blog di luciano

Il "coronavirus" e le epidemie

Cinesi in aeroporto con le mascherineTocca parlare di questo "coronavirus", partendo da una prima riflessione da distante. Scriveva tempo fa, in un suo articolo scientifico "La storia delle epidemie, le politiche sanitarie e la sfida delle malattie emergenti", Bernardino Fantini, professore di storia della medicina e della salute: «La conoscenza medica e il senso comune hanno da sempre saputo che le malattie, e in particolare le epidemie, possono comparire improvvisamente in una popolazione, rimanervi per periodi più o meno lunghi, ed eventualmente scomparire, per riemergere una o più generazioni più tardi. Trasportate dai battelli, dalle carovane o dagli eserciti, le fiammate epidemiche di malattie come la peste, il vaiolo, il tipo, l'influenza, la sifilide o la poliomielite colpivano città e campagne, decimavano le popolazioni e gli eserciti, cambiando spesso il corso della storia».

Il caso di scuola della Tartiflette

La tartifletteMi ha sempre divertito scavare nei prodotti tipici e nella cucina tradizionale, partendo dall'ovvietà di come le cose cambino rapidamente e, in occasione della "Fiera di Sant'Orso", nel padiglione che ospita in piazza Plouves ad Aosta con il meglio dell'enogastromico valdostano, si vede come la tradizione cammini anche con le novità. Caso di scuola emblematico del passato è stata la patata, arrivata in Valle d'Aosta nella seconda metà del Settecento, e oggi diventata una delle regine in certi piatti, per non dire del mais per la polenta giunto dalle Americhe. Più di recente il formaggio "Bleu d'Aoste" si è affermato, pur senza radici. Ricordo poi, altro esempio, come il caffè alla valdostana sia da considerarsi un prodotto giovane, nato negli anni Sessanta, su intuizione del celebre ristoratore e albergatore di Courmayeur, Leo Garin, con il riutilizzo di quella coppa dell'amicizia, oggetto antico di certo usato in passato per il vino e non per il caffè alla valdostana.

La "Saint-Ours" e le Alpi "umane"

La 'Foire' in piazza ChanouxSarò anche quest'anno in pista per la "Foire de Saint-Ours", in parte in radio (dalle ore 12.30 alle 14 oggi e domani), in parte in televisione (alle ore 20 oggi e domani). Seguo la "Saint-Ours" da tempo ormai immemorabile ed in diversi ruoli. Come cronista ho sempre annotato i cambiamenti in corso negli anni, essendo questo appuntamento una festa popolare che racconta tradizioni e cambiamenti.
Nulla più della "Foire", cui partecipano una miriade di espositori di tutti i generi e folle di valdostani e non, fotografa il mutevole mondo della nostra montagna, che è ancora abbastanza abitata, anche se resta ancora ben visibile un fenomeno di spopolamento di certe zone, di discesa nel fondovalle e di inurbamento nella zona di Aosta e dintorni. Questo fatto della montagna viva è uno dei miei rovelli, tema politico di gran peso, del tutto non considerato da un mondo della politica con punte di autoreferenzialità che fanno impressione. Per questo bisogna apprezzare chi tiene acceso il dibattito.

Il "Re Cacciatore", due secoli fa

Il monumento a Vittorio Emanuele II nel parco Lussu ad AostaScrive un lettore ad Aldo Cazzullo nella sua rubrica sul "Corriere della Sera": «tra due mesi sarà il bicentenario dalla nascita di Vittorio Emanuele II, Padre della Patria. Mi stupisce e mi sorprende il fatto che nel nostro Paese, nessuno ha ancora pensato di organizzare qualcosa. Pare che almeno a Torino qualcosa si stia muovendo, ma manca del tutto una visione "nazionale". Forse gli italiani hanno ancora paura di un Re morto da quasi un secolo e mezzo? Incredibile che a Napoli lo denigrino rimpiangendo i Borbone, ed a Milano preferiscano celebrare la morte dell'invasore Napoleone nel 2021».
Risponde il giornalista-scrittore: «L'oblio di Vittorio Emanuele II non si spiega solo con la sua piemontesità. Direi che le cause sono due, una diretta e una subliminale».

Autonomie differenziate e speciali

La riunione al Dipartimento Affari Regionali della Commissione sull'Autonomia differenziata dello scorso 22 gennaioVien da rifletterci con questa storia delle elezioni regionali avvenute e che verranno con il regionalismo finito in prima pagina su chissà che fine abbia fatto la famosa "Autonomia differenziata", avanzata sino ad oggi da nove Regioni (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Campania). Nelle prime due dell'elenco si è svolto anche un referendum fra i cittadini nel 2017 che ha confermato a larghissima maggioranza la richiesta e per questo sono state la punta di diamante nella richiesta di maggior Autonomia, ma anche con Emilia-Romagna e Piemonte erano in fase avanzata di trattativa con il Governo precedente e con quello attuale, che ha rallentato l'iter di tutti.

Primi pensieri sull'Emilia-Romagna

Stefano Bonaccini mentre votaSono stato sveglio ieri sera per capire cosa avvenisse con le elezioni in Emilia-Romagna, poi - dopo un sonno ristoratore - mi sono svegliato all'alba, come mia abitudine, per capire se e quanto quelle previsioni notturne collimassero con la realtà dello scrutinio vero e proprio. Scrivo dando per scontato che i miei lettori sappiano l'esito: in soldoni con il voto di emiliani e romagnoli ha vinto la continuità di una delle Regioni "rosse" per definizione. Questo successo del centrosinistra ha il volto del presidente della Regione uscente, Stefano Bonaccini con il suo distacco largo ed inaspettato rispetto alla candidata leghista del centrodestra, Lucia Borgonzoni.
A caldo provo, un po' goffamente, ad articolare qualche pensiero derivante da questi risultati - Calabria compresa, dove il centrodestra ha dilagato - che pesano sull'Italia intera, ma con qualche distinguo.

Il Giorno della Memoria per non dimenticare

Mio padre, Sandro Caveri, nella foto 'ufficiale' da deportatoDomani sarà il "Giorno della Memoria", previsto da una legge che votai nel lontano 2000 alla Camera dei deputati (c'è nei resoconti un mio intervento): una ricorrenza internazionale che è commemorazione delle vittime del nazismo, in particolare dell'Olocausto (ebrei ma non solo) e per ricordare chi ebbe il coraggio di proteggere i perseguitati. Quindi ricordo anche mio papà, definito come "giusto" dalla comunità ebraica di Torino per aver accompagnato ebrei in fuga verso la Svizzera, talvolta ospitati a casa dei miei nonni in via Sant'Anselmo ad Aosta.
La data coincide con la liberazione da parte dei russi del campo di sterminio di Auschwitz, allora territorio annesso alla Germania ed oggi in Polonia. Ho visitato il campo di sterminio di Auschwitz - ed è avvenuto quattro volte, di cui due volte con a turno portando i miei figli, oggi grandi - e lo ricordo come uno dei rari casi nella mia vita in cui ho visto il mondo in bianco, nero e grigio. Pare che esista una malattia, l'acromatopsia completa, che dà questo effetto, ma a me non è capitato dal punto di vista fisico ma per il senso opprimente che quei luoghi restituiscono, sconvolgendo l'animo.

Il gatto non gatto delle nevi

Un antico 'Sno cat'Mi sono sempre piaciuti i gatti delle nevi, che non sono ovviamente quei mici selvatici, specie "Felis Silvestris", che stanno tornando in tutte le Alpi e ci sono di sicuro nei Dipartimenti Savoia, Alta Savoia ed Isère confinanti con la Valle d'Aosta ed il Torinese. Ma del mezzo meccanico, oggi mezzo assai sofisticato, di cui ho visto - come sciatore - gli esordi sulle piste un tempo battute con gli sci per poi occuparmene nell'esperienza da impiantista (ho provato anche l'ebrezza della guida!), compresa la visita a quella fabbrica valdostana, che è stata la "Oman" a Charvensod, purtroppo scomparsa.
Un amico di "Twitter", Gianni Graziani, valdostano in giro per il mondo per lavoro, mi ha segnalato la sintesi del perché si chiami "gatto delle nevi", tratto dal sito "Terminologiaetc", che - descritta la macchina ed il suo uso - così dice: "Forse è meno noto che il nome italiano è dovuto a un'interpretazione errata della parola inglese "snowcat", dal nome commerciale "Sno-Cat", che ha origine da un'abbreviazione di "snow caterpillar" e cioè "caterpillar delle nevi" (a sua volta, letteralmente, "bruco delle nevi").

Il silenzio del Parlamento sul fine vita

Un frammento da 'Arrivederci Professore'Guardavo l'altra sera alla televisione uno dei film più interessanti dello scorso anno, "Arrivederci Professore" del regista Wayne Roberts, che ha qualche affinità - nel rapporto particolare fra un docente e i suoi studenti - con il celebre film del 1989, "L'attimo fuggente", con quel professor John Keating interpretato da Robin Williams, che ha segnato più generazioni.
Ricordate quel passaggio che ci è rimasto nel cuore? «"Cogli l'attimo, cogli la rosa quand'è il momento". Perché il poeta usa questi versi? [...] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli... pieni di ormoni come voi... e invincibili, come vi sentite voi... Il mondo è la loro ostrica, pensano di esser destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? "Carpe", "Carpe diem", "Cogliete l'attimo, ragazzi", "Rendete straordinaria la vostra vita"!».

Arrampicarsi sugli specchi

Uno specchio...Arrampicarsi sugli specchi è un esercizio improbo e francamente pure stupido. A meno che non si sia l'Uomo Ragno, che sale ovunque con i suoi fili da ragnatela, l'operazione è infatti un azzardo, che ha nel suo uso consueto due significati compatibili. Da una parte tentare azioni difficili o meglio impossibili, dall'altra sostenere ragioni senza fondamento.
In politica conosco degli scalatori dell'impossibile, che agiscono con sprezzo del pericolo e pure del ridicolo. Si destreggiano in pose alpinistiche per far vedere la loro progressione, ma sono destinati a scivolare inesorabilmente nel vuoto e purtroppo cade e si schianta anche chi si è legato improvvidamente con loro in cordata.

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