La quotidianità incombe su tutti noi e di questi tempi - forse più che in altri - i nostri problemi sembrano amplificarsi in un quadro generale di inquietudini.
Guardate con maggior attenzione un telegiornale qualunque e anche la persona più pacata non può che sentirsi come investita da una valanga di notizie allarmanti, se non angoscianti. E bisogna sapersi scuotere e non cadere in una sorta di gorgo che rischia di inghiottirci.
Devo dire, tuttavia, di essere stato fortunato nella mia vita a non essere mai piombato in routine alienanti e avere sempre avuto, forse per carattere, la possibilità di guardare ad uno squarcio di azzurro anche nel cielo più cupo e minaccioso.
Ha scritto Fernando Pessoa: ”In mezzo al mio lavoro quotidiano, opaco, uguale e inutile, mi appaiono visioni di fuga…”.
La mia fuga è stato il cambio periodico di scenario e alla speranza nel bicchiere mezzo pieno piuttosto che quello mezzo vuoto. Oppure, esempio più poetico con Oscar Wilde: "L'ottimista vede la rosa e non le sue spine; il pessimista fissa le spine, dimentico della rosa."
Mi vien da dire che, per scelta o per causalità, mi sono trovato ad essere come quei pittori hanno subito evoluzioni significative nella loro paletta di colori durante la loro carriera. Vedere le cose con nuove prospettive allontana dal rischio del ripetitività e della alienazione, quando ai colori si sostituisce la patina di grigiore.
Per evitare la routine che logora e anestetizza, comunque sia, bisogna trovare un’ancora di salvataggio.
Così ci si trova fra due fuochi che ti fanno oscillare tra il ”ridi che ti passa” e ”c’è poco da ridere”, come uno dei ritmi più comuni e faticosi della quotidianità.
È come se dentro ci fossero due personaggi contrapposti: uno che vuole alleggerire tutto con l’ironia e sorrisi, perché altrimenti si affoga; l’altro che segnala la serietà di certe situazioni e allerta sulla necessità di non minimizzare e affrontare con il grugno quel che arriva.
Vale forse la scelta di tentare una loro coesistenza. Viene in mente il Giano Bifronte (in latino Ianus Bifrons), una delle divinità più antiche e caratteristiche della religione romana.
È il dio degli inizi, delle transizioni, delle porte e dei passaggi. Viene raffigurato con due volti (bifronte) rivolti in direzioni opposte: uno guarda al passato, l’altro al futuro. La vita di tutti i giorni è piena di soglie minuscole: un momento in cui tutto sembra insopportabile e, un attimo dopo, qualcosa ti fa sorridere. Giano sta proprio lì, su quella soglia, a ricordarti quel che puoi fare, guardando in entrambe le direzioni.
Lo diceva Charlie Chaplin: ”La vita è una tragedia vista da vicino, ma una commedia vista da lontano”. Una delle definizioni più perfette sulla capacità di cambiare prospettiva senza il rischio di fissarsi.
Così Luigi Pirandello: ”L’umorismo è il sentimento del contrario”. Saper vedere nello stesso istante il lato serio e quello comico della vita, cambiando inquadratura senza pregiudizi.
È un modo per trovare elementi di maggior serenità ed è interessante proporre un messaggio di saggezza dal passato che illumina la scena.
Pax era la dea romana della Pace (equivalente di Eirene greca): rappresentava la tranquillità, l’armonia e la prosperità che arrivano quando finiscono i conflitti.
Giano (il dio bifronte) è strettamente legato a lei perché custodisce la soglia tra guerra e pace. Le porte del suo tempio nel Foro Romano stavano aperte durante la guerra e venivano chiuse solo quando regnava Pax.
La chiusura delle porte di Giano era quindi il segno visibile dell’arrivo della Pace.
Vale anche per il nostro stato d’animo interiore.