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09 mag 2026

Dai “ferrivecchi” analogici ai deepfake:

di Luciano Caveri

Ho passato una buona parte della mia vita ad occuparmi di radio e di televisione, direi in ordine di apparizione e poi in contemporanea in Rai.

Rispetto alle tecnologie odierne, le apparecchiature di fine anni Settanta e decenni subito successivi sembrano davvero dei ferrivecchi.

Oggi faccio una rubrica quotidiana su tre radio valdostane (Radio Reporter, Top Italia Radio e Radio Valle d’Aosta 101), usando incredibili mezzi digitali che consento un ”fai da te” un tempo impensabile e usando null’altro che il proprio telefonino.

Questa dimestichezza con questo mondo, pur con la radicale modernizzazione davvero impensabile, mi porta naturalmente a preoccuparmi per un lato oscuro di novità che pendono su di noi come un’affilata spada di Damocle.

Mi riferisco ai deepfake, che rappresentano una delle sfide tecnologiche e sociali più complesse dei nostri giorni. Sebbene la tecnologia applicate abbiano utilità creative e mediche incredibili, il suo uso improprio già in evidenza comporta rischi significativi.

Penso ai pericoli di disinformazione e alla potenziale manipolazione politica (denunciata di recente dalla Premier Meloni ritratta in modo discinto).

I deepfake possono essere usati per creare video di leader politici che dicono cose mai pronunciate, con l'obiettivo di attraverso materiale falsificato ma credibile di manipolare l’opinione pubblica rispetto alla credibilità di un politico anche con l’intento ancora peggiore di manipolare il voto.

Materiale fasullo creato artatamente può creare scenari falsi e dichiarazioni travisate per alimentare polemiche e persino conflitti.

Peggio ancora: quando tutto può essere falso e soprattutto non facilmente distinguibile dal vero, le persone iniziano a non credere più nemmeno alla realtà.

A livello individuale, l'impatto può essere devastante per un uso - chiamiamolo così - che crei immagini pornografiche inventate. non consensuale. La creazione di falsi contenuti espliciti utilizzando il volto di vittime ignare (spesso donne e minori) può avere un effetto deflagrante e svilente.

Non è solo violazione della privacy o materiale diffamante, esiste il vasto spazio del bullismo e delle cyber-molestie. Umiliare qualcuno, creando video compromettenti ma totalmente falsi, può distruggere la reputazione sociale o professionale.

Voci false, ma ricopiatura esatta di voci vere, possono servire a frodi finanziarie e crimini informatici o costruire vere e proprie trappole per ricatti o denunce, che possono al limite causare un vero e proprio inquinamento di prove.

Perché questo anglicismo “deepfake”? È una parola nuova che fonde due aspetti. Il “Deep Learning”, che è una branca dell'intelligenza artificiale che utilizza reti neurali artificiali per apprendere dai dati. E la parola “Fake“: "Falso" o "contraffatto". In concreto, si tratta di media (immagini, video o audio) generati o modificati sinteticamente tramite algoritmi di IA, in modo che sembrino estremamente realistici.

Qualche esempio: si può sostituire il volto di una persona con quello di un'altra; è possibile sincronizzare il movimento delle labbra di un video esistente con un nuovo audio; addirittura si può giungere a clonare la voce di qualcuno per farle dire qualsiasi cosa.

In italiano non esiste un termine unico che racchiuda tutta la sfumatura tecnologica di "deepfake", motivo per cui il termine inglese è ormai lo standard giornalistico e tecnico. Tuttavia, in italiano si può dire di trovarsi di fronte ad un falso iperrealistico, ad una manipolazione truffaldina, ad una contraffazione dannosa.

A questi usi perniciosi si affiancano naturalmente utilizzi ludici e scherzosi non dannosi e ben visibili su qualunque Social. Così come, per fortuna, esistono contromisure tecnologiche per scoprire falsi, frodi e malizie.

Ma bisogna essere coscienti e vigili per non cascarci e essere consapevoli che certi usi sono perseguibili, perché si tratta di veri e propri reati.