Premesso, e lo ripeto perché ci tengo, che ognuno fa ciò che vuole del proprio corpo: se a qualcuno piace avere un fisico illustrato, libero di farlo.
Quella dei tatuaggi è una forma espressiva che rispetto e ne ho visto anche di belli, specie quando sono sobri e non trasformano la pelle in un eccesso di graffiti.
Io non mi farei fare un tatuaggio. E siccome viviamo nell’epoca in cui bisogna sempre giustificare i propri gusti come se fossero posizioni filosofiche, provo a farlo con un minimo di dignità e un tono scherzoso (verrebbe da dire: solo puntura di spilli…).
Prima un po’ di storia, che non fa mai male, e poi la mia opinione, che vale esattamente quanto quella di chiunque altro, avendo già premesso che rispetto chi ama i tatuaggi.
Il tatuaggio non è un’invenzione degli anni Duemila, per quanto la retorica dei primi tempi in cui si affermò il genere (me lo ricordo per testimonianza vissuta) era più o meno così: ”Sono un ribelle, mi sono fatto un tatuaggio”, come se fosse un ribellismo contemporaneo.
Peccato che Ötzi, la mummia del Similaun vecchia di oltre cinquemila anni, avesse sulla pelle una sessantina di segni tatuati, probabilmente a scopo terapeutico più che estetico.
Gli Egizi tatuavano le sacerdotesse, i Polinesiani ne avevano fatto un intero sistema simbolico e identitario — la parola stessa “tatuaggio” deriva dal tahitiano tatau — e presso molte culture il segno sulla pelle era un rito di passaggio, un marchio di appartenenza a un clan, una protezione spirituale.
La storia del clan è interessante e mi pare che certe gang di maranza se ne siano inconsapevolmente ispirati.
In Occidente la storia è più tormentata: i Greci e i Romani li usavano per marchiare schiavi e criminali, cioè col significato esattamente opposto a quello di oggi. Per secoli il tatuaggio è rimasto un segno di infamia o, al massimo, roba da marinai e forzati. È solo nel Novecento, e soprattutto negli ultimi trent’anni, che si è compiuta la trasformazione: da marchio di esclusione a strumento di espressione di sé, fino a diventare accessorio di moda tanto diffuso quanto gli orecchini.
Insomma, il tatuaggio ha attraversato la storia umana cambiando continuamente significato. Quello che sta succedendo ora — la sua trasformazione in gadget estetico di massa — è solo l’ultimo capitolo, e probabilmente non il più nobile.
Qui parlo per me, ripeto: gusto personale, non sentenza morale. Ma qualche motivo ce l’ho, e non è solo pigrizia o paura degli aghi o preoccupato dai veleni dei coloranti (di cui si è occupata l’Unione europea con un apposito regolamento!).
Il primo argomento è squisitamente estetico: ne ho visti troppi, in giro, orrendi. Non parlo dei capolavori da rivista di settore fatti da artisti veri, parlo della massa di scritte in falso sanscrito, delfini improbabili, tribali fotocopiati che si trovano identici da Rimini a Ibiza. La qualità media, diciamolo, non è quella promessa in certi mirabolanti cataloghi.
Il secondo motivo è più fisiologico, e ammetto che è quello che mi convince di più: il tempo. Un tatuaggio fatto a vent’anni su una pelle tesa e soda è una cosa. Lo stesso disegno, sulla stessa pelle vent’anni dopo, con la gravità che ha fatto il suo lavoro, è un’altra cosa del tutto. Ho visto rondini diventare corvi spennacchiati, farfalle trasformarsi in falene sfatte, scritte un tempo eleganti allungarsi e deformarsi come elastici stanchi. Nessuno, quando si tatua, pensa davvero a come sarà quel disegno sulla pelle di un sessantenne. Eppure è lì che, con ogni probabilità, finirà.
Il terzo motivo è il più comico, e insieme il più triste: i nomi. Quante persone conosciamo che portano scritto sulla pelle, in caratteri indelebili, il nome di un amore che oggi non vogliono più nemmeno nominare? È il genere di errore che il tempo non perdona: mentre una foto la si cancella, un profilo lo si blocca, un tatuaggio bisogna portarselo dietro, oppure spendere altri soldi e altro dolore per farlo coprire o rimuovere con il laser. Il corpo diventa un archivio permanente di scelte impermanenti, ed è proprio questo scarto — l’eternità della pelle contro la fugacità dei sentimenti — che trovo, più che altro, malinconico.
Non c’è nulla di sbagliato, beninteso, nel volersi tatuare: per molti è un modo autentico di raccontare una storia, un lutto, una rinascita, un’appartenenza. Rispetto profondamente chi lo fa con questa consapevolezza, magari rivolgendosi ad artisti veri, scegliendo disegni pensati apposta per il proprio corpo e per il proprio futuro.
Semplicemente, io preferisco un corpo che non racconti nulla di scritto in anticipo. Preferisco poter cambiare idea senza portarmene la prova sulla pelle.