Fa impressione, a pensarci, il passo di corsa con cui le tecnologie avanzano in questo nuovo Millennio. E non è un'impressione soggettiva: tutto procede a una velocità mai vista. Gli storici delle Annales ci hanno insegnato a distinguere i tempi della storia, e al vertice mettevano la longue durée, quella dei fenomeni che si trasformano lentamente, nell'arco di secoli. Oggi sembra che nulla meriti più questa etichetta. Persino ciò che pareva strutturale invecchia in pochi anni.
Il mondo digitale ne è lo specchio più nitido. Non si fa in tempo ad abituarsi a uno strumento che ne arriva un altro, e inseguire l'innovazione diventa una condizione permanente, quasi una fatica di Sisifo con la differenza che la collina si sposta mentre saliamo. Restare fermi significa restare indietro.
Rileggendo quanto scrivevo una decina di anni fa, ritrovo un tema che allora vedevo da vicino, lavorando nel settore televisivo: il diffondersi virale dei droni. Erano strumenti nuovi, affascinanti, capaci di regalare inquadrature impensabili a costi irrisori. Cambiavano il linguaggio delle immagini, democratizzavano uno sguardo che prima richiedeva elicotteri e budget importanti. Era una storia di creatività e di opportunità.
Mai avrei pensato che quella stessa tecnologia sarebbe diventata così dominante nello scenario bellico. E la guerra, che è la ferita più dolorosa del nostro tempo, è anche il luogo dove l'accelerazione mostra il suo volto più crudo. Nei conflitti di oggi il drone sorveglia, individua, colpisce. Costa poco, si produce in grande quantità, si modifica in fretta. Contro di esso si inventano contromisure, che a loro volta vengono aggirate da nuove varianti, in un ciclo di adattamento che si misura in settimane e non più in decenni. Le guerre del passato premiavano chi possedeva l'arma più potente. Quelle di oggi sembrano premiare chi impara più in fretta.
A dirlo non sono solo le impressioni di chi osserva da lontano. Andriy Zagorodnyuk, ex ministro della Difesa ucraino e oggi ricercatore al Carnegie Endowment for International Peace, descrive una guerra in cui la precisione, un tempo costosa e rara, è ormai prodotta in serie. Secondo lui la dottrina occidentale ha a lungo identificato l'innovazione con la complessità delle piattaforme, mentre il modello ucraino privilegia l'economicità e la rapidità delle iterazioni. I cicli di innovazione, osserva, si misurano ormai in settimane o addirittura giorni, con reparti al fronte che modificano da soli l'equipaggiamento. Nel 2025 l'Ucraina ha prodotto e impiegato 4 milioni di droni. È la stessa accelerazione di cui parlavamo all'inizio, vista dal punto in cui fa più male.
Sarebbe però un errore ridurre il drone al suo volto bellico. La sua forza sta proprio nella pluralità degli usi. Nei campi osserva lo stato delle colture e dosa trattamenti e irrigazione con una precisione impensabile fino a ieri. Dopo un terremoto o un'alluvione, con le termocamere cerca i dispersi dove i soccorritori non arrivano in tempo. Ispeziona ponti, dighe e linee elettriche, risparmiando rischi a chi prima doveva arrampicarsi. Porta farmaci e sangue in zone remote, segue l'avanzata degli incendi, mappa i ghiacciai che si ritirano, rileva siti archeologici nascosti sotto la vegetazione. E illumina i cieli delle nostre piazze con spettacoli di luce che sostituiscono i fuochi d'artificio.
Lo stesso apparecchio può cambiare destino con una modifica minima: un drone commerciale, un po' di ingegno e un carico diverso. È il paradosso del dual use, l'uso duale: la tecnologia che salva e quella che colpisce spesso condividono componenti, software e filiere. Non c'è una linea netta che separi i droni "buoni" da quelli "cattivi". C'è la mano che li guida, e la nostra capacità collettiva di stabilire regole che ne valorizzino gli impieghi migliori.
Eppure resta qualcosa di inquietante in questa parabola. Lo stesso oggetto che ci faceva guardare il mondo dall'alto con meraviglia viene usato per guardarlo con il mirino. La tecnologia, lo sappiamo, non è né buona né cattiva, ma non è nemmeno neutra: dipende da chi la impugna e da quanto tempo abbiamo per decidere cosa farne. Ed è proprio il tempo il bene che scarseggia. Le regole, l'etica, il diritto internazionale hanno i ritmi lenti della riflessione, mentre l'innovazione ha quelli del mercato e delle emergenze.
Forse la lezione è questa: se non possiamo rallentare la corsa, possiamo almeno non correre alla cieca. Rimettere la longue durée nel nostro modo di pensare, anche quando tutto intorno è accelerazione. Chiederci non solo cosa una tecnologia sa fare, ma dove ci porta. Dieci anni fa guardavo i droni con gli occhi di chi lavorava con le immagini. Oggi mi ricordano che il futuro, quando arriva, raramente chiede il permesso.