blog di luciano

Il mare

Una panoramica di Porto MaurizioQuasi mi vergogno di scrivere di quanto mi manchi poter viaggiare. E per viaggio non intendo neppure luoghi lontani, ma anche brevi incursioni di prossimità.
Il viaggio è come una fisarmonica che può estendersi ed accorciarsi. Per me vale la curiosità di visitare luoghi mai visti e pure di ritornare a vedere posti dove sono già stato, perché loro magari sono uguali, ma ad essere cambiato negli anni sono io.
Odio la retorica patriottarda del turismo locale come inebriante soddisfazione. Conosco bene la Valle d'Aosta e capita ancora e spesso di trovare un posto, uno scorcio, un panorama ed anche delle persone che non avevo mai visto o frequentato. Ma puzza certa logica solo autarchica di chi, ogni estate, quando il settimanale "La Vallée" chiede a certi big che cosa facciano in vacanza pensano di piacere agli elettori, affermando garruli: «Qui, sempre qui, nel luogo natio!».

La storia del ribaltabile

I sedili della 'A112'Si può di questi tempi occuparsi di qualcosa di scherzoso? Oppure siamo votati alla monocultura del pensiero invadente e assolutista del "coronavirus"?
Oggi provo timidamente a reagire occupandomi di una vicenda avvincente, per quanto del tutto superflua. Mi riferisco al sedile ribaltabile, alla sua storia e ai suoi utilizzi.
Carlo Cavicchi su "La Repubblica": «Accadeva settant'anni fa in un'America uscita senza le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale. La "Nash", una delle case automobilistiche più popolari del tempo, avviata nel giro di pochi anni ad unirsi con la "Hudson" per dare vita al più importante accordo industriale degli Stati Uniti sotto il nome di "American Motors", lanciava il suo ultimo modello, la "Ambassador Airflyte". La "Nash Ambassador" era un'autovettura prodotta già dalla "Nash" dal 1927 e il modello di cui parliamo appartiene alla 3ª serie e, per curiosità, l'auto nella versione berlina - e sotto il nome di "Louise Nash" - compare nel film "Cars 3"».

Le Sindromi manzoniane e la Valle d'Aosta

Don FerranteE' bene rifarsi ai classici, intesi come libri fondamentali che vivono di luce propria, attraversando i secoli e restano sempre un bel supporto per i ragionamenti. Bisogna farne tesoro, perché ad essere onesti viviamo nella logica attuale del "mordi e fuggi", in cui molto spesso la conoscenza viene vituperata a favore di un generale e tragico appiattimento mentale e culturale.
Ho letto, nella geniale rubrica di Stefano Albertini, docente universitario negli Stati Uniti, sul sito "La Voce di New York", un articolo illuminante, intitolato "Vengono da Manzoni le nuove sindromi psico-caratteriali da coronavirus".
L'elenco godibile e sagace parla di alcuni personaggi manzoniani applicati al "coronavirus" ed alle su vicissitudini e sono Don Ferrante, Don Rodrigo, Fra Cristoforo, Don Abbondio, Perpetua, Gertrude e il Conte Zio.

"Lavarsi le mani" versus "Lavarsene le mani"

Laviamoci le maniPar di capire che il vecchio ammonimento di mamme e nonne, che è stato un tormentone della nostra infanzia, con il «lavati le mani!» ripetuto di generazione in generazione, avesse un grandissimo valore. Lo confermano il "coronavirus" ed il rischio di contagio.
Ora, come un mantra ma su basi scientifiche, ci viene ripetuto in ogni appello la necessità di tenere pratiche igieniche responsabili per noi e per gli altri.
La scrittrice Silvia Nelli ha osservato con sagacia: «Le mani, sono il primo passaggio di molte cose spesso inosservate, ma di grande valore: la stretta di mano, simbolo di conoscenza. Il tendere una mano, sinonimo di aiuto. Una carezza, la dimostrazione di affetto. Tenersi per mano, la paura di perdersi. Battere le mani, simbolo di approvazione. Usiamo le mani per tutto questo ricordandoci di non usarle mai contro qualcun altro, perché quello è l'unico modo negativo che hanno di mostrare qualcosa».

La sfida del Turismo

L'area 'Grand Place' di Pollein, la 'spiaggia' valdostana, riaperta al pubblicoIl quadro resta pieno di incertezze. In parte è comprensibile ed in parte no. Il Turismo, attività capitale per la Valle d'Aosta e per gran parte delle Alpi, aspetta chiarezza, mentre molte evidenze arriveranno con il contagocce e forse per la prossima stagione si tratterà di improvvisare in breve tempo, secondo le circostanze fauste o infauste che arriveranno. Una duttilità mentale ed un'operatività incisiva per nulla facile che deve contare sulla forza dell'imprenditoria e sull'appoggio incondizionato del pubblico. Più si lavora e più gira il tassametro del riparto fiscale per evitare una Valle d'Aosta che rischia di fare i conti con un crollo delle proprie entrate.
Devo dire, osservando lo scenario, che mi pare che sarebbe stato bene avere idee "a geometria variabile", a seconda di che cosa si potrà fare. La cautela non ha nulla a che fare con l'incapacità e soprattutto con una necessaria ma mancante visione d'insieme di un comparto turistico che finisce, in modo onnicomprensivo, per investire larga parte dell'economia e della società della Valle.

Ci mancava "ZeroZeroZero"

Un'immagine da  'ZeroZeroZero'Per capire, al di là di ogni retorica, quanto certi italiani fossero una vergogna nel mondo ci avevano già pensato i film della saga de "Il Padrino" o serie come "I Soprano", che mostravano come certa retorica sull'emigrazione italiana abbisognerebbe di qualche distinguo. Ma erano prodotti "Made in USA", cui sono seguite produzioni o coproduzioni anche italiane.
Avevo già raccontato in passato del mio stupore misto a dolore, seguendo in televisione - con l'aiuto della sottotitolazione perché il dialetto campano adoperato in larga parte mi è impossibile capirlo – le diverse serie di "Gomorra".
Un lavoro, nato da un'idea di Roberto Saviano, e liberamente tratto dal suo omonimo bestseller che da Napoli mostra personaggi che si muovono globalmente in altre località legate alla camorra, tipo la Spagna, la Germania, l'Honduras e la Bulgaria. Questi tizi si destreggiano come poliglotti nelle lingue di quei Paesi, quando non sanno farlo neanche in italiano.

Il mio regno per un cavillo

Il Re d'Inghilterra Riccardo III«Il mio regno per un cavallo» (dell'inglese «My kingdomfor a horse»), è la frase che che William Shakespeare fa pronunciare al Re d'Inghilterra Riccardo III durante la battaglia di Bosworth, quando viene disarcionato dal suo destriero e nella quale finirà per essere ucciso. Il Re, crudele nel corso del suo regno, è disposto ora - con l'umiltà frutto della paura - a cederlo in cambio di un cavallo che lo che lo porti via dallo scontro. La sua è la disperazione di un uomo che offre tutto ciò a cui tiene di più in cambio della propria vita.
Tutto ciò, opportunamente modificato in «Il mio regno per un cavillo» assomiglia all'aggrovigliarsi di chi a Roma come ad Aosta tiene a mantenere il proprio posto, destreggiandosi fra Dpcm, decreti legge, leggi regionali, ordinanze, linee guida e circolari esplicative a fronte di una crescente rabbia popolare che fa tremare il loro posto di potere. Ma ormai ritengo che sia tardi e neppure una pioggia di denaro potrebbe fermare qualche cosa di ancora più profondo del disagio economico.

Ricordare Papa Wojtyla e il suo amore per la Valle

Io con Papa Wojtyla a Les CombesIn molti hanno ricordato in questi giorni i cento anni dalla nascita del Papa polacco, Karol Wojtyla, il primo Pontefice - ormai Santo - in visita in Valle d'Aosta. Una terra che Giovanni Paolo II amò sinceramente e divenne luogo preferito per le sue vacanze estive, nel buon retiro a Les Combes di Introd, dove incontrava con piacere le persone, specie durante le sue escursioni.
Era la sera di una splendente giornata di fine estate, il 6 settembre del 1986, quando il Papa arrivò per la prima volta ad Aosta e parlò in una piazza Chanoux gremita di folla. Io ero là per fare la telecronaca "Rai" e mi occupai, la domenica dopo, della diretta in nazionale della messa celebrata nel prato di Montfleury (dovetti studiare parecchio per non fare sbagli).
Negli anni successivi, per le dieci vacanze papali, ho avuto il privilegio di incontrare il Papa, nei diversi ruoli pubblici che ho ricoperto, ed ho delle bellissime fotografie del fotografo ufficiale del Vaticano anche con i miei figli piccolissimi. Ricordo il primo incontro, quando mi disse: «Un deputato giovane, bene, bene!».

Resta dura la partita contro il coronavirus

Giuseppe Conte durante la conferenza stampa nella serata di sabato 16 maggioStanchi siamo tutti stanchi. Non è una stanchezza fisica, ma mentale. Il confinamento e le sue regole varie e soprattutto invasive e persino minacciose (ai posti di blocco ci batte il cuore, come se fossimo dei banditi) hanno occupato la nostra vita manu militari, facendola deragliare dalle sue più elementari abitudini ed in sostanza rendendola peggiore, in barba alla retorica di cui ho piene le scatole.
E questa storia ha investito tutte le età: dai più vecchi che hanno rischiato la pelle perché più esposti e con la sgradevole sensazione di poter essere sacrificati se necessario, senza una Rianimazione per salvare la pelle ai più piccoli che si sono trovati senza scuola e oggetto di dispute, persino sindacali, tra chi avrebbe voluto qualche tentativo di rientro a scuola e chi non ne voleva neppure sentir parlare, sostenendo che la "didattica a distanza" sarebbe un nuovo modo di fare scuola (aiuto!). Per non dire di categorie come gestori di bar, ristoranti, barbieri e pettinatrici diventati gli ultimi della fila e trasformati in geometri nella gestione degli spazi dei loro locali in queste ore concitate in cui le regole arrivano, come sempre, all'ultimo minuto con riunioni fiume e dichiarazioni contraddittorie.

«La legge non ammette ignoranza», ma...

Il manifesto 'Tacete' di Boccasile«Il nemico vi ascolta. Tacete!». Questo vecchio slogan di epoca fascista, nel solco di una politica liberticida, è stato ripreso nei comportamenti da tutti quelli che, a fronte della pandemia, si sono messi nelle condizioni di censurare ogni legittima critica nei confronti delle diverse Autorità preposte all'emergenza, sentendosi in dovere di ergersi a difensori d'ufficio.
Intendiamoci: ci stava che nei momenti più drammatici del contagio, quando il "coronavirus" è piombato nelle nostre vite e ha sconvolto società ed economia, ci dovesse essere una sorta di tregua ed il superamento di polemiche e bagarre. Ma questo non ha mai significato per me l'impossibilità di esercitare un legittimo diritto di critica. Un conto è il dovere di essere collaborativi, un conto è essere collaborazionisti con chi sbaglia e di errori ce ne sono stati tanti. Una seria riflessione ex post sarà davvero utile per essere più pronti e capaci nella reazione ad emergenze sanitarie come questa.

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