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07 mag 2026

Tra abitudine e cambiamento

di Luciano Caveri

Le esperienze nuove creano sempre una preoccupazione ed è spesso più comodo adagiarsi nell’abitudine, in quella tranquillità di quanto si conosce già e con cui si hanno confidenza e sicurezza.

Sono stato fortunato a poter cambiare prospettiva per mia scelta o per eventi del destino. E questo mi ha insegnato come esista nell’ abitudine un quadro certamente rassicurante, ma le cose nuove sono - a qualunque età avvengano - uno stimolo e preoccupazioni o disagi sono un prezzo da pagare, di cui cogliere l’aspetto positivo.

Nei suoi Saggi (Libro I, capitolo XXIII, “Della consuetudine e del non cambiar facilmente una legge acquisita”), Montaigne — uno dei massimi autori del Rinascimento e padre del saggio moderno — analizza con lucidità e scetticismo come l’abitudine (o consuetudine) diventi una tiranna che deforma il nostro giudizio, rendendoci schiavi del familiare e ciechi di fronte al nuovo o al ragionevole. Ecco un brano emblematico: ”La consuetudine è in verità una maestra di scuola prepotente e traditrice. Ci mette addosso a poco a poco, senza parere, il piede della sua autorità; ma da questo dolce umile inizio, rafforzato e ben piantato che l’ha con l’aiuto del tempo, ci rivela in breve un volto furioso e tirannico, di fronte al quale non abbiamo più neppure la libertà di alzare gli occhi. La vediamo forzare in ogni istante le regole di natura […]. I miracoli sono tali a causa della nostra ignoranza della natura, non secondo l’essenza della natura. L’assuefazione indebolisce la vista del nostro giudizio. I barbari non ci appaiono per nulla più strani di quanto noi sembriamo a loro. […] Per cui accade che quello che è fuori dai cardini della consuetudine, lo si giudica fuori dai cardini della ragione. Chi vorrà liberarsi da questo acerrimo pregiudizio troverà molte cose ammesse con sicurezza scevra di dubbio, che non hanno altro sostegno che la barba bianca e le rughe dell’uso che le accompagna; ma strappata questa maschera, riconducendo le cose alla verità e alla ragione, sentirà il suo giudizio come tutto sconvolto, e tuttavia rimesso in ben più saldo assetto”.

Insomma, prospettive diverse anche dalle proprie previsioni, ma con la coscienza che ci fa osare di come le comodità di certa routine possano avere un effetto narcotizzante.

Montaigne sottolinea, infatti, come l’abitudine agisca insidiosamente: inizia dolcemente, diventa poi una sorta di normalità ripetitiva che appare come una gabbia dorata tirannica, ci costringe a certa monotonia che allontana possibili diversità che possono aprire spazi nuovi. È un invito a dubitare delle nostre certezze “abituali” per recuperare una visione più libera, che in qualche modo ”accende” il nostro cervello.

Marcel Proust (dalla Recherche du temps perdu, in particolare All’ombra delle fanciulle in fiore e altri volumi), tratta l’abitudine in chiave più psicologica e ambivalente: anestetizzante e riduttiva, ma anche necessaria per sopravvivere se non esistano alternative.

Questo il brano: ”Viviamo di solito, col nostro esser ridotto al minimo; la maggior parte delle nostre facoltà rimangono assopite, fidandosi dell’abitudine che sa cosa si deve fare e non ha bisogno di loro. […] noi conosciamo veramente solo ciò che è nuovo, ciò che introduce bruscamente nella nostra sensibilità un cambiamento di tono che ci colpisce, ciò che l’abitudine non ha ancora sostituito con i suoi pallidi facsimili”.

Mi è capitato spesso, specie con ragazzi, di far comprendere l’utilità del ”bagno freddo”, vale a dire la necessità di testare delle discontinuità, di trovarsi in ambienti inusuali né di doversi abituare a contesti diversi dal solito tran tran. Parola che non a caso deriva dal suono che evoca qualcosa che procede sempre uguale a se stesso, senza scossoni ma anche senza novità.

Ancora Proust: ”L’abitudine! Ordinatrice abile ma assai lenta, che comincia col lasciar soffrire il nostro spirito per settimane in un’installazione provvisoria; ma che, nonostante tutto, esso è ben fortunato d’incontrare, giacché senza l’abitudine e limitato ai suoi soli mezzi sarebbe impotente a renderci abitabile una stanza”.

Proust mostra l’abitudine come una forza che spegne la vitalità e la sensibilità autentica (per questo la “rottura” dell’abitudine, come nel viaggio o nel dolore, risveglia l’io), ma ammette - dando un colpo al cerchio e uno alla botte - anche il suo ruolo pratico e, in fondo, rassicurante per chi alle scosse della novità preferisce il nido caldo delle proprie abitudini.

L’importante è sapere che in certi passaggi della vita - certo se se ne ha la possibilità - si può scegliere fra strade diverse.