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17 lug 2026

Non solo ghiacciai: la crisi climatica sulle Alpi è umana

di Luciano Caveri

Seguo con apprensione i molti dati, ormai diffusi in una miriade di incontri, sul futuro dei ghiacciai. Scelta giusta , ma credo che si debba ricentrare molto l’attenzione sulle conseguenze generali dei rialzi delle temperature con le difficoltà che ci saranno per chi le montagne le abita o vorrà viverci in futuro.

Con uno slogan: puntare l’attenzione sull’uomo. C'è una sorta di "effetto cartolina" nella narrazione prevalente che si potrebbe dedinire ”ghiacciaiocentrica”: lo scioglimento dei ghiacciai è un indicatore visivo formidabile, quasi plastico, della crisi climatica. È fotogenico, evoca una fine tragicamente romantica e suscita un'eco emotiva immediata.

Tuttavia, questo focalizzarsi sul sintomo visivo così suggestivo rischia di oscurare il fatto che il riscaldamento globale nelle Alpi — che viaggia a una velocità doppia rispetto alla media emisferica — sta già ridisegnando radicalmente i presupposti della vita umana in montagna, dal punto di vista della sicurezza, dell'economia e della salute.

Pensiamo all’instabilità dei versanti: lo scongelamento del permafrost destabilizza rocce che prima erano “cementate” dal ghiaccio. Il crollo della Marmolada nel 2022, che ha causato 11 morti, è l’esempio più noto in Italia. In Svizzera, il villaggio di Brienz/Brinzauls è stato evacuato più volte per il rischio di frane legate proprio a questo fenomeno.

Alle risorse idriche: fiumi come Po, Reno e Rodano dipendono in parte dall’acqua di fusione glaciale nei mesi estivi. Con meno ghiaccio da sciogliere, il rischio è una minore disponibilità d’acqua proprio quando serve di più (irrigazione, uso potabile, energia idroelettrica).

Ai rischi dei laghi glaciali e alluvioni improvvise: lo scioglimento crea nuovi bacini instabili che possono rompersi improvvisamente, causando alluvioni a valle. Così come piogge torrenziali che agiscono su terreni fragilizzati.

All’economia di montagna: necessita una riflessione sul turismo invernale nelle stazioni a bassa quota da riconvertire, ma vanno presi da conto anche i danni a infrastrutture (strade, funivie, rifugi) costruite su terreno che ora si muove.

Allo spopolamento e alla crisi demografica: alcune comunità alpine rischiano di diventare più vulnerabili proprio mentre si spopolano, riducendo le risorse locali per affrontare l’emergenza e lo si vede dal pericolo di non avere i volontari necessari.

In sintesi: il ghiaccio che si vede sparire è il sintomo che colpisce al cuore, ma il vero pericolo per chi vive lì è quello che resta “nascosto”.

Va ben specificato, infatti, come il ritiro dei ghiacciai non è un fenomeno isolato: si accompagna alla degradazione del permafrost (il terreno perennemente ghiacciato ad alta quota), che funge da vero e proprio "cemento naturale" delle pareti rocciose, trasformando il rischio idrogeologico da eccezione a spina nel fianco quotidiana.

La fine dell'effetto "spugna" dei ghiacciai altera il regime dei fiumi montani. Se in primavera cresce il rischio di alluvioni improvvise a causa dello scioglimento precoce delle nevi, in estate l'assenza di riserva idrica glaciale espone le comunità alla siccità, compromettendo l'approvvigionamento di acqua potabile per la popolazione locale.

La vita umana sulle Alpi si regge su equilibri economici delicati che il riscaldamento globale sta mettendo in discussione. L’economia dello sci resta centrale e sarebbe folle mettere in discussione l’innevamento artificiale. La riconversione di stazioni sciistiche ormai senza neve, implica ragionevoli investimenti per salire di quota con gli impianti di risalita in una logica di compensazione ambientale.

Ma l'impatto si estende anche all'estate: l'instabilità dei sentieri, il pericolo oggettivo dei percorsi d'alta quota che riguardano le pratiche alpinistiche e le ondate di calore che spingono folle da città e pianure in montagna alla ricerca di refrigerio obbligano a riflessioni e misure adattative.

Si può in questo solco immaginare l’affermarsi di un vero e proprio flusso migratorio — che unisca lo smart working alla necessità di sfuggire ai picchi termici in pianura — e ciò rappresenta una sfida da affrontare per tempo.

L'anticipo delle fasi vegetative per le temperature più elevate altera i cicli dell'alpeggio. I pascoli soffrono di stress idrico estivo, modificando la disponibilità e la qualità del foraggio per il bestiame. Questo mette in discussione pratiche secolari di gestione del territorio che garantiscono la sopravvivenza economica di intere vallate.

Lo stesso vale per i gravi pericoli derivanti da incendi boschivi, che possono minacciare la Natura e interessare borghi abitati. Anche l'aspetto sanitario viene troppo spesso trascurato quando si parla di clima alpino con aree urbane di fondo valle e le città alpine sperimentano temperature estreme prolungate, registrano un aumento dei rischi cardiovascolari e respiratori, in particolare tra gli anziani. L'innalzamento delle temperature sposta verso l'alto l'habitat di zecche (con parassiti pericolosi) e zanzare.

Centrare lo sguardo dal ghiacciaio che si ritira all'uomo che resta è la vera sfida culturale e politica di oggi. Significa smettere di trattare la montagna come un museo naturale per iniziare a considerarla per ciò che è: un laboratorio vivente in cui la resilienza umana è messa a dura prova e necessita scelte anticipatorie e pianificazioni predittive.

Per le Regioni e le Province ad autonomia speciale, questo scenario non è solo un problema di gestione e di forte incidenza sulle comunità, ma il banco di prova del senso stesso dell'Autonomia nel XXI secolo.

L'autonomia politica, in questo scenario, serve a evitare che si impongano scelte centralistiche di chi non conosce la montagna e che i flussi di popolazione stravolgano gli elementi identitari. Questa gestione locale e democratica della crisi climatica si sposa con la necessità di avere servizi pubblici diffusi e all’altezza con l’incidenza di quei sovraccosti che purtroppo sappiamo essere ingenti.

Insomma: non solo ghiacciai…