Vabbè oggi giochiamo un po’, perché è bene non prendersi mai troppo sul serio. Ogni tanto ho pensato - anche in giochi verbali di società con gli amici - in quale animale mi sarebbe piaciuto identificarmi.
Ho alternato momenti identitari come il leone (simbolo araldico della Valle d’Aosta, anche se non abbiamo mai avuto in natura qui dei leoni…) al papero che mi è sempre stato simpatico (ogni tanto mi sento Paperino!). I gatti godono anch’essi della mia massima considerazione per il loro spirito d’indipendenza.
Da vero stupido - che è peggio di vanitoso - ho pure visto che, senza ottenere un anagramma sul tema animali, dal mio nome e cognome si ricavano questi animali: Airone, Cervo, Lince, Orca, Uro, Alici, Larva. Dovessi opzionare segnalerei immeritatamente l’airone.
Se considero il mio secondo nome, Emilio, che pure compone il mio codice fiscale, spuntano: Lumacone, Merlo Cimice, Emù. Dovendo scegliere, allora voterei per Merlo.
Ora confesso che mi incuriosirebbe di essere emulo di un altro animale, protagonista per altro di un documentario che ha vinto lo Stambecco d’Oro (e altri premi) al 29° Gran Paradiso Film Festival. Diretta dalla regista sudafricana Pippa Ehrlich, racconta la storia vera di Kulu, un cucciolo di pangolino di terra di circa tre mesi, salvato dal traffico illegale di animali selvatici in Sudafrica durante un’operazione anti-bracconaggio. Il protagonista umano dedica oltre un anno della sua vita alla riabilitazione del piccolo.
Ora mi tocca dire che, per puro caso, è prima che avessi saputo del film, avevo visto in azione il pangolino in un altro filmato e mi era piaciuto per la grinta e la determinazione. Questo pangolino terricolo, detto anche di Temminck (dal nome di un naturalista olandese), è una delle specie africane prevalentemente terrestre. Scava tane profonde, usando i potenti artigli anteriori, che utilizza anche per aprire formicai e termitai, ingollando gli insetti attraversa la sua lingua appiccicosa. Può passare parecchio tempo sottoterra e la tana serve soprattutto a proteggersi dal caldo, ma anche a ripararsi dai predatori e a dormire durante il giorno, visto che si muove prevalentemente la notte.
Se viene sorpreso sul terreno da un predatore, il pangolino può rifugiarsi nella tana oppure arrotolarsi su se stesso. Ed è qui che le sue squame diventano essenziali, quando si trasforma in una ”palla”, perché lo proteggono dagli attacchi di un leone o di una iena.
La parte più vulnerabile — testa, ventre e zampe — viene protetta all’interno, mentre all’esterno rimane una superficie composta appunto da centinaia di squame dure e sovrapposte. È purtroppo un animale gravemente minacciato dal traffico illegale di fauna selvatica. Le sue squame sono state oggetto di commercio illegale per prodotti della Medicina Tradizionale Cinese (MTC) e in diverse pratiche di medicina tradizionale in Africa subsahariana, nonostante siano semplicemente fatte di cheratina e non vi siano prove scientifiche di proprietà medicinali.
Una curiosità: dal punto di vista evolutivo è molto più vicino ai carnivori — come cani, gatti e orsi — che non agli armadilli, benché questi ultimi abbiano anch’essi una corazza. L’aspetto simile è quindi un magnifico esempio di convergenza evolutiva: animali non strettamente imparentati sviluppano caratteristiche simili, perché affrontano problemi ecologici analoghi.
Mi piace l’idea di un animale che non confonde la forza con la prepotenza, la prudenza con la paura, il silenzio con la debolezza. Uno che sa quando muoversi, quando scavare una tana, quando aspettare. E che, quando proprio non c’è altra possibilità, si arrotola e diventa una palla.
A pensarci bene, potrebbe essere una buona filosofia di vita contro certi stress.