Autonomie locali, il bancomat dello Stato

Pier Carlo Padoan, ministro delle finanzeIn vista delle elezioni amministrative, regionali e comunali (da noi queste ultime sono anticipate al 10 di maggio), preparatevi alla grancassa della politica italiana attorno al ruolo decisivo delle autonomie locali. Peccato che in queste ore a dire il contrario - visto che i soldi non faranno la felicità, ma senza non si governa - arriva il "Def", di cui si attendono i dettagli, ma le notizie già note sono cupe e poco importa come ci si arriverà: non con tagli diretti ma con artifizi e carichi burocratici sempre più perversi. Penso, a proposito, che ne abbiamo abbastanza delle fumisterie verbali all'insegna de #lavoltabuona per nascondere la realtà.
Si tratta - fuor d'acronimo - del "Documento di Economia e Finanza", che sostanzialmente anticipa le linee che verranno concretizzate nella manovra finanziaria per il 2016 e fissa i contenuti che ci saranno in quel documento - ormai non più di sintesi, ma organizzato come le vecchie Finanziarie in omnibus, cioè si moltiplicano i soggetti delle norme - che si chiama "Legge di Stabilità".

Ebbene: anche questa volta con precisione millimetrica i "risparmi" più cospicui, come annunciati, riguarderanno Comuni e Regioni (le Province, si sa, sono rinate dalle proprie ceneri). Si tratta di una batosta dai contorni ancora in parte indeterminati, ma per l'ennesimo volta lo Stato e il Governo Renzi (già sindaco di Firenze e dunque si sarebbe dovuto mostrare più benigno di certi predecessori a Palazzo Chigi...) si apprestano ad una tosatura, resa forse più facile dal gran fracasso, che talvolta non distingue il bene dal male, attorno alla "Sprecopoli" del sistema autonomista.
Questa campagna, persino ridicola nel "rapporto Cottarelli" (Carlo Cottarelli era stato indicato come Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica) che è stato di recente reso noto, dimostra un certo analfabetismo istituzionale sul ruolo delle Regioni e degli Enti locali, ma fa sì che alcuni cittadini, quelli meno avveduti, godano dei tagli, inconsci delle reali ricadute di un uso indiscriminato delle forbici. Taglia di qua, taglia di là - mentre lo Stato aumenta la spesa pubblica - e le conseguenze saranno pesantissimi ridimensionamenti dello Stato Sociale. Per non fare aumentare le tasse a livello centrale, lo Stato - che poi ne prende una parte cospicua, specie in Valle d'Aosta - fa fare da gabelliere ai Comuni e taglia in modo unilaterale i trasferimenti alle Regioni, compresa la nostra, un tempo tutelata dalla rigidità del riparto fiscale, sgretolata in larga parte da una recente sentenza della Corte Costituzionale.
La manovra è a tenaglia, se si tiene conto della Riforma costituzionale in corso, che pure è sparita per un attimo dagli schermi, dopo essere stata decisiva per qualche tempo (manca, in realtà, ancora il voto del Senato per completare la prima lettura!). Quella riforma statalista per eccellenza ha nel centralismo il proprio punto di riferimento, dopo anni di generale innamoramento attorno al federalismo, ora buttato via assieme all'autonomismo della Costituzione vecchia e specie di come venne riscritta nel 2001. Si torna indietro di brutto e questo a beneficio di una visione, che magari chiamare autoritaria è per ora eccessivo, ma che vuole portare su Roma ogni decisione importante. Il sistema autonomistico anche questa volta - con Sergio Chiamparino per le Regioni e Piero Fassino per i Comuni (entrambi PD della vecchia guardia comunista che hanno svoltato verso il renzismo) - preannuncia, pur sfottuti da un Renzi sempre più solista, che la misura è colma e che certi tagli rischiano di mettere a repentaglio la vita stessa del sistema autonomistico. Urla e strepiti già uditi in un recente passato, che poi hanno visto grandi ritirate di fronte alla pervicacia, direi persino il disinteresse, del Generale Renzi, che va avanti come un rullo compressore non preoccupandosi del rischio che le macerie prima o poi lo seppelliscano.
Ma questi sono i tempi che viviamo, mentre imperversa pure una nuova stagione di "Tangentopoli" e gli onesti si sentono sempre più dei fessi, domandandosi se la storia del lieto fine, con i cattivi sconfitti come nelle favole, sia un modo per tenerci tutti buoni. Mentre a vincere sono gli altri.
Spero davvero non sia così.

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