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05 ago 2026

Quando il vuoto ci interroga

di Luciano Caveri

C’è uno smarrimento che non ha a che fare con la vita personale, quella la conosco, nel bene e nel male.

C’è invece un altro smarrimento, più sottile e più diffuso, che riguarda il mondo: una sensazione di incognite che si accumulano, di domande che superano le risposte, di un orizzonte che non riesco più a mettere a fuoco con la stessa chiarezza di altri momenti.

Non è pessimismo. È qualcosa di più simile a un vuoto, quello che i latini chiamavano horror vacui, l’orrore per lo spazio non riempito, per l’assenza di una forma riconoscibile. Applicato al futuro, questo vuoto non è mancanza di eventi — ne accadono anzi fin troppi — ma mancanza di un disegno che li tenga insieme. È la differenza tra guardare un cielo stellato e sapere leggervi le costellazioni, oppure vedere solo punti sparsi senza nessi.

Chi è per natura ottimista conosce bene questa fatica particolare: non è che manchi la fiducia nel futuro, è che la fiducia richiede oggi uno sforzo che prima non era così intenso. L’ottimismo spontaneo — quello che nasce quasi da sé osservando le cose migliorare — lascia il posto a un ottimismo che sfocia in un atto di volontà. Si continua a scegliere di credere che le cose si sistemeranno, ma lo si fa sapendo di non avere in mano tutte le prove che lo confermino.

Questo scarto tra il barlume di speranza e i dati concreti a disposizione è forse la fonte più onesta dell’ansia di cui parliamo. Non è irrazionale: è la percezione lucida che il numero di variabili in gioco — tecnologiche, geopolitiche, ambientali, sociali — è cresciuto più in fretta della capacità di elaborarle in una narrazione coerente.

L’immagine dell’ingorgo è calzante. Non si tratta di un solo blocco che impedisce di procedere, ma di più flussi che si intralciano a vicenda nello stesso incrocio: decisioni economiche che aspettano chiarezza politica, scelte politiche che aspettano consenso sociale, il consenso sociale che aspetta di capire le conseguenze economiche. Si finisce in una sorta di dedalo da cui è difficile uscire.

E poi ci sono le matasse: problemi che non stanno più in fila, uno via l’altro, ma si intrecciano. Il clima tocca l’energia, l’energia tocca la geopolitica, la geopolitica tocca le catene di approvvigionamento, queste tornano a toccare il clima. Non è più possibile — se mai lo è stato — risolvere un nodo alla volta, perché tirando un filo se ne tendono altri cinque. È comprensibile che questo generi un senso di paralisi: non mancano le idee, manca la sequenza chiara di mosse che le renda eseguibili senza urtare ovunque contro un altro vincolo.

Non credo che la risposta a questo smarrimento sia trovare in fretta una nuova certezza a cui aggrapparsi, perché sarebbe un sollievo posticcio, e probabilmente falso. Forse la cosa più onesta è riconoscere che l’horror vacui segnala qualcosa di vero: viviamo una fase in cui gli schemi con cui abbiamo interpretato il mondo negli ultimi decenni non bastano più a decifrarlo, e i nuovi schemi non sono ancora scritti. È un tempo di soglia, e le soglie, per definizione, non offrono visibilità sull’altro lato.

Questo non significa arrendersi alla vertigine. Significa forse accettare che l’ottimismo, in questa fase, non può fondarsi sulla certezza di un esito, ma sulla fiducia nel processo: nella capacità collettiva — lenta, imperfetta, spesso frustrante — di sciogliere le matasse un capo alla volta, anche quando non si vede subito come. Non è la stessa cosa della fiducia serena di prima. È una fiducia più adulta, che convive con il vuoto invece di negarlo, e che proprio per questo forse regge meglio nel tempo. Se porto questo ragionamento sul terreno che conosco meglio — la mia Valle d’Aosta — il risultato non è rassegnazione, ma qualcosa che assomiglia più alla grinta. Ho passato larga parte della mia vita a occuparmi di problemi concreti e a indicare soluzioni, con una passione che non ho mai considerato un dovere, ma un impulso naturale.

Quello stesso impulso oggi non si è spento: si è trasformato. Chi ha sempre corso, destreggiandosi tra urgenze quotidiane e novità continue, acquisisce col tempo anche la capacità — e forse il diritto — di fermarsi un momento a guardare lo scenario con maggiore calma. Non è stanchezza, è una forma di lucidità che si guadagna solo dopo aver attraversato per anni le urgenze da vicino.

Ed è proprio da questa calma che nasce una convinzione precisa: davanti a problemi che si intrecciano appunto come matasse, il rischio più concreto non è la mancanza di soluzioni tecniche, ma la tentazione di richiudersi ciascuno nel proprio recinto, di procedere per compartimenti stagni finché il già citato dedalo non diventa così fitto da non lasciare più vie d’uscita.

Solo un momento di riflessione collettiva e realmente partecipata — non un rito formale, ma un confronto vero tra chi vive e conosce questi problemi — può evitare che la Valle giri a vuoto in un labirinto. È da lì, e non da un’illuminazione individuale, che può nascere una strada maestra: non la promessa di un futuro senza incognite, ma un metodo condiviso per affrontarle insieme.