Uso la domanda come titolo, perché questo quesito mi viene rivolto da decenni nella mia veste politica e direi di cittadino. E mi trovo ogni volta come se dovessi rispondere a un quiz televisivo senza alternativa. Direi - tra il molto serio e il poco faceto - che vengo costretto nel solco della logica aristotelico-scolastica medievale con quel noto motto ”Tertium non datur”, che esprime in sintesi una situazione dicotomica (o meglio binaria) rispetto alla quale non ci sarebbero altre strade da percorrere, oltre alle due opzioni proposte. Il resto sarebbe il vuoto.
Ogni volta rispondo la stessa cosa: sono un pragmatico autonomista valdostano, uno che ragiona in libertà sul merito delle cose, non sulla tessera di appartenenza. Il bipolarismo all’italiana mi va stretto, e sono stufo — francamente stufo — di guerre di trincea che finiscono sempre allo stesso modo: da un lato battaglie ideologiche su tutto, dall’altro un immobilismo che non spiega nulla e che non risolve niente.
Non sono il solo a pensarla così. Antonio Polito, sul settimanale Sette del Corriere della Sera, ha fotografato con precisione chirurgica il coma in cui versa il dibattito pubblico italiano: un talk show perenne, due conduttori schierati, due politici schierati, uno per parte, in un copione che si ripete identico ogni sera.
Per raccontarlo usa una barzelletta ascoltata in Ulster, ai tempi della guerra civile nordirlandese: a un posto di blocco di Belfast, uomini armati fermano i passanti chiedendo se siano cattolici o protestanti per consentire loro di passare, a seconda della risposta. Fino a quando non arriva chi risponde di essere ebreo. E i miliziani, senza scomporsi, ribattono con evidente ottusità: ”Sì, vabbè, ma ebreo cattolico o protestante?”.
Ecco, io ci vivo dentro, in quella barzelletta. C’è un’altra anomalia, oltre a quella di non stare né di qua né di là, che mi fa sentire una mosca bianca nel dibattito italiano: essere federalista. Lo sono agli occhi degli estremisti di sinistra, giacobini per vocazione, centralisti fin nel midollo. E lo sono altrettanto agli occhi degli estremisti di destra, sovranisti e nazionalisti, per cui ogni cessione di sovranità dal centro alla periferia è un tradimento.
Due estremismi speculari e sordi alla ragione di altri, uno rosso e uno tricolore, che sull’unica cosa vera che li accomuna — l’insofferenza per l’autogoverno dei territori — si ritrovano stranamente d’accordo. Polito lo dice meglio di come potrei dirlo io: il problema non è la cattiva volontà dei politici, è che l’intera cultura del Paese è diventata binaria. Non riconosciamo più il grigio, e la realtà — quasi sempre — è grigia. Peggio: la realtà non interessa più a nessuno. Interessa solo il verdetto. Un fatto di cronaca finisce in tv e nessuno chiede più “cosa è successo davvero”, tutti chiedono “da che parte stai”.
C’è un passaggio dell’articolo di Polito che taglia netto: la scomparsa della fatalità dal nostro modo di ragionare. Non rimpiango i tempi in cui dietro quella parola si nascondevano comodamente le inefficienze dello Stato. Ma i fatti, anche quelli dolorosi, a volte accadono senza che ci sia un colpevole da processare. Oggi anche solo nominare il caso, il destino, l’imponderabile, passa per un’analisi immatura, vigliacca. La colpa deve essere per forza di qualcuno. Resta solo da stabilire - scherza amaramente Polito - se sia di destra o di sinistra.
Ed è proprio questo cortocircuito che mi tiene lontano dai due blocchi. L’autonomismo valdostano non nasce sull’asse destra-sinistra: nasce sul merito. Statuto speciale, governo del territorio, servizi ai cittadini, autogoverno: sono dossier, non tifoserie. Si risolvono studiando le carte, non urlando allo stadio, e quasi sempre la soluzione buona tiene insieme pezzi di verità che stanno da entrambe le parti dello schieramento nazionale.
Il bipolarismo dei due conduttori e dei due ospiti non governa la complessità: la falsifica. E in quella falsificazione si perde l’unica cosa che dovrebbe contare per chi amministra: la capacità di dire “non lo so ancora”, “dipende”, “qui ha ragione l’altro”. Come Polito, non credo che questa sia una battaglia già vinta. So però che è l’unica che valga la pena combattere: un dossier alla volta, lontano dai posti di blocco di chi vuole sapere solo da che parte stai.