I libri fanno pensare

Il libro di Ivano DionigiI libri, quando esprimono pensieri arricchenti di autori penetranti che ci regalano spunti interessanti con le loro parole, restano, in questi tempi difficili, un punto di riferimento. Abbiamo vissuto e forse stiamo ancora vivendo momenti di disprezzo nei confronti della cultura nel nome di una confusa idea - purtroppo non nuova - che il sapere sia un avversario del fare. Questo fastidio per gli "intellettuali" è una specie di piovra che alimenta antichi fantasmi.
Come una luce, di fronte a certi momenti bui, sta appunto in chi elabora idee e non è detto che si debba per forza essere sempre d'accordo con loro, perché quel che conta è lo stimolo che deriva dal confronto.
Segnalo un libro - edito da Solferino - "Osa sapere" con sottotitolo "Contro la paura e l'ignoranza" di Ivano Dionigi, presidente di "AlmaLaurea" e della "Pontificia Accademia di Latinità", già Rettore dell'Università di Bologna, che perora a fondo le ragioni della Scuola e della Cultura con questo assunto: «Servono non opinioni (dóxai) ma, direbbe Empedocle, "pensieri lunghi" che facciano da sutura tra tanta frammentazione dei saperi, da connessione tra i vari punti, da relazione tra le singole parti. I conflitti sono sempre di ignoranza, mai di cultura. La prima difesa della democrazia è la difesa dell'intelligenza».

Ma lo fa da elementi di complessità come questo: «Se poniamo mente al fatto che ogni minuto nascono cinquantasette africani, trentadue cinesi, ventinove indiani e meno di un italiano (per l'esattezza due ogni tre minuti) e che meglio di noi non se la passano anche gli altri Paesi europei, capiamo bene che tra un secolo, se e quando sarà fatta l'Europa, gli europei non ci saranno più. La sola Nigeria dagli attuali centottantaquattro milioni di abitanti passerà a quattrocento nel 2050; allora un abitante del mondo su quattordici sarà europeo: all'inizio del Novecento lo era uno su quattro. Questi numeri ci dicono che - ai fini della nostra stessa sopravvivenza - gioverà sia accantonare i nostri primati sia stipulare un'alleanza tra il vecchio Occidente e i giovani Oriente e Sud del mondo».
Mi conforta in questo la sua visione europeista: «In varietate concordia ("Unità nella diversità") scelto dal Parlamento europeo il 4 maggio 2000 per segnalare l'intradiversità delle lingue (per citare solo le neolatine: francese, spagnolo, italiano, portoghese, rumeno) nell'interdiversità delle culture (mediterranea, nordica, orientale); un motto, quello europeo, ben più rispettoso e problematico del motto nazionale degli Stati Uniti d'America, "E pluribus unum" ("Da molti, uno")».
Ma anche il richiamo ai comportamenti: «Una delle cause principali della volgarità attuale è l'incuria delle parole, che necessita di una ecologia linguistica non meno urgente di quella ambientale; e parlare scorrettamente, diceva Platone, oltre a essere una cosa brutta in sé "fa male anche all'anima" (Fedone)».
E in questo la cultura classica e umanistica resta nei suoi ragionamenti un faro: «Già Tucidide, alla vigilia della guerra del Peloponneso, individuava nell'uso ingannevole della parola il sovvertimento della vita civile: "pretesero persino di cambiare la consueta accezione delle parole in rapporto ai fatti, sulla base di ciò che ritenevano giustificato. La temerarietà sconsiderata fu ritenuta coraggiosa solidarietà di partito; la prudente cautela, speciosa vigliaccheria; l'equilibrio, ammantata codardìa; l'assennatezza in tutto, inerzia verso tutto; l'impetuosa impulsività fu accreditata a un temperamento virile; il riflettere con calma, in nome della sicurezza, a suadente, pretestuosa riluttanza" (La guerra del Peloponneso)».
E Dionigi aggiunge due pensieri che illuminano la scena. Il primo: «La tradizione intesa con Mahler come salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri; con Goethe, come eredità da conquistare e non già come un patrimonio inerte da custodire; con i classici, come sapere affidato alla "lampadoforìa", la trasmissione ininterrotta della fiaccola di generazione in generazione, e non - direbbe Bacone - alla "tremula fiaccola del singolo". La nostra preoccupazione deve essere la stessa di chi ci ha preceduto: farci carico di chi verrà dopo di noi. L'Università ci fa il dono di entrare in quello che Agostino chiamava "il palazzo della memoria", e quindi di porci in relazione con tutto ciò che siamo; con l'eredità della storia, che ci soccorre nel capire e nel cambiare, e che, mentre ci preserva dall'essere "gli uomini del momento" (Chateaubriand) o "i servitori della moda" (Nietzsche), ci consente di distendere l'arco del tempo e di guardare contemporaneamente avanti e indietro. E' questa percezione del tempo e del continuum che -oltre a farci partecipi di una grande comunità che non muore - ci permette di "pro-gettare", proiettarci in avanti e guardare al futuro, e ci preserva dall'ubriacatura del nuovismo e dall'abbaglio di credere che il presente si riduca alla novità e che la novità esaurisca la verità. Quella, la verità, non vive dell'oggi e non è alleata del presente, ma vive del domani ed è alleata del futuro: perché la verità ha sempre da essere».
Il secondo: «La sfida è consegnata non solo alle Università, ma anche e ancor prima alla Scuola: palestra dei fondamenti del sapere e crocevia del futuro, se crediamo con Friedrich Nietzsche che a essa spetti il compito di formare "cittadini" e non semplicemente utili "impiegati". Il che oggi significa formare cittadini digitali consapevoli, come essa ha fatto in passato prima con i cittadini agricoli, poi con i cittadini industriali e infine con i cittadini elettronici».
Applausi e un consiglio per una buona lettura.

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