Il Festival di Sanremo è il volto dell’Italia? Non so rispondere se davvero sia così.
Sicuramente è un’icona, cioè una sorta di rappresentazione di dove siamo e lo dico con affetto e un velo di preoccupazione per un Paese che sembra destinato più alla nostalgia del passato che allo sguardo verso il futuro.
Questo Festival della canzone ha dimostrato una resistenza inconsueta, pur con alti e bassi, finendo per essere un tormentone sul calendario.
Esprimere qualche dubbio direi che è esercizio arrischiato, perché in replica si esibiscono i numeri degli ascolti televisivi e l’audience è un’ossessione di una RAI allo sbando. Il calo di queste ore, però, suona come un ammonimento.
A me, infatti, forse con cinismo degno di miglior causa e senza considerarmi eretico, vengono in mente - visto pezzi di Sanremo 2026 - “le buone cose di pessimo gusto”, una delle espressioni più celebri di Guido Gozzano, il noto poeta piemontese (1883-1916).
Compare nella poesia “L'amica di nonna Speranza”, in cui descrive un salotto borghese di metà Ottocento, pieno di oggetti kitsch, démodé, accumulati con ingenuo orgoglio piccolo-borghese.
Il mio non è snobismo, ma una constatazione amara, essendo il Festival come una persona cara e esprimere qualche perplessità non è altro che guardare la realtà.
La frase gozzaniana, per proseguire il parallelo, ricorre due volte: la prima tra parentesi, come commento ironico: “i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!”); la seconda nel verso più famoso: « il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto”.
Cosa sono esattamente queste "buone cose di pessimo gusto"?
Gozzano elenca un inventario di cianfrusaglie tipiche del salotto ottocentesco "per bene" ma di gusto discutibile (secondo il metro estetico del primo Novecento e del poeta stesso): dal Loreto impagliato (il pappagallo impagliato) sub fiori in cornice (fiori finti o pressati incorniciati) dai frutti di marmo protetti dalle campane di vetro agli scrigni fatti di valve (conchiglie) , dagli oggetti col monito "salve", "ricordo", dalle noci di cocco ai ventagli e ai centrini all’uncinetto.
Sono oggetti "buoni" nel senso di evocativi, carichi di ricordi, di sentimentalismo familiare, eccessivi, privi di raffinatezza estetica agli occhi di Gozzano (influenzato dal decadentismo e dal distacco ironico).
Come faccio io con Sanremo, Gozzano non disprezza queste cose: le guarda con nostalgia crepuscolare, un rifugio nel passato rassicurante.
Così il palco dell’Ariston, i presentatori in tiro, l’orchestra che suona, il mix di cantanti, i mazzi di fiori, le prime file con i dirigenti RAI e le starlette, la claque dei cantanti, le frotte di giornalisti in trasferta, le misteriose giurie che spesso partoriscono classifiche sospette.
Il crepuscolarismo di Gozzano come genere letterario viene dalla parola crepuscolare, che è un termine suggestivo che spazia dalla meteorologia alla letteratura, evocando quasi sempre un'idea di passaggio, ombra e malinconia.
Deriva dal latino crepusculum e si riferisce a tutto ciò che è relativo al crepuscolo, ovvero quel momento di luce incerta che precede il sorgere del sole o segue il suo tramonto. nel primo Novecento, rispetto ai toni eroici o roboanti (come quelli di D'Annunzio), i crepuscolari cantano le "piccole cose", la quotidianità grigia, la malattia, la malinconia e gli ambienti provinciali.
Sanremo è davvero la musica italiana in provincia con i fasti che furono del Casinò municipale.
In zoologia si definiscono "crepuscolari" quegli animali (come i pipistrelli o le lucciole) che sono attivi principalmente durante l'alba o il tramonto.
Ecco, Sanremo come un pipistrello, che si aggira come un fantasma del passato, cercando spazi difficili nella modernità.