Brutta storia essere un ignavo

L'ingresso dell'inferno secondo Dante nella 'Separazione delle anime' di Luca SignorelliScegliere è un obbligo, nella vita e anche in politica. Non si può, come capita ad alcuni anche nella Valle d'Aosta di oggi, evitare di schierarsi o star fermi in posizioni pregresse non più condivise, ma che si mantengono senza convinzione, in una logica di attendismo che puzza di opportunismo o di un "lasciarsi vivere".
Intristisce, infatti, che per alcuni sia preferibile questa scelta di far finta di niente, in attesa di vedere che cosa avverrà. Schierarsi, insomma, sarebbe - per certi "cuor di leone" - da farsi rigorosamente a bocce ferme per evitare di sbagliare cavallo. Certo che chi parteggia, quando i giochi sono ancora aperti, qualche rischio se lo assume, ma - con Alessandro Manzoni - "uno il coraggio non se lo può dare".
Il ricorso ai Classici, per rappresentare il mondo in cui viviamo, è uno straordinario soccorso, che ci viene dal mondo della cultura, senza il quale saremmo dei poveracci nel buio della cronaca. Questa risorsa, bagaglio prezioso, mostra anzitutto come esistano nell'umanità dei tratti distintivi che, attraversando le epoche, restano validi nella loro universalità. D'altra parte, sarebbe ridicolo sforzarsi a trovare delle spiegazioni odierne, quando c'è chi ha già saputo farlo in modo esaustivo e esemplare e dunque non c'è bisogno di ripetersi.
Che la "Divina Commedia" di Dante sia, anzitutto, un testo politico è visibile dal fatto che, nell'Inferno, le prime anime dannate evocate da Dante siano gli ignavi, gli indifferenti alla politica, "color che sono sospesi" e non parteggiano. In campo religioso, il peccato sarebbe stato veniale, da finire in Purgatorio, ma in Dante vibra una personale indignazione.
Perciò non è niente affatto un caso se il grande poeta fiorentino, ancora prima di passare l'Acheronte, posiziona gli ignavi, cioè i pusillanimi, che hanno vissuto tutta la vita senza scegliere fra bene e male. Per questo stanno fuori dall'Inferno vero e proprio, in una sorta di vestibolo detto antinferno, terribile terra di nessuno. Il "contrappasso", cioè il rapporto che Dante pone fra peccato e pena da scontare, è l'obbligo di inseguire incessantemente un'insegna bianca (quindi priva di significato, proprio perché in vita non seppero seguire degli ideali), essendo tormentati da insetti che pungono, con il sangue delle punture mischiato alle lacrime, che viene poi raccolto ai loro piedi da vermi schifosi. Questo gruppo di dannati è un'invenzione dantesca, che forse suscita qualche perplessità dottrinale per questa condizione di "sospensione", ma è una scelta di Dante per ricordare come, nella società comunale imbevuta di politica, spesso con decisioni secche e senza sfumature, decidere dove stare, anche al di là di certe convenienze, era un obbligo. Chi non lo fa, oggi come allora, diserta, anzitutto, dalla propria coscienza. Specie se - in un immobilismo/astensionismo ambiguo e svilente - aspetta solo di vedere chi vinca o chi perda per, infine, manifestarsi.

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