blog di luciano

La visione del futuro

Il 'Dottor Pangloss' di Joseph Jefferson di John Singer SargentPaolo Franchi sul "Corriere della Sera", qualche giorno fa, ha scritto un interessante articolo dedicato alla politica italiana, che vale come spunto, nella sua parte iniziale, anche per la politica valdostana.
Così Franchi: «La questione l'ha posta più nettamente di tutti, seppure nella forma di una domanda retorica, Graziano Delrio sul "Corriere": "In questo periodo è stata lanciata un'idea che sottendesse una visione? Un'idea che facesse anche solo discutere, nel bene e nel male, ma che aprisse un dibattito, una polemica, un confronto?". No, nessuno l'ha lanciata. Colpisce, nel nostro tempo sospeso, la miseria di quello che una volta veniva chiamato, un po' pomposamente, il dibattito pubblico. Non è una novità, purtroppo. Mai come in questi mesi, però, alla faccia del mantra "Nulla sarà come prima", abbiamo vissuto in una prolungata astinenza da idee, proposte, progetti».

Solo con gli occhi

La statua di San Francesco, a San Fiorano, con la mascherinaMascherina, ma non solo. Così è, anche se non ci piace. Ci pensavo l'altro giorno, quando ho incontrato una mia cara ex collaboratrice e - maledizione! - per assodata abitudine mi è scappato un abbraccio con bacino accennato. Non si può e mi sono subito pentito di averlo fatto!
Niente stretta di mano, niente pacca sulla spalla, niente sfioro dei corpi. Si è come astronauti con tuta spaziale, che invece è solo l'immaginaria aura di distanziazione.
Leggevo su "Le Point" un pezzo magistrale dello scrittore algerino Kamel Daoud: «Si on n'a pas perdu un être cher ou si on n'a pas été soimême contaminé, le virus est invisible, théorique. Ce sont des dizaines de contraintes et de frustrations, un couvre-feu, une solitude ou une faillite».

Le parole della pandemia

La 'quarantenaUna considerazione generale in premessa ci sta, ormai ad alcuni mesi dall'arrivo del "coronavirus". La prima osservazione riguarda la comunicazione istituzionale: la mia impressione è che a Roma come ad Aosta l'esperienza non sia stata positiva. Si è usato in alcuni casi uno strumento vecchio come il cucco della conferenza stampa ed in altri casi scorciatoie stile "social" con lunghi monologhi di protagonisti politici e scientifici. Sarà ora che si usino professionisti del ramo che abbiano studiato una disciplina che non consenta dilettantismo e la mancanza di un approccio opportuno fa scoprire ancora di più l'improvvisazione di larga parte della classe politica ed il linguaggio inadatto di chi affianca i politici con propri gerghi corporativi inadatti per il grande pubblico.
Il giornalismo spesso ha battuto queste stesse piste, dando anch'esso un'immagine per nulla idilliaca con troppi "reggimicrofono" e pochi capaci di dimostrare libertà di pensiero, scavando negli eventi ed evitando le troppe logiche ansiogene emerse nei momenti più delicati.

Aspettando il 2 giugno

La scheda del referendum del 2 giugno 1946Non lo dico né per sfida e neppure per fare il beffardo, ma con un filo di dispiacere. Mi piacerebbe sapere da molti che hanno messo il tricolore alle finestre o sui balconi che cosa evoca per loro il 2 giugno, la Festa della Repubblica, celebrata domani.
L'impressione è che la memoria sia piuttosto fallace sulla storia italiana anche in epoca di sovranismo squillante in cui ci si attacca alla bandiera più come un feticcio che per il suo possibile significato.
Atteggiamenti emotivi e sentimentali hanno le gambe corte come le bugie, mentre solo la consapevolezza crea il senso civico che ha radici solide. Altrimenti - lo dico con ironia - vale il detto "Passata la Festa, gabbato lo Santo". Nel senso che piano la democrazia diventa qualcosa di acquisito per sempre, senza avere consapevolezza del fatto che è una conquista che ha avuto un percorso travagliato e nulla è mai per sempre. Basta guardare a noi stessi ed al mondo che ci circonda per capire che il Male, così umano e non solo diabolico, incombe su di noi.

Prepararsi agli ingorghi estivi

Marco AimeLe vacanze sono ancora un grande punto interrogativo in questo sciagurato 2020 e diciamolo papale papale, contro la retorica melensa sulle difficoltà che fortificano e che rendono migliori.
Appartengo alla categoria delle persone che prevedono cosa fare con mesi di anticipo per la destinazione marina che considero indispensabile per chi vive tutto l'anno in montagna, mentre questa volta sarò - sempre che non ci siano regole così rigide da stravolgere ogni ragionevole soggiorno - della linea "last minute".
Ma naturalmente la "soluzione B" è che le vacanze siano esclusivamente domestiche e penso che in Valle d'Aosta ci siano molte cose da fare, anche negli scenari più complicati. Non dico il peggiore, perché quello sarebbe di nuovo il confinamento. Tuttavia, non nego che emerga all'orizzonte, nei periodi più classici del turismo fra luglio e agosto, un problema serio di accesso alla montagna, come possibile scelta privilegiata per molti vacanzieri, compresi i pendolari che la mattina decidano di spostarsi dalle città verso le montagne. Nel senso che immagino che ci si troverà, pur con dei diversi gradienti di intensità, di fronte ad un vero e proprio assalto, che potrebbe assumere caratteristiche di una vera e propria invasione.

Il bagaglio da "coronavirus"

L'ospedale dal campo installato sul piazzale della telecabina 'Aosta - Pila'Tutto avrei pensato nella mia vita, ma non di trovarmi a fare, in questi tempi strampalati del "coronavirus", il test sierologico (prelievo di sangue a pagamento a domicilio) ed a farmi fare il tampone (come dipendente della "Rai"). In quest'ultimo caso la location del fastidioso e non doloroso prelievo dal naso e dalla gola con un lungo "cotton fioc" mi è parsa surreale: dei grossi tendoni da campo piazzati in mezzo al parcheggio di partenza della telecabina "Aosta - Pila". Uno scenario inaspettato e che ricorderò nel tempo, così come le tante cose inusuali innescate dalla pandemia. Preciso che ho fatto le analisi non perché abbia chissà quale sintomo, ma perché lavorando in un servizio pubblico è stato giusto sottoporsi.

Sindromi manzoniane parte due

Don Rodrigo e... l'aperitivoA furor di popolo sono stato chiamato a parlare di nuovo sulle intelligenti e acute osservazione di Stefano Albertini, docente universitario negli Stati Uniti, sul sito "La Voce di New York", che ha scritto un articolo intitolato "Vengono da Manzoni le nuove sindromi psico-caratteriali da coronavirus".
Di Don Ferrante e del Conte Zio ho già detto, ma ne restano altri e come si fa a non evocare le sindromi di Don Rodrigo, di Fra Cristoforo, e di Don Abbondio? Sono anch'esse tipologie immortali dei caratteri umani. Ai tempi della scuola «il Manzoni»" e i suoi "Promessi Sposi" apparivano come in obbligo e dunque riscuotevano scarso interesse. Con il senno di poi quel bagaglio culturale torna utile per quel tratteggio manzoniano che rende quei personaggi valido in ogni tempo.

Il "dopo" del turismo alpino

Uno dei grafici pubblicati da 'Il Sole - 24 ore'Ho letto con grande interesse sul "Il Sole - 24 Ore" un articolo intitolato in modo significativo: "Turismo alpino e Covid: come la montagna si sta preparando alla Fase 2 e 3", scritto da Cristina Da Rold.
Tema interessante visto il conto alla rovescia, ormai imminente, che ci porterà a quel 3 giugno che dovrebbe essere lo sblocco in toto o in parte degli spostamenti fra Regioni e dunque con il ritorno del turismo nazionale. Poi, anche se al momento non esistono certezze, c'è chi dice che qualche settimana dopo - io date non mi fido di farle - dovrebbe sbloccarsi lo "Spazio Schengen", che comprende tutta l'Unione europea, cui si aggiunge la Svizzera. Sarebbe già un bel potenziale di turisti stranieri e questa circostanza eviterebbe la trappola già in parte scattata di accordi bilaterali fra Stati, che avrebbero potuto escludere l'Italia.

Come morì Émile Chanoux

La copertina del libro di Patrizio Vichi e Leo Sandro Di TommasoNon è un'operazione di archeologia storica occuparsi ancora oggi di Émile Chanoux. In un'epoca nella quale uno stupefacente entusiasmo popolare accompagna anche il passaggio in Valle d'Aosta delle "Frecce Tricolori" (cui va il mio massimo rispetto), con un’evidente logica "panem et circenses", riflettere su di un personaggio chiave dell'Autonomismo valdostano è importante. Non per assecondare chissà quale logica contrapposta ad una simbolistica "italiana" (ognuno fa quello che vuole), ma per far capire che esistono ragioni profonde per credere in aspetti identitari propri, per nulla morti e sepolti, pur in epoca di mondializzazione. Anzi, mai come ora - per chi crede nel federalismo, di cui Chanoux resta uno dei fari - le diverse identità devono convivere come elemento arricchente e la sovranità diffusa con la sussidiarietà resta fondamentale per una democrazia matura.

Il trionfo della stupidità

Il libro di Armad FarrachiQuando si legge un pamphlet, cioè uno scritto catalogabile in questa definizione per il suo tono polemico, lo si valuta per due aspetti: uno razionale e uno di pancia. Così è stato per me per il libro di Armad Farrachi "Il trionfo della stupidità" (titolo originale "Le Triomphe de la bêtise"), in cui miscelando cervello ed intestini sortisce quel che ci vuole con un libello di questo genere: una scossa elettrica, che vale per le parti condivise e per quelle sulle quali non si è d'accordo.
Farrachi, intellettuale francese, classe 1949, è professore di Lettere e lo si vede dalle citazioni, è un ambientalista-animalista che scrive con tono ora iroso, ora brioso, ma certi suoi dubbi aprono un confronto con le proprie convinzioni.

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