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15 gen 2026

Perché la guerra?

di Luciano Caveri

Ho scritto più volte come purtroppo le guerre impazzino nel mondo e si finisca per essere preoccupati di finirci dentro. Il “no alla guerra” resta un sentimento nobile, ma bisogna sempre adoperare il vecchio adagio di Orazio ”Modus in rebus”

Scriverò un’enormità per alcuni, ma sia chiaro come resti legittimo l'uso della forza per legittima difesa (penso all’eroica Ucraina) per proteggere i diritti umani fondamentali contro le dittature (penso alla necessità di intervenire in qualche modo in Iran contro la teocrazia assassina).

Leggevo su Le Monde il giornalista Pascal Triché sull’inquietante interrogativo - che per altro credo colpisca qualunque credente, specie con i Papi che ripetono all’infinito appelli alla Pace - ”Perché la guerra?”.

Il giornalista ricorda - ed io ne avevo già letto in passato - una bella storia.

Questo l’incipit: ”A questa domanda si sono dedicati, all'inizio degli anni '30, due dei più grandi geni della storia: Albert Einstein e Sigmund Freud. L'odore acre della Grande Guerra aleggia ancora sull'Europa. Come oggi, tutto sembra grigio. La crisi economica mondiale colpisce le democrazie e si dubita della loro capacità di affrontarla. Benito Mussolini consolida il suo potere in Italia. In Germania, paese umiliato dalle condizioni fissate dal Trattato di Versailles, l'instabilità economica e politica favorisce l'ascesa del NSDAP, il partito nazista di Adolf Hitler. È in questa cupa atmosfera che l'antenato dell'Unesco, l'Istituto Internazionale di Cooperazione Intellettuale, creato sotto l'egida della neonata Società delle Nazioni per favorire il dialogo scientifico e culturale, propone ad Albert Einstein di avviare uno scambio epistolare con una persona a sua scelta sul tema della guerra. Esiste un modo per liberarne gli esseri umani?”.

Vien anzitutto da dire che a questo serve la Storia: un ammonimento perenne.

Prosegue il giornalista più avanti: “Il 30 luglio 1932, Einstein invia una lettera a Freud, che gli risponde a settembre. Questo scambio viene pubblicato l'anno successivo col titolo "Perché la guerra?" ("Warum Krieg?"). In Germania, dove Hitler prende il potere il 30 gennaio 1933, l'opuscolo circolerà clandestinamente.

Nella sua breve lettera, Einstein chiede come rendere l'umanità «più resistente alle psicosi dell'odio e della distruzione». Abbozza un'analisi quasi marxista: è un piccolo gruppo «poco numeroso ma deciso», i mercanti di armi e altri profittatori, a spingere verso la guerra. Il popolo, invece, non manifesta naturalmente sete di sangue, ma viene manipolato dalle élite che controllano «la scuola, la stampa e quasi sempre le organizzazioni religiose». Tuttavia, si chiede perché le persone comuni si lascino infiammare fino al sacrificio e conclude: «L'uomo ha in sé un bisogno di odio e di distruzione».

La risposta di Freud è molto più lunga. La guerra lo ossessiona: nel 1914 i suoi tre figli furono arruolati. Egli collega il conflitto al suo concetto di "pulsione di morte". Secondo Freud, gli istinti umani si riducono a due categorie: quelli che vogliono conservare e unire (Eros) e quelli che vogliono distruggere e uccidere (Thanatos). L'essere vivo preserva la propria vita distruggendo l'altro. Impossibile sbarazzarsi di questa pulsione; al massimo la si può «incanalare» affinché non si esprima attraverso la guerra”.

Triché approfondisce: “Dopo la Prima Guerra Mondiale, lo sguardo sulla guerra cambia: non è più vista come un atto d'onore. In Francia, il pacifista Alain sostiene che la guerra è colpa di «coloro che hanno il compito di pensare» (scienziati, storici, filosofi) che vi acconsentono. Simone Weil propone invece un prisma materialista: bisogna analizzare i rapporti sociali che la guerra implica. Henri Bergson, nel 1932, descrive la guerra come un prodotto della «morale chiusa», volta alla sopravvivenza del gruppo, dove l'invadenza dell'altro porta alla «guerra di sterminio».

Freud, nella sua risposta, omaggia implicitamente Thomas Hobbes. Quando scrive che la guerra si evita solo istituendo una «potenza centrale», parafrasa il filosofo del Leviatano. Hobbes sostiene che la guerra è inerente allo «stato di natura» per via dell'avidità o della paura umana: è la guerra di «tutti contro tutti». Solo l'autorità dello Stato può garantire la sicurezza.

Un secolo dopo, Jean-Jacques Rousseau si scaglia contro il «terribile sistema di Hobbes». Per lui, l'uomo è «naturalmente buono» e la società lo deprava. Lo Stato non protegge gli uomini dalla guerra, ma la produce per giustificare la propria esistenza”.

Temi complessi, come la conclusione dell’articolo: “Il filosofo Frédéric Gros si dice deluso dalla risposta di Einstein e Freud: invocare una pulsione di morte significa rispondere a un enigma con un altro enigma. Egli difende una posizione inversa: se c'è qualcosa di naturale nell'uomo, è la pace. La guerra è un processo storico che può essere sconfitto, ma per farlo bisogna smettere di vedere la pace come una fragile vernice artificiale destinata a scrostarsi”.

Personalmente non ho risposte, ma constatazioni: si macinano idee positive, ma le guerre persistono.