blog di luciano

La "Dichiarazione di Chivasso" frutta ancora

L'inizio della 'Dichiarazone di Chivasso'Ogni tanto mi chiedo se certi sforzi di mantenere vivo il ricordo di vicende storiche che hanno lasciato un'impronta indelebile sulla Valle d'Aosta siano serviti a qualcosa o se la nebbia dell'oblio avvolga ormai tutto e siano troppi i valdostani ad essere vittime di qualcosa che somiglia al frutto del loto, che nell'Odissea faceva perdere la memoria.
Ecco perché - pubblicato su Erobull.it - mi colpisce e persino un po' mi commuove uno scritto di una giovane federalista valdostano, Fréderic Piccoli, che è tornato in queste ore su quell'episodio storico della "Dichiarazione di Chivasso" del 19 dicembre del 1943.
Ricorda Piccoli: "Alla riunione di Chivasso, che si tenne in clandestinità presso l'abitazione di Edoardo Pons, parteciparono per le vallate valdostane Émile Chanoux ed Ernest Page (non riuscirono ad essere presenti Lino Binel, arrestato dai fascisti, e Frédéric Chabod, che fece pervenire per iscritto le proprie considerazioni) e per le vallate valdesi Osvaldo Coïsson, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel e Mario Alberto Rollier".

La ripartenza (non ero una "Cassandra")

Michele AinisSi può scegliere una data qualunque per ragionare su di un riscatto dei valdostani, dopo un annus horribilis quale è stato il 2019. Propongo il 1° gennaio 2020 come simbolo di una ripartenza, perché altrimenti senza uno scatto di orgoglio rapido chissà dove ci potremmo trovare fra un anno, se a macerie si aggiungessero altre macerie per via di nuovi scandali grandi o piccoli.
Evito la tentazione da cronista del riassunto delle vicende torbide che hanno sporcato la nostra reputazione agli occhi del mondo, perché sarebbe un esercizio che non farebbe altro che mettere il sale sulle ferite. Ma la memoria e gli occhi bene aperti sono importanti, perché in questi anni spesso c'è chi ha approfittato della smemoratezza di una parte di elettori, magari oggi imbufaliti, che hanno però il torto di avere scelto dei cavalli che già si sapevano usare del doping per le loro prestazioni elettorali, per non dire del malaffare che è la logica conseguenza di certi legami luciferini.

L'albero di Natale

L'albero di Natale in piazza DeffeyesInutile contarsi storie: il Natale è la festività più attrattiva, perché parte molto prima con un'evidente drammatizzazione, fatta di scelta degli addobbi (per chi li fa), di acquisto dei regali (che devi fare con suggerimenti subliminali e vale anche per chi deve farteli), con cene, "apericena" e bicchierate varie per farsi gli auguri e garantirsi la dieta da gennaio. Poi esiste un'equa ripartizione di vigilia e giorno canonico del 25, per me anche il compleanno, in cui ci si destreggia fra la parentela per fare socialità e ben sappiamo che ci sono occasioni in cui vorresti essere da solo come il perfido Scrooge di dickensiana memoria. E' indubbio che esista una "nevrosi da pranzo di Natale" in cui oltre a rischi gastrici si manifestano nervosismi da tavola con chi primeggia a dire la cosa sbagliata al momento giusto e si accendono fuochi di guerra. Da adolescente ribelle, quando la tempesta ormonale consente qualunque bizzarria per la comprensione di chi ti circonda («poi passerà con la crescita» - si commenta), avevo scelto di andare a sciare per reagire agli obblighi di protocollo, che ora considero un piacevole obbligo.

Il presepe

Un dettaglio del presepe degli artigiani napoletani nel centro di MilanoOrmai con il Natale ci sono cose collegate e di alcune si potrebbe fare a meno. Una di queste - parrebbe crescente - è la storia ideologica di brandire il presepe come un'ascia di guerra.
Da una parte ci sono quelli che non lo vogliono nel nome - ad esempio in Francia - della laicità dello Stato e ne vietano l'installazione nei Comuni, cui si accompagnano coloro - ad esempio in campo islamico - che chiedono che non si mettano i presepi nelle scuole perché simbolo di un'altra confessione.
Esattamente dall'altra parte ci sono coloro che, per ragioni inverse, spingono sul presepe per riaffermare le radici cristiane e per ribadire che chi viene qui da noi può fare quello che vuole, ma questo non può portare a disconoscere tradizioni secolari.

Aspettando Natale

Tra poco è Natale!Eccoci all'ultima settimana prima del rush finale in vista del Natale 2019. Si tratta di una specie di performance, che ha aspetti impegnativi per le molte incombenze che si accumulano alla fine di un anno.
Ognuno di questi tempi ha il proprio stato d'animo ed io racconto il mio in questi ultimi giorni da "conto alla rovescia" dell'Avvento. Personalmente l'attesa resta il momento più bello, perché poi le festività si spengono in fretta, nel breve volgere di poche ore.
Ma i giorni precedenti sono fitti fitti: si scambiano gli auguri, si fanno festicciole varie (i maschi di casa mia hanno tre compleanni in sequenza 16, 25 e 28 dicembre), si scelgono i regali ad personam, si pensa ai menu delle varie cene. La famosa relatività del tempo si esprime nella sua pienezza, rendendo tutto più veloce e Natale è come un flash il giorno canonico.

Ricordando Einaudi, no ad un Prefetto in Valle

Luigi EinaudiSono in troppi a straparlare sulla figura del presidente della Regione (o meglio presidente della Valle) per quella peculiarità del nostro ordinamento regionale, che prevede dal 1945 - con l'abolizione del Prefetto - che una larga parte di funzioni prefettizie siano in capo a questa figura. Quegli stessi decreti luogotenenziali abolirono la "Provincia di Aosta", dando alla Valle una forma di proto-regionalismo forte (purtroppo non di federalismo), confermata dallo Statuto con l'Autonomia speciale.
Ora c'è chi, come la deputata Elisa Tripodi dei "Cinque Stelle", eletta deputata della Valle sull'onda emotiva del successo dei pentastellati pur in assenza di elementari conoscenze per farlo, cavalca il ritorno del Prefetto e con lei una personalità anti-regionalista come la già democristiana Rosy Bindi.

La difficile ripartenza

Palazzo regionaleCalma e gesso. Va benissimo ogni forma di indagine, di processo, di autocritica, di lavacro, ma sia chiaro che la Valle d'Aosta resta una Regione alpina con valori e risorse capaci di dare risposte alla terribile crisi in corso per mano della 'ndrangheta e dei suoi complici o presunti tali. Paghi chi, soggetto in ruoli elettivi apicali e non solo, risulterà essere colluso in base ai reati che saranno accertati.
Il che non vuol dire affatto non avere già ora un'indicibile tristezza e una profonda indignazione per certe storie lette nelle intercettazioni e nelle ricostruzioni dell'accusa, che spetterà agli accusati contestare, se ne avranno la possibilità. Se non ci riusciranno peggio per loro, perché verranno inchiodati alle loro responsabilità di personalità pubbliche.
Intanto, aspettando i processi, cade come una mannaia un giudizio morale per chi con certi tipi deprecabili è sceso ad interessato compromesso a caccia di voti in una logica di "do ut des" fuorilegge.

Quelli della "Rai" di via Chambéry

Il primo logo del telegiornale regionale 'Rai' della Valle d'AostaGli anniversari più profondi sono e peggio è, perché sono loro che ci contano il tempo trascorso da quella partenza evocata, facendo scattare da allora le lancette dell'orologio. Quando le candeline sulla torta non trovano più posto, pudicamente si sceglie una sola candelina, facile da spegnere ed anche meno ammonitrice degli anni trascorsi.
Così avviene per i quarant'anni, tondi tondi quest'oggi, del primo telegiornale pubblico della "Rai", cui erano legati quei programmi televisivi nascenti della Struttura di Programmazione, di cui oggi sono responsabile.
Quella "Sede regionale per la Valle d'Aosta" nasceva allargando la presenza dell'emittente pubblica che dall'inizio degli anni Sessanta diffondeva via etere "La Voix de la Vallée" con una redazione prima a Torino e poi dal 1968 ad Aosta in via Chambéry, dove una decina di anni dopo - negli eleganti studi radiofonici old style dalla perfetta acustica - iniziarono ad essere confezionati da programmisti-registi anche trasmissioni di vario genere.

Politica valdostana: un passaggio difficile

Antonio Fosson annuncia le sue dimissioni da presidente della RegioneE ora? Sono in tanti a chiedermi, riconoscendomi un ruolo di esperienza in Valle d'Aosta, che cosa si possa fare di fronte a vicende giudiziarie, che ricordano un mare di tempesta. E le cui conseguenze saranno importanti sulla nostra politica, ma soprattutto sul futuro delle nostre Istituzioni e persino del nostro Ordinamento, perché giocarsi lo Statuto speciale sarebbe da perfetti imbecilli, come buttare il bambino assieme all'acqua sporca.
Questo è il nodo, che riguarda qualunque cittadino valdostano che voglia fare qualcosa per la sua comunità in difficoltà oggettiva e che rischia di affondare senza capire da dove ripartire con una discussione importante in cui rileggere senza sconti gli eventi che ci hanno portato sino a qui. Bisogna sapere farlo collegialmente, con onestà e freddezza, e pensando all'interesse comune e con scelte che ci riguardino direttamente e non con modelli importati chissà da dove per moda o perché colti con tutte le ragioni dall'indignazione che ci divora.

La tagliola della 'ndrangheta

La porta del ristorante considerato al centro dell'inchiestaCome molti ieri fino a tarda sera ho letto della nuova inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in Valle d'Aosta e non mi metto certo ad aggiungere elementi che non ho. Saranno le sentenze a stabilire i colpevoli nei processi avviati ed in quelli che verranno, ma sia chiaro da quanto emerge un inequivocabile «no» alla 'ndrangheta in Valle!
Scrivete "'ndrangheta" sul motore di ricerca poco sotto e vedrete quante volte ne ho scritto in questi anni non avendo mai giocato con il fuoco di un mondo oscuro e da molto tempo sono ormai in preda ad angoscia e preoccupazione per un crescendo un tempo non pensabile.

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