Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
23 ago 2026

Il panegirico degli ipocriti

di Luciano Caveri

C’è un’età in cui i necrologi smettono di essere notizie e diventano specchi. Superata una certa soglia anagrafica, ogni scomparsa di un personaggio pubblico non è più solo cronaca: è un pezzo della propria biografia che si stacca.

Chi è nato negli anni Cinquanta del secolo scorso lo sa bene. La lista si allunga, e con essa cresce una sensazione scomoda, difficile da confessare senza sembrare cinici: il fastidio per il modo in cui, collettivamente, celebriamo i morti.

C’è una parola greca e latina, trasformatasi nel significato nel tempo, che definisce celebrazioni dei defunti esagerate e fasulle: panegirico.

Oggi il termine è caduto in disuso, ma il gesto che descriveva è più vivo che mai, semplicemente travestito da coccodrillo giornalistico, da post sui social, da servizio del telegiornale con musica in sottofondo. Qualcuno muore, e in poche ore si scatena un coro. Non importa quanto quella persona fosse stata, in vita, discussa, criticata, perfino ignorata: la morte funziona come un solvente che scioglie ogni ambivalenza e restituisce, come per magia, un’immagine levigata, unanime, encomiastica.

Già i latini avevano fissato il principio in una formula che è arrivata fino a noi: de mortuis nihil nisi bonum, dei morti non si dica se non bene. È un’etichetta comprensibile, quasi istintiva, che nasce dal rispetto per il dolore di chi resta, dal pudore di infierire su chi non può più difendersi. Ma un conto è il tatto, un altro è la messinscena. E la messinscena, quando si ripete identica a ogni scomparsa, con lo stesso vocabolario iperbolico, le stesse superlative assolute, comincia a somigliare più a un rituale vuoto che a un sentimento autentico.

La cosa più stridente non è la lode in sé, ma la sua distribuzione temporale. C’è una categoria di persone — artisti, scienziati, intellettuali, anche semplici protagonisti di una generazione — che in vita vengono trattate con sufficienza, quando non con aperto disprezzo: contestate, derise, tenute ai margini del discorso pubblico, magari accusate di essere fuori moda, superate, scomode. Poi muoiono, e improvvisamente si scopre che erano maestri, geni incompresi, voci indispensabili. Il “fu” le assolve e le incorona nello stesso istante.

Questo scarto racconta qualcosa di vero e non troppo lusinghiero su come funzioniamo. Da vivi, i protagonisti della vita pubblica sono soggetti scomodi: possono rispondere, possono smentire, possono continuare a produrre cose che magari non ci piacciono. Da morti diventano materiale narrativo puro, disponibile per qualunque uso retorico. Si può costruire su di loro l’elogio che serve al momento, spesso più per raccontare qualcosa di chi scrive, o del pubblico a cui ci si rivolge, che della persona scomparsa.

C’è poi un problema più sottile, quasi di igiene del linguaggio. Quando ogni elogio è “sviscerato, enfatico e incondizionato”, le parole si consumano. Se il “genio assoluto” si usa per chiunque, il termine perde significato proprio nei rari casi in cui sarebbe meritato senza ombre. L’iperbole funziona come un’inflazione: più se abusa, meno vale. E chi ha vissuto abbastanza da vedere lo stesso copione ripetersi decine di volte impara a diffidarne, non per cinismo verso i morti, ma per rispetto della verità, che di solito è più composita, più in chiaroscuro, meno adatta a un titolo.

Non è una difesa dell’oblio, né un invito alla freddezza. Il punto non è smettere di celebrare chi ha lasciato un segno, ma farlo con la stessa onestà che si pretenderebbe da vivo. Ricordare bene qualcuno significa anche ricordarne i limiti, le battaglie perse, le incomprensioni che ha attraversato. Non per sminuirlo, ma perché è proprio da quella complessità che nasce un ritratto credibile, capace di durare oltre il ciclo delle ventiquattr’ore.

Forse la vera forma di rispetto per chi non c’è più non è il panegirico, ma la memoria accurata: quella che continua a discutere un’opera, a interrogare un’eredità, a tenere viva una domanda, invece di chiuderla in una cornice dorata e passare al prossimo lutto. Il resto — il coro unanime, la lode automatica, l’entusiasmo tardivo per chi in vita non aveva ricevuto nulla di simile — è solo il modo più comodo che abbiamo trovato per non fare i conti, davvero, con quello che perdiamo.