti”, e non soccorre neppure il reato di contraffazione che, in senso stretto, è la creazione ex novo di un documento che imita uno autentico (con firme, timbri, intestazioni false).

L’unica chiave, alla fine, è l’esplorazione del passato: le cose dette, i comportamenti tenuti, gli atti concreti. Da questi si desume che esistono dei contaballe che si autocelebrano come autonomisti e che — usciti dal codice penale e infilatisi nel territorio più scivoloso della morale — potrebbero vedersi contestare, sorridendo, il travestitismo o le “false spoglie”. Con un manifestino si potrebbe persino ipotizzare, per gioco, la sostituzione di persona e l’usurpazione di titoli.

Perché il punto non è tanto chi sventola la bandiera con convinzione antica, quanto chi la issa solo quando il vento gira dalla parte giusta. Il camaleonte politico ha una grammatica riconoscibile, anche senza fare nomi: vota le riforme accentratrici quando servono a Roma o al partito, e il giorno dopo si scopre paladino dell’autonomia se c’è una platea da convincere. Firma documenti, poi li archivia nella memoria come si fa con gli errori di gioventù. Cambia casacca con la disinvoltura di chi cambia sciarpa a seconda della stagione, ma pretende che la coerenza altrui venga certificata col bollino, mentre la propria si giudica “in divenire”.

Non è disonestà nel senso penale — lo abbiamo detto, qui il codice tace — è piuttosto un’estetica del travestimento morale: l’autonomismo diventa un vestito buono, tirato fuori dall’armadio per le occasioni, e riposto subito dopo, senza che nessuno chieda conto della naftalina.

Non ci resta, come consolazione, che il “Castigat ridendo mores”, celebre motto che significa «corregge i costumi ridendo» (o «castiga i costumi col riso»). La frase è attribuita al poeta neolatino francese Jean-Baptiste de Santeul (1630-1697), ideata per il busto di Arlecchino sul proscenio della Comédie-Italienne di Parigi.

Ma, a essere precisi, esiste una frase più adatta per celebrare gli autonomisti che si definiscono tali per tattica, convenienza e persino per sfrontatezza: “Todos caballeros” (in spagnolo, “tutti cavalieri”), usata in modo ironico e spesso dispregiativo nella politica e nel dibattito pubblico italiani.

La frase si lega a una tradizione — di dubbia autenticità storica — su Carlo V d’Asburgo. Durante una sosta ad Alghero (Sardegna, allora di influenza catalana) tra il 7 e l’8 ottobre 1541, l’imperatore avrebbe risposto a una folla che reclamava titoli nobiliari o onorificenze con qualcosa come «Estad todos caballeros» («Siate tutti cavalieri»). Le versioni variano: ricompensa per la fedeltà della città, concessione a pochi cittadini, o modo frettoloso di liquidare i postulanti. Le fonti storiche non concordano pienamente, e alcuni la considerano una leggenda, una delle prime “fake news” della storia moderna.

Oggi l’espressione indica l’estensione indiscriminata di privilegi, titoli, benefici o riconoscimenti a un’intera categoria — o a tutti — così da annullarne di fatto il prestigio e la selettività. Situazioni in cui “tutti si proclamano vincitori”, o tutti ricevono lo stesso trattamento speciale, livellando verso l’alto senza merito reale.

Nel nostro caso di scuola, “todos caballeros” serve invece per avere una patente in autocertificazioni di fedeltà a un autonomismo militante — rilasciata senza esame, senza commissione, senza il rischio di una bocciatura. Peccato che poi, a conti fatti, non ci voglia molto a scoprire l’inganno: basta guardare gli atti, non le dichiarazioni d’intenti. Basta chiedersi, di ognuno, non “cosa dice oggi” ma “cosa ha fatto ieri, quando nessuno guardava”.

E lì, spesso, la medaglia di latta perde lucentezza da sola — senza bisogno di magistrati, senza bisogno di leggi. Basta la memoria, e un po’ di quello spirito di osservazione da cui siamo partiti.