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05 ott 2026

La democrazia si difende senza assomigliare ai suoi nemici

di Luciano Caveri

C’è un’espressione che ricorre spesso nel dibattito pubblico: “opposti estremismi”. Viene usata quasi sempre come formula di comodo, buona per chiudere una discussione più che per aprirla. Eppure, spogliata della sua funzione retorica, contiene un’osservazione che merita di essere presa sul serio: destra estrema e sinistra estrema, pur muovendo da presupposti ideologici opposti, arrivano spesso a esiti sorprendentemente simili nel modo in cui trattano la realtà, l’avversario e la democrazia stessa.

Il punto non è che le due posizioni dicano le stesse cose. I contenuti restano, ovviamente, agli antipodi. Il punto è che condividono un metodo: una lettura del mondo che non tollera la complessità, che riduce ogni fatto a conferma di uno schema già scritto, che trasforma l’avversario politico in nemico da annientare simbolicamente prima ancora che politicamente. È un ideologismo che precede l’osservazione della realtà invece di seguirla, e che quindi non può che stravolgerla.

Questa somiglianza si vede con particolare chiarezza in tre punti. Il ricorso alla violenza fisica e verbale come strumento legittimo di lotta politica, giustificato di volta in volta come “reazione” o “autodifesa”. Il disprezzo per le regole procedurali della democrazia — il pluralismo, il dissenso, la mediazione — viste come ostacoli da un lato, o come “finzioni borghesi” dall’altro, ma comunque come ostacoli. Il disegno, più o meno esplicito, di un ordine alternativo che nei suoi tratti fattuali — gerarchia rigida, intolleranza del dissenso, culto dell’unanimità — finisce per somigliare a ciò che dice di combattere.

Chi riflette su questi temi si scontra prima o poi con un problema antico, che il filosofo Karl Popper formulò con chiarezza: una società illimitatamente tollerante rischia di essere distrutta da chi usa la tolleranza stessa come grimaldello per instaurare l’intolleranza. Se una democrazia si rifiuta, per principio, di porre limiti a chi vuole abolirla, consegna nelle mani dei suoi nemici lo strumento della propria fine.

Da qui nasce un filone di pensiero giuridico e politico noto come “democrazia militante” (Karl Loewenstein lo teorizzò già negli anni Trenta, osservando l’ascesa dei fascismi europei): l’idea che una democrazia costituzionale abbia il diritto - e direi il dovere - di dotarsi di strumenti per difendersi da chi intende usare le sue stesse libertà per sovvertirla.

Non è un’idea priva di rischi: chi decide chi è “nemico della democrazia”? Con quali garanzie? È un terreno scivoloso, che la storia ha visto usare tanto in modo ragionevole (il divieto di partiti che perseguono apertamente il ripristino di un regime totalitario) quanto in modo strumentale, per zittire un’opposizione scomoda.

Ed è qui che si colloca il punto più delicato, e anche il più onesto, di questo ragionamento: il rigetto netto degli strumenti coercitivi tipici delle dittature — i campi di rieducazione, in primis, ma lo stesso vale per ogni forma di internamento ideologico, di violenza di Stato camuffata da terapia collettiva.

La storia del Novecento ha mostrato con crudezza dove porti quella strada, a prescindere dalla bandiera sotto cui viene intrapresa. Chi rifiuta l’estremismo non può, per coerenza, importarne i metodi nel momento in cui pretende di combatterlo.

Resta allora e però la domanda, genuinamente difficile: quali strumenti ha, una democrazia, per contenere chi la disprezza, senza ricorrere né alla brutalità né a una tolleranza che equivale a resa?

Alcune risposte, parziali e imperfette, sono già nel repertorio delle democrazie liberali? Gli strumenti giuridici ordinari: leggi contro l’istigazione alla violenza, contro l’apologia di regimi totalitari, applicate con equilibrio e senza selettività politica — perché una legge che punisce un estremismo e ne assolve un altro perde ogni credibilità e si trasforma essa stessa in arma di parte.

La forza delle istituzioni indipendenti: una magistratura, una stampa, un’amministrazione pubblica che sappiano resistere alla pressione di chi vuole piegarle a uso ideologico, da qualunque parte provenga.

L’educazione civica e il conflitto delle idee alla luce del sole: non la rieducazione imposta, ma l’argomentazione pubblica, la capacità di isolare culturalmente le posizioni estreme mostrandone le contraddizioni, invece di limitarsi a proibirle e renderle così, paradossalmente, più attraenti.

La coerenza nel giudizio: rifiutare la tentazione, sempre in agguato, di essere severi con l’estremismo che ci è ideologicamente ostile e indulgenti con quello che ci è vicino. È forse lo sforzo più difficile, perché richiede di applicare a se stessi lo stesso metro che si pretende di applicare agli altri.

Non credo esista una risposta definitiva, ed è forse proprio questo il segno che la domanda è genuina e non retorica. Le democrazie liberali vivono di un equilibrio instabile: abbastanza aperte da tollerare il dissenso radicale, abbastanza salde da non lasciarsi disarmare da chi userebbe quella stessa apertura per chiuderla per sempre. Mantenere questo equilibrio senza scivolare né nella brutalità né nell’ingenuità è, forse, il compito politico più arduo che una società libera si trovi ad affrontare e nessuna soluzione tecnica potrà mai sostituire la vigilanza attiva di chi, giorno per giorno, si rifiuta di somigliare a ciò che critica.