blog di luciano

AlpMed occasione da non perdere

Ci sono passaggi politici importanti, che spesso accelerano e decelerano a seconda delle circostanze e anche delle volontà di chi governa.
Nei giorni scorsi - e l’esempio è significativo - ha ripreso il suo cammino, dopo una vera e propria eclissi, l’Euroregione AlpMed.
Mi assumo a pieno la responsabilità di avere pensato e poi ad aver operato per la nascita di questo strumento, normato con un regolamento europeo del 2006 poi aggiornato nel 2013 e che è servito per far nascere accordi importanti in diverse zone dell’Unione europea.
Chi ha scritto del tema anni fa in un articolo a carattere giuridico è stata mia moglie, Mara Ghidinelli, che seguì a suo tempo il dossier: ”Basta un semplice colpo d’occhio alla carta geografica per rendersi conto che lo spazio compreso tra il Rodano, il Ticino ed il Golfo di Genova forma un’entità geografica omogenea, di cui le Alpi costituiscono la spina dorsale. Uniti e separati più volte nel corso della storia già a partire dall’antichità, questi territori hanno conservato la loro identità seppure all’interno di due diversi Stati: le montagne e le frontiere non sono riu- scite a cancellare o inquadrare in rigide categorie o territori popolazioni e culture di italiani, francoprovenzali, francesi e occitani.
Quella dell’Euroregione Alpi-Mediterraneo è una storia di prossimità che è stata caratterizzata da una lunga alternanza di unioni e di separazioni decise a Parigi, Vienna o Madrid, senza tenere minimamente in considerazione le volontà, i desiderata e le affinità dei popoli interessati. Un trascorso dunque di scomposizioni e ricomposizioni territoriali, di cui uno degli ultimi episodi, probabilmente il più significativo degli ultimi cinque secoli, fu, nella seconda metà del XIX secolo, la separazione tra Italia e Francia del Regno di Sardegna.
Il 18 luglio 2007, a circa centocinquanta anni dal Trattato di Torino, la spinta volontaristica e consapevole della storia ha fatto il suo corso e i rappresentanti di Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Provence-Alpes-Côte d’Azur e Rhône-Alpes hanno firmato l’accordo per la costituzione dell’Euroregione Alpi- Mediterraneo: uno spazio di collaborazione istituzionalizzata che conta circa sedici milioni di abitanti”.
Nel frattempo l’Auvergne è stata accorpata a Rhône-Alpes, allargandone il perimetro.
Le vicende di quegli anni sono appassionanti in una logica autonomistica. Nel 2009 le Regioni italiane interessate votarono una legge regionale per appoggiare l’Euroregione su di un gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT). L'obiettivo di un GECT consiste nel facilitare e promuovere in particolare la cooperazione territoriale tra i suoi membri – comprese una o più linee di cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale – al fine di rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale dell'UE.
Incredibilmente il Governo italiano impugnò le leggi alla Corte Costituzionale, prendendo una batosta del grande giurista Giuseppe Tesauro e cito solo un passaggio della sentenza “le attività di partecipazione del GECT risultano expressis verbis ricondotte alle finalità proprie della cooperazione territoriale, in aderenza alle disposizioni del più volte citato Regolamento. Inoltre, la «promozione degli interessi dell’Euroregione presso gli Stati e le istituzioni europee», in quanto «compito» previsto per la realizzazione degli obbiettivi del GECT, risulta anch’esso ricondotto nell’ambito delle finalità di cooperazione territoriale che il regolamento comunitario affida ai GECT”.
Insomma una visione ciecamente nazionalista e di fatto antieuropeista venne sconfitta ed è sempre un bene che ciò avvenga.
A Courchevel, giorni fa, siamo usciti dal torpore di questi anni, peggiorato dal periodo pandemico, e cito una parte del comunicato ufficiale, di cui sono lieto, avendo rappresentato la Valle d’Aosta in questa riunione: “Cette rencontre politique entre les cinq Régions a permis de définir les priorités stratégiques à porter ensemble, en lien avec la Stratégie de l’Union européenne pour la région alpine (SUERA), et sur lesquelles des financements européens pourront être mobilisés, dans le cadre du programme Interreg ALCOTRA ou d’autres programmes européens”.
Insomma facciamo parte di un sistema essenziale per le Alpi in Europa e per le alleanze politiche che esaltano il ruolo della nostra Autonomia speciale.
Ma c’è poi il cruciale Trattato del Quirinale: “Cette réunion s’inscrit dans un contexte particulièrement favorable à la coopération dans ce territoire transfrontalier : la signature du Traité du Quirinal, le 26 novembre 2021 à Rome, visant à sceller une coopération bilatérale renforcée entre la France et l’Italie dans des domaines prioritaires ; le lancement du programme ALCOTRA France Italie pour la période 2021-2027, et l’ouverture d’appels à projets ciblant notamment la gouvernance et le dépassement des obstacles juridico-administratifs limitant la coopération transfrontalière.
Par ailleurs, les défis majeurs auxquels les territoires sont confrontés, en particulier le changement climatique, le dépeuplement et l’accès aux services de santé en zone de montagne, rendent nécessaire une concertation politique renforcée entre les cinq Régions pour garantir aux habitants, comme les jeunes et les familles, la possibilité de rester à habiter et travailler dans les zones plus éloignées”.
Ora si guarda avanti: “Les représentants des cinq Régions se sont accordés sur les grandes thématiques qui structureront les travaux de l’Eurorégion ces prochaines années, et qui pourront faire l’objet de projets conjoints :
- La décarbonation - mobilité durable
- Le développement économique et l’aménagement des territoires ruraux - La santé
- La jeunesse : éducation et formation
Dans la perspective de projets communs, les cinq Régions ont également convenu de renforcer la mobilisation de l’ensemble des ressources européennes disponibles en les diversifiant au-delà du programme Interreg ALCOTRA, en visant par exemple, les programmes Espace alpin, ou les programmes sectoriels, tels qu’Erasmus +, le Fonds Européen d’Innovation, le Mécanisme d’Interconnexion en Europe (MIE) volets transport et Energie”.
Il 2024 sarà cruciale: “Les Régions se sont donné rendez-vous en 2024 pour une nouvelle Conférence des Présidents en Vallée d’Aoste, et pour un évènement conjoint à Bruxelles, qui pourrait se tenir lors de la Semaine Européenne des Régions et des Villes”.
La ripartenza darà grandi soddisfazioni.

La minaccia dell’Overtourism

L’altro giorno a Roma mi sono chiesto come diavolo potesse vivere un residente in mezzo alla bolgia del centro e la stessa sensazione l’ho avuta nelle visite a Venezia, quando in una calle ho avuto il moto spontaneo di buttarmi in un canale per evitare il pigia pigia. Anche nella piccola Valle d’Aosta in certe occasioni – non parlo della Fiera di Sant’Orso perché in quel caso chi ci va lo sa – mi sono chiesto come fosse possibile essere tutti concentrati in un certo posto, quando la Valle offre, magari a distanza ravvicinata, località in cui si può stare più tranquilli.
Esiste ormai una parola che esprime questo disagio. Overtourism (in italiano suonerebbe come “Troppo turismo”) è, infatti, un neologismo in inglese che indica il sovraffollamento di turisti in una meta vacanziera. Il termine è stato inserito per la prima volta nel dizionario Oxford nel 2018, e venne candidato come parola dell’anno.
Antonio Polito sul Corriere, nel dirsi preoccupato, ha iniziato in suo articolo sul tema con una battuta: “Naturalmente siamo tutti «open to meraviglia»”, riferendosi alla sciagurata campagna del Ministero del Turismo della Ministra Daniela Santanché (che in un Paese normale avrebbe già dato le dimissioni per le sue attività imprenditoriali “dubbie”)  con una Venere di Botticelli trasformata incredibilmente in una turista contemporanea con un sito Internet sul quale risultavano delle terribili sciocchezze anche sulla Valle d’Aosta.
Prosegue Polito: “Nel senso che il boom del turismo ci fa felici, se non fratelli siamo pur sempre figli d’Italia, avere successo nel mondo è comunque una soddisfazione. E poi ci fa ricchi, o almeno fa ricco il vicino che ha comprato l’appartamentino e l’ha messo a reddito come casa-vacanza, o il bar all’angolo che ormai ha la fila al mattino per la colazione col buono, o il negozio che affitta le biciclette a muscolosi olandesi incuranti del solleone. E se non ci fa ricchi ci fa comunque meno poveri, come accade ai plotoni di affannati bengalesi e cingalesi, sottopagati a cottimo per adescare a gran voce i clienti davanti ai fast food, un tanto a turista.
Poi però non ne possiamo nemmeno più. Non se n’erano mai visti tanti. Almeno a Venezia, Firenze, Roma, e sempre più a Napoli e Milano, l’invasione sta assumendo forme patologiche, ormai incompatibili con le normali funzioni urbane delle nostre città. Complice il tradizionale lassismo italiano e una certa anarchia nella gestione delle regole, assistiamo a fenomeni alluvionali di vera e propria tracimazione di folle. Nella Suburra di Roma, nei vicoli di Spaccanapoli, nel quadrilatero della moda a Milano, i marciapiedi non ne contengono letteralmente più il fiume, che così esonda sul manto stradale:
Descrizione perfetta del rischio scempio che molti di noi hanno visto.
Più avanti aggiunge: “Dopo una mattinata in giro (diamo questa notizia: oltre ai turisti nelle città c’è anche gente che lavora, o che non lavora più perché si è fatta anziana ma si ostina a uscire per la spesa), bisogna tenere i nervi molto saldi prima di parlare di «overtourism», come è ormai definito questo fenomeno. Non bisogna cioè cedere alla facile e snobistica tentazione di disprezzare le masse quando non ne facciamo parte, di rifiutare agli altri bellezze, monumenti e atmosfere che ci godiamo ogni giorno, o piaceri che noi stessi avidamente cerchiamo invadendo a nostra volta Parigi o Londra.
Ma qualcosa va fatta. Di questo passo si rischia un infarto urbano. E non siamo che agli inizi: nel 2018, prima del Covid, il numero di turisti in giro per il mondo era di 1,4 miliardi. Sarà di 2 miliardi tra sei anni. Di 3 miliardi nel 2050. Il guaio (per modo di dire) è che anche le esigenze di mobilità dei non turisti aumentano con l’aumentare della rapidità dei trasporti (alta velocità, aerei) e con l’invecchiamento della popolazione (gli over 65 non vanno in monopattino, hanno bisogno di autobus, metrò e taxi). Il che ci fa facilmente prevedere che, tra poco, nelle città non ci staremo più tutti insieme”.
Poi la parte di riflessione costruttiva: “Fare qualcosa vuol dire adeguare la nostra vita, le nostre strutture civili, le nostre città, ai numeri crescenti di turisti, in modo che portino reddito e benefici al settore senza rendere impossibile la vita degli altri. Per esempio riorganizzare il traffico urbano, con aree pedonali per loro e aree di circolazione automobilistica per i residenti. Potenziare la raccolta dei rifiuti in quartieri in cui ormai vivono stabilmente alcune migliaia di persone in più. Chiedersi di quanti voli aerei abbiamo bisogno d’estate per evitare che i prezzi schizzino di ora in ora o che ti lascino a terra per overbooking. Aumentare il numero dei taxi così da non dover fare file di un’ora all’uscita dalla stazione. In una parola programmare, quello che in Italia non si fa mai; e avere un potere pubblico in grado di farlo, perché è suo dovere proteggere lo spazio e le funzioni pubbliche, e un capitalismo moderno non consiste nel dominio dell’algoritmo e del profitto senza regole. È il potere pubblico che può mettere in campo gli incentivi e le norme che spingano a diversificare, distribuire, indirizzare le masse di turisti anche verso i «second best», posti e luoghi magnifici che alleggerirebbero le mete tradizionali e meriterebbero più presenze, ma non finiscono mai nelle campagne pubblicitarie della Venere di Botticelli, dietro la quale spiccano solo Venezia, Firenze e Roma (basti pensare che in Italia ci sono 610 musei con una media di appena 2,7 visitatori al giorno, e altri 998 che arrivano a 13,7)”.
La chiosa in qualche modo persino ci riaguarda: “Il turismo è una benedizione del cielo, ovviamente. Per almeno cinquecento dei tremila comuni turistici italiani, in particolare quelli montani, è addirittura condizione di vita, nel senso che senza morirebbero. Dunque lo vogliamo. E anche se non lo volessimo, è ormai una realtà, destinata a crescere ancora e tumultuosamente. Dunque ci dobbiamo convivere. Perciò sarebbe meglio pensare al più presto a una strategia, prima di restarne soffocati”
L’organizzazione mondiale del turismo (UNWTO) ha dedicato un intero Rapporto al fenomeno dell’overtourism., che propone 11 strategie di contrasto, alcune comprensibili, altre meno. Le elennco.
1) Incentivare la dispersione dei turisti all’interno della città, e anche oltre nel territorio, suggerendo la visita di mete meno note e di aree meno turistiche.
2) Promuovere il turismo in periodi diversi (ad esempio fuori stagione) e in fasce orarie diverse dalle più gettonate.
3) Creare nuovi itinerari e attrazioni turistiche diverse dalle più frequentate.
4) Rivedere e migliorare i regolamenti, ad esempio chiudere al traffico alcune aree più fragili o troppo frequentate.
5) Attrarre tipologie di viaggiatori più responsabili.
6) Garantire i benefici del turismo alle comunità locali, ad esempio aumentando il numero di abitanti impiegati nel turismo, e coinvolgendo i residenti nella creazione di esperienze turistiche.
7) Sviluppare e promuovere esperienze della città o del territorio che beneficino sia i turisti che i residenti.
8) Aumentare le infrastrutture e i servizi della località.
9) Coinvolgere la comunità locale nelle decisioni e scelte turistiche.
10) Educare i viaggiatori e comunicare loro come essere più responsabili e rispettosi del luogo.
11) Monitorare e misurare i cambiamenti.

Dietro la pizza

Mi ha sempre profondamente divertito constatare come la stessa cosa cambi a seconda degli usi e dei costumi su cui impatta. Segno che la globalizzazione esiste e rischierebbe di imporre tristi serialità, ma viene mitigata grazie alla differenza delle culture, che sanno reinterpretare in modo straordinario qualunque cosa per evitare piattezza e conformismo.
Il caso della pizza è davvero straordinario. Ormai non esiste Paese al mondo dove, che sia un chioschetto scassato o un locale standard di una multinazionale, non ci sia una più o meno ammiccante scritta “Pizza”, ma ognuno aggiunge elementi propri di differenziazione e originalità.
Ha ragione l’intellettuale francese Jacques Attali a sintetizzarne il successo: ”Se c’è un piatto universale, quello non è l’hamburger bensì la pizza, perché si limita a una base comune – l’impasto – sul quale ciascuno può disporre, organizzare ed esprimere la sua differenza”.
Insomma, come la tela per un pittore, ognuno può esprimere i propri gusti.
Per me la pizza ha il gusto antico ed evocatore di quella ligure dell’infanzia cucinata dalla mamma Brunildee quella mangiata sotto l’ombrellone comperata al bar della spiaggia appena sfornata. È la prima socialità con i compagni del Ginnasio alla vecchia Grotta Azzurra di Aosta. Poi si snoda nelle abitudini con familiari e parenti in quella mappa mentale (il proprio TripAdvisor) di pizzerie viciniore in Valle d’Aosta, rassicuranti quando scatta la frase "È andassimo a mangiare un pizza?” o l’altra proposta, da quando la pizza é diventata a domicilio, ”ordinassimo la pizza?”.
A conti fatti, in quelle parti di linguaggio che fanno parte di un patrimonio comune dell’umanità, la parola “pizza” spicca e mi ha fatto, come capita spesso, chiedermi da dove venga questa parola di uso universale. E mi stupisco per lo spazio enorme proposto da Etimologico.
Il descrittivo iniziale è chiaro: “FORMAZIONE ROMANZA DI ORIGINE LATINA: probabilmente derivato del latino volgare “pisiāre ‘pestare, schiacciare con le mani’ attraverso una variazione. *pitsiāre con rafforzamento della fricativa e genere femminile dovuto al sinonimo latino placenta ‘focaccia’ “.
Chiaro? Non molto, ma almeno le radici passare e remote appaiono.
Ma poi l’anonimo autore si allarga non poco e le origini della parola si complicano: “La semplicità fonetica di una parola come pizza, con le varr. pinza sulla costa alto-adriatica e pitta in Calabria e nel Salento, la espone a molteplici interpretazioni etimologiche, che si contrappongono secondo almeno quattro filoni: quello greco-semitico, orientato verso il bacino del Mediterraneo (Fanciullo, Alinei & Nissan), quello germanico che chiama in causa Goti e Longobardi (Princi Braccini), quello di ascendenza diretta indoeuropea (Kramer 1) e quello del sostrato con epicentro illirico (Hubschmid, Kramer 2). Tutte le proposte hanno qualche argomento forte a proprio favore, ma nessuna è in grado di render conto di tutte le varianti e della loro distribuzione geografica. L’ipotesi greco-semitica si fonda sulla presenza di pitta in calabr3/3 in salentino in continuità coi Balcani (greco pit(t)a, albanese pite, serbo pita, rumeno pită, ungherese pite, turco pita), che a loro volta sono debitori della Siria e della Palestina (aramaico pitā, dalla radice verbale ptt ‘sbriciolare, sminuzzare’); l’efficacia della motivazione dal verbo semitico si arresta però di fronte alle varr. pizza e pinza. L’ipotesi germanica si fonda sul fatto che solo la fenomenologia fonetica del gotico e del longobardo è in grado di spiegare le varr. pitta, pizza e pinza, che si riscontrano nei testi medievali come corrispondenti al latino buccella ‘boccone’ e ‘panino’ e che chiamano in causa il gotico “bita e il longobardo “pizzo ‘morso, boccone’ (alto tedesco bizzo ‘morso’, tedesco Bissen); ma il contatto romanzo-germanico ha confini ben precisi che non hanno giurisdizione sul Mediterraneo. L’ipotesi indoeuropea, poi abbandonata dal suo stesso sostenitore, è in grado di dominare l’area italiana e balcanica, ma si fonda sulla ricostruzione di una forma “pĭtu ‘cibo’, che è priva di consistenza e di evidenza. L’ipotesi del sostrato aggiunge a questi difetti l’evocazione di un fantasma *pĭtta, privo di fondamenti storici”.
A questo punto si tirano le fila: “La conclusione che emerge da questi confronti è che una soluzione unitaria non pare possibile; il calabrese e il salentino pitta è in continuità con l’area mediterranea e risale in ultima analisi all’aramaico pittā, documentato fin dal sec. II d.C., mentre pizza (con la var. pinza), le cui prime attestazioni in documenti latini datano alla fine del sec. X, è riconducibile alla famiglia del latini pi(n)sāre “pestare, schiacciare con le mani". A questo verbo risalgono diversi termini culinari, che indicano cibi ottenuti manipolando una sfoglia di acqua e farina, come i pici senesi, che sull’Amiata diventano piciarelli e nell’Umbria adiacente picchiarelli”.
Mi fermo qui perché si rischia davvero di perdersi in mille rivoli, anche se è davvero affascinante scavare nelle parole, che mostrano interscambi e assonanze.
Resta chiara la sua complessa semplicità e cioè una base che sostiene un mondo culinario che ne approfitta a beneficio dei nostri palati.

Scenari alpini da cambiamento climatico

Il cambiamento climatico è un tema da mantenere in cima ai nostri pensieri, quando si ragiona sul futuro delle Alpi e naturalmente della Valle d’Aosta.
Ricordo alcune conseguenze di questo fenomeno, che mai ha avuto una velocità così terribile e un’incidenza umana così rilevante ed evidente in barba a chi continua ad essere negazionista per ignoranza.
Il cambiamento climatico sta avendo diverse conseguenze sulle Alpi, molte delle quali sono già visibili e altre potrebbero manifestarsi in futuro. Ecco alcune delle principali questioni.
Riduzione dei ghiacciai, visto purtroppo con i miei occhi, dove sono salito con tamponi oggi è pietraia. A causa dell'aumento delle temperature, le calotte glaciali delle Alpi stanno perdendo massa in modo significativo. Questo ha per cominciare un impatto sulla disponibilità di acqua, sull'habitat degli animali e della flora che dipendono dai ghiacciai come riserva di acqua.
Vi e poi la serie degli eventi meteorologici estremi: mai avrei pensato di vedere i vecchi temporali trasformati in simil monsoni. Questo aumento di eventi meteorologici estremi innesca inondazioni, valanghe in zone mia viste, frane che minacciano zone abitate e vere e proprie tempeste. Questi eventi possono causare danni alle infrastrutture, alle comunità locali e all'ambiente naturale.
Assistiamo poi all’impatto sulla vegetazione e l’incisione sugli ecosistemi. Le temperature più elevate influenzano la distribuzione e la composizione della vegetazione alpina e lo ai vede dalla vite e dagli ulivi, per citare due casi. Le specie vegetali che dipendono da condizioni di freddo e umidità specifiche potrebbero trovarsi in difficoltà, mentre altre specie invasive se non persino pericolose su stanno espandendo. Questo può alterare gli ecosistemi e la biodiversità sulle Alpi con scomparsa anche di specie animali, tipo la sofferenza di stambecchi e difficoltà per pernice bianca o lepre variabile.
Vi è poi il tema dei corsi d'acqua e, nel caso valdostano, l’alimentazione dei Ru che servono alle zone dell’Envers. Questo perché - come dicevamo - l’aumento delle temperature provoca lo scioglimento dei ghiacciai contribuisce all'aumento del flusso d'acqua nei fiumi alpini e in prospettiva al rischio di periodi di prosciugamento. Questi cambiamenti nel regime idrologico, avranno conseguenze sulla disponibilità di acqua per uso umano, agricoltura e sulla produzione di energia idroelettrica e per questo fa bene la nostra CVA a puntare fuori Valle su eolico e fotovoltaico a vantaggio dei finanziamenti per la Valle derivanti da queste produzioni di energia pulita.
Segnalo ancora l’impatto sull'agricoltura e sull'economia locale. Come già accennato, i cambiamenti climatici possono influenzare le attività agricole e l'economia delle regioni alpine. Le colture possono essere soggette a nuove sfide, come periodi di siccità o piogge intense, che possono compromettere la produzione agricola e influenzare pratiche tradizionali estive come l’alpeggio. Inoltre, il turismo alpino, che è una fonte importante di reddito per molte comunità locali, potrebbe a certe quote risentire degli effetti del cambiamento climatico, ad esempio a causa della riduzione delle nevicate invernali e su questo bisogna lavorare senza drammatizzazioni, perché alle quote più elevate la neve ci sarà.
Questi sono solo alcuni esempi delle conseguenze del cambiamento climatico sulle Alpi. Dovendo sintetizzare in slogan persino troppo alla moda: è importante adottare misure per mitigare l'impatto e adattarsi a queste sfide, riducendo le emissioni di gas serra e implementando politiche e pratiche sostenibili sin da ora e non inseguendo le emergenze al loro apparire.
In questo modo si vola alto e se esistono responsabilità personali nel proprio stile di vita, ce ne sono anche per le comunità come la nostra e quelle di tutte le Alpi, ma senza una politica globale le temperature aumenteranno con esiti sempre peggiori.
E la macchina del cambiamento ormai è destinata a non arrestarsi, anche se si prendessero ora le misure più drastiche possibili. Per cui spetta a noi oggi e non domani assumere le decisioni per prepararsi e adattarsi, sperando naturalmente che il mondo intero acquisisca consapevolezza dei rischi.
Ne abbiamo discusso qualche ora fa in un incontro a a Macugnaga con il mio vecchio amico, il climatologo Luca Mercalli, mischiando il tema con l’altrettanto, tema sconvolgente per la montagna, crollo demografico.
Luca segnala un’opportunità che può pure diventare un pericolo senza politiche adatte. Le grandi città della pianura padana avranno fra 30 anni temperature pazzesche nelle stagioni calde, arrivando - secondo le previsioni - a punte di 35-40 gradi, se non peggio (già viaggiavamo in queste ore in pianura sui 33!). Intanto le zone costiere saranno gravemente erose, creando zone inabitabili ad esempio in vaste zone sull’Adriatico.
Le montagne, con temperature meno terribili e spazi vitali meno compromessi, potranno essere oggetto di spostamenti di popolazione a compensare gli abbandoni avvenuti nel tempo in molti paesi in montagna e il crollo delle nascite.
Ma come regolare questo fenomeno? La questione, in modo previsionale e con le opportune azioni e contromisure, si gioca pensandoci oggi e non rinviando a quando avverrà.
Senza drammatizzare ma con realismo, si tratta nel caso valdostano di una sfida epocale da affrontare nel rispetto delle comunità locali e della nostra autonomia.

Il richiamo della Poesia

C’è stato un tempo della mia vita in cui leggevo in modo continuativo le poesie e per farlo scoprivo i poeti. Ho letto di tutto sia in italiano che in francese. Da adolescente scribacchiavo qualche verso sbilenco. Rileggo ogni tanto e con invidia le poesie di mio zio Séverin Caveri e trovo in quelle generazioni tutte novecentesche una cultura umanistica profonda che anche oggi fa la differenza.
Ora ne leggo meno e vedo attorno a me generazioni più giovani che, finiti gli obblighi scolastici in cui la poesia compare spesso in modo ripetitivo coi medesimi autori di sempre, alla Poesia dedicano in genere scarsa attenzione. Sul totale del mercato editoriale italiano, già esangue con il passare degli anni, i libri del genere oscillano fra lo O,5 e l’1% e, proprio tenendo conto degli obblighi scolastici, è poca cosa
Sofia Greggio su BuoneNotizie aveva scritto con un barlume di speranza: “La poesia ha visto un declino sempre più allarmante negli ultimi anni; è stata surclassata dalla narrativa e dalla saggistica, divenendo impopolare come mai è stata storicamente. Ma forse siamo vicini a un cambio di direzione, che è iniziato con il fenomeno di Amanda Gorman. Con la sua raccolta “Call Us What We Carry” – in arrivo in Italia per Garzanti nella primavera del 2022 – si è piazzata al primo posto delle classifiche di New York Times, Usa Today, Wall Street Journal e Indie-Bound (superando John Grishman). Un successo importante per una forma d’arte rimasta tanto in ombra, ma che potrebbe rappresentare una gradito ritorno sul palco dell’editoria nel 2022 anche in Italia”.
Per ora non mi pare che l’atteso risveglio sia avvenuto e mi spiace, ripromettendomi di comprare la citata raccolta che ha infiammato gli States.
Marcello Veneziani, uno dei pochi intellettuali di Destra sinceramente federalista e per questo l’ho seguito nel tempo, ha scritto argutamente: “Il brutto è che i sedicenti poeti scrivono poesie ma non le leggono; non le proprie, che sanno a memoria, dico le poesie grandi. Da un popolo di poeti– occasionali, intermittenti, accaniti – uno si aspetterebbe un boom di libri di poesie.
E invece niente. Perché scrivono poesie come sfogo del singolo, esaltazione egocentrica, preghiera a dei, natura o a singoli amati, soprattutto se perduti. E fin qui capisco. Ma scatta l’aggravante quando il poeta non vuole solo esprimere quel che ha dentro, ma pretende di pubblicare il suo sfogo e farsi ammirare”.
Già leggere i classici è sicuramente un bene e consente di scavare nella lingua e l’obbligo di memorizzarne alcune per ripeterle a memoria è un esercizio utile e mi pare non più tanto praticato.
“L’uomo sordo alla voce della poesia è un barbaro”, scriveva Goethe e si tratta di un grido da ascoltare. il filosofo Byung-Chul Han crede che stiamo sviluppando una fobia della poesia come società perché non siamo più ricettivi a quel meraviglioso caos letterario con cui dobbiamo connetterci a livello emotivo ed estetico. Saremmo schiavi nella sostanza di linguaggi standard, poveri di emozioni e sentimenti, mentre “La poesia è fatta per sentire ed è caratterizzata da ciò che chiama sovrabbondanza e significanti […] L’eccesso, la sovrabbondanza di significanti, è ciò che fa sembrare il linguaggio magico, poetico e seducente. Questa è la magia della poesia”.
Insomma una prigione derivata da sorta di pigrizia intellettuale. Temo che il trionfo delle immagini e la rapidità crescente delle comunicazioni, che già si riflette su molte cose nella nostra vita, spenga l’approccio pensoso e la ginnastica mentale cui ci obbliga la
Poesia.

L’imprescindibile aperitivo

Ci sono argomenti seri o forse seriosi e ce ne sono - come dire? - sbarazzini e divertenti. Che grigiore sarebbe la nostra vita se ci fermassimo solo alla prima categoria.
Più passano gli anni e più credo che si debbano vedere le cose con un pizzico di ironia e necessitino momenti di distensione anche quando ci si trova ad affrontare argomenti da non prendere alla leggera. Vi sono poi situazioni in cui bisogna surfare su forme collettive di incontro in un mondo in cui la socialità viene avvelenata - paradosso linguistico - dai Social.
Per questo plauso ad un articolo sul giornale francese OBS di Anna Topaloff, che si occupa del rito crescente dell’Aperitivo, cui offro il massimo riconoscimento con l’uso della maiuscola. Momento buono per tutti i…momenti, ma il cui fulgore è nel ”farniente”, come dicono in francese con un italianismo, delle vacanze estive.
L’incipit è avvolgente: « Il y a ceux à qui suffisent une bière et un vague paquet de chips ; ceux qui dégainent les tartinades maison, une effilochade de pata negra et les infusions de kombucha ; les amateurs de terrasses, et leur passion coupable pour les « planches mixtes » ; les fous de cocktails, qui cherchent les meilleurs accords gastronomiques dans les bars des grandes villes”.
Assodato che in Francia il rito è diventato abitudine per il 90% dei francesi, più avanti si spiega: ”Cette idée assez curieuse quand on y pense – boire et manger, avant de passer à table – est née d’un impératif, ou plutôt d’une croyance d’ordre médical. Le
mot vient du latin apertivus, dérivé d’aperire qui signifie « ouvrir », et la pratique vise alors à boire de l’alcool en préambule au repas, pour favoriser la digestion. Elle pourrait remonter à l’Antiquité, quand on trinquait vers le ciel pour ouvrir son esprit aux dieux. Elle s’est en tout cas ancrée dès le Moyen Age, comme remède préventif à la mauvaise qualité de l’eau. Le grand tournant viendra plus tard, quand l’Italie du XVIIIe siècle donne naissance à l’aperitivo. La création du vermouth, en 1786, à Turin, lancera l’aventure des « boissons apéritives », parées de vertus aussi médicinales que gustatives, comme Martini&Rossi, Cinzano, Gancia, Campari… La France attendra le XIXe siècle pour s’y mettre, mais ça décolle vite : c’est l’âge d’or du Dubonnet, de la Suze, du Lillet, de l’absinthe, puis de l’anis Pernod ».
Excursus rapido in vista della successiva estensione: ”D’abord réservée à une élite, la pratique se démocratise au tournant du xxe siècle, à la faveur du développement de l’industrie de la distillerie en France et en Europe. Alors, les rituels évoluent, comme l’explique l’historien Didier Nourrisson, auteur du merveilleux livre « Crus et cuites. Histoire du buveur » (Editions Perrin). « L’apéritif des plus aisés se prend à la maison, avant le dîner. Celui des ouvriers à la va-vite, à la pause de midi, debout au comptoir. On commence à l’appeler “apéro”, et pas toujours de façon positive… D’ailleurs, pour s’en distinguer, les bourgeois vont préférer le vocable de “cocktail”, popularisé par le roi Edouard VII, en visite à Paris en 1903. » Les fêtes en son honneur étaient si courues, les gin tonics si réussis, les cacahuètes (venues des pays colonisés du Commonwealth) si exotiques, que le terme cocktail a fini par ne plus désigner une boisson, mais la version « ultrariche » de l’apéritif”.
Finalmente la parola prende la scena: ”Aujourd’hui, le mot « apéro » est partout. Et chez les jeunes générations, le terme englobe indifféremment toutes sortes de rassemblements, qui peuvent s’étendre jusqu’au matin – sans qu’il soit jamais question de passer à table. Et pourtant, on mange, à l’apéro ! On n’a même jamais passé autant de temps à composer ce qui s’apparente de plus en plus à un vrai repas. Pris dans la grande tendance du « fait maison », le phénomène rencontre un insolent succès en librairie : chaque semaine ou presque offre son nouveau livre de recettes « spécial apéro », versions chaudes, froides, italiennes, tapas espagnoles, libanaises, finger food, campagnarde ou végétale… Même les accros de la junk food ne désarment pas : le Syndicat des Apéritifs à Croquer se félicitait début juin de la belle résistance du marché de la chips face à la hausse des prix. A force, on en oublierait presque les vertus digestives du rite originel”.
Aveva ragione Marcello Marchesi riferito agli italiani: ”Un popolo con una così grande varietà di aperitivi come il nostro non può morire di fame”. Ma il grande battutista chissà che cosa avrebbe detto del tragico neologismo “apericena”, che in realtà si è configurato come un sostituto della cena con grande possibilità di alzare il gomito. Ci ha pensato Serena Cappelli: “Ingozzarsi di roba imprecisata ha l’indiscutibile vantaggio di attutire, oltre alla fame, anche l’effetto dei tre Negroni.
Ma perché, perché dobbiamo chiamarlo apericena?
È una parola tristissima, accidenti, come le sue sorelle aperipasta e aperipizza”.

La Corsica spera nell’Autonomia

Dìu vi salvi, Regina

È Matre universale,

Per qual favor si sallì

À u paradisu.

Per qual favor si sallì

À u paradisu. (Inno della Corsica)

Con una maggioranza autonomista e indipendentista l’Assemblea regionale della Corsica ha approvato un vasto documento di oltre 100 pagine che si configura come un articolato e motivato progetto per uno Statuto speciale dell’isola.
Da tempo il dialogo con Parigi ha fatto passi avanti e queste proposte saranno discusse democraticamente per poi essere trasmesse, con eventuali modifiche o integrazioni, all’Eliseo e al Governo francese
Si fa cenno nella parte che ricostruisce il dibattito alla ”Question Valdôtaine” con il contributo del Presidente del Consiglio, Alberto Bertin.
Si apre così una strada importante, passando da anni di grandi tensioni e anche, purtroppo, a scelte fatte di violenza e di repressione, che certo - da qualunque lato si vedesse la questione - non consentivano un passo in avanti verso una soluzione pacifica nel nome del Diritto.
Impossibile cercare di sintetizzare lo strumento giuridico con le molte proposte e le vaste premesse a giustificazione della richiesta di autonomia. Mi limiterò a citare pochi passaggi nella certezza che chi volesse approfondire esiste già sul Web ampia e articolata documentazione.
Segnalo un primo passaggio sull’insularità: ”L’accession à un statut d’autonomie permettra d’inscrire la Corse dans le droit commun de la plupart des grandes îles ou grands archipels de l’Union Européenne, en Méditerranée comme dans l’Arc Atlantique.
Le critère de l’insularité apparaît, à l’examen du droit comparé, comme une donnée objective et centrale, corrélée sur le plan institutionnel avec l’autonomie”.
Poi un passaggio identitario: ”Le peuple corse est une réalité historique, politique, culturelle, sociologique ; une communauté humaine ouverte, vivante, qui a évolué au fil du temps, mais qui reste singulière en ce qu’elle est identifiable et s’identifie elle-même par sa langue, sa culture, son rapport à sa terre, sa volonté de se doter d’institutions propres et de se projeter dans un destin commun. La question de la reconnaissance juridique du peuple corse est centrale ».
E ancora la richiesta di mettere in Costituzione il particolarismo della Corsica: ”Un avantage d’efficacité politique : celui de souligner clairement, à travers un Titre spécifique de la Constitution, radicalement distinct de l’article 72 de la Constitution, le caractère spécifique de la Corse (histoire, fait insulaire, fait politique concrétisé notamment par les résultats des élections territoriales) et éviter ainsi tout éventuel effet mécanique de contagion institutionnelle concernant les régions métropolitaines”.
Esiste poi una proposta di ripartizione delle funzioni, cominciando da cosa resterebbe come competenza primaria allo Stato francese:
- politique étrangère et relations internationales de l'État,
- nationalité,
- droits civiques,
- droits civils, état et capacité des personnes, notamment actes de l'état civil,
- justice,
- défense et forces armées,
- sécurité de l’État,
- entrée et séjour des étrangers,
- ordre public et sécurité, à l'exclusion de la police locale,
- monnaie.
Seguono le competenze esclusive per la Corsica con un elenco lungo e circostanziato:
- l’organisation politique et administrative de la Collectivité autonome,
- le pouvoir de modifier, de règlementer la totalité des impôts et des taxes actuellement en vigueur; d’en créer ultérieurement d’autres en définissant leur assiette, leur taux, leur liquidation, leur perception ; d’en
supprimer,
- la production et la diffusion légistique,
- la production de données statistiques économiques, sociales et
environnementales,
- la politique de l’agriculture et de la sylviculture,
- la politique de la pêche des ressources marines et domaine public
maritime,
- la politique du tourisme,
- la politique de l’industrie,
- la politique de l’énergie,
- la politique de l’eau,
- la politique du commerce et de l’artisanat,
- la politique des transports intérieurs et extérieurs,
- la politique des communications,
- la politique de l’environnement,
- la politique du social, de la solidarité et de l’égalité,
- la politique de l’urbanisme et de l’aménagement du territoire,
- la politique du travail et de la formation professionnelle,
- la politique de la culture et de la langue,
- la politique de l’éducation, y compris l’enseignement secondaire,
- la politique du sport et de la jeunesse,
- la politique de la santé,
- la politique de la recherche et de l’innovation,
- la politique de la chasse et de la pêche,
- la politique de sécurité publique et de protection civile,
- la politique de solidarité avec la diaspora Corse,
- la politique de coopération territoriale européenne et les accords internationaux qui concernent l’Île de Corse et son espace maritime.
Un altro elenco riguarda un certo numero di competenze concorrenti, che non pubblico per brevità.
Il trasferimento, come per le competenze esclusive, avverrà in modo progressivo con le necessarie risorse umane e finanziarie, come minutamente descritto.
È interessante una lettura integrale del corposo documento, utile da leggere anche per i valdostani che credono che sarà indispensabile anche da noi - come da me spesso sottolineato - una riscrittura del nostro Statuto speciale per dare dinamismo e maggior corrispondenza alla realtà che stiamo vivendo.
Battaglia politica e giuridica assieme che non si può più rinviare.

La Lega e la sua inversione a U

Ho visto nascere, crescere e poi cambiare in profondità la Lega.
Lasciate le radici “nordiste” ormai da tempo, sotto la guida di Matteo Salvini - che pure si era formato in quel leghismo della prima ora - è stato di fatto abbandonato il federalismo, di cui la famosa autonomia differenziata per le Regioni Ordinarie è pallido fantasma.
Ma la svolta nazionalista in salsa sovranista e antieuropeista cozza proprio con la proclamata ancora oggi adesione al pensiero federalista, specie in quella corrente indipendentista presente in Valle d’Aosta dentro la Lega.
È evidente che ciascuno è libero di fare tutti i cambiamenti di linea politica, anche quando sono una inversione a U, ma l’importante è la chiarezza. In fondo a dimostrarla a tutto tondo è da tempo lo stesso Salvini e lo fatto ancora in queste ore con le ultime affettuosità politiche verso Marine Le Pen. Il suo Rassemblement National ha radici nella destra estrema e i tentativi di darsi una patina di moderatismo cozzano con la realtà dei fatti e con il menu di proposte politiche della leader francese.
Dice Salvini: Berlusconi sdoganò il MSI, noi lo facciamo con la Le Pen, immaginando un’alleanza forte anche per il futuro dell’Unione europea. Il parallelo non c’entra, così come c’entra poco quella corrente filorussa che esiste in Lega, per non dire di certi NoVax che incupiscono la scena.
Ho sempre detto che con la Lega il dialogo è giusto ad Aosta come a Roma. Ma certo chi aderisce a questo Movimento deve fare seriamente i conti con la difficoltà di spiegare un rivolgimento così profondo nella loro linea politica. Chi, come me, ha vissuto sin dai loro esordi sulla scena fianco a fianco in Parlamento con la Lega “territoriale” interessata allora al federalismo come chiave di riforma dell’Italia segue con un certo sconcerto l’abbraccio con chi predica in Francia un nazionalismo vecchio come il cucco.
Si dirà che la scelta è tattica, nel senso che era per la Lega necessario allargare gli orizzonti padani e lasciare perdere certo folklore da prato di Pontida, usando - come fa Salvini - i Social come strumento politico importante ben più delle vecchie Feste padane simili alle Feste dell’Unità. Certo che passare da richieste per le infrastrutture obsolete del profondo Nord al lancio con decreto legge del Ponte di Messina come simbolo del riscatto italiano è un virtuosismo mica male.
Immagino che dietro tutto ci sia la follia italiana di una politica sempre più ossessivamente legata al su e giù dei sondaggi. Mentre si perde la partecipazione popolare e questo è una male comune che rende tenera ma in parte risibile la maratona estiva di Elly Schlein per risvegliare la militanza in vista del test delle elezioni europee. Già sapendo tutti che, in termini di partecipazione, scenderemo nell’abisso più profondo dell’astensionismo, triste esempio della crisi profonda della democrazia.
Fra le ragioni di questa disaffezione ci sta anche la fibrillazione negli spostamenti sullo scacchiere politico e Salvini e Schlein sono in questo accomunati nella scelta di andare verso gli estremi a destra e a sinistra. Il paradosso sta nel fatto che i politologici ricordano che la vasta area del Centro - oggi oggetto di liti condominiali fra Renzi e Calenda - dovrebbe essere il bacino cui attingere per il moderatismo degli italiani, segno o di equilibrio o di rassegnazione, secondo i punti di vista.
Chi ha vissuto da tanti anni nella politica italiana con sguardo europeista (e la confusione alberga anche lì) segue con curiosità quanto capita e mestamente si chiede che cosa ci aspetti nelle prossime puntate…

Il difficile cammino verso l’integrazione

C’è chi in Italia, afflitto da una pervicace avversione per la Francia e spesso per il Presidente Macron, si bea delle manifestazioni violente e distruttive delle scorse ore nelle città francesi. Si punta il dito sul modello post colonialista francese e sulle periferie che hanno creato ghetti e emarginazione.
Tutto vero, ma davvero l’Italia pensa di poter dare lezioni di civiltà sul punto? Di grazia quale sarebbe lo straordinario modello d’integrazione che permette di spiegare il da farsi Oltralpe?
La verità è che siamo tutti in difficoltà a capire come fare con flussi migratori che stentano a integrarsi e propongono modelli di società che spesso cozzano con lo Stato di diritto occidentale. Chiudersi in proprie comunità non è solo il frutto delle deprecabili emarginazioni, ma spesso la scelta cosciente di dare vita a gruppi organizzati in reti familistiche che ricreano mondi vissuti nel Paese d’origine, talvolta - laddove agisce il radicalismo religioso - con disprezzo per chi ti accoglie. La storia degli “infedeli” per estremisti islamici o loro simpatizzanti non è purtroppo un’invenzione e lo si vede dai profili criminali di attentatori che hanno agito in Europa e negli Stati Uniti.
A segnalare il problema non si è destrorsi o retrivi, ma realisti, sapendo che le migrazioni non si fermano, ma regolarle è un dovere più che un diritto. Chi vorrebbe frontiere aperte è un demagogo e chi tollera comportamenti contro le leggi non capisce i rischi che corre.
Quando sono stato a New York nel luogo per eccellenza dell’arrivo degli immigrati, vale a dire Ellis Island, isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia, ho visto negli elenchi dei Caveri passati di lì non so poi con quale destino, chi partito da Genova (a due passi da Moneglia e dai paesini dell'entroterra dove vivevano i miei avi più lontani, prima che il mio bisnonno venisse in Valle d'Aosta e ci imparentassimo con famiglie di antico ceppo locale), chi da Le Havre in Francia forse perché costava meno il viaggio e chi, dopo una prima emigrazione, dall'Argentina, dove un ramo dei Caveri è rimasto stanziale, parte a Buenos Aires e parte in Patagonia (alcuni sono ora a a Parigi).
Questo per dire che chiunque scavi nella storia delle proprie famiglie può trovare vicende di emigrazione.
E gli Stati Uniti sono stati sempre un punto di riferimento sulle riflessioni sul tema. Pensiamo al mito del tutto parziale del melting pot. Treccani spiega meglio di me: “Amalgama eterogeneo di gruppi, individui e religioni, molto diversificati tra loro per ceto, condizione, appartenenza etnica, che convivono entro la stessa area territoriale geografica e politica. Riferita inizialmente alla società americana, l’espressione («crogiolo») è usata per indicare un particolare modello o ideale di società multietnica in cui dopo un certo tempo, segnato dal succedersi delle generazioni, le culture e le identità specifiche degli immigrati sarebbero destinate a fondersi con quelle dei paesi di accoglienza”.
Anche negli USA la speranza è in parte svaporata e la società multirazziale resta oggetto di riflessione e certo a tendere bisogna augurarsi che si riesca a vivere davvero assieme, nel rispetto reciproco delle diversità.
Penso proprio all’emigrazione valdostana che in paesi come la Francia e in certe zone degli Stati Uniti ha vissuto a lungo di legami con la Valle d’Aosta facendo rete solidaristica e di trasmissione di riferimenti con la terra d’origine , ma dimostrando una capacità esemplare di rispetto per la terra ospitante in una logica di integrazione compiuta nel passaggio fra generazioni.
Temi complessi quelli evocati ed è bene non prenderli alla leggera e con le lenti distorcenti degli ideologismi. E una strada importante sarebbe chiudere la posizione comune europea con il nuovo patto sulla migrazione e l’asilo. Il Presidente Meloni sul tema si è trovata di fronte all’incaglio dei suoi "amici” polacchi e ungheresi. Paradossi in politica.

La vecchia storia del nazionalismo

Chissà se poi alla fine mi dovrei vergognare di definirmi un "nazionalista valdostano”, rifugiandomi magari nella definizione apparentemente più rassicurante nell’area ”patriottismo”. Vecchia storia, perché le parole cambiano di significato e “Nazione” nel periodo post bellico puzzava parecchio per l’uso distorto fattone da fascismo e nazismo. Non a caso la destra estrema, talvolta neofascismo, aveva usato la parola come fosse una bandiera, quando altri prendevano la stessa parola con le pinze. Oggi, anche al Governo, usano Nazione (e lo fa anche chi in passato si diceva federalista…) come lancia in resta contro l’Europa ed è una vera tristezza che non si capisca quanto sia un male questa logica.
Antonio Polito ieri sul Corriere, con il solito acume e il dono della sintesi, ha scritto: ”La contraddizione tra sovranismo e nazionalismo può stupire solo chi ha creduto in questi anni alla propaganda dei cosiddetti «populisti», cui non è stata certo estranea, dall’opposizione, Giorgia Meloni. D’altra parte il termine «sovranità» fu inventato (da Jean Bodin, a metà del Cinquecento) per fondare le basi teoriche dell’assolutismo monarchico, in cui il sovrano è «legibus solutus» e non ha altro potere sopra di sé se non quello divino. Mentre invece il concetto di «nazione» è il prodotto della Rivoluzione francese, e deriva dal pensiero democratico di Jean-Jacques Rousseau".
Passiamo al secondo e opportuno distinguo: ”I nazionalismi non sono poi affatto uguali. Nella storia l’idea di nazione è stata usata sia per liberare popoli oppressi, come nella costruzione dell’Italia unita, sia per opprimere altri popoli, come è avvenuto con la Germania nazista. Ancora oggi il nazionalismo ucraino, che fin dalla Costituzione del 1991 si basava sulla cittadinanza, cioè sull’uguaglianza civile tra tutti i residenti, compresi quelli che si dichiaravano di nazionalità russa, si batte da tempo per entrare nell’Unione europea; mentre quello russo, avverso all’Europa, «si pone come centro anche etnico di una rinnovata sfera imperiale, in un progetto super-etnico, chiuso e dominatore» (Andrea Graziosi in «L’Ucraina e Putin», Laterza)”.
Che bella serenità che ha chi, come me, è un federalista nel filone di pensiero di chi ha sempre posto attenzione, al di là dei distinguo storici che ci possono stare (l’URSS fu indispensabile per sconfiggere il nazismo con cui però all’inizio fu alleata), a come fascismo e comunismo abbiano sempre avuto principi nazionalistici, pur di diversa finte ideologica e culturale, inaccettabili.
Polito si cala, infine, nella realtà attuale: “C’è quindi una buona ragione per cui un’Italia uscita a pezzi dalla guerra, sotto la guida di De Gasperi, volle a tutti i costi partecipare fin dall’inizio sia al progetto atlantico sia al progetto europeo. Fu senza dubbio un atto di patriottismo, una specie di «seconda Costituzione» che segnò allora e in parte ancora segna il perimetro delle forze politiche abilitate a governare il nostro Paese. Se si pensa che il Movimento Sociale Italiano, progenitore di Fratelli d’Italia, votò nel 1949 contro il Patto Atlantico su basi «nazionaliste» e contro «l’imperialismo americano», si capisce quanta strada abbia fatto la destra di Giorgia Meloni nell’individuare dove veramente risieda l’interesse nazionale.
Molti osservatori dicono che la premier ha due facce, una aggressiva e «sovranista» in patria e una accomodante ed «europeista» a Bruxelles. Ma a parte il fatto che questo già sarebbe un progresso, bisogna ammettere che finora la premier se l’è cavata piuttosto bene nella dimensione europea. Grazie soprattutto alla posizione senza ambiguità sull’Ucraina; ma anche grazie all’adozione di una disciplina di bilancio di stampo «draghiano».
Meloni sembra insomma consapevole della contraddizione insita nella sua politica, e prova ad aggirarla senza perdere voti a vantaggio di una destra anche più «sovranista», che Salvini si propone di incarnare. Per questo ha finora adottato un criterio: su quello che è stato fatto prima di me, tipo Mes, resto contraria; ma esalto ciò che si fa in Europa ora che ci sono io, vedi patto sui migranti. È un tentativo comprensibile di salvare capra e cavoli. Non può però durare all’infinito. Il passo successivo è riconoscere che nell’interesse nazionale italiano c’è anche la credibilità garantita dal rispetto dei patti assunti dai governi precedenti, come nel caso del Mes e del Pnrr. La firma dell’Italia impegna anche lei.
Appena eletto presidente nel 1958 Charles De Gaulle, il campione di tutti i «sovranisti», confermò a sorpresa il sì di Parigi ai Trattati di Roma che avevano istituito la Comunità economica europea, firmati dall’ultimo governo della Quarta Repubblica, cui i suoi seguaci si erano ferocemente opposti. Per la semplice ragione che era nell’interesse della Francia. Non dovremmo essere noi a ricordarlo a una «nazionalista»”.
Chissà, appunto, se lo capirà e se la smetterà di criticare quel Draghi che di sicuro le ha dato una mano per evitare gaffes in Europa e non mi pare molto ripagato.

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