Per chi ha studiato e ammirato la Resistenza - avendo avuto antifascisti e partigiani nella propria famiglia - preoccupa certa narrazione, strumentalizzazione e santificazione di un fenomeno importante.
Esiste un’evidente incompatibilità fra una Resistenza che fu lotta armata coraggiosa e momento di riscatto e piegarne - come avviene talvolta di questi tempi - valori ed idee a pacifismi ideologici e a estremismi che sembrano negare il pluralismo di quei movimenti politici e militari che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, si opposero all'occupazione nazista e al regime fascista della Repubblica Sociale Italiana (RSI).
Insomma: la lotta di Liberazione che ha mostrato una ribellione al Ventennio, alla sua politica liberticida e guerrafondaia, ad una dittatura stupida e violenta. Essere liberati, collaborando con gli Alleati, è stato mostrare il volto di un’altra Italia rispetto a quella che si era appecorata davanti al Duce.
Chi oggi dimostra qualunque tipo di nostalgia verso Mussolini e il suo Regime non è solo un cupo neofascista ma anche un cretino patentato, indegno della democrazia ottenuta.
Lo storico Claudio Pavone ha magistralmente definito la Resistenza come l'intreccio di tre diverse tipologie di conflitto che avvenivano simultaneamente.
C’è stata la Guerra di Liberazione Nazionale: la lotta contro l'occupante straniero (la Germania nazista) per riconquistare la sovranità territoriale e l’immagine di Mussolini travestito da soldato tedesco che cercava di scappare in Svizzera vale più di mille discorsi.
Non bisogna spaventarsi a dire - come fece lo storico - che c’è stata allora una forma di Guerra Civile ecioè lo scontro tra italiani: partigiani contro fascisti della Repubblica di Salò. Questo insegna, tra le altre cose, la forza persuasiva e l’indottrinamento delle dittature, pensando in più alla assoluta mediocrità umana del Duce.
Pavoni aggiunge, infine, una realtà, vale a dire la Guerra di Classe: non si può negare la spinta, guidata soprattutto dalle brigate di ispirazione socialista e comunista, per un cambiamento radicale dell'ordine sociale ed economico. C’era chi vedeva nell’Unione Sovietica il sol dell’avvenire e, per fortuna, la Costituente e i decenni successivi smonteranno questa utopia salvifica ben rappresentata dal giogo liberticida sui Paesi dell’Est e del Centro Europa.
Tante sfaccettature, molte idee, personalità diverse sono confluite nella Resistenza, oggi svilita non solo da chi vive nell’oblio di quella Storia e naturalmente da chi sfruguglia in una estrema destra neofascista che non bisogna mai sottovalutare.
Ma anche in quell’estremismo antagonista di Sinistra, che sbandiera la Resistenza in modo strumentale e pure grottesco. C’è chi si autonomina ”partigiano” senza averne titolo alcuno, imbrattando una memoria seria e responsabile, distante da uno sciamare violento e senza conoscenza del passato. Con certi cortei sciatti e slogan improponibili che porterebbero i partigiani veri di allora a prendere certi personaggi odierni, che li evocano impropriamente, a calci nel sedere.
Resta la necessità di insegnare la Storia e di spiegarla nella sua cruda verità, senza orpelli retorici e ricostruzioni mitiche. La Resistenza non ne ha bisogno.
Bisogna farlo con serietà e senza superficialità alcuna per gli ammaestramenti che derivano dalla Resistenza, esperienza umana luminosa con i suoi lati problematici da raccontare con onestà.
Nel caso della Valle d’Aosta, bisogna farlo partendo dagli antifascisti della Jeune Vallée d’Aoste che furono antifascisti quando i fascisti si affermavano anche da noi. Ben sapendo che le radici dell’attuale Autonomia valdostana sono lì, nella