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02 apr 2026

La politica e il rischio dell’ybris

di Luciano Caveri

Capita ancora di incontrare persone amiche o anche semplici conoscenti che usano con circospezione la formula classica del “Come stai?”.

Lo fanno non solo perché si tratta di un modo di dire standard, ma anche per testare il mio attuale stato d’animo, dopo che ho lasciato o meglio sono stato lasciato dalla politica elettiva.

Apprezzo sempre, sapendo che quel certo tono attuale finirà presto assorbito dalla routine che tutto asfalta.

Così nella mia risposta “Sto benissimo!” non esiste ormai - perché si assorbe tutto nella vita nel bene come nel male - traccia di ipocrisia o di camuffamento.

Faccio altro e non ho rimpianti, avendo già fatto tante cose nella vita che non solo non si scordano, ma sono ormai impresse in me in modo indelebile.

Sono sempre in piedi ed è ancora presto per accomodarsi sul divano a guardare la televisione e non ho il pollice verde per far fruttare un orto.

Nel recente e brillante libro di Giuliano da Empoli non a caso intitolato ”L’ora dei predatori”, che consiglio per l’acume e per il disincanto, di questo autore, che è anche amico dei miei amici del Grand Continent, squadra che interpreta in modo brillante le nuove frontiere della geopolitica.

Scrive da Empoli: ”Tony Blair, ha da poco pubblicato un libro in cui afferma che i leader politici attraversano generalmente tre fasi. In un primo tempo, quando prendono il potere, sono all'ascolto, sanno di non sapere, cercano di capire come interpretare il loro ruolo. Dopo un po', si convincono di aver accumulato sufficiente esperienza, ne sanno abbastanza da credere di aver capito tutto. È la fase piú rischiosa, quella della hybris : «Non sei piú disposto ad ascoltare gli altri, - scrive Blair. - Il capo sei tu, chi ne sa piú di te?» Solo pochi approdano all'ultimo stadio, quello della maturità, quando ci si rende conto che la propria esperienza non costituisce la somma totale della conoscenza politica e si riprende ad ascoltare gli altri. La maggior parte dei leader, scrive Blair, non ci arriva mai. Il problema è che questo tipo di esistenza non consente di metabolizzare nulla. Il susseguirsi degli impulsi esterni è troppo incessante, il cervello ha appena il tempo di reagire. Solo ad avventura conclusa il politico può tornare sui suoi passi e trarne qualche insegnamento. Sempre che ne abbia la propensione, cosa sempre piú rara. E se non è esploso, come la maggior parte dei pesci abissali quando risale alla superficie”.

Ho conosciuto tanti leader in Italia, in Europa e pure in Valle d’Aosta - conscio della diversa scala in una logica di sussidiarietà - e in certi passaggi sono stato anche io un pochino leader.

Non so come ho interpretato il ruolo.

Diciamo che chi mi ha conosciuto di persona e frequentato penso possa avere l’immagine più realistica di me, tolto tutto quello che (pregiudizi, malevolenze e pettegolezzi) colpisce chi ha avuto posti di responsabilità importanti.

Garantisco di essere sempre stato severo con me stesso per educazione ricevuta e anche per indole e ho usato lo stesso metro nella osservazione di personalità e personaggi conosciuti e l’uso delle due parole diverse è già un discrimine.

Ora torno per chiarezza su quella parolina, che mostra come la ricchezza della cultura classica permea ancora il nostro modo di pensare di riflettere.

Hybris o hubris (dal greco antico ὕβρις) è un concetto fondamentale della cultura greca classica, con un significato profondo sia in ambito letterario che filosofico.

Sintetizzo e ricordo che la parola mi incuriosiva già ai tempi del Liceo, quando masticavo i primi rudimenti della politica. Indica un eccesso di orgoglio, arroganza o superbia che porta una persona a oltrepassare i limiti umani, violando le regole naturali, divine o sociali.

Non si tratta di semplice vanità o fiducia in sé stessi: è un atteggiamento di tracotanza, di disprezzo verso gli dèi, il destino o l’ordine cosmico (il kósmos), spesso accompagnato dalla convinzione di essere superiori alle leggi che valgono per tutti gli altri esseri umani.

Apro una parentesi. Interessante è la tracotanza. L’Etimologico racconta che viene dall’antico italiano tracotare, da coitare ‘pensare’, esito popolare del latino cogĭtāre ‘pensare’ e indica il senso di ‘andare al di là di ciò che è giusto pensare’, che fa sì che il tracotante sia arrogante e insolente.

Ritorno a hybris. Nel mondo greco antico derivava probabilmente da una radice che significa “eccesso”, “forza violenta” o “oltraggio”. Era visto come un peccato gravissimo contro gli dèi. Chi commetteva hybris attirava su di sé la nemesi (Νέμεσις), la vendetta divina che ristabiliva l’equilibrio.

Tipo Icaro che volò troppo vicino al sole con ali di cera, facendo una brutta fine. O Narciso (da cui narcisismo), che si innamora della propria immagine e rifiuta gli altri, lasciandoci la pelle.

Oggi l’hybris spazia non solo verso il politico, ma dipinge l’arroganza intellettuale, il complesso di superiorità, il disprezzo di regole comuni.

Ultima nata è l’hybris tecnologica, quando si crede di poter dominare la natura o risolvere ogni problema con l’innovazione senza conseguenze e la rivoluzione digitale ne è esempio tangibili con l’Intelligenza Artificiale croce e delizia.

Molto su cui ragionare.