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02 feb 2026

Balzac e la critica che deborda

di Luciano Caveri

Leggo ogni tanto, per l’evidente caratura intellettuale, il Cardinale Gianfranco Ravasi su X.

Mi piace come, nella brevità degli spazi a disposizione, si possa accendere una luce.

Scrive il Cardinale: ”Il romanziere francese Honoré de Balzac scriveva che «la critica è una spazzola da non usare sulle stoffe leggere, dove porterebbe via tutto». Ma essa è indispensabile sul tessuto pesante e polveroso dei luoghi comuni, della sicurezza altezzosa e dell'accordo a tutti i costi”.

Bello scavare in questa frase, tratta da uno dei capolavori di Honoré de Balzac, il romanzo "Illusioni perdute" (Illusions perdues), pubblicato tra il 1837 e il 1843. 

In francese la frase suona così "Mon cher, la critique est une brosse qui ne peut pas s'employer sur les étoffes légères, où elle emporterait tout".

Nel romanzo, queste parole vengono pronunciate da Étienne Lousteau, un giornalista cinico e navigato, mentre istruisce il giovane e ingenuo protagonista, Lucien de Rubempré, sui meccanismi spietati dell'editoria e del giornalismo parigino.  Balzac usa la metafora della spazzola - ripresa da Ravasi con arguzia - per spiegare che la critica feroce e analitica può distruggere un'opera fragile o superficiale (le "stoffe leggere"), non lasciandone traccia.

Sebbene nel romanzo la frase sia usata con un certo cinismo professionale, essa sottolinea come la critica non debba essere un accanimento gratuito su opere modeste, ma uno strumento necessario per "scuotere" e ripulire ciò che è diventato pesante, polveroso e scontato, come i luoghi comuni o l'ipocrisia sociale. 

Balzac stesso aveva un rapporto tormentato con la critica: la considerava spesso un "luogo di perdizione del pensiero" (i giornali), ma ne riconosceva la forza necessaria per analizzare i mali della società francese. 

Questa storia della critica è interessante in un mondo in cui il diritto di critica, specie in politica ma non solo, sembra debordare.

Ormai i giornali languono, mentre i Social e i talk show o salotto televisivo sono la quintessenza della critica violenta e polemica, attizzata in Italia specialmente dalla foga dei like e dalla ossessione dell’audience.

La colpa in TV è di conduttori scarsi che non sanno tenere i dibattiti e appunto invitano polemisti alla amatriciana che insozzano ogni possibilità di dialogo. Seguo con regolarità la TV francese e livelli così ignominiosi non si raggiungono mai.

Sui Social basta aprirne uno o decidere di non entrarci mai per evitare certa aria mefitica, come ho fatto io con Facebook. Il sociologo polacco Zygmunt Bauman ha inventato la definizione “comunità di appendiabiti” (peg communities) per descrivere una forma di socialità debole, temporanea e superficiale, tipica della modernità liquida.

L’appendiabiti serve solo per “appendere” qualcosa per un tempo limitato e lo si vede con certe polemiche che si susseguono senza sosta.

Queste comunità non creano legami profondi o duraturi, non richiedono responsabilità reciproche come si vede su certo vuoto pneumatico, esistono finché sono utili a un bisogno immediato (emotivo, identitario, mediatico).

Si “appendono” paure, malevolenze, indignazione, cattiverie e poi se ne vanno, senza che la comunità lasci un segno stabile, passando ad altre critiche e ad altri capri espiatori. Ci sono professionisti del genere che debordano.

Ma preoccupano in particolare i raggruppamenti eccitati da eventi, scandali o paure collettive, comunità emotive nate intorno a un nemico comune, aggregazioni effimere sui media e, oggi diremmo, sui social network.

Sulla critica come sport italiani già decenni fa scrisse con verve Ennio Flaiano. “L'insuccesso mi è salito alla testa". Flaiano descriveva un'Italia che critica per invidia e che non perdona il successo altrui.

Profetico lo scrittore Pier Paolo Pasolini, che fu tra i primi a capire come la TV in Italia avrebbe trasformato il dialogo in uno scontro violento e vuoto e chissà cosa direbbe dei Social. Vedeva nella televisione un mezzo che destinato a deprivare la cultura reale per sostituirla con un "edonismo del consumo", dove la critica è solo rumore.

Oggi i decibel ci travolgono.