Banzai!

Lo stregatto di 'Alice in Wonderland' di Tim BurtonNell'epoca in cui la Seconda Guerra mondiale era per me solo rappresentata nei primi giornalini a fumetti, mi colpivano molto le strisce che rappresentavano i giapponesi contro i miei miti d'allora, i soldati australiani con il caratteristico cappello a larghe falde.
Il giapponese faceva impressione per quello strillo, che era un vero e proprio grido di guerra, «Banzai!», usato anche - come urlo prima dello schianto - in quelle immagini che rappresentavano gli attacchi aerei suicidi dei kamikaze contro le navi degli Alleati.
Se ho ben capito, leggendo da varie parti, in quel contesto - come negli assalti di fanteria - l'espressione voleva dire qualcosa tipo: «Lunga vita all'imperatore!». Mentre normalmente la parola composta, oltretutto di origine cinese, significherebbe, molto pacificamente e in modo del tutto beneaugurale, «diecimila anni di vita», che diventa poi - ripetuta tre volte - come il nostro orlo di giubilo «Evviva!». Chissà se è davvero così: il confronto con altre culture è sempre da prendere con le pinze e con il rischio di una gaffe incombente.
Ma prendiamolo per buono per dire dello stato della politica in Italia e in Valle d'Aosta. Il clima di scontro, in entrambi gli scenari, resta elevatissimo e si mischiano negli aderenti alle forze politiche - in modo schizofrenico - i due sentimenti, quello dello scontro con gli altri («Banzai!» come attacco verso l'avversario) o quello di una propria affermazione («»Banzai!» come grido di giubilo).
Atteggiamenti entrambi legittimi, ma che forse allontanano dalla realtà. L'esperienza mi ha portato ormai a diffidare di "larghe intese" e di "governissimi", modello oggi in atto a Roma, perché snaturano il principio democratico, che prevede una maggioranza ed un'opposizione. Credo che con correttezza si debba ragionare sui singoli dossier, nel rispetto dei propri ruoli, sapendo che non è una stranezza che l'opposizione miri a governare.
Questo è quanto manca del tutto ad Aosta, dove un potere autocratico (una persona decide per tutti, in barba a meccanismi democratici che sono in questo caso pura facciata) impedisce un corretto rapporto dialettico fra chi governa e chi fa opposizione per la convinzione di fondo che certi meccanismi di confronto siano solo una perdita di tempo. Questo appare nella sostanza, anche se non lo dice mai esplicitamente in uno straordinario equilibrismo fra quel che avviene concretamente e quello che si vorrebbe far intendere all'opinione pubblica, specie con il messaggio «non posso lavorare, perché me lo impediscono», ma è naturalmente uno specchietto per le allodole.
Credo che sia il primo atteggiamento (uniti benché molto diversi, perché obbligati da qualcosa di immanente) che il secondo comportamento ("non possumus", nel senso di negare reali aperture per risolvere i problemi) non portino da nessuna parte.
Come si legge in "Alice nel Paese delle Meraviglie" del bizzarro Lewis Carroll, alias Charles Lutwidge Dodgson: "«Gatto del Cheshire», chiese Alice. «Mi diresti per favore, che strada devo prendere per andarmene da qui?»
«Dipende molto da dove vuoi andare», disse il Gatto. «Non mi importa molto il dove», disse Alice. «Allora non importa quale strada prendi», disse il Gatto"
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