blog di luciano

La vecchia storia del nazionalismo

Chissà se poi alla fine mi dovrei vergognare di definirmi un "nazionalista valdostano”, rifugiandomi magari nella definizione apparentemente più rassicurante nell’area ”patriottismo”. Vecchia storia, perché le parole cambiano di significato e “Nazione” nel periodo post bellico puzzava parecchio per l’uso distorto fattone da fascismo e nazismo. Non a caso la destra estrema, talvolta neofascismo, aveva usato la parola come fosse una bandiera, quando altri prendevano la stessa parola con le pinze. Oggi, anche al Governo, usano Nazione (e lo fa anche chi in passato si diceva federalista…) come lancia in resta contro l’Europa ed è una vera tristezza che non si capisca quanto sia un male questa logica.
Antonio Polito ieri sul Corriere, con il solito acume e il dono della sintesi, ha scritto: ”La contraddizione tra sovranismo e nazionalismo può stupire solo chi ha creduto in questi anni alla propaganda dei cosiddetti «populisti», cui non è stata certo estranea, dall’opposizione, Giorgia Meloni. D’altra parte il termine «sovranità» fu inventato (da Jean Bodin, a metà del Cinquecento) per fondare le basi teoriche dell’assolutismo monarchico, in cui il sovrano è «legibus solutus» e non ha altro potere sopra di sé se non quello divino. Mentre invece il concetto di «nazione» è il prodotto della Rivoluzione francese, e deriva dal pensiero democratico di Jean-Jacques Rousseau".
Passiamo al secondo e opportuno distinguo: ”I nazionalismi non sono poi affatto uguali. Nella storia l’idea di nazione è stata usata sia per liberare popoli oppressi, come nella costruzione dell’Italia unita, sia per opprimere altri popoli, come è avvenuto con la Germania nazista. Ancora oggi il nazionalismo ucraino, che fin dalla Costituzione del 1991 si basava sulla cittadinanza, cioè sull’uguaglianza civile tra tutti i residenti, compresi quelli che si dichiaravano di nazionalità russa, si batte da tempo per entrare nell’Unione europea; mentre quello russo, avverso all’Europa, «si pone come centro anche etnico di una rinnovata sfera imperiale, in un progetto super-etnico, chiuso e dominatore» (Andrea Graziosi in «L’Ucraina e Putin», Laterza)”.
Che bella serenità che ha chi, come me, è un federalista nel filone di pensiero di chi ha sempre posto attenzione, al di là dei distinguo storici che ci possono stare (l’URSS fu indispensabile per sconfiggere il nazismo con cui però all’inizio fu alleata), a come fascismo e comunismo abbiano sempre avuto principi nazionalistici, pur di diversa finte ideologica e culturale, inaccettabili.
Polito si cala, infine, nella realtà attuale: “C’è quindi una buona ragione per cui un’Italia uscita a pezzi dalla guerra, sotto la guida di De Gasperi, volle a tutti i costi partecipare fin dall’inizio sia al progetto atlantico sia al progetto europeo. Fu senza dubbio un atto di patriottismo, una specie di «seconda Costituzione» che segnò allora e in parte ancora segna il perimetro delle forze politiche abilitate a governare il nostro Paese. Se si pensa che il Movimento Sociale Italiano, progenitore di Fratelli d’Italia, votò nel 1949 contro il Patto Atlantico su basi «nazionaliste» e contro «l’imperialismo americano», si capisce quanta strada abbia fatto la destra di Giorgia Meloni nell’individuare dove veramente risieda l’interesse nazionale.
Molti osservatori dicono che la premier ha due facce, una aggressiva e «sovranista» in patria e una accomodante ed «europeista» a Bruxelles. Ma a parte il fatto che questo già sarebbe un progresso, bisogna ammettere che finora la premier se l’è cavata piuttosto bene nella dimensione europea. Grazie soprattutto alla posizione senza ambiguità sull’Ucraina; ma anche grazie all’adozione di una disciplina di bilancio di stampo «draghiano».
Meloni sembra insomma consapevole della contraddizione insita nella sua politica, e prova ad aggirarla senza perdere voti a vantaggio di una destra anche più «sovranista», che Salvini si propone di incarnare. Per questo ha finora adottato un criterio: su quello che è stato fatto prima di me, tipo Mes, resto contraria; ma esalto ciò che si fa in Europa ora che ci sono io, vedi patto sui migranti. È un tentativo comprensibile di salvare capra e cavoli. Non può però durare all’infinito. Il passo successivo è riconoscere che nell’interesse nazionale italiano c’è anche la credibilità garantita dal rispetto dei patti assunti dai governi precedenti, come nel caso del Mes e del Pnrr. La firma dell’Italia impegna anche lei.
Appena eletto presidente nel 1958 Charles De Gaulle, il campione di tutti i «sovranisti», confermò a sorpresa il sì di Parigi ai Trattati di Roma che avevano istituito la Comunità economica europea, firmati dall’ultimo governo della Quarta Repubblica, cui i suoi seguaci si erano ferocemente opposti. Per la semplice ragione che era nell’interesse della Francia. Non dovremmo essere noi a ricordarlo a una «nazionalista»”.
Chissà, appunto, se lo capirà e se la smetterà di criticare quel Draghi che di sicuro le ha dato una mano per evitare gaffes in Europa e non mi pare molto ripagato.

“Erano felici, almeno sui Social”

Leggevo l’altro giorno del delitto di Roma con una 17enne uccisa a coltellate e poi trasportata dal suo assassino con un carrello del supermercato lungo le strade del quartiere.
Mi ha colpito la frase di una conoscente della ragazza, che commentava di una amicizia finita in tragedia: “Erano felici, almeno sui social”. In questa frase piena di candore si legge una grande verità rispetto all’uso dei Social network, che raccontano storie personali artefatte rispetto alla vita quotidiana.
Lo si vede su diversi piani. Quelli più alti sono i cosiddetti influencer che sulla loro esposizione mediatica per via digitale ci campano e il caso di scuola dell’abile coppia dei Ferragnez è un esempio fra i molti possibili. C’è di peggio e me ne accorgo spiando il famoso Tik Tok, Social dei giovanissimi, che seguono divi del genere che lasciano esterrefatti per la loro stupidità. Ben più pericolosi sono naturalmente coloro che lanciano i famosi challenge che spingono i coetanei alle sfide più stupide e spesso pericolose.
Significativo che sugli influencer sia intervenuta di recente una legge francese, frutto di un accordo bipartisan. Il testo propone di definire legalmente gli influencer come "persone fisiche o giuridiche che, a pagamento, usano la loro notorietà per influenzare il loro pubblico e per promuovere beni e servizi online.
La normativa vieta la promozione di determinate pratiche - come la chirurgia estetica o l’astensione dalle terapie, mentre vengono messe nero su bianco le norme per la promozione di diversi dispositivi medici. Le immagini promozionali - di cosmetici, ad esempio - devono indicare se sono state ritoccate o utilizzare un filtro che le renda più attraenti.
Tra le attività vietate alle “star” dei social c’è anche, come dicevamo, la promozione di prodotti contenenti nicotina, le scommesse e il gioco d’azzardo. Le sanzioni per il mancato rispetto possono arrivare fino a due anni di reclusione e una multa di 300.000 euro.
Se questo evidenzia certe esibizioni dei divi del settore, che verrebbe voglia di estendere a chi in politica straparla o sparge odio, esiste poi un mondo fatto da persone normali. Nella logica di certo voyeurismo, cui fa da contraltare l’esibizione delle proprie esistenze in un legame perverso di chi osserva e di chi si descrive, tutti noi vediamo persone che propongono la loro vita sui Social palesemente artefatta. Una specie di schizofrenia che altera spesso profondamente la realtà e propone una visione di sé modellata in modo tale da raccontare una specie di vita parallela.
L’eccezionalità, la felicità, il glamour si sostituiscono alla normalità della vita. Specie per i giovani - lo vediamo noi genitori - cessa la distinzione tra online e offline, tra vita reale e vita sui diversi apparati. E siamo solo all’inizio, pensando alla realtà virtuale, che è uno straordinario strumento che potrà avere anch’esso - come capita con strumenti utilissimi di origine digitale - un suo risvoltò tossico.
Intanto, quel che è certo è che presentare la migliore versione di sé stessa sui Social diventa una sorta di fissazione e si aggiunge in modo inquietante ai rischi palesi di dipendenza che vale per tutti, me compreso. Non a caso lo psichiatra Paolo Crepet ha osservato “I social in realtà dovrebbero chiamarsi a-social, visto che predicano assoluta solitudine e sembrano fatti apposta per “asocializzare". Questo riguarda i giovani, ma anche i meno giovani. I Boomers che parlano male dei Millennials sono i primi asociali”.
Siamo in fondo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca ed è bene sapersi fermare quando necessario.

L’Intelligenza Artificiale va adoperata

Sto studiando l’Intelligenza Artificiale, che è un mondo complesso. Lo faccio per quattro ragioni: curiosità personale perché a partire da una certa età se ci si ferma di fronte alle novità si esce di scena; l’impressione che siamo ad uno scatto ulteriore che può agevolare in molti settori e il settore pubblico non può trascurare la partita; questi due punti si legano alla contingente situazione della delega che all’Innovazione che ho nel ruolo di Assessore regionale e non voglio sfinirmi solo con la digitalizzazione; infine con alcuni miei colleghi delle altre Regioni sarò a Perugia in una sessione dedicata al tema e dunque bene essere alfabetizzato.
Come molti ho cominciato da quale tempo a giochicchiare con la versione gratuita di ChatGPT e ad usarlo per certe ricerche, che sono più rapide di certe analoghe incursioni nei diversi motori di ricerca, in primis Google, oggetto ormai familiare nella vita delle persone. La prima impressione ricavata è la certezza che la versione popolare della IA che si può consultare è la punta di un iceberg e che sott’acqua non oso pensare quali passi in avanti siano già stati fatti. Ricordo tantissimi anni fa il mio amico impegnato allora in aziende all’avanguardia di Finmeccanica, Fulvio Marcoz, il primo Ingegnere elettronico della Valle d’Aosta che vive e ha lavorato per tutta la vita a Roma, che mi elencava le tecnologie belliche trasferite successivamente ad uso civile e immagino che sia stato così, almeno in parte, anche in questo caso. La seconda considerazione specifica su ChatGPT, oltre alla cortesia nelle risposte e l’umiltà nella ammissione dei suoi errori non sempre rinvenibile in noi esseri umani, è che prende delle straordinarie cantonate nelle risposte alle domande che gli vengono fatte. Mentre in altri casi le risposte sono utili e ben organizzate e ovviamente nei contenuti è una specie di mix di quanto altrimenti rinvenibile sul Web, ma ciò viene proposto in modo già organizzato e soprattutto in un battibaleno.
Come sulla Rete, tuttavia, se non si possiede una cultura generale solida o almeno qualche conoscenza a monte delle ricerche effettuate le cantonate se non errori marchiani c’è il rischio di prenderli sul serio, incatenando errori da errori. Sicuramente le tecnologie si perfezioneranno e al grande pubblico saranno offerti in prospettiva prodotti performanti è più lo saranno e più costeranno, perché questo è la logica di mercato.
Certo siamo già ad un bivio che riguarda - solo per fare un esempio concreto - il mondo della scuola, già scosso dal problema del telefonino in mano agli studenti con le sue potenzialità che sono eversive per i proibizionisti e da sfruttare per chi capisce che non si possono avere due mondi paralleli. Ragazzi che nella vita corrente usano certe tecnologie da lasciare severamente fuori dalla scuola. Una interazione - e molti già lo fanno - è un obbligo per evitare il paradosso dei già evocati due mondi, che debbono incontrarsi.
Ragionavo a questo proposito quanto scritto sul Repubblica da Stefano Quintarelli, esperto del settore con un’esperienza politica alla Camera, che è oggi a capo del Centro Studi Impara Digitale: “Si legge che ChatGPT, e più in generale i grandi modelli linguistici (Large Language Models, Llm) siano una minaccia per l’istruzione. Lo stesso si disse negli anni Settanta quando comparvero le calcolatrici, chiamate in alcuni articoli dell’epoca “macchinette intelligenti”, che eseguivano funzioni – ad esempio le radici quadrate – fino ad allora caratteristiche dell’intelligenza umana.
Questa volta però la questione è qualitativamente diversa: l’Intelligenza Artificiale Generativa, di cui gli Llm sono parte, non si limita ad eseguire procedure algoritmiche predeterminate bensì mima processi cognitivi. Come accadde per le calcolatrici, gli Llm non spariranno e dobbiamo imparare a conviverci”.
Concordo in pieno e prendere tempo in discussioni oziose non servirebbe a niente.
Ancora l’autore:”Un primo punto da sottolineare è che “Intelligenza Artificiale” è una metafora. È Artificiale ma non intelligenza, per come noi intendiamo l’intelligenza. L’immaginario costruito dalla fantascienza e il nome “Intelligenza Artificiale” ci fuorviano. Se si chiamasse Systematic Approaches to Learning Algorithms and Machine Inferences (l’acronimo fa “Salami”) ci chiederemmo se potrà ragionare, capire e sviluppare una coscienza?
La seconda cosa da sottolineare è che siamo noi ad attribuire un significato al prodotto della macchina. Un’intelligenza artificiale che diagnostica tumori non fa altro che trovare all’interno della sequenza di numeri (pixel) che compongono le immagini istologiche, le correlazioni che statisticamente sono state presenti in altre migliaia di immagini di tessuti tumorali da cui il modello statistico è stato distillato. Non possiede un concetto di tumore, di tessuto e nemmeno di immagine. Trova solo correlazioni nella lunga sequenza di numeri in cui l’immagine è srotolata. Predire rischi futuri da comportamenti super-umani per queste tecnologie è una forma di criti-hype, neologismo che indica una apparente critica il cui effetto è alimentare aspettative eccessive. Una calcolatrice fa milioni di radici quadrate in un secondo ma non la riteniamo un essere sovrumano. L’intelligenza umana è molto di più; solo se ci limitiamo a considerarci come una macchina per cose specifiche, la macchina ci sarà superiore”.
Insomma chi già oggi si preoccupa di scenari apocalittici per strumenti in essere si limiti per ora alle fantasie suggestive dei film di fantascienza.
Quintarelli spiega ancora: “ChatGPT giustappone parole in successione su base probabilistica a partire da un gigantesco modello statistico distillato da tutto ciò che è stato scritto fino al 2021. Non “sa” cosa sia una frase e tantomeno cosa significhi. La giustapposizione probabilistica di parole è un sistema tanto duttile quanto fallace. Lo stesso aspetto della tecnologia che le consente di essere adottabile in pressoché qualsiasi ambito la rende nel contempo soggetta ad errori”.
Ma eccoci, più avanti nell’articolo, alla scuola: “Un punto di partenza necessario è l’istruzione. La Finlandia si è data l’obiettivo di spiegare i fondamenti dell’intelligenza artificiale all’uno per cento della popolazione per assicurare che ogni finlandese abbia nella propria rete sociale qualcuno che conosca le basi dell’IA.
Le scuole devono necessariamente svolgere un ruolo: non è possibile infilare la testa sotto la sabbia, gli LLM esistono e saranno con noi. Farne capire ai ragazzi i limiti e come usarli correttamente è necessario.
Una possibile metodologia può essere assegnare, in varie materie, ricerche da farsi usando ChatGPT o Bard (ndr: altro strumento simile di Google) e chiedere ai ragazzi di trovarne gli errori e correggerli esponendo ai compagni in aula le differenze tra il prodotto dell’IA e quello che hanno rivisto e corretto. Questo esercizio porta una comprensione di potenzialità e limiti della tecnologia in varie materie, allena l’importanza del senso critico, della curiosità e della verifica di altre fonti”.
Mi sembra la strada giusta e Quintarelli annuncia come il suo centro studi abbia avviato - ed è meritorio - sperimentazioni su questo percorso nei licei.

Idrogeno verde: sfida da vincere

Si è aperta una discussione nel Comitato delle Regioni, per via di un parere da formulare su di un documento della Commissione europea, sull’idrogeno. Il tema è complicato, ma decisivo per una realtà come quella valdostana ricca di produzione idroelettrica e, con CVA, pure attiva sul mercato delle altre rinnovabili prodotte con il vento e con il sole.
L'idrogeno verde che si potrà produrre attraverso l’utilizzo di queste risorse rappresenta la variante pulita dell'idrogeno: non è presente in natura e si produce solo attraverso le fonti rinnovabili, a seguito del processo di elettrolisi. Idrogeno verde che nella successiva trasformazione produce energia e vapore acqueo, senza generare effetti inquinanti. Una scelta decisiva per ridurre le emissioni in atmosfera e contribuire, come tema cardine, a contrastare il cambiamento climatico.
Tuttavia, non tutto l’idrogeno è pulito. L’unico sostenibile è quello appena citato, che viene identificato con l’appellativo di “verde”, in quanto si ottiene dall'elettrolisi dell'acqua usando solo elettricità prodotta da fonti rinnovabili, come il fotovoltaico, l’eolico o l’idroelettrico: si definisce “verde”  proprio perché si distingue dall’idrogeno grigio e blu.
 Il grigio viene prodotto attraverso lo steam reforming del metano, un trattamento termico al alto impatto ambientale in cui il vapore ad alta temperatura viene utilizzato per dividere il gas metano ad alta pressione rilasciando grandi quantità di anidride carbonica. Il blu, invece, è ottenuto sempre attraverso lo steam reforming del metano, e dunque tramite un processo che utilizza fonti fossili, ma ha un minore impatto sull’ambiente perché implica la cattura - da quel che ho capito non è così banale - delle particelle di CO2 che non vengono così disperse nell’atmosfera. Aggiungo che ci sono anche l’idrogeno nero derivato da carbone e gasolio e quello viola dal nucleare, ma non mi dilungo.
Insomma: per motivi ecologici e di buonsenso bisogna puntare su quello verde e valorizzarlo sul mercato per le sue qualità davvero green, come si dice con un termine alla moda. La Valle d’Aosta può essere in prima fila.
Lo dimostrano due progetti finanziati dal PNRR. Il primo assegnato a due soggetti promotori: la Cogne nel settore siderurgico e l’altro a CVA sempre per produrre l’idrogeno verde.
Si aggiunge la costruzione di un distributore per l’idrogeno nella zona dell’autoporto di Pollein.
In un primo giro d’orizzonte cui ho partecipato l’interrogativo era: “Quali sono i principali ostacoli che impediscono agli enti locali e regionali di promuovere la produzione di idrogeno verde?”
Io, in sintesi, ho risposto che bisogna che in Europa si lavori sulla filiera di “utilizzatori” da affiancare alla produzione di idrogeno verde da attivare. È necessario coinvolgere i potenziali utilizzatori e facilitarne la transizione (es. acquisto di automezzi a idrogeno; realizzazione di stazioni di rifornimento). Non bisogna nascondere il prezzo ancora troppo elevato dell’idrogeno verde rispetto agli altri vettori energetici (si può agire penalizzando l’utilizzo di fonti fossili, come avviene ad esempio in Svizzera, o agevolando con incentivi la produzione di idrogeno verde, o entrambe). E poi la normativa è ancora troppo complessa e non chiara in termini di autorizzazioni e di apprestamenti di sicurezza, che deve necessariamente avere un carattere comunitario. Infine - utile per i mezzi pesanti che attraversano le Alpi - vanno chiarite le regole nell’attraversamento dei trafori per ragioni dovute ai rischi legati all’idrogeno che è estremamente infiammabile e questo potrebbe essere penalizzante nell’obiettivo di creare dei “corridoi europei” per il trasporto a idrogeno dei TIR contro l’inquinamento ambientale.
Ma le ambizioni valdostane nell’idrogeno rischiano di essere frustrate dai ritardi nelle scelte dell’Italia. Riporto quanto scritto da un esperto, Livio De Santoli, Presidente del coordinamento Free, che è il Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica raccoglie più di venti Associazioni:
“Secondo uno studio condotto dal Rina (ndr: società specializzata nel settore energetico), l'installazione di elettrolizzatori pianificata in Italia è di venti volte inferiore rispetto agli obiettivi proposti dall'Europa per il 2025. Inoltre, in quei settori dell'economia dell'idrogeno in qualche modo attivati (come i distributori), si vorrebbe tormare indietro sottraendo le scarse risorse ad essi destinate dal PNRR per installare 40 distributori. Senza distributori non partirà la filiera della mobilità a idrogeno né nel trasporto pubblico (autobus, treni etc.) né in quello privato, nonostante la disponibilità sul mercato di ottimi autoveicoli come la Toyota Mirai o la Hyundai Nexo che a Parigi circolano normalmente per la cooperativa di radiotaxi Hype fin dal 2015 con 600 vetture. In mancanza di questi fonda-mentali, sarebbe pura teoria elaborare un piano per sviluppare tutta la filiera, quello che la strategia europea chiama l'ecosistema dinamico dell'idrogeno: utenze (taxi, flotte di autobus, flotte aziendali private ecc.), infrastrutture (distributori, impianti di produzione di idrogeno verde), tecnologie (aziende di produzione di elettrolizzatori, com-pressori, erogatori, sistemi di accumulo ecc.). Una filiera che darebbe nuova linfa al settore industriale italiano, in assenza di competitor organizzati stranieri, altro elemento contro la volatilità dei mercati del combustibili fossili”.
Più avanti la proposta che le Regioni devono spingere contro l’inerzia del Governo: “Reiteriamo la nostra proposta: per l'Italia si potrebbero supporre i seguenti obiettivi:
al 2024 (ma siamo già in ritardo) lin-stallazione di almeno 600 megawatt di elettrolizzatori per l'idrogeno rinnovabile e la produzione fino a 80-100 mila tonnellate di idrogeno rinnovabile e, tra il 2025 e il 2030, 3 gigawatt di elettrolizzatori per l'idrogeno rinnovabile e la produzione tra 800mila e un milione di tonnellate di idrogeno rinnovabile. Come si vede, occorre urgentemente individuare una strategia che introduca forme di Incentivazione nella produzione di idrogeno e comprenda la realizzazione di una domanda adeguata”.
Già, senza domanda e offerta che si incontrano la strada si farebbe impervia. Spero di aver tratteggiato alcuni aspetti di una sfida rilevante per noi valdostani.

Non si strumentalizzi l’Europa!

Ognuno può vederla come vuole e certo la constatazione banale è che la lotta politica in Italia si sta di fatto polarizzando. Le vie di compromesso sembrano…compromesse e lo scontro tende a valorizzare le ali estreme degli schieramenti di destra e sinistra. Questa è la polarizzazione, quando ci si sposta a favore di posizionamenti e opinioni più estreme come scelta a favor di elettorato. Nel centro per ora si capisce poco e la tendenza a spostarsi sui già citati poli è forte anche grazie a leggi elettorali demenziali, che allontanano i cittadini dalla cosa pubblica.
Così, come sempre capita nell’ approssimarsi delle elezioni europee fissate per il 9 giugno 2024, si scopre l’Europa, in genere Cenerentola nel dibattito politico. Il sistema elettorale proporzionale, stupidamente organizzato con circoscrizioni per macroregioni, accentua la voglia di differenziarsi con clamori e nella logica attuale chi grida più forte sembra avere ragione.
Dico sembra perché mi pare che agli urlatori (sia Meloni che Schlein usano toni acuti) sfuggano due elementi.
Il primo è banalissimo e cioè il vero partito dominante - e le Europee lo mostreranno grandemente - è quello degli astensionisti. Inutili troppi predicozzi sul punto e analisi sociopolitiche. La gran parte di loro disprezza la politica e si allontana dal diritto di voto, esprimendo una protesta legittima, ma certo non molto utile alla causa della salvaguardia della democrazia già indebolita.
La seconda considerazione sulle Europee e che, per scelta o per distrazione, in pochi, anzi troppo pochi, si sono dati da fare in politica a spiegare l’importanza dell’integrazione europea. Si preferiscono certe liti condominiali all’italiana, dispute da pollaio e l’uso strumentale e talora vittimistico delle questioni europee con l’uso di specchi deformanti per abbindolare gli elettori. Lo si fa da parte di molti ed è una scelta strumentale sciagurata. Si coltiva l’ignoranza popolare sui valori europei ed è vero che molti politici italiani non lo fanno solo per scelte tattiche, ma perché spesso ad essere ignoranti sui temi comunitari sono loro stessi.
C’è da sperare che le generazioni più giovani schifino certi atteggiamenti e si attrezzino. Sono stato di recente a Bruxelles ad una “scuola di politica” con giovani provenienti dall’Italia fra i 19 e i 26 anni e mi parevano piuttosto attrezzati e consapevoli della loro cittadinanza europea. Ne conosco anche in Valle - penso ai giovani federalisti - che coltivano valori che fanno parte, per fortuna, del DNA della politica valdostana. Coltiviamo queste generazioni in quelle parti interessate al cammino europeo e bisogna farlo perché è il solo antidoto contro certo nazionalismo sovranista provinciale e cafone.
Mi sono personalmente stufato di stupidità e banalizzazioni contro l’Europa, che si diffondono come un virus, fatto di falsità e insinuazioni di basso profilo. Ma, si sa, le cose urlate, la violenza verbale, lo sproloquio qualunquista rischiano di scaldare le platee e purtroppo a convincere gli elettori, più di quanto avvenga con atteggiamenti pacati, con i ragionamenti complessi e facendo leva su ragioni profonde che obbligherebbero ad essere europeisti con il cuore e con il cervello.
Dobbiamo - mi rivolgo a chi ci credere - essere formichine umili e compatte nello spiegare che l’Europa non è la perfezione e neppure il Paradiso in terra, segnalando però come le alternative siano secche. O lavorare per un disegno forte di un’Europa federalista rispettosa di tutti e migliorata in quegli aspetti di complessità burocratica che la rendono invisa a molti oppure il Vecchio Continente non solo non conterà nulla nel contesto mondiale, ma tornerà ad essere terra di odi reciproci e temo pure campo di battaglia, come è avvenuto nel doloroso passato fatto di divisioni e contrasti.

CVA cavalca il mercato elettrico

Quando in Valle d’Aosta si costruì il regime di Autonomia speciale, prima con i decreti luogotenenziali e poi con lo Statuto, la ricchezza derivante dall'energia prodotta con la forza delle acque attraverso le centrali idroelettriche fu un tema politico essenziale nei rapporti talvolta turbolenti con Roma. Questo avvenne grazie alla visione illuminata dei padri fondatori dell’Autonomia, tra l’altro con discussioni enormi anche nella politica interna.
Le particolari prerogative ottenute vennero in larga parte disattese con la nazionalizzazione del settore elettrico con sentenze della Consulta contrarie alla Valle all'inizio degli anni Sessanta, che furono tombali e diedero vita al monopolio "Enel", durato per decenni e la responsabilità nel settore fu tutta nelle mani del potere politico romano con una logica colonialistica.
Pian piano la liberalizzazione di fonte europea si affermò sino a quando questa leva della concorrenza consentì vent'anni fa - con la vendita degli impianti "Enel" - la nascita della "CVA - Compagnia valdostana nelle acque - Compagnie valdôtaine des eaux". Personalmente lavorai come deputato per chiudere questo disegno che fu certo oneroso per le casse regionali, che oggi per contro godono di cospicua tassazione, benefici da concessione e lauti dividendi che mostrano la bontà delle scelte assunte. Si trattava nel lavoro parlamentare di ridare vitalità a competenze statutarie che parevano perse per sempre e di facilitare le complesse negoziazioni con i diversi interlocutori. I frutti, come dicevo, oggi si vedono e si guarda giustamente al futuro. Sono passati per fortuna certi momenti grami, come avvenne con l’improvvido acquisto fatto a suo tempo delle turbine cinesi - mai ben funzionanti e oggi ferrivecchi arrugginiti - di cui mai nessuno ha di fatto pagato le colpe. Così come si è affrontata bene la recente crisi legata alla guerra d’aggressione in Ucraina, potenzialmente disastrosa per picchi di prezzo con esborsi milionari e ciò è avvenuto con abili operazioni finanziarie necessarie per salvaguardare gli equilibri di bilancio di CVA. Avendone avuto all’epoca la delega ho avuto momenti di sudori freddi.
Ora le strategie europee in quel vasto programma riassumibili nella parola "green" chiariscono che per CVA, partecipata regionale, può significare sempre di più essere nel posto giusto al momento giusto con una politica forte nel proprio settore oggi in auge, quello delle energie rinnovabili. L'idroelettrico, l’eolico e il solare servono in più per ottenere idrogeno verde, combustibile del futuro, che può stoccare anche quanto oggi si perde. E la crisi idrica per il cambiamento climatico spinge verso investimenti proprio verso i parchi fotovoltaici e eolici per compensare i cali nella produzione idroelettrica. L’uscita dalle “gabbie” della legge Madia ha significato per la società poter fare investimenti nel resto d’Italia, rafforzando la propria posizione sul mercato.
Lo scriveva bene ieri il Sole24 e approfitto della ottima sintesi di un piano di sviluppo CVA di recente presentato al Governo valdostano è così proposta ai suoi lettori dal giornalista Cheo Condina: “Il raddoppio della capacità installata a 2 GW, grazie a investimenti per 1,6 miliardi, per consolidare il ruolo di operatore energetico "pure green" e differenziare maggiormente il portafoglio delle fonti di generazione elettrica, crescendo in tutta Italia. È questo, in estrema sintesi, il nuovo piano industriale al 2027 appena lanciato da Compagna Valdostana delle Acque, già tra i primi player nazionali dell'idroelettrico, che ora punta sotto la guida del Ceo Giuseppe Argirò a consolidare la presenza su tutta la filiera delle rinnovabili dopo che lo scorso dicembre, in quest'ottica, era stato mosso un passo importante con l'acquisto di Sistemi Rinnovabili”.
Ma sono importanti i dati che dimostrano lo sviluppo: “Numeri alla mano, il gruppo oggi può contare su 934 MW di idroelettrico (gli storici impianti in Valle d'Aosta, per alcuni dei quali il piano prevede un potenziamento), 54 MW di solare e 157,5 MW di eolico. In tutto, dunque, 1,2 GW già a terra, a fronte tuttavia di un portafoglio ben più ampio: 194 MW di progetti fotovoltaici autorizzati, oltre 1.100 MW in fase di sviluppo e una pipeline superiore a 3.100 MW. Questa sfilza di numeri si traduce al 2027, in circa 2 GW complessivi distribuiti in tutto il Paese. Il concetto chiave è la maggiore diversificazione, geografica e tecnologica: l'idroelettrico cala dal 79% al 48% del totale, il solare arriva al 35%, mentre agrivoltaico ed eolico si attestano rispettivamente al 5% e al 12%. Da piano è prevista anche la valorizzazione sul mercato di ulteriori 400 MW di rinnovabili già autorizzati. « L'idea è puntare molto sulla crescita endogena, ovvero mettere in piedi l'architettura di una business unit verde che ci consenta di presidiare tutta la catena del valore: origination, permitting, realizzazione e gestione impianti», fa notare Argirò, sottolineando come lo sviluppo di solare ed eolico consenta una cruciale «diversificazione del rischio delle fonti, raggiungendo un modello di offerta di generazione elettrica base load». In parole povere, il portafoglio di Cva consentirà di coprire la richiesta di elettricità in qualsiasi momento della giornata, che ci sia vento, pioggia o sole”.
Ma anche i soldi contano e valgono molto per la Regione autonoma: “A livello di bilancio al 2027 è stimato un Ebitda di mezzo miliardo circa (dai 295 milioni di fine 2022), mentre l'utile atteso è di circa 250 milioni (da 164 milioni). Su arco piano tutti i profitti dovrebbero arrivare a 1,2 miliardi, di cui 470 milioni da destinare come dividendo alla Regione Valle d'Aosta, socio totalitario di Cva con il 100% del capitale. La posizione finanziaria netta, infine, si attesterà a 396 milioni, ovvero 0,8 volte l'Ebitda. A livello industriale Cva prevede anche il consolidamento e lo sviluppo della business unit relativa all'efficienza energetica e investimenti sulle reti, visto che l'obiettivo «è anche dare un rilevante contributo al contrasto al cambiamento climatico ed alla sicurezza energetica nazionale», conclude Argirò”.
Certo bisogna in contemporanea giocare una partita importante con la scadenza delle concessioni ora prevista nel 2029, che potrebbe significare l’incognita delle gare, che molti Paesi europei hanno scelto scientemente di non effettuare a tutela di un settore strategico. Dappertutto si è sottolineato l’impatto assai rischioso di cadere in una sorta di lotteria nel settore idroelettrico assai inquietante per la sovranità energetica italiana ed europea (ci ragionino le autorità comunitarie!) anche per i territori come quello valdostano - Regione alpina per eccellenza - che hanno nelle acque una propria ricchezza.

Puntualità e perdita di tempo

Ci sono due comportamenti che accompagnano la mia vita e chissà se possono essere definiti paranoie, certo nell’uso colloquiale del termine.
Ammetto di essermi ormai rassegnato in larga parte alla loro imposizione, ma non del tutto, benché mi consideri spesso perdente.
il primo è l’assillo della puntualità, il secondo riguarda certe perdite tempo. Cominciamo dalla puntualità: è una vita che sono puntuale e mi rendo conto che la precisione nel rispetto degli orari finisce per essere una galera.
È purtroppo sistematico nella mia vita cercare persino di arrivare persino un attimo prima e di subire poi l’attesa di chi non rispetta i tempi. Credo che il mio sia un riflesso culturale, instillato da mio padre e dal suo uso febbrile del tempo. Più che un veterinario era una pallina da flipper sempre in movimento.
Ci ha scherzato Stefano Benni: “La vita del puntuale è un inferno di solitudini immeritate”. E ricordo il nervosismo paterno, controllando maniacalmente l’orologio da polso, quando qualcuno sgarrava.
Ci possono essere diverse ragioni per cui alcune persone arrivano sempre in ritardo. Alcune possibili spiegazioni potrebbero includere una gestione inefficace del tempo, una cattiva pianificazione, la mancanza di consapevolezza dell'importanza della puntualità o semplicemente una tendenza personale ad essere disorganizzati. Non vorrei dimenticare i maleducati e i menefreghisti, che prescindono dall’ implacabile incedere delle lancette dell’orologio.
Esiste poi, come secondo malessere che poi si incrocia in parte con il primo nelle attese di chi non arriva, e cioè la perdita di tempo, che temo valga uno spazio importante nella vita di ciascuno di noi. Non è naturalmente così nel tempo libero, quando il tempo può scorrere anche in un dolce far niente, che ha i suoi aspetti salutari.
Ma nel lavoro trovo insopportabile che si sprechi il tempo. Vado a certe riunioni o a certo convegno dove gli eccessi di parola, la ripetitività, l’ascoltarsi mentre si parla deborda triturando i minuti e non solo quelli. Molte cose possono essere dette in poco tempo. Evoco sempre due lezioni di vita. La prima Gustavo Selva, direttore del GR2 che chiedeva alle Sedi regionali contributi di 1’ per raccontare gli eventi di cronaca. Un obbligo ad essere rapidi ed efficaci in una quindicina di righe. Via i fronzoli e dritti valla notizia. Idem per l’esperienza europea, sia al Parlamento che al Comitato delle Regioni: sempre in 1’ si deve concentrare un pensiero sull’argomento ì discussione e vi assicuro che si può fare.
Così devono essere le riunioni di lavoro e soffro quando hai persone che sì dilungano, che cincischiamo, si ripetono, stentano a chiudere i loro interventi. Così i tempi si allungano all’infinito e questo capita anche in certe recenti discussioni in Consiglio regionale, che è certo un parlamento - termine che viene proprio da parlare - ma esistono il buonsenso e l’abisso dello straparlare.
Per carità, aveva ragione Elsa Morante a dire della variabilità del tempo, anche quando è lo stesso: “l tempo – che gli uomini tentano di domare con gli orologi, fino a renderlo un automa – è per se stesso di natura vaga, imprevedibile e multiforme, tale che ognuno dei suoi punti può assumere la misura dell’atomo o dell’infinito”.
Ma comunque è bene non sprecarlo, come scriveva San Josemaria Escrivà de Balaguer: “Se il tempo fosse soltanto oro…, potresti anche permetterti di perderlo. Ma il tempo è vita, e tu non sai quanta te ne resta”.

Le Alpi “umane”

Ancora oggi, quando si parla di montagna e delle sue caratteristiche le più varie, si pensa da parte di molti – per distrazione o ignoranza – perlopiù all’alpinismo. Pratica straordinaria, che ha sdoganato dal Settecento le alte cime e fatto conoscere al mondo terre non così note al resto del mondo, intendendo per questo in particolare l’alta montagna, quindi neve, roccia, ghiaccio e quote elevate, utilizzando al momento opportuno le varie tecniche adeguate al terreno.
Ricorda Mariel Bluteau, non a caso evocando gli inglesi che furono i primi “scopritori”, sul sito di Radio France: “Il est intéressant de noter que les anglophones utilisent le mot "alpinism" mais aussi et surtout un terme plus ancien, "mountaineering", qui ne fait pas référence aux Alpes mais à la montagne. Sa traduction française, « montagnisme », qui existe aussi, n'est utilisée que très rarement. D'autres termes sont apparus plus tard pour désigner la pratique de l'alpinisme spécifique à d'autres massifs : le pyrénéisme, l'himalayisme, l'andisme… Mais le terme "alpinisme" reste utilisé de façon générale pour tous les massifs du monde”.
Ma è sempre bene fare in modo di spiegare che il mondo della montagna è molto più complesso e se l’alpinismo resta una punta di diamante, con la sua pratica ordinaria e certe imprese di straordinaria eccellenza, c’è poi un ricco mondo della montagna sottostante, ma non minore. Ci pensavo l’altro giorno, trovandomi nel vallone di Vertosan sopra Saint-Nicholas per un delizioso e direi godurioso pranzo tipico a Lo Grand Baou dove la famiglia Marcoz, sotto la direzione di Denise veterinaria-ristoratrice, ha dagli Settanta convertito proprietà di famiglia in questo luogo di accoglienza. Vertosan è un termine in patois che significa Comba di Vert Tzan e significa letteralmente Valle del Prato Verde e l’abbondanza delle acque in effetti consente questa natura verdeggiante, da cui il toponimo.
L’esempio è significativo di un’altra montagna che si rivolge non solo agli alpinisti, ma ai semplici escursionisti, che devono però saper cogliere non solo l’ambiente naturale in cui vivono le loro esperienze, ma avere consapevolezza di che cosa siano le Alpi. Con buona pace di chi ritiene che sia uno spazio selvaggio in cui la presenza umana è accessoria se non invasiva. Purtroppo certo ambientalismo ha imposto, con disgusto, il verbo “antropizzare”, come se i montanari fossero elementi estranei alla Natura, invasori di luoghi altrimenti destinati a chissà quale ruolo senza la loro presenza…ingombrante. Follie, verrebbe da dire, se non che certe logiche striscianti guadagnano purtroppo terreno.
Vertosan, invece, è zona di alpeggi che segnano la presenza umana nel connubio con quelle bovine valdostane anticamente addomesticate e la catena da allora per fortuna non si è spezzata, anche se troppi villaggi di alta quota, sia per ragioni climatiche che per fenomeni sociali di spopolamento, oggi sono in parte abbandonati. Ma, come appena citato, si moltiplicano i casi virtuosi di riutilizzo di strutture antiche.
Mi sono fatto indicare – seguendo il genius loci che si avverte nella vallone - la zona cui si riferisce una poesia del poeta in francoprovenzale, l’Abbé Jean-Baptiste Cerlogne, che racconta della Bataille de Reines a Vertosan svolta nella zona, si tratta di battaglie incruente ed istintive per le vacche il cui scopo è quello di decretare in maniera naturale una “Regina” del gruppo.
Ecco un passaggio della poesia:
“Euna vatse s'avance in branlen sa sonnaille: / L'est Fribour, que s'en vin presenté la bataille. / Maurin, reina di Breuil l'attendzet a pià fer. / Lé s'anuflon toustou, s'aveitson de traver. / Inque cella di Breuil, quoique dza bien lagnäye, / Se bette a borallé; l'est totta inforochäye; / Sa gordze l'est in boura, et soufle de son nà, La terra que vegnan de dzaraté se pià. / L'an corne contre corne, et fron contre lo fron; / I meiten di s-épale infonçon lo cotson. / Binque fejan d'effor tseut leur membro cracävon; / Leur s-ousse sortichan, leur veine se conflävon; / Et tsaqueuna, a be-tor, pe pa perdre terren / Plante se coque in terra, et lé vat pa pi llioen. / Egala l'est leur force, egal l'est leur coradzo: / Faren-t-è de leur gloère ettot egal partadzo?”
 La traduzione:
“Una mucca arriva agitando il suo campanaccio: / È Fribour, che si presenta per battersi. / Maurin, regina del Breuil a piede fermo l’aspettava. / Lì tosto si annusano, si guardano di traverso. / Poi quella del Breuil, sebbene già molto stanca,  / Comincia a muggire; è tutta inferocita; / La sua gola schiuma, e soffia con le narici / La terra che i suoi zoccoli han sollevato. Hanno corna contro corna, e fronte contro fronte; / In mezzo alle spalle infossano il loro collo. / Mentre facevano lo sforzo tutte le loro membra scricchiolavano; / Le loro ossa affioravano, le vene si gonfiavano. / Ed entrambe, a turno, per non perdere terreno / Piantano i loro zoccoli in terra, e di lì non si muovono. / La loro forza è la stessa, uguale è il loro coraggio: / Faranno anche della loro gloria un’equa spartizione?”.
Sono molte altre le azioni, le vicende, le storie che possono essere oggetto del nostro storytelling nel raccontare la nostra montagna viva e abitata.

Le montagne e la nuova legge

Torna in pista la legge sulla montagna o meglio la riscrittura profonda della legge in vigore, che risale al 1994, quando la votai convintamente, e che ebbe come principale promotore il Senatore Natale Carlotto, big della Coldiretti, classe 1931. Ancora oggi Natale, cuneese combattivo e simpatico, vive con un giusto rimpianto: quella legge, che era piena di norme interessanti, è stata inghiottita dalla burocrazia statale, che ne ha sancito purtroppo la scarsa applicazione. L’insegnamento, che appresi in quegli anni di attività parlamentare, è che bisogna diffidare di norme che rinviino a provvedimenti successivi con decreti vari che, mai emanati, boicottano anche la migliore legislazione.
Consci di questo triste destino, siamo stati in molti a puntare ad una riscrittura, che tenesse conto dell’evoluzione delle discussioni sul futuro delle montagne. Uso il plurale convinto, anche grazie a molte battaglie in Europa sul tema, che dire “montagna” non riflette la realtà plurale di territori che possono avere caratteristiche diverse. Il caso italiano è rappresentativo: le Alpi non sono tutte uguali e se le si comparata agli Appennini le differenze sono evidenti, così come l’apparente paradosso di isole che dal livello del mare si ergono verso il cielo. Queste differenze si evidenziano se ci allarghiamo al perimetro europeo di cui facciamo parte.
In Italia la madre giuridica per le montagne è il polveroso articolo 44, mai rinnovato: “Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.
La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”
Chiaro? Questa frasetta finale, situata nel contesto agricolo, condanna la montagna ad una vecchia visione rurale, per nulla corrispondente alla realtà attuale.
Eppure il Parlamento ancora di recente qualche modifica alla Costituzione l’ha fatta anche su principi importanti.
Pensiamo all’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
È stato aggiunto, scritto con i piedi per un ambientalismo d’accatto, questo comma finale: “Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.
Così come l’articolo 41: «L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.
Nel primo comma spuntano “salute e ambiente”, nel secondo “ambientali”.
Mentre la montagna resta impiccata al vecchio 44, che sarà pure estensibile per la sua genericità, ma resta un comma di fatto inespressivo.
Sul piano europeo c’è l’articolo 174 dei Trattati: “Per promuovere uno sviluppo armonioso dell'insieme dell'Unione, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale.
In particolare l'Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite.
Tra le regioni interessate, un'attenzione particolare è rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna”.
Fu una fatica aggiungere “montagna”, ma il vero passo in avanti sarebbe una direttiva europea che ne fissi gli ambiti territoriali.
In questi giorni, tornando al dibattito in Italia, ho riproposto a chi se ne occupa al Ministero delle Autonomie, delle annotazioni delle Regioni (di cui sono portavoce in materia) sulla riscrittura della legge. Resta essenziale la questione della perimetrazione per evitare quanto ampliamente già avvenuto in Italia: considerare montagna anche quello che non lo è e infilare le politiche per la montagna nell’ambigua definizione di “aree interne”.
Insomma: vicenda complessa, ma importante per un Valle d’Aosta che è davvero montagna!

I volti dell’Amore

Siamo di fatto e non sempre davvero immersi nell’Amore, che torna in discorsi aulici e in quelli terra a terra. Senza amore cancelleremmo interi repertori di canzoni, renderemmo difficile la vita ai poeti, faremmo fallire aziende di vari settori che lucrano sul sentimento.
La varietà è dimostrata dalle citazioni possibili.
Piero Angela da divulgatore scientifico: “L'amore colpisce in modo subdolo, spesso improvviso. È un sentimento irrazionale che penetra dolcemente e invade tutto l'organismo, come un'endovenosa che si diffonde capillarmente e che modifica il nostro modo di pensare e di agire. Provocando, a volte, una narcosi totale”.
Il sociologo Zygmunt Bauman:: “Senza umiltà e coraggio non c'è amore. Sono qualità entrambe indispensabili, in dosi massicce, ogni qual volta ci si addentra in una terra inesplorata e non segnata sulle mappe, e quando tra due o più esseri umani scocca l'amore, è proprio in questo tipo di territorio che vengono spinti”
Lo scrittore Milan Kundera: “L'amore non si manifesta col desiderio di fare l'amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica a un'unica donna)”.
E le religioni? L'amore è un tema centrale presente in molte religioni del mondo. Sebbene le dottrine e le pratiche possano variare, l'amore è spesso considerato un valore universale che promuove l'empatia, la compassione e l'unità tra gli esseri umani. Nelle religioni monoteiste come il cristianesimo, l'islam e l'ebraismo, l'amore di Dio per l'umanità e l'amore tra le persone sono principi fondamentali. Nell'induismo, nell buddhismo e nel sikhismo, l'amore e la compassione sono insegnamenti chiave per raggiungere l'illuminazione spirituale. Anche nelle religioni tradizionali e nelle pratiche spirituali indigene, l'amore è spesso celebrato come un legame profondo con la natura e con gli altri esseri viventi.
Tra il dire e il fare…
D’altra parte Etimoitaliano mostra in modo evidente certi misteri suggestivi persino sull’origine del termine.
Prima ricostruzione: “L'etimologia della parola amore risale al sanscrito kama = desiderio, passione, attrazione (vedi kama-sutra, cioè aforismi, brevi discorsi sul desiderio, sulla passione fisica). Anche il verbo amare risale alla radice indoeuropea ka da cui (c)amare cioè desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale”
Secondo scenario: “Un'altra interpretazione etimologica della parola amore, fa risalire il termine al verbo greco mao = desidero, da cui il latino amor da amare che indica un'attrazione esteriore, viscerale, quasi animalesca da distinguere da un'attrazione mentale, razionale, spirituale per esprimere la quale era usato il verbo diligere, cioè scegliere, desiderare come risultato di una riflessione”.
Ce n’è una terza assai suggestiva, che ho sentito nell’omelia in un recente matrimonio cui ho partecipato: “Un'ulteriore e meno probabile ma curiosa ed interessante interpretazione etimologica della parola amore individua nel latino a-mors = senza morte l'origine del termine, quasi a sottolineare l'intensità senza fine di questo potentissimo sentimento. Direi, "il sentimento" per antonomasia...”.
Sia chiaro che non sono affatto cinico e io stesso, persino quando scrivevo poesie adolescenziali per fortuna scomparse nei traslochi, trovo che senza Amore - nelle sue declinazioni assortite - non si vada da nessuna parte.

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