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23 mag 2026

Lo stupido e la lezione di favole e fiabe

di Luciano Caveri

Insultare le persone raramente sortisce effetti positivi.

Anche nell’uso degli epiteti, in caso di necessità, bisogna essere accorti e può risultare interessante dare un’occhiata alla giurisprudenza per calibrare bene l’uso della parola più adatta senza debordare.

Faccio un esempio con ”stupido” o “cretino”. Se ho ben capito, al di là degli aspetti di educazione, Dal 2016, l’ingiuria è stata depenalizzata: insultare qualcuno direttamente, alla sua presenza, non è più un reato penale ma solo un illecito civile (risarcimento possibile, ma difficile da ottenere senza danni concreti dimostrabili). La diffamazione, invece, è ancora reato ai sensi dell’art. 595 c.p. .La differenza cruciale: l’ingiuria si consuma davanti alla vittima; la diffamazione quando l’offesa raggiunge almeno altre due persone in assenza dell’offeso. Poi mi pare che siano possibili alcune sottigliezze.

Ma lo stupido esiste? Usiamo allora il sorriso.

Perché sin da bambini siamo stati opportunamente istruiti su vizi, virtù e caratteristiche che conformano idealtipi della nostra umanità con racconti che si sono sviluppati ben prima che l’umanità adoperasse la scrittura.

La trasmissione orale avvenne probabilmente sin dal Paleolitico ed è legata al linguaggio. Così esiste un rapporto di quel lontano passato con la nostra infanzia.

Anche se potremmo usare sbrigativamente una celebre frase di Albert Einstein “Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo all'universo ho ancora dei dubbi”, la stupidità la raccontiamo altrimenti ai nostri figli, che ne prendono buona nota.

Ricordo, a questo proposito,come utilizziamo fiaba e favola, che sono due generi narrativi spesso confusi, ma che hanno, invece, delle caratteristiche distinte.

La Fiaba ha come genere protagonisti umani (principi, contadini, fanciulle) o creature magiche (fate, streghe, draghi). L’ambientazione avviene mortalmente in un mondo fantastico e indefinito nel tempo (il celebre incipit: “C’era una volta…”) Classica nella narrazione che crea emozione la lotta tra il bene e male, prove da superare in modo rischioso, lieto fine che chiude la storia. Chi non ricorda Cenerentola, La Bella Addormentata, Cappuccetto Rosso?

La Favola, invece, vede come protagonisti quasi sempre animali che parlano e agiscono come esseri umani in una ambientazione più realistica e concreta. Contiene sempre una morale esplicita, perlopiù espressa alla fine con scopo didattico. Esempi ben noti: La volpe e l’uva, La cicala e la formica (Esopo, Fedro, La Fontaine).

Ne pubblicò due di ciascun genere che mostrano la stupidità in barba agli eccessi del politicamente corretto.

La favola dell’Imperatore nudo (di Hans Christian Andersen, 1837 – versione breve e fedele): C’era una volta un Imperatore che amava i vestiti più di ogni altra cosa al mondo. Spendeva tutto il suo denaro per apparire sempre elegante e non si curava né dell’esercito né del popolo.

Un giorno arrivarono in città due imbroglioni che si spacciarono per tessitori. Dissero all’Imperatore di poter tessere una stoffa meravigliosa, così leggera e raffinata che solo le persone intelligenti e degne del loro ruolo potevano vederla. Chi era stupido o incapace, invece, non l’avrebbe vista affatto.

L’Imperatore, incuriosito, ordinò subito di tessere quella stoffa per farsi un abito nuovo. Pagò i due imbroglioni con oro e seta preziosa.

I falsi tessitori si misero al lavoro davanti a telai vuoti, fingendo di tessere. I ministri e i cortigiani, mandati a controllare, videro i telai vuoti ma, temendo di passare per stupidi, esclamarono: «Che colori meravigliosi! Che disegno perfetto!»

La notizia si sparse in tutto il regno. Arrivò il giorno della grande parata. L’Imperatore, completamente nudo, sfilò per le strade sotto un baldacchino, convinto di indossare l’abito più bello del mondo. Tutti i sudditi, per paura di sembrare stupidi, applaudivano e dicevano: «Che splendido vestito! Che eleganza!».

Finché un bambino, troppo piccolo per capire la paura, gridò con voce chiara:«Ma l’Imperatore è nudo!».

La verità passò di bocca in bocca. Il popolo cominciò a ridere. L’Imperatore sentì un brivido di freddo e capì che il bambino aveva ragione, ma ormai la processione doveva continuare. E così proseguì, più rigido che mai, sotto gli sguardi di tutti.

Morale: La stupidità più grande non è non capire, ma fingere di capire per paura di sembrare stupidi.

Ecco, invece la Favola: L’asino che portava il sale (Esopo). Un asino attraversava un fiume con un carico di sale e cadde accidentalmente nell’acqua. Si accorse che, sciogliendosi il sale, il carico si era alleggerito. La volta successiva, cadde di proposito per alleggerire il peso. Il padrone allora lo caricò di spugne: quando l’asino cadde intenzionalmente, le spugne assorbì l’acqua e il carico divenne insopportabilmente pesante.

Morale: Chi applica ciecamente una furbizia senza ragionare finisce per danneggiarsi da solo. L’intelligenza mal usata diventa stupidità.

Lezioni che continuano a descrivere molte dinamiche contemporanee: scorciatoie, opportunismi, imitazioni automatiche, consenso meccanico. Per questo le fiabe e le favole sopravvivono nei secoli e sono radiografia del comportamento umano..