Confesso di non aver mai seguito, anche se talvolta sollecitato a farlo da conoscenti, figure di ”motivatori” di vario genere.
Si possono chiamare coach, con un anglicismo e si sono affiancati con grande successo - sinora senza riconoscimenti legali veri e propri - a figure più tradizionali e consolidate, come avviene con le professioni regolamentate dalla psicologia scientifica attraverso percorsi universitari e un Ordine professionale.
In una logica di ”fai da te” mi sono sempre - ne capisco la scarsa scientificità - affidato a quella che si potrebbe definire la forza dell’autocritica.
Quando l’autocritica è sana e non distruttiva, penso che funzioni come una specie di bussola interna impietosa ma onesta.
Esempi pratici: riconoscere i propri errori senza alibi e, nel limite del possibile, quanto migliorare nei propri comportamenti,che lo si faccia da solo o ascoltando chi ti dice delle cose utili per farlo.
L’autostima, che pure coltivo per carattere, non può essere scissa dalla capacità di porsi in discussione lungo i percorsi accidentati che la vita prospetta.
Questo vale anche in politica e penso sempre alla coerenza delle proprie idee e dei propri valori, senza i quali la politica non avrebbe quel côté nobile in cui ho sempre creduto e in molti non credono.
Mi ha sempre colpito una frase ascritta allo statista piemontese Giovanni Giolitti, di cui mi sono noti pregi e difetti nell’Italia liberale.
Usava una metafora molto pragmatica per descrivere questo passaggio: ”A vent'anni si è incendiari, a sessanta pompieri”. Il ragionamento si fonda su considerazioni in realtà abbastanza comprensibili, se non banali.
La giovinezza è associata all'energia, al desiderio di cambiamento e all'idealismo (spesso a spese della stabilità). La maturità porta con sé maggiori responsabilità (famiglia, proprietà, carriera) e una naturale inclinazione a proteggere ciò che si è costruito.
La storia è piena di figure, tuttavia, che hanno svoltato in maniera così clamorosa da restare perplessi.
Questo della coerenza, pur nei ruoli diversi che ho ricoperto, t sempre stato un rovello e oggetto della citata autoanalisi, che vuol dire dare conto a se stessi della propria credibilità.
Ma oggetto di attenzione, invecchiando, riguarda altri rischi. Ho sempre trovato insopportabili i vecchi ”barbottoni”. Viene da “barbottare”, verbo di origine onomatopeica, che indica il parlare confuso, a bassa voce, brontolando.
Pessimo è anche il ”criticone”, parola che deriva dal sostantivo “critico”, a sua volta dal greco κριτικός (kritikós), che significa “capace di giudicare, di discernere”, dal verbo κρίνειν (krínein), “separare, giudicare, valutare”.
In italiano, critico ha assunto anche il valore di “persona che giudica severamente”. A questa base si aggiunge il suffisso -one, che qui ha valore accrescitivo e caratteriale, non dimensionale. Il risultato è criticone, cioè una persona eccessivamente critica, portata a trovare difetti in modo sistematico, spesso con una sfumatura negativa o ironica, spesso idealizzando il passato rispetto al presente.
Respingono, nella mia autocritica, anche un’accusa di coltivare il pettegolezzo, perché saper di saper distinguere l’aspetto scherzoso, direi aneddotico, dalle cattiverie, che sono aspetto nocivo e ammorbante.
Lo psicologo Robin Dunbar ha ipotizzato che il pettegolezzo sia l'equivalente umano del "grooming" (lo spulciarsi a vicenda) dei primati. Serve a mantenere l'ordine e la pace all'interno di gruppi sociali complessi.
Insomma: restiamo tutti noi un insieme di complessità e scavare in sé stessi una evidente necessità.