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03 feb 2026

Le Alpi come cerniera europea

di Luciano Caveri

Sono reduce da pochi giorni di sci in una località dell’Alta Savoia.

Considero per un valdostano un obbligo morale e pure assai pratico conoscere le zone oltralpe a noi vicine.

Questo vale naturalmente per ragioni storiche e culturali per i percorsi comuni assai profondi vissuti da quando le Alpi hanno cominciato ad essere popolate.

Le frontiere, irrigidite dagli Stati nazionali, hanno creato barriere innaturali e certe zone sono diventate off limits per gli uni e per gli altri.

Piano piano, con l’integrazione europea, certe ferite si stanno rimarginando, ma esistono dei gap da colmare con impegno. A scuola si insegnano le storie patrie, accentuando l’approccio statalista. Così con la geografia, che racconta dei territori italiani anche più distanti e non descrive le zone limitrofe ad un tiro di schioppo.

Immagino che siano troppi gli studenti valdostani che, ormai avvolti in un mondo globalizzato che tutto standardizza, si chiedano del perché di questo francese che si insegna da noi. È un cascame di un’epoca che non c’è più o una saldatura con un passato che si può attualizzare con popoli vicini di casa, come francesi e svizzeri romandi?

Non è accettabile che si sposi la tesi di chi dice che basta l’inglese, lingua franca contemporanea. Più lingue, più chances e il francese è ben vivente e offre, nel caso valdostano, una porta d’ingresso per capire meglio il flusso millenario della comunità cui si appartiene e ci permette la finestra sulla francofonia mondiale.

È un’occasione in più, non in meno e una chiave di lettura per capire chi siamo e da dove veniamo. La sparo grossa: un modo per volerci bene e tenere stretta un’identità. Non solo perché alla base del nostro particolare ordinamento giuridico, ma occasione per evitare di finire omologati in una massa indeterminata, mantenendo una propria personalità specifica e irripetibile. Le civiltà umane sono una straordinaria ricchezza che differenzia e arricchisce. Essere valdostani e cittadini del mondo non è in contraddizione.

Dal mio punto di osservazione in questa breve vacanza, guardavo queste montagne attorno a me, in diverse situazione: un sole reso ancora più abbacinante dal manto nevoso; una giornata nebbiosa con le vette come fantasmi sotto una nevicata copiosa.

Le Alpi come collante: un mondo sottoinsieme del mondo intero, che va vissuto in comunione con chi ci vive per una stagione semplice. I territori simili creano gli stessi problemi da risolvere ed è normale - e neppure particolarmente ingegnoso - confrontarsi sul da farsi e capire come su medesime situazioni cosa e come si è agito.

Legami di vicinato, insomma, che si sposano, nel caso del territorio alpino, con la necessità di essere reciprocamente collaborativi.

Si tratta, in fondo, di sostanziare quella strategia macroregionale alpina oggi non ancora valorizzata dalla politica e affidata a funzionari che agiscono meccanicamente e senza quel soffio vitale che è un dovere per gli eletti.

Come si fa a non evocare il pensiero profondo del geografo Paul Guichonnet. Ricordava come le Alpi non siano una semplice cornice naturale per diventare un territorio politico a pieno titolo, prodotto storico dell’interazione tra ambiente, società e potere. Questa prospettiva offre una chiave fondamentale per ripensare oggi le politiche territoriali alpine, superando visioni marginalizzanti o puramente ambientaliste.

Ci raccontava - ed io gli ero amico - come lo spazio alpino è stato luogo di attraversamento, di scambio e di mediazione, in cui comunità locali hanno costruito reti economiche, istituzioni e culture politiche adattate a un ambiente difficile ma non ostile. In questa lettura, la montagna non è periferia, bensì cerniera tra regioni e Stati, uno spazio che connette piuttosto che separare.

Sono territori abitati, dotati di saperi, autonomie e capacità decisionali. Le comunità alpine, lungi dall’essere residui del passato, rappresentano forme storiche di gestione sostenibile delle risorse, basate su equilibri di lunga durata tra uso del suolo, mobilità e coesione sociale. Ignorare questa dimensione significa produrre politiche estrattive o turistiche che rompono tali equilibri.

Governare le Alpi responsabilmente vuol dire riconoscere il valore delle comunità che lo abitano e restituire centralità a uno spazio che, da secoli, è e resta al cuore dell’Europa.