blog di luciano

Un Triangolo delle Bermude ad Aosta?

Il Triangolo delle Bermude valdostanoSe il "cambiamento" è diventato ormai onnipresente in qualunque proposta politica, è bene essere attenti e sospettosi per l'evidente appiattimento nel suo abuso. Il rischio di adoperare a sproposito slogan "nuovisti" di facile portata sta nel fatto che c'è chi agisce più per propaganda che per affrontare la realtà, essendo quest'ultima avvolta dalle ruvide difficoltà del governare.
Rischia grosso da questo punto di vista chi, nell'esercizio del potere, non sia consapevole del terreno scivoloso e impervio su cui ci si incammina ed affronti il futuro senza alcun rispetto per il passato e per la memoria. Non esiste la tabula rasa fine a sé stessa.
Ciò detto - non appaia sin da subito questa affermazione una stravaganza - il Triangolo delle Bermude mi affascina sin da bambino, anche se poi le diverse spiegazioni scientifiche o paranormali hanno abbastanza fatto cilecca. Per chi non sapesse di che cosa io parli, si tratta di una enorme area dell'Oceano Atlantico, che copre una superficie di circa un milione e centomila chilometri quadrati, di forma appunto triangolare, con i tre vertici corrispondenti all'arcipelago delle Bermude (Nord), all'isola di Porto Rico (Sud) ed alla Penisola della Florida (Ovest).

Le regole e il buonsenso

Il dettaglio di un'opera di Keith HaringE' molto complicato di questi tempi darsi delle regole. Mi viene in mente la frase di quel comico siciliano morto di recente, Pino Caruso, che con freddezza anglosassone annotava: «L'unica trasgressione possibile nel nostro Paese è l'obbedienza alle regole». Lo si vede quotidianamente e non è affatto un vanto ed a questo malvezzo si sono abituati anche i valdostani, che sembrano avere la pazienza di Giobbe anche verso chi, in ruoli elettivi, ama uscire dal seminato e infrangerle queste benedette regole.
Studiare, confrontarsi e poi decidere. L'esercizio siffatto pareva essere il minimo sindacale in democrazia, che si dovrebbe arricchire con un principio ulteriore: chi fa politica e si trova ad prendere decisioni attraverso leggi e atti amministrativi - fatta salva una cultura di base - deve avvalersi di chi sia tecnico in certe materie per scegliere le strade migliori per raggiungere gli scopi preposti.

Per non sprecare i talenti

I piatti di una bilancia anticaIl tempo passa e se ne va e, per non sprecarlo, bisogna pensare sempre a come adoperalo. Quando ho dato la Maturità nel 1978 i sessantenni erano nati nel 1918, oggi che anche io ho traguardato quell'età i sopravvissuti di quegli anni sono pochi (ho una vicina di casa di 104 anni!).
D'altra parte il mio nonno paterno René era del 1867 (mia nonna Clémentine del 1881), mentre quello paterno Emilio del 1880 (mia nonna Ines del 1898).
Questo per dire come, per quanto la vita si allunghi per nostra fortuna, i passaggi generazionali restino rapidi e questo vuol dire che per assicurare continuità - come avviene in qualunque specie su questa nostra benedetta Terra - si tratta di far ruotare tutto attorno a qualche caposaldo fra continuità e novità.
Scriveva Omero nell'"Iliade": «Come è la generazione delle foglie, così è anche quella degli uomini. Le foglie, alcune il vento ne versa a terra, altre il bosco in rigoglio ne genera, quando giunge la stagione della primavera: così una generazione di uomini nasce, un'altra s'estingue».

Quel pullman in fiamme e l'integrazione

Il pullman a fuoco sulla 'Paullese', a CremaLa minaccia di trovarsi bruciati su di un pullman, per via della follia del loro autista senegalese, dev'essere stata un'esperienza terribile per i ragazzini salvati in extremis dai Carabinieri alle porte di Milano.
Eppure proprio il fatto che molto si deve, per avere allertato le Forze dell'ordine con coraggio e astuzia, a due ragazzini - uno di origine egiziana e l'altro marocchina - ci deve fare riflettere non per una melensa esaltazione di eroismo da barattare con semplicismo con la cittadinanza che né RamyAdam hanno, ma sul fatto che esiste qualcosa di più profondo su cui riflettere.
Per farlo bisogna uscire dalla drammaticità dell'evento, che mostra come l'Italia non sia al riparo né dai "lupi solitari" fuori di testa e neppure dal rischio di azioni mirate e meno artigianali degli islamisti.

I gilets jaunes affondano nella violenza

Il ristorante 'Fouquet's' incendiatoCon viva curiosità - perché Parigi sulle "rivoluzioni" non scherza affatto... - ho seguito il fenomeno, in realtà all'inizio capillare e partecipato in tutta la Francia, dei "gilets jaunes" dai giubbotti catarifrangenti nati per essere indossati in caso di necessità quando si esce dalla propria auto in panne o incidentata. Si è trattato di una divisa indossata in realtà con intenti molto diversi e, sabato dopo sabato (giorno ormai canonico per la protesta), si è giunti ad avere una piccola minoranza di cittadini che partecipano ai moti e purtroppo ad infilarsi nella protesta sono state frange molto violente che la settimana scorsa hanno messo a ferro e fuoco una parte del centro della Capitale francese. Personalmente credo che si chiuda così quanto ci poteva essere d'interessante, essendo convinto che in democrazia - diverso è lottare contro le dittature - la violenza sia un vicolo cieco.

Il mestatore flâneur

Cucchiai di legnoEsiste in politica, anche nella piccola Valle d'Aosta che non ne è al riparo, la figura eterna nella sua caratterizzazione: il "mestatore".
Nell'esemplare sito unaparolaalgiorno.it risulta questa sintetica e esaustiva spiegazione: «chi mesta; chi trama e intriga, che viene da mestare, cioè "agitare mescolando", derivato dal latino "miscèere, mescolare", probabilmente attraverso un frequentativo "miscitare".
L'azione del mestare, cioè dell'agitare mescolando, è comune, quotidiana: e sono proprio le azioni di questo genere ad avere significati figurati più intensi e autentici. Infatti a questo verbo sono collegati anche i significati di tramare, di intrigare: diventa un mescolare callido, esperto (perché anche le trame vengono cucinate); e il mestatore, quindi, se propriamente sarebbe colui che mescola, figuratamente diventa colui che ordisce trame occulte - usando come speciali strumenti l'agitazione, l'eccitazione. E va da sé che questa figura trova un particolare mordente in ambito politico»
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La vita e la vecchiaia

Un anziano in ospedaleSiamo in fondo come delle "matrioske": esiste un noi piccolo come la bambolina centrale, che mano a mano affronta le età della vita che sono le bamboline che in scala sempre più grande attorniano quel nucleo sino a quell'ultima, che non sappiamo poi - perché la nostra vita non è noto quanto duri - quando si fermi, cristallizzando il nostro ricordo per chi ci ha voluto bene.
Quando cominci ad avere sessant'anni inizi a guardare il futuro - ringraziando, intanto, di esserci - con un occhio diverso dalle età precedenti ed in particolare guardi all'invecchiamento più di quanto facessi prima. Penso che sia un processo naturale, perché a qualunque età si guarda all'orizzonte, raggiunto il quale se ne presenta un altro, sino a quando a presentarsi di fronte alla fine c'è l'incognita misteriosa dell'infinito.

Pensieri sul Forte di Bard

Il Forte di BardSono tornato volentieri a parlare al Forte di Bard del percorso che portò alla rinascita dell'antica fortezza, trasformandola da macchina da guerra ad officina culturale. Per anni ciò non era avvenuto perché avevo l'impressione di essere finito in una specie di blacklist di indesiderati. Ricordo la smemoratezza su di me in occasione del decennale dell'apertura al pubblico, per quanto fossi stato il presidente che l'aveva inaugurato ed aveva presieduto successivamente l'Associazione che ancora gestisce la struttura. Oppure - cito solo un altro caso - quando ci fu un convegno suoi walser e mi venne spiegato dall'allora "dominus del dominus" che non era prevista nessuna mia presenza, pur essendo il sottoscritto chi aveva previsto la loro tutela in Valle con modifica dello Statuto d'Autonomia, allargata ai walser delle vallate piemontesi con la legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche.

Senza dibattito, aspettando Godot

Una panchina vuota ad AostaOrmai il dibattito pubblico valdostano vola basso e spiace che sia così in un periodo in cui, come in una mesta "Catena di Sant'Antonio", assistiamo alla periodica caduta di qualche ulteriore certezza sulla solidità della nostra piccola Valle, con un effetto depressivo e con una perdita di solidi punti di riferimento.
L'altro giorno dalle montagne che dominano Chamois, dando le spalle al Cervino, pensavo a quanto siamo fortunati a vivere qui in questo luogo alpino straordinario. Al momento aulico, sceso in un bar, è seguito quello prosaico, parlando con persone - come mi capita sempre più spesso - che, pur diverse fra loro, convengono infine su di un sentimento di affaticamento e di rifiuto verso un mondo della politica locale che gira in tondo. Si segnala una mancata comprensione di questo senso di ripulsa, che dovrebbe allarmare chi si occupa della "cosa pubblica", perché una comunità non è un'entità astratta, ma è fatta di cervelli, cuori e viscere.

Il futuro degli impianti a fune

La cabinovia per PilaSeguo con interesse e sulla base di una certa competenza accumulata nel tempo il dibattito sul futuro degli impianti a fune in Valle, sorridendo - perché conosco l'ambiente - quando si parla di «lobby degli impiantisti» da parte di chi favoleggia la fine dello sci. L'unica vera lobby è sul lato costruttivo con un duopolio mondiale, che condiziona i prezzi di costruzione a causa di una concorrenza assai dubbia.
Bisogna farla questa riflessione, guardando bene a cosa si sta facendo attraverso tutte le Alpi, perché il problema è comune in tutte le sue sfaccettature nel legame fra impiantistica e turismo.
La verità è semplice: lo sci resta una colonna portante del turismo invernale, ma bisogna mettere ordine con scelte definitive ad un settore che ha bisogno di certezze almeno per due ragioni.

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