C’è un’espressione inglese che sintetizza, in due parole, ciò che in italiano fatichiamo spesso a mettere a fuoco: civil servant. Non “impiegato pubblico”, non “burocrate”, ma servitore della cosa civile. Dentro quel termine c’è un’idea precisa di cosa significhi lavorare per la Repubblica, dal più piccolo Comune di montagna fino agli uffici della Presidenza della Repubblica: mettere competenza e disciplina al servizio di un bene che non è proprio, ma di tutti.
È un’idea semplice, quasi ovvia. Eppure, chi ha frequentato per anni le stanze delle amministrazioni pubbliche — come capita a chi ha ricoperto ruoli politici — sa quanto sia distante dalla pratica quotidiana. Ho incontrato dirigenti e funzionari di grande valore, capaci di trovare, nel rispetto delle leggi, una via d’uscita a dossier ingarbugliati: persone che consideravano la norma uno strumento, non un alibi. E ne ho incontrati altri che parevano vivere in una sorta di catalessi burocratica, capaci solo di rinviare, moltiplicare pareri e trasformare una pratica semplice in un percorso a ostacoli. Da un lato la ricerca della soluzione, dall'altro una versione moderna dell’Azzeccagarbugli manzoniano, compiaciuto della propria abilità nel complicare.
Sarebbe comodo, ma sbagliato, ridurre tutto a una questione individuale. Sabino Cassese, che di questi temi è tra i più autorevoli studiosi, avverte da decenni contro la scorciatoia di scaricare sulla “burocrazia” colpe che appartengono in buona parte alla politica. È quest’ultima a scrivere le leggi che gli uffici applicano, ed è il governo a dirigere gli apparati. Eppure, nota Cassese, nelle polemiche ricorrenti contro la burocrazia ben pochi si rivolgono a chi le norme le decide davvero.
Il quadro che ne emerge è quello di un’amministrazione stretta in una doppia morsa. Da un lato pesano l’estrema complessità dell’organismo amministrativo, i vincoli di una legislazione contraddittoria, regole uniformi applicate ad amministrazioni profondamente diverse e un personale talvolta privo di vocazione al servizio pubblico. Dall’altro c’è un contesto istituzionale paralizzante: un Parlamento che esonda dalla funzione legislativa diventando quasi co-amministratore e governi strutturalmente deboli perché di breve durata.
Il risultato è quello che Cassese descrive con l’immagine efficace della “città sotto assedio”: una condizione paradossale in cui i funzionari pubblici si trovano schiacciati tra responsabilità crescenti e mezzi decrescenti. I dati, del resto, confermano il paradosso: i burocrati italiani sono relativamente pochi (meno del 14% dei lavoratori), mediamente più anziani dei colleghi europei, meno attrezzati sul piano tecnico e tra i meno pagati, pur essendo reclutati con concorsi nozionistici, quasi si trovassero ancora all’università.
Sulla scrna c'è anche la Corte dei Conti, sia nella sua funzione di controllo sia nella sua funzione giurisdizionale. Una pubblica amministrazione efficiente non può vivere con la sensazione permanente che ogni scelta possa trasformarsi, a posteriori, in un rischio personale.
Certo il forte controllo deve esistere. Ma controllo e deterrenza non sono sinonimi. Bisogna rafforzare una concezione della Corte dei Conti autorevole ma anche maggiormente collaborativa, capace di aiutare l’amministrazione a prevenire gli errori oltre che di sanzionarli quando si verificano.
Ci sono in corso modifiche per ottenere nuovi scenari Se si percepisce “stai attento a non sbagliare”, la conseguenza può essere l’immobilismo. Meglio è “decidi responsabilmente, documenta le tue ragioni, assumi il rischio ragionevole della decisione e noi ti aiuteremo a mantenere l’azione dentro il perimetro della legalità”.
Così come il capitolo della responsabilità dirigenziale, anch'esso capovolto negli anni: da responsabilità sul risultato è diventata mera responsabilità sull'adempimento procedurale: pubblicare un modulo, trasmettere un atto nei tempi, adottare una formalità. È qui la radice del “complicatore di affari semplici”: un funzionario che teme la sanzione per un dettaglio formale è indotto a moltiplicare cautele, pareri e timbri non per proteggere il cittadino, ma per proteggere se stesso.
Non è un caso che Cassese definisca lo spoils system — introdotto per rendere più responsabile la dirigenza — un rimedio peggiore del male. La precarietà dei vertici amministrativi, anziché premiare il merito, ha spesso finito per premiare la fedeltà politica del momento, disincentivando proprio la capacità di assumersi rischi e decisioni. Segnalo che un uso ragionevole di una propria cerchia di collaboratori è altra e ragionevole cosa.
Non si tratta di materia nuova. Già Luigi Einaudi, nel 1919, descriveva un’amministrazione mal organizzata, dove stipendi modesti si accompagnavano a una resa minima e a un costo enorme per i contribuenti: una diagnosi che suona ancora drammaticamente attuale. E le analisi di Massimo Severo Giannini, che negli anni Settanta tentò la prima grande ricognizione dei mali dello Stato, ci ricordano che le riforme richiedono tempo, continuità e visione: ingredienti che raramente coesistono nella vita dei nostri governi.
Ecco perché tornare al concetto di civil servant non è un vezzo linguistico. È un richiamo etico e operativo rivolto a chi lavora nelle amministrazioni e a chi le governa. La scelta quotidiana resta sempre la stessa: decidere se usare la regola per trovare una soluzione o se usarla per evitare di decidere. Il primo tipo di funzionario onora la parola servant; il secondo la tradisce, persino quando è convinto di applicarla alla lettera.
Tema complesso, ma imprescindibile.