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25 lug 2026

La sfida della lettura non è la postura, ma l’attenzione

di Luciano Caveri

Normalmente d’estate ho più tempo per la lettura dei libri, che finisce per essere legata a momenti di relax ed anche a spostamenti in viaggio.

Così mi ha divertito - e lo condivido, prima di fare altre osservazioni - un articolo di Wilma de Rek sul giornale olandese de Volkskrant, tradotto su Internazionale.

L’inizio assomiglia ad una situazione classica: ”Con l’estate arriva finalmente il momento di stendersi su un telo da mare con un bel libro in mano. Ma è proprio lì che cominciano i problemi. Il libro in questione è un librone, troppo pesante per il povero braccio che lo tiene sollevato sopra la testa e che, dopo un po’, viene assalito da un crampo. Allora ci giriamo e proseguiamo la lettura stando appoggiati sui gomiti; adesso però sono le spalle ad accusare un certo dolore. Nessun problema, ci spostiamo al bar. Ci mettiamo seduti su una sedia, all’aperto, con il libro appoggiato sulle ginocchia o sul tavolo. Peccato che, dopo pochi minuti, il collo cominci a protestare. Perché non provare la sdraio? Per un po’ va tutto a gonfie vele, finché le braccia non diventano pesanti come prima, sul telo da mare, e si ricomincia da capo. Cosa bisogna fare allora? Qual è la posizione migliore per leggere un libro?”.

A questo è dedicato l’articolo, che in realtà poi contiene un passaggio che colpisce e su cui mai avevo riflettuto.

Spiega, citando lo scrittore argentino Alberto Manguel che ha scritto sulla storia della lettura, che non nel passato più remoto ”le persone non si sedevano a leggere un libro. Dal momento in cui i sumeri incisero le prime parole sulle tavolette d’argilla, la norma era la lettura ad alta voce, scrive Manguel. In pochi sapevano leggere e, mentre lo facevano, lasciavano ondeggiare il corpo al ritmo delle frasi, oppure leggevano camminando”.

E poi un altro flash: ”Nel quarto secolo Ambrogio, uno dei quattro padri della chiesa, fu visto leggere in silenzio, e il fatto era talmente impressionante che il collega Agostino lo riportò con ammirazione nelle sue Confessioni: “Leggendo, i suoi occhi percorrevano le pagine e il cuore era rivolto a comprendere, mentre la voce e la lingua riposavano”. Fino al tardo medioevo chi scriveva dava per scontato che il testo sarebbe stato ascoltato invece che letto”.

Infine: ”A partire dal diciottesimo secolo cominciò a diventare normale leggere da soli e in silenzio, a letto, seduti a un tavolo o in poltrona, e a partire dal diciannovesimo secolo, d’estate, anche sulle celebri sedie di vimini o su un plaid. Nel ventesimo secolo si sono aggiunte anche le comode sedie a sdraio e sono tornate di moda le amache”.

Toh! Ognuno ha i suoi gusti: a me piace una comoda poltrona per una lettura amena, mentre se devo studiare meglio una sedia più spartana. Senza far la fine del celebre scrittore piemontese Vittorio Alfieri che si faceva legare alla sedia dal fedele servitore Elia, ordinandogli di non slegarlo finché non avesse completato il lavoro previsto. Questo episodio è diventato celebre e simboleggia la sua famosa determinazione espressa nella frase: «Volli e volli sempre, fortissimamente volli».

Personalmente più che la postura mi interessano i dati sul “declino” della lettura tradizionale, che sarebbero più legati a tendenze socio-culturali di lungo periodo che a un semplice effetto “il digitale ha sostituito la carta”, perché per ora parrebbe che la carta resti tuttora il formato dominante.

Ma se leggiamo cosa ha scritto la ricercatrice Gloria Mark sui tempi di attenzione su strumenti digitali c’è poco da stare allegri e ognuno lo può misurare su se stesso e sulle proprie letture, per non dire dei giovanissimi e del loro approccio con i libri. La Mark da quasi vent'anni misura, con tecniche di logging oggettivo (non questionari auto-riferiti, ma tracciamento reale del comportamento su schermo), quanto a lungo le persone restano concentrate su un singolo compito prima di passare ad altro.

Nel 2004: ~2,5 minuti, nel 2012: 75 secondi, dal 2016 in poi: 47 secondi (mediana 40 secondi). Importante: non misura l'attenzione massima possibile, ma quanto le persone effettivamente restano focalizzate in ambienti digitali reali (ufficio, studio, casa).

La verità che constatiamo tutti è che il cervello si "allena" secondo il modo in cui viene usato abitualmente: chi passa gran parte del tempo in brevi cicli di attenzione (scroll, notifiche, cambio tab) trova più faticoso attivare il circuito neurale della lettura lineare e prolungata, che richiede un tipo di attenzione sostenuta, che è ormai meno esercitata.

Forse questo, più che la comodità e la salubrità fisica di come si legge, è la grande sfida per evitare la crisi del libro cartaceo.