blog di luciano

Lo strano caso di Sanremo

Uno dei cartelli all'ingresso di SanremoChiude il "Festival di Sanremo" ed ho due sentimenti contrastanti. Il primo di facile sintesi: il troppo stroppia e quindi non si vedeva l'ora che suonasse il gong e nella notte è avvenuto. Il secondo da vecchio giornalista "Rai" (quarant'anni dall'assunzione suonano il 22 febbraio prossimo!) è la soddisfazione per ascolti record che sono certamente un punto in favore dell'azienda.
Ma devo dire che in una pigra siesta après-ski mi sono chiesto che tipo fosse questo famoso San Remo e poi - con un flash - mi sono ricordato che avevo scoperto una cosa bizzarra già in passato.
Scriveva sul tema anni fa sull'ottimo "Il Post" Leonardo Tondelli: «Come forse si sarà capito, quest'anno più di altri, invocare San Remo è perfettamente inutile perché il santo in questione non esiste. Questo a dire il vero potrebbe darsi per tantissimi altri santi del calendario, ma Remo in un qualche modo esiste ancora meno di loro: non esiste neanche sotto forma di leggenda, proprio non c'è».

Contro la "bêtise" in Politica

Il 'Grande Fratello' di '1984' realizzato dai ragazzi del Liceo classico di Aosta«La bêtise a ceci de terrible qu'elle peut ressembler à la plus profonde sagesse» - scriveva Valery Larbaud.
Questo scrittore francese dalla vita sfortunata dice qualcosa di molto vero e su cui sarebbe bene riflettere con pacatezza. Lo preciso perché penso anzitutto che il dialogo politico, e direi persino la vita quotidiana, dovrebbero tornare a elementari valori di rispetto reciproco. Troppi toni accesi e linguaggi inopportuni avvelenano la civile convivenza ed i comportamenti violenti sono spesso la conseguenza naturale di una escalation che va fermata nel nome del civismo e del buonsenso. Non per buonismo astratto, ma per imporre ordine e educazione nei comportamenti per una sorta di salute pubblica.
Oggi si capisce il danno fatto dagli eccessi di antipolitica, compreso l'antiparlamentarismo, quando la generalizzazione giacobina e l'odio cieco hanno finito non per travolgere i cattivi ed i delinquenti, ma hanno finito per intaccare la sostanza delle Istituzioni.

L'ABC della Democrazia

La copertina del libro di Guido CalogeroUna volta i partiti erano luogo privilegiato della formazione alla Politica. Oggi che sono diventati "liquidi", modo elegante per dire che sono organizzazioni ridotte all'osso con pochi iscritti ed una vita interna ridotta al lumicino, ci si chiede giustamente come dare informazioni di base e fare crescere le persone che si interessano alla politica, compresi in una scala ideale di salita, ruoli amministrativi, parlamentari ed esecutivi.
Esiste certo la via dell'autoformazione e chi magari compie studi giuridici acquisisce elementi utilissimi e lo stesso vale per altre Facoltà che possono fornire strumenti assai preziosi. Ma poi esiste la realtà fattuale e quel patrimonio accumulato - penso alle mie diverse esperienze - che se non trasferito finirà per essere state inutili per la comunità cui appartengo. Questo significa un dialogo continuo e non solo quei corsi di formazione di alcune ore, in una logica da venditori di pentole in cui si cerca di concentrare tutto con tecniche di apprendimento artigianali.

Parigi val bene una Messa (anche la Valle d'Aosta...)

Enrico IV interpretato da Carlo CecchiLe vicende umane e dinastiche delle monarchie attuali - che sono nei diversi Continenti ben ventisette, se non ho perso il conto - interessano la stampa rosa e non più la Storia. Eppure basta un salto nel passato per capire come, invece, ci siano state vicende complicatissime e spesso sanguinose per la conquista di un trono e certi fatti siano rimasti così esemplari da alimentare persino i modi di dire.
Prendiamo la famosa frase «Parigi val bene una Messa», una battuta agra che la tradizione attribuisce ad Enrico IV di Francia quando abiurò definitivamente il calvinismo ed abbracciò il cattolicesimo per opportunismo, utile per salire al trono. Quella di Enrico di Borbone fu una vita complessa. Era figlio di Antonio di Borbone e Giovanna III di Navarra, nipote di Francesco I, primo re di Francia della dinastia dei Valois-Angoulême, la famiglia reale allora in carica.

Il Festival di Sanremo: un tuffo nel passato

Il teatro 'Ariston' di SanremoIl "Festival di Sanremo", con i suoi settant'anni, è diventato un caposaldo nel corso dell'anno. Se non si può essere irriverenti comparandolo alle feste comandate, è certo che si tratta ormai di un'abitudine radicata, una sorta di messa cantata.
Nel mio caso ho passato diverse fasi, conseguenti a tappe della mia vita. Da bambino era un passaggio obbligato, magari non stando la sera davanti al televisore, quanto piuttosto ascoltando i successi sanremesi per radio, allora monopolio "Rai", e si imparavano le canzoni a memoria con appositi libretti in vendita e si sappia che all'epoca si cantava molto di più!
Facciamo un gioco per capirci, cominciando dal mio anno di nascita e dal commento di quel Festival del giornalista e scrittore Vincenzo Pitaro: «L'anno della grande svolta fu il 1958 che, peraltro, fu anche l'anno del perbenismo esasperato. Domenico Modugno, che s'era, fatto conoscere con curiose canzoni popolate di svegliette e di donne ricce si presentò con "Nel blu dipinto di blu" e stravinse in coppia con il giovanissimo Johnny Dorelli, facendo gridare al miracolo».

L'addio al Regno Unito

La 'Brexit' vista da Stefano TartarottiLa Storia non si scrive mai con i "se" e con i "ma". E' verissimo, però, che ci sono sempre stati dei bivi di fronte ai quali si sono trovati singoli popoli o l'umanità intera e la scelta di un'altra strada rispetto a quella imboccata avrebbe comportato conseguenze diverse da quanto avvenuto in realtà. Può essere suggestivo interrogarsi su questi scenari diversi, ma è un esercizio che alla fine può essere considerato uno sforzo intellettuale, ma gli avvenimenti restano quelli successi.
Così la grandi discussione sulla "Brexit" e cioè se un eventuale referendum ripetuto avrebbe cambiato le carte in tavola, serve a poco, se non a scopo consolatorio per chi non è d'accordo su quanto innescato dall'esito del referendum del 23 giugno del 2016 sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea, anche noto come referendum sulla "Brexit" (parola composta formata da "British" ed "exit").

"1917": gli orrori della guerra

Un'immagine da '1917' di Sam MendesCapisco la tentazione crescente - per le molte piattaforme ormai disponibili - di guardarsi i film su schermi televisivi sempre più grandi e con immagini sempre più vivide ed il "4K" studiato dal "Centro ricerche Rai" di Torino lascia stupefatti e sta arrivando altro di ancora più innovativo. Eppure il cinema resta il cinema!
Non solo dal punto di vista tecnologico, essendo "girato" per il grande schermo, ma perché nell'atmosfera buia di una sala non esistono le molte distrazioni di un ambiente domestico.
Ovvia riflessione per un film storico e drammatico come "1917" che vale la pena di vedere, concentrandosi su un racconto che commuove.
Paolo Mereghetti sul "Corriere della Sera" è il solo, con la sua capacità di raccontare i film, ad avere avuto la sintesi giusta nella descrizione di due ore in poche frasi: «La guerra come dovere, come ordini (da eseguire), come missione. Ma anche come fatica, come strazio. E infine come percorso obbligato, che non lascia scampo, che ci sovrasta e ci imprigiona».

Il "Crodino" senza Crodo

Lo stabilimento dove viene prodotto il 'Crodino'"La Stampa" del lunedì non ha le pagine valdostane del resto della settimana, ma Aosta finisce in un insieme di notizie dalle Province piemontesi (scherzando si potrebbe dire che questo sarebbe stato il destino politico se non avessimo avuto l'Autonomia) e per questo capita di leggere notizie altrimenti destinate ad un piano locale che sfuggirebbe.
Così questa notizia data da Cinzia Attinà: «Una corsa contro il tempo, ben sapendo che il traguardo è ormai quasi irraggiungibile. Crodo prova a tenersi il "Crodino", l'analcolico biondo "che fa impazzire il mondo". Si sono mobilitati tutti, dai parlamentari ai sindacalisti, ma l'accordo tra "Campari" e "RoyalUnibrew" ("Ceres") è noto dal 2017. Quando l'azienda italiana ha venduto ai danesi lo stabilimento ossolano, comprese acque minerali e bibite, si era tenuta il "Crodino", con l'obiettivo di trasferire la produzione (con ogni probabilità a Novi Ligure) entro la fine del 2020. Ora che la scadenza si avvicina, sale la protesta».

Il "coronavirus" e le epidemie

Cinesi in aeroporto con le mascherineTocca parlare di questo "coronavirus", partendo da una prima riflessione da distante. Scriveva tempo fa, in un suo articolo scientifico "La storia delle epidemie, le politiche sanitarie e la sfida delle malattie emergenti", Bernardino Fantini, professore di storia della medicina e della salute: «La conoscenza medica e il senso comune hanno da sempre saputo che le malattie, e in particolare le epidemie, possono comparire improvvisamente in una popolazione, rimanervi per periodi più o meno lunghi, ed eventualmente scomparire, per riemergere una o più generazioni più tardi. Trasportate dai battelli, dalle carovane o dagli eserciti, le fiammate epidemiche di malattie come la peste, il vaiolo, il tipo, l'influenza, la sifilide o la poliomielite colpivano città e campagne, decimavano le popolazioni e gli eserciti, cambiando spesso il corso della storia».

Il caso di scuola della Tartiflette

La tartifletteMi ha sempre divertito scavare nei prodotti tipici e nella cucina tradizionale, partendo dall'ovvietà di come le cose cambino rapidamente e, in occasione della "Fiera di Sant'Orso", nel padiglione che ospita in piazza Plouves ad Aosta con il meglio dell'enogastromico valdostano, si vede come la tradizione cammini anche con le novità. Caso di scuola emblematico del passato è stata la patata, arrivata in Valle d'Aosta nella seconda metà del Settecento, e oggi diventata una delle regine in certi piatti, per non dire del mais per la polenta giunto dalle Americhe. Più di recente il formaggio "Bleu d'Aoste" si è affermato, pur senza radici. Ricordo poi, altro esempio, come il caffè alla valdostana sia da considerarsi un prodotto giovane, nato negli anni Sessanta, su intuizione del celebre ristoratore e albergatore di Courmayeur, Leo Garin, con il riutilizzo di quella coppa dell'amicizia, oggetto antico di certo usato in passato per il vino e non per il caffè alla valdostana.

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