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05 giu 2026

Sui risvolti dell’antipolitica

di Luciano Caveri

Capita. Può essere ad un tavolo di un ristorante in una gita fuori porta. Oppure sulla sdraio in spiaggia. O ancora sulla cabinovia in montagna.

Capita di orecchiare certi discorsi sulla politica che non cambiano mai.

Si passa dal ”sono tutti uguali” al ”bisticciano nelle aule e poi vanno a mangiare assieme”, dal ”si riempiono i portafogli” al “privilegi: vogliono solo quelli”.

Il vizio italiano dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo, nutriti di demagogia e populismo, resta sempre acceso come la Fiamma Eterna al Milite Ignoto nel Monumento accanto alle mura del Cremlino, a pochi passi da Piazza Rossa.

In tanti anni di politica professionale (fare gli eletti va fatto in modo professionale), ho visto cicli mutevoli della politica italiana con carriere lunghe come la fame, apparizioni e sparizioni subitanee, salita alle stelle e discesa nelle stalle e viceversa, leader buoni e cattivi, colleghi straordinari e cialtroni da competizione.

Di questi ultimi - anche nella politica valdostana - custodisco gelosamente un elenco periodicamente aggiornato e ne ho un’altro con coloro che - amiconi quando hai un ruolo elettivo - spariscono in modo subitaneo, come cuori spezzati, appena non lo sei più.

Lo specchio della politica somiglia spesso agli specchi deformanti del labirinto degli specchi di un Luna Park, un’attrazione classica e divertente. Si tratta di specchi (convessi e concavi) che distorcono l’immagine del corpo in modi esilaranti: ti fanno apparire altissimo e magrissimo, bassissimo e grassottello, con la testa enorme o le gambe lunghissime. È pura fisica della luce con un po’ di magia da luna park.

C’è di tutto a finire in politica e a decidere gli eletti sembra che sia il Caso e non il voto dei cittadini, che scelgono nelle urne e poi diventano vittime di amnesie e tendono a fare di ogni erba un fascio.

Questo “vizio” non è solo contemporaneo. Già nel Risorgimento e nell’Italia post-unitaria si lamentava la retorica, il trasformismo e la corruzione (pensiamo a Manzoni o a De Sanctis). Nel Novecento, scrittori come Flaiano, Montanelli, Guareschi o Biagi hanno trasformato la critica politica in un genere quasi letterario.

Proprio Flaiano scagliava frecce come queste:” La situazione politica in Italia ma non è seria“.

C’è un vecchio detto altrettanto cinico che dice: "In Italia la campagna elettorale dura fino al giorno del voto; il giorno dopo inizia il tiro al bersaglio”. È un cortocircuito affascinante della cultura politica italiana.

Negli ultimi anni il fenomeno si è ampliato anche ai social che agiscono come innesco esplosivo: la critica politica è continua, immediata e spesso molto emotiva e finisce spesso per avvelenare i pozzi della democrazia con la complicità di politici che non sono all’altezza del compito affidato loro.

L’antipolitica trasforma il confronto politico in scontro esistenziale: “noi puri contro loro corrotti”. Questo alimenta divisioni sociali, riduce la capacità di compromesso e aumenta il rischio di instabilità. In Italia si è visto un circolo vizioso: cattiva politica genera antipolitica, che a sua volta produce politica peggiore con spazio per estremismi che inquietano.

Molti passano dalla critica alla totale disaffezione: non votano, non partecipano. Questo lascia campo libero a minoranze organizzate chiassose o a chi cavalca l’onda emotiva. La scarsa partecipazione indebolisce la legittimità democratica.
Quando la politica è delegittimata, spuntano tecnocrati, giudici, mercati o influencer. Può sembrare una soluzione temporanea, ma rafforza l’idea che “la politica non serve”.

Certo l’antipolitica resta un sintomo utile (segnala distacco tra cittadini e élite), tuttavia se da malattia si trasforma in terapia diventa rischiosa perché l’autocrazia incombe. La soluzione non è difendere a tutti i costi la “casta”, ma migliorare la politica: più trasparenza, responsabilità, competenza e vicinanza ai problemi reali.

Intendiamoci: molta antipolitica nasce da fallimenti reali: corruzione, distanza dalla gente, casta autoreferenziale. Quindi non si può liquidarla come semplice ignoranza. Ma le risposte che genera sono quasi sempre peggiori delle domande che pone.